Il Piacere

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Testo

“IL PIACERE” di GABRIELE D'ANNUNZIO

-LA VITA
Gabriele D'Annunzio nacque a Pescara il 12 Marzo 1863, compose il suo primo libro di versi Primo Vere a soli sedici anni e fu considerato da Giuseppe Chiarini un vero poeta italiano. Non finì gli studi e si dedicò al giornalismo ed alla composizione d’opere di varia natura e valore. Nel 1882 pubblicò le raccolte poetiche Canto Novo e Intermezzo. Fu uno degli interpreti più abili delle correnti di pensiero e delle mode letterarie europee, tra le quali l'esasperato sensualismo, l'estetismo raffinato e paganeggiante (Il Piacere, 1889), la tendenza ad ignorare la realtà sociale a favore di un mondo spirituale elevato ed esclusivo. Riuscì quindi a proporsi con successo sia nel mondo letterario che in quello mondano, mettendo in atto quell'estetismo (non privo di scandali e polemiche) che il Decadentismo europeo aveva da poco concepito.
Nel 1882 sposò la duchessina Maria Hardouin di Gallese e nel 1891, dopo aver avuto tre figli, si trasferì a Napoli dove collaborò al "Corriere di Napoli". Qui iniziò una relazione con Maria Anguissola, principessa Gravina. Nel 1892 pubblicò il romanzo L'Innocente e la raccolta di liriche Elegie Romane; nei due anni seguenti pubblicò anche la raccolta di liriche Poema Paradisiaco e il romanzo Trionfo della Morte.
Nel 1895 collaborò con la rivista "Il Convito" che lo mise in contatto con il gruppo antidemocratico dei simbolisti europei; scrisse la "Vergine delle rocce" ispirato da un viaggio in Grecia sullo yacht di Scarfoglio.
Nel 1897 iniziò la frequentazione con Eleonora Duse, partecipò alle elezioni e fu eletto deputato con un programma di chiara impostazione nazionalistica. Nel 1899 l'opera teatrale La Gioconda, interpretata dalla Duse, ottenne un gran successo; l'anno dopo invece il romanzo Il Fuoco suscitò scandalo per le spregiudicate rivelazioni sugli amori con la Duse. Nel 1903 pubblicò i primi tre libri delle Laudi (Maia, Elettra, Alcyone).Nel 1904 l'opera teatrale La figlia di Jorio ottenne un gran successo; continuava a produrre per il teatro (1905, La fiaccola sotto il moggio, 1908, La nave), coltivava più relazioni amorose, si circondava di lussi d’ogni genere e si dava a spese smodate. Ad un certo punto, non potendo più tenere a bada i creditori, fu costretto ad abbandonare l'Italia (ma egli parlerà di "volontario esilio").Nel 1910 fu a Parigi e ad Arcachon (in riva all'Atlantico) e scrisse in francese Le martyre de Saint Sébastien; nel 1913 compose le Canzoni per le gesta d'Oltremare ad esaltazione dell'impresa libica (costituiranno il quarto volume delle Laudi intitolato Merope). Le nuove amanti furono una russa ed una pittrice americana.
Nel 1915 ritornò in Italia per partecipare attivamente alla propaganda interventista; durante il primo anno di guerra rimase ferito ad un occhio durante un atterraggio di fortuna e in queste condizioni, con gli occhi bendati e servendosi di strisce di carta contenenti una sola riga, iniziò a scrivere Il Notturno.
Terminata la I Guerra Mondiale (durante la quale aveva preso parte ad imprese strepitoso quali la beffa di Buccari e il volo su Vienna), il suo gusto per i grandi gesti lo portò, nel 1919, ad occupare Fiume insieme con un gruppo di volontari: la abbandonerà in seguito all'intervento dell'esercito italiano. Si trasferì quindi a Villa Cargnacco, sul lago di Garda, che trasformò nel "Vittoriale degli Italiani". Nel 1924 pubblicò il primo dei due volumi de La Faville del maglio; il secondo sarà pubblicato nel 1928.Nel 1937 fu nominato presidente dell'Accademia d'Italia da Benito Mussolini, e celebra la conquista dell’Abissinia con i versi e le prose di Teneo te Africa.
La sua attività [FM1]politica, quella mondana (tra cui spicca la relazione con la Duse), come quella letteraria, fecero di D'Annunzio una sorta di "maestro di costume", un atteggiamento che avrebbe spinto molti a confondere l'eroismo con la violenza e la prevaricazione.
Morì nel 1938 d’emorragia celebrale il primo Marzo in Villa Cargnacco.
-L’OPERA
Pubblicato nel 1889 è il primo dei tre Romanzi della Rosa. La Rosa allude alla voluttà, tema comune ai tre romanzi.
D’Annunzio volle rappresentare quella vita di mondanità romana, alla quale egli stesso aveva preso parte. Poteva riuscire, questo, un romanzo descrittivo, con molti personaggi guardati dal di fuori, ma qui lo scrittore non poteva prescindere, come nelle novelle rusticane, dalla propria persona: nel mondo da rappresentare egli c’era stato, e quel che più gli premeva ora di esprimere era appunto quella sua drammatica persona già adombrata nell’Intermezzo.
Anzi il vero motivo ispiratore del Piacere non è la vita mondana di Roma in generale, ma la vita di un uomo solo in quell’ambiente, di Andrea Sperelli, che è il romanziere stesso. Sopra ogni altra cosa il poeta sentiva, in quel momento, il bisogno di dire le vicende interne della propria persona, che non avevano trovato una forma adatta nella lirica. Nella novella e nel romanzo egli o doveva intonarsi dall’ambiente (e ciò gli riuscì benissimo in molti racconti), o doveva esprimere particolarmente la propria vita interna, il dramma della propria sensualità. Nel romanzo, la via che naturalmente egli seguì fu quest’ultima. In primo luogo, perché aveva bisogno di confessarsi e analizzarsi; poi, perché aveva davanti, come modello, la forma del romanzo psicologico imperniato sopra un individuo singolare, quale egli stesso sentiva d’essere.
Il protagonista del Piacere è “Andrea Sperelli, ammalato di egoismo estetico, che dall’esaurimento stesso del Piacere e dalle amarezze onde gli affatica il corpo, ne intende la vanità e la miseria”. Il Piacere è il romanzo “della lotta di una mostruosa Chimera estetico-afrodisiaca col palpitante fantasma della vita nell’anima di un uomo”: Andrea Sperelli d’Ugenta è solo e libero, ricco di un discreto patrimonio; è un intellettuale, mezzo artista e raffinato amatore d’arte; giovane e bello, sensuale, mondano, senza alcun vincolo o freno morale; ed ha nel romanzo due amori: uno per donna Elena Muti Scerni, un altro per una creatura molto diversa dalla prima, donna Maria Ferres; il primo amore però distrugge il secondo: quello più sinceramente sensuale annichila l’altro, intessuto di una certa idealità. Elena Muti domina il protagonista, prima e durante l’altro amore, ed è insieme la figura di donna che appare più chiaramente disegnata. Chiaramente del tutto no; come non del tutto chiaro è lo Sperelli stesso in questo suo amore.
Lo svolgimento dell’amore tra Elena e Andrea doveva essere manifestato concretamente, perché un’altra grossa oscurità fosse evitata: un bel giorno Elena si distacca dall’amante e va a risposarsi, per ragioni puramente economiche, con un uomo ricco.
Se, intanto, l’amante sensuale, Elena, non è chiara, addirittura falsa, voluta per forza è l’altra, l’amante buona e santa, Donna Maria Ferres. Dovrebbe essere una creatura ricca di tutte le più nobili doti dell’anima; dovrebbe essere, pur nell’infelicità del suo matrimonio, una donna riluttante all’adulterio fino allo schianto di tutta la persona. Invece, quello che di lei appare evidente sta solo in alcuni atteggiamenti di pudore delicatissimo e di resistenza tenace al fascino della colpa e al desiderio che ella ha dell’uomo. Il D’Annunzio sa cogliere questi momenti sensuali, rafforzati dal pudore, nell’anima femminile. Ma essi non bastano a giustificare, per Donna Maria, tutto quello che si dice delle sue angeliche virtù e della sua quasi sovrumana anima. L’amore di Andrea per lei sorge in un periodo di convalescenza, in seguito ad una ferita riportata in un duello; quando egli ha dimenticato, o crede di aver dimenticato Elena, e tutto il suo essere si dissolve in quella tenerezza che non è rara nei convalescenti. Così la figura della donna riesce sublimata nell’animo del giovane per uno speciale concorso di circostanze; rivela a lei il suo amore in un momento di grande esaltazione, di lirismo, durante una passeggiata tra il verde, i fiori e le fontane.
Ma chi è Donna Maria a prescindere dalla descrizione che di lei fa l’innamorato? Il D’Annunzio, non vedendo in alcun modo la donna per sé stessa; la presenta a noi come la vede Andrea, vale a dire come un angelo. E potrebbe essere tale. Ma la bontà di Donna Maria, rappresentata direttamente dal D’Annunzio, è tutta falsa; e basta leggere il diario di lei per sorridere o disgustarsi di una bontà che ostenta tanto per sé stessa. E ciò è strano perché il D’Annunzio per sua natura, non fece quasi mai parlare i personaggi del romanzo. Il diario, comunque, getta la luce della sua falsità su tutta la figura di lei.
I due amori alla fine s’intrecciano, ed è questa senza dubbio la parte migliore del romanzo. Elena ritornando a Roma dopo il nuovo matrimonio, va a ritrovare Andrea, non però per riprendere la vecchia relazione. Non si capisce bene perché vada da lui, giacché l’autore esprime con la seguente enumerazione di generalità lo stato di lei, e non si rileva niente:
I presentimenti oscuri, i turbamenti occulti, i segreti rimpianti, i timori superstiziosi, le aspirazioni combattute i dolori soffocati, i sogni travagliati, i desiderii non appagati, tutti quei torbidi elementi che componevano l’interior vita di lei ora si rimescolavano e tempestavano.
Forse Elena ritorna per una volta sola da Andrea per il fascino della vecchia passione, per curiosità, incerta essa stessa di ciò che potrebbe accadere in tale incontro; ma tutto questo non appare. Invece la sua figura acquista molto maggior rilievo quando, accortasi della nuova fiamma di Andrea, ma sicura d’altra parte della sua superiorità sulla rivale, ella diventa fredda, perfida e vendicativa, distruggendo volontariamente in sé quel poco che dell’amore passato forse ancora restava: lusinga e delude Andrea con una raffinata crudeltà, lo attrae e lo scaccia, lo accende di una sfrenata gelosia, mettendogli di fronte una rivale temibile. La persona di Andrea riacquista sincerità ed immediatezza in questi momenti di desiderio e gelosia, dai quali sorge spontaneo perfino un impulso criminoso. Infine, quando nella prima notte d’amore con Maria, Andrea, nell’impeto della passione, si lascia sfuggire l’invocazione di Elena, tutto crolla e Maria, inorridita, fugge.
Questa è la linea generale del romanzo; la personalità di Andrea è poi completata dal suo amore ed esercizio dell’arte, l’incisione e la poesia, e dal suo estetismo in generale. Vi è nel romanzo un accumulo di erudizione estetizzante: si parla di Goethe, Byron e Shelley, Mozart, Bach e Beethoven, e di molti altri.
La centralità del romanzo è costituita dal duplice amore di Andrea, e ogni altra cosa avrebbe dovuto passare in secondo piano, ma il D’Annunzio, soprattutto nella rappresentazione di oggetti, eccede nella descrizione. L’estetismo erudito, pur dovendo servire a mettere meglio in evidenza il carattere del protagonista, non doveva essere messo in primo piano, con descrizioni minute. Tutto ciò potrebbe derivare da mancanza di concentrazione; deriva dal fatto che D’Annunzio non è stato tanto assorbito dal dramma interno delle persone, da veder sparire i contorni precisi delle cose esteriori.
L’impressione maggiore che il lettore ha è quella di una larga e continua descrizione di cose e paesaggi: egli ricorda di aver visto molto, visto, proprio, con gli occhi. Molto belli sono tutti i paesaggi, soleggiati e ridenti la maggior parte, di Schifanoia. Ma i paesaggi che più abbondano, e che sono tutti impregnati d’un senso particolare, insistente, suggestivo, sono quelli di Roma; il grande amore di Sperelli era Roma:

…non la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme, dei Fori, ma la Roma delle Ville, delle Fontane, delle Chiese. Egli avrebbe dato tutto il Colosseo per la Villa Medici, il Campo Vaccino per la Piazza di Spagna, l’Arco di Tito per la Fontanella delle Tartarughe. La magnificenza principesca dei Colonna, dei Doria, dei Barberini l’attraeva assai più della ruinata grandiosità imperiale…
Il D’Annunzio sente questo fascino di Roma cattolica, di Roma del Cinque e Seicento, magnifica ed esuberante nella sua sensualità raffinata ed insaporita da una religione quale è il cattolicesimo papale; sente questo fascino afrodisiaco-estetico, largo, possente, avvolgente, di Roma: quel fascino che esalta e allo stesso tempo deprime, con un senso nostalgico di dolcezze e voluttà ormai defunte. Non si può rivedere Roma senza sentire il fascino particolare della città arricchito dall’interpretazione d’annunziana. Mi ha molto colpito una descrizione di Roma:
…Pioveva. Per qualche tempo egli rimase con la fronte contro i vetri della finestra a guardare la sua Roma, la grande città diletta, che appariva in fondo cinerea e qua e là argentea tra le rapide alternative della pioggia spinta e respinta dal capriccio del vento in un’atmosfera tutta egualmente grigia, ove ad intervalli si diffondeva un chiarore, subito spegnendosi, come un sorridere fugace. La piazza della Trinità dei Monti era deserta, contemplata dall’obelisco solitario. Gli alberi del viale lungo il muro che congiunge la chiesa alla Villa Medici, si agitavano già seminudi, nerastri e rossastri al vento e alla pioggia. Il Pincio ancora verdeggiava, come un’isola in un lago nebbioso…
Ma, dopo la pioggia, a poco a poco, si diffonde sulla città la luminosità dell’ottobre romano:
…Roma appariva d’un color d’ardesia molto chiaro, con linee un po’ indecise, sotto un cielo di Claudio Lorenese, umido e fresco, sparso di nuvole diafane in gruppi mobilissimi, che davano ai liberi intervalli una finezza indescrivibile, come i fiori danno al verde una grazia nuova. Nelle lontananze, nelle alture estreme l’ardesia andavasi cangiando in ametista. Lunghe e sottili zone di vapore attraversavano i cipressi del Monte Mario, come capigliature fluenti in un pettine di bronzo. Prossimi, i pini del Pincio alzavano li ombrelli dorati. Su la piazza l’obelisco di Pio VI pareva uno stelo d’agata. Tutte le cose prendevano un’apparenza più ricca, a quella ricca luce autunnale. –Divina Roma!…
C’è qui la tristezza di chi si sente diviso dalla donna amata, come per l’effetto di una forza oscuratrice; e poi, quell’oscurità dileguata, si precipita con rinnovato amore tra le braccia di lei. Ecco, in pochi tratti, una notte su Roma:
…Andrea seguitò giù per la Fontanella di Borghese e per i Condotti verso la Trinità. Era una notte di gennaio fredda e serena, una di quelle prodigiose notti jemali che fanno di Roma una città d’argento chiusa in una sfera di diamante. La luna piena, a mezzo del cielo, versava la triplice purezza della luce, del gelo e del silenzio…
Un’altra mirabile notte è quella in cui Andrea, aspettando Elena alla porta dei Barberini, compone quell’assurda fantasia sulla venuta di Donna Maria. E questo può essere considerato un simbolo dell’arte d’annunziana: il simbolo della caduta che fa il poeta, quando passa dal paesaggio all’uomo.
Come giudizio conclusivo si può affermare che Il Piacere sia il più riuscito romanzo del D’Annunzio. E’ soprattutto un romanzo “ingenuo”: vale a dire che l’autore ritrasse in esso, più o meno bene, un mondo psicologico da lui in gran parte realmente vissuto nella fantasia.
D’Annunzio per ciò che riguarda la psicologia delle persone, sbagliò, eccedette, cadde perfino nell’astrazione, ma conservò nelle parti buone un tocco fresco e vivace, non inaridito mai dalla pretesa di arrivare ad una catastrofe prestabilita.
COMMENTO
Personalmente sono stata colpita dal personaggio dell’esteta quale è Andrea Sperelli; è la prima volta che D’Annunzio presenta un modello di eroe decadente che mi ricorda per esempio Oscar Wilde e si può dire che ciò sia il risultato dell’esperienza personale di D’Annunzio e, come dicevo, influenze straniere. Per le vicende del romanzo Andrea, l’esteta, risulta infine sconfitto e le sue aspirazioni restano irrealizzate.
Inoltre, il romanzo è ambientato in una Roma decadente con la sua bellezza sfiorita e misteriosa, simbolo di una civiltà al tramonto, e sono rimasta impressionata dalle descrizioni magnifiche che D’Annunzio fa, riuscendomi a trasportare con il pensiero nel luogo che sta descrivendo, in quel momento, nella medesima situazione; questi momenti sono per me vere opere d’arte che per trasmettere quelle bellissime sensazioni non hanno bisogno di essere collocati nel preciso contesto in cui si trovano, ma possono essere letti come parti a sé.
[FM1]

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