Il visconte dimezzato

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Testo

IL VISCONTE DIMEZZATO

Italo Calvino

La vicenda inizia quando il giovane visconte Medardo di Terralba, una importante famiglia del Genovesato, per compiacere a dei duchi vicini, decide di arruolarsi nell’esercito asburgico per partecipare alla guerra contro l’impero ottomano (1663-1718). Dopo essersi munito di un cavallo e di uno scudiero, di nome Curzio, si incammina per la pianura della Boemia per raggiungere il fronte. Durante il tragitto viene descritto il lugubre paesaggio dopo il passaggio della guerra: morti e carcasse di animali ovunque. L’inesperto visconte continua a interrogare lo scudiero che gli risponde descrivendogli tutte le atrocità della guerra. Giunti al campo, viene portato al cospetto dell’imperatore, che lo nomina subito tenente. La notte, prima della battaglia, Medardo rivela il suo lato più umano con preoccupazioni e riflessioni. Il mattino seguente le battaglia inizia alle dieci in punto, e Medardo è ansioso di vedere i turchi.
Lo scontro entra subito nel vivo, e dalla descrizione della cruenta battaglia il narratore si avvicina a Medardo, che dopo aver ucciso due turchi a già saziato la sua curiosità. Purtroppo la sua inesperienza lo porta a commettere un grave errore, cioè avvicinarsi a piedi dopo essere stato appiedato alla bocca di un cannone: un colpo lo centra in pieno. Alla sera, finito lo scontro, viene ritrovato Medardo in fin di vita come se il corpo fosse stato diviso verticalmente in due metà, e che fosse rimasta intera solo la destra. I medici del campo, incuriositi dallo strano caso si dedicano tutti a lui riuscendogli a salvare la vita. Il narratore, il nipote di Medardo che all’epoca aveva sette o otto anni, descrive il ritorno dello zio in una sera di ottobre. Ci sono tutti i familiari, i servi e molti altri ad attendere il ritorno del figlio del visconte Aiolfo: con grande sorpresa, arriva una lettiga da cui scende un uomo diviso a metà avvolto in un mantello che si regge a una stampella, rifiutando ogni contatto o aiuto. Il giorno seguente Aiolfo viene trovato morto a causa del dispiacere che il figlio gli da mutilando uno dei suoi amati uccelli. Dopo un periodo di isolamento, Medardo incomincia a uscire dal castello di nascosto, dividendo in due parti quello che si trova davanti, dalle piante agli animali, rivelando agli abitanti di Terralba la sua indole maligna. Col passare del tempo le sue malefatte aumentano, dagli incendi dolosi, alle impiccagioni arbitrarie e all’esilio della sua balia Sebastiana a Pratofungo, una città di lebbrosi. Anche la vita del nipote del visconte è messa più volta in pericolo, il quale, grazie alla sua origine, godeva di molta libertà, per cui passava le giornate con il dottor Trelawney, un medico inglese che si interessava di tutto meno che di curare i malati. Un giorno Medardo decide di innamorarsi, e sceglie una giovane pastorella di nome Pamela; la vuole sposare ma lei è terrorizzata da quello che gli può capitare e dalle insistenti minacce, per cui si nasconde in una grotta nel bosco con i suoi animali preferiti, una capra e un’anatra, aiutata anche dal nipote di Medardo. Un giorno il ragazzo incontra suo zio che si mostra estremamente gentile e premuroso, e in particolare non è la parte destra ma bensì la sinistra. Anche Pamela lo incontra, e questo gli racconta che dopo la cannonata il corpo era rimasto diviso in due parti, e che lui era stato curato da due eremiti. Il ‘buono’, cosi veniva chiamata la parte sinistra di Medardo, era l’esatto opposto del ‘gramo’, era gentile e premuroso, aiutava tutti indistintamente e cercava di rimediare alle malefatte della controparte cattiva. In principio l’arrivo del ‘buono’ fu accolto con entusiasmo dagli abitanti locali, ma ben presto anche la sua estrema bontà divenne invadente e inopportuna. Rimene la questione di Pamela: per porvi fine, sia il ’buono’ che ‘gramo’ escogitano un piano che con obbiettivi diversi, risulta simile; entrambi consigliano a Pamela di sposare l’altra metà, e questa accetta entrambi i consigli decidendo di sposare entrambi lo stesso giorno all’insaputa di questi. Il giorno del matrimonio Pamela si sposa con il ‘buono’ perché il ‘gramo’, a causa di un imprevisto, arriva in ritardo. Quando arriva però si infuria e sfida il ‘buono’, ma il duello non incomincia neanche perché i due non si reggono in piedi. Vengono fatte costruire due protesi in legno da mastro Pietrochiodo, lo stesso che costruiva le ingegnose forche per il ‘gramo’, e il duello viene fissato l’indomani all’alba al Prato delle Monache: lo scontro è equilibrato, anche se vengono usate due tecniche diverse, e dura a lungo, fino a che i due contendenti si feriscono a vicenda proprio lungo la cicatrice che segnava la loro divisione. A questo punto interviene il dottor Trelawney, che approfittando della perdita di sensi delle due parti, le ricuce insieme a formare un corpo unico. Per molti giorni Medardo fu in punto di morte, ma poi si riprese e perfettamente guarito tornò una persona normale, in cui bontà e cattiveria erano amalgamate senza che prevalesse una in particolare. Ebbe una vita felice e molti figli con Pamela, Pietrochiodo si diede alla costruzione di mulini e Trelawney si rimbarcò con il capitano Cook, lasciando solo il giovane narratore.
La voce narrante come abbiamo detto è del giovanissimo nipote di Medardo, è interno alla storia in quanto è uno dei personaggi della storia, per cui è omodiegetico; non è un narratore onnisciente e gli avvenimenti sono raccontati per supposizione o attraverso testimonianze dirette o indirette. La focalizzazione è interna al personaggio, in quanto non si conosce in anticipo lo sviluppo della vicenda, ma bisogna attendere che il narratore venga a conoscenza dei fatti accaduti.
All’inizio del romanzo si ha una grande scena in cui il tempo della storia e il tempo del racconto coincidono, con un’anticipazione la sera prima della battaglia sulla terribile sorte del visconte, mentre dopo il ritorno a casa di Medardo prevale il sommario in cui la narrazione scorre più veloce, anche se non mancano altre scene di dialoghi e pause, come il racconto della vita di Pratofungo o di mastro Pietrochiodo. Durante la narrazione vengono omesse le parti meno significative o particolari importanti per aumentare l’attenzione e favorire i colpi di scena, come il racconto del ‘buono’ del suo salvataggio, riproposto in seguito attraverso un flash-back. Un altro esempio di flash-back è il racconto della storia del dottor Trelawney e del suo arrivo a Terralba, rallentando così la velocità del racconto.
L’ambientazione spazio-temporale e abbastanza specifica in quanto si parla di guerre, personaggi e luoghi reali, ma sono comunque il più vaghi possibile perché sono solo un elemento di contorno.
Come tutti i romanzi di Cavino, anche questo non è collocabile in uno specifico genere letterario, in quanto è costituito da numerosi filoni narrativi, senza prevalenze: al suo interno compaiono elementi dell’umorismo fantastico, elementi dei racconti filosofici illuministici, elementi fiabeschi e elementi storici.
Il protagonista del racconto è il visconte Medardo di Terralba, giovane ed inesperto in cerca di avventure. Dalla sua scissione verticale ne derivano due parti, l’una l’opposto dell’altra: il ‘buono’ e il ‘gramo’. Il ‘gramo’ è la parete destra di Medardo, la parte malvagia e crudele contro ogni cosa o persona ‘intera’. Gira avvolto in un mentello nero in sella a un cavallo e si regge a una stampella. La sua malvagità non è derivata dalla vendetta per la sua mutilazione, ma per un puro istinto maligno. Abusa del suo potere contro familiari, amici e sconosciuti indistintamente. Il ‘bouno’ invece è l’estremo opposto, di una bontà disinteressata per chiunque. E’ la metà sinistra e gira vestito di panni logori e stracci sul dorso di un vecchio mulo. Il suo scopo è aiutare tutti ad ottenere una vita migliore, sia con azioni concrete che con discorsi moralistici. La sua enorme bontà d’animo e il suo altruismo risultano spesso però invadenti e inappropriati, ma questo per lui non conta. Entrambe le parti provano una grande sofferenza per la separazione, sia fisica che psicologica, ma entrambi ne hanno ricavato un approfondimento spirituale prima sconosciuto.
Il nipote di Medardo è il figlio della sorella di Medardo e di un bracconiere; rimasto subito orfano è stato accolto al castello dal visconte Aiolfo e allevato dalla balia Sebastiana. Non essendo figlio legittimo, gode di molta libertà, infatti gia all’età di sette o otto anni gira liberamente senza controlli per il territorio limitrofo, anche se la maggior parte del suo tempo la spende seguendo il professor Trelawney. E’ amico di Esaù, il figlio ribelle del capo della comunità ugonotta, il quale lo fa partecipe delle sue bravate. E’ molto curioso, intelligente e coscienzioso, e aiuta sia Pamela che Sebastiana. Alla fine del romanzo, quando se ne va Trelawney, rimane praticamente solo.
La pastorella Pamela è molto povera, porta al pascolo le capre e trascorre le giornate parlando con loro e con le anatre; dopo le proposte del ‘gramo’ si rifugia nel bosco. Non è una ragazza bella, è grassoccella, ha i capelli lunghi raccolti ed è rozza nei modi. Si mostra intelligente nel risolvere la situazione accettando entrambe le proposta di matrimonio, anche se neanche lei immagina come si evolverà la situazione.
Il dottor Trelawney è il medico di corte, proveniente dall’Inghilterra, era giunto a Terralba in seguito a un naufragio, in quanto era medico di bordo. Più che occuparsi dei malati, preferisce le stravaganti scoperte scientifiche e il vino calcarone che si porta sempre dietro. Ha circa sessanta anni, è alto come il suo giovane allievo, ha il viso molto rugoso e si veste con marsina, stivaloni, parrucca e tricorno. E’ un personaggio molto stravagante per il suo modo di fare e di comportarsi difronte al pericolo e alle difficoltà, ma rispetto agli altri, è un personaggio dinamico, in quanto verso la fine del racconto riscopre l’amore per la medicina e la cura delle malattie.
Gli altri personaggi minori sono: la balia Sebastiana, le cui caratteristiche sono quelle di aver allevato tutti i giovani della famiglia e il considerare la due parti di Medardo come se fossero ancora una persona unica; il mastro Pietrochiodo, dotato di un grande ingegno per le macchine, costretto a costruire forche sempre più sofisticate, dopo la riunificazione si dedica alla costruzione di mulini; la comunità ugonotta di Col Gerbido scappata dalla Francia capitanata da Ezechiele, estremamente chiusa rispetto agli estranei, dedicavano la loro vita a lavorare e a pregare, anche se hanno perso i loro testi sacri.
La narrazione è semplice, non vi sono metafore o termini aulici o latineggianti, vi è un’alternanza di dialoghi in discorso diretto e sequenze narrative, e le descrizioni sono particolareggiate solo per alcuni personaggi fondamentali come Medardo e Pamela. Il linguaggio è quotidiano, con distinzioni culturali a seconda se a parlare è un personaggio colto o più popolare.
Il romanzo “Il visconte dimezzato”, a mio parere, tratta diversi temi, com’è d’abitudine a Calvino, fra cui primeggia la negatività insita in ogni eccesso, sia che abbia fini nobili che malvagi. Anche la struttura dei suoi romanzi rispecchia questa idea, infatti, come gia citato, le sue opere non sono mai classificabili secondo una logica assoluta e rigida, ma si basano sulla fusione e la compresenza di più filoni narrativi.

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