Il Gattopardo di G. Tomasi di Lampedusa

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Testo

RECENSIONE:
IL GATTOPARDO
TITOLO: Il Gattopardo
AUTORE: Giuseppe Tomasi di Lampedusa
EDITORE: De Agostini
DATA DI EDIZIONE:1985
LUOGO DI EDIZIONE: Novara
NUMERO PAGINE: 370
PREZZO: Lit 16000
La vicenda narrata in questo romanzo si svolge nella Sicilia della seconda metà dell’Ottocento, più precisamente tra il maggio 1860 (periodo delle lotte garibaldine per liberare il Regno delle due Sicilie dai Borboni e per annetterlo a quello di Sardegna) e il maggio 1910. Spesso la narrazione è sospesa per lunghi periodi di tempo: inizialmente mesi, poi verso la fine per lunghi anni.
Il narratore (probabilmente di metà Novecento) è esterno e palese, perché talvolta commenta la vicenda e talvolta attua dei paragoni tra l’epoca che narra e quella in cui vive. La focalizzazione è variabile poiché il narratore conosce il punto di vista di alcuni personaggi (quali per esempio il Principe).
Il protagonista del romanzo è (come è deducibile dal titolo) il Gattopardo (quest’ultimo in realtà è solo il simbolo del casato), ovvero il Principe Fabrizio Salina, grande proprietario terriero della Sicilia, possedeva, infatti, numerosi feudi. Era un uomo all’apparenza piuttosto austero e autoritario, ma in fondo piuttosto buono. Fisicamente imponente, con occhi azzurri e capelli biondi a causa dell’origine tedesca della madre. Grande appassionato delle scienze, soprattutto della matematica e dell’astronomia, che era in grado di tranquillizzarlo. Era sposato con Maria Stella dalla quale aveva avuto sette figli (quattro maschi e tre femmine) e che aveva frequentemente tradito con donne più giovani, dalle quali otteneva la carnalità che la moglie non era in grado di offrirgli, perché troppo legata alla religione.
La vicenda cominciò in piena rivoluzione, presso Villa Salina a Palermo. Durante il primo giorno narrato, Don Fabrizio tradì la moglie andando con una prostituta di Palermo. Padre Pirrone (il prete di casa Salina) sapeva delle scappatelle del suo padrone e lo rimproverò a lungo anche di questa. La mattina fece la sua comparsa all’abitazione del Gattopardo, il suo tanto amato nipote Tancredi Falconieri. Egli era un bel giovane, noto soprattutto per le sue frequentazioni poco raccomandabili, ma era in ogni modo il pupillo di Don Fabrizio, che lo adorava forse anche più dei suoi figli. Era venuto a salutare la famiglia e a comunicare allo zio (che non fu certo contento della notizia, in quanto era a favore del dominio borbonico) che sarebbe andato a lottare, insieme a numerosi contadini, per la liberazione della Sicilia dai Borboni. Dopo la notizia dell’arrivo di Garibaldi a Marsala, la narrazione, attraverso un’ellissi, passa all’agosto di quello stesso 1860 e alla permanenza dei Salina (compreso Tancredi) nella loro villa estiva, presso Donnafugata. Il viaggio durato ben tre giorni, fu davvero straziante, ma all’arrivo trovarono una calorosa accoglienza. In quel primo giorno di vacanza, Don Fabrizio ricevette la triste notizia che un borghese del luogo, Don Calogero Sedàra, aveva accumulato ricchezze pari alle sue. Durante quella giornata il Principe venne anche a sapere quali sentimenti provava per Tancredi sua figlia Concetta, convinta che anche il suo amato ricambiasse. Il padre non si rivelò assolutamente entusiasta, convinto che la figlia fosse troppo timida e riservata per diventare la compagna di un uomo così impegnato politicamente, come lo era suo nipote. La vita di quest’ultimo, cambiò quella sera stessa e non certo per la felicità della cugina innamorata.
Quel giorno, al palazzo, era stata organizzata una cena alla quale erano stati invitati alcuni donnafugatesi, tra cui Don Calogero (che Don Fabrizio da quel giorno cominciò a disprezzare) e sua figlia Angelica. Quest’ultima si rivelò essere una bellissima ragazza diciassettenne e, oltre ad essere attraente, era anche piuttosto colta e raffinata. Lasciò tutti i presenti senza parole, tutti compreso Tancredi che parlò tutta la sera con la bella ospite e da quel giorno la corteggiò. Concetta da quel momento divenne molto più scortese nei confronti del cugino.
Da questo momento la narrazione subisce un altro salto temporale e si passa ad ottobre.
Il Principe era molto preoccupato per la situazione politica e per i problemi in famiglia.
Ricevette poi dal nipote, che era ripartito, una lettera nella quale confessava il suo grande amore per Angelica e pregava lo zio di chiedere al padre la sua mano.
Dopo il plebiscito, nel quale votò sì anche Don Fabrizio (che riteneva che l’unico modo per non cambiare le cose fosse quello di modificarle), si stabilì che la Sicilia sarebbe stata annessa al Regno di Sardegna.
Ben presto il Gattopardo chiese, per conto di Tancredi, la mano di Angelica a Don Calogero, il quale gliela concesse dopo aver sentito anche il parere della figlia.
Durante l’incontro, il Principe fu nuovamente disgustato dalla volgarità e dall’ignoranza del suo ospite. La sua opinione su Sedàra si modificò parzialmente, in quanto, vedendolo molto di frequente, si era ormai abituato a tutti i suoi difetti. Col tempo finì col chiedere all’uomo consigli nel campo degli affari, consigli che spesso si rivelavano utili.
Intanto, Angelica aveva fatto anche la sua visita a casa Salina come fidanzata di Tancredi. Probabilmente lei non lo amava, le piaceva fisicamente e vedeva in lui la possibilità di entrare a far parte della nobiltà siciliana. Non le importava troppo della sua cultura o del suo impegno politico.
Qualche tempo dopo fece il suo rientro a casa anche il suo promesso sposo, accompagnato da due amici conosciuti nell’esercito del Regno di Sardegna, del quale facevano parte. Durante quel periodo Angelica e Tancredi passavano molto tempo insieme nelle stanze più sconosciute del palazzo di Donnafugata; mentre uno degli amici del ragazzo tentava di sedurre Concetta, che però non ricambiava i sentimenti dell’innamorato.
Dopo la permanenza di padre Pirrone al suo paese natale, per celebrare l’anniversario di morte del padre, il narratore passa a raccontare del ballo al quale parteciparono i Salina.
La famiglia, si recò al completo con Tancredi e la sua compagna già sposati, presso i Ponteleone. Durante tale ricevimento, Angelica figurò come grande e soprattutto bella esperta d’arte, mentre Don Fabrizio fu l’unico ad annoiarsi. Era malinconico, depresso, di malumore e si mise addirittura a pensare alla propria morte. Questa lo colpì una ventina di anni dopo, quando era settantatreenne.
Era appena stato a Napoli per una visita, quando stremato, i suoi familiari lo portarono in un albergo di Palermo. Prima di morire ripensò a tutto ciò che di buono aveva passato nella sua vita e non fu probabilmente troppo soddisfatto.
Nell’ultima parte del romanzo sono ritratte le tre figlie di Don Fabrizio: Concetta, Carolina e Caterina, rimaste zitelle. Sono ormai settantenni e alla prese con alcuni problemi con la chiesa. La meglio descritta è Concetta, alle prese con i suoi turbamenti dovuti sia al presente che ai ricordi del passato. A peggiorare ulteriormente il suo stato psicologico fu la notizia che probabilmente Tancredi non l’aveva mai odiata, anzi, provava qualcosa per lei. Capì che la sua vita era stata uno sbaglio, e la causa di ciò era solo lei e non gli altri, come le faceva comodo pensare.
Attraverso l’analisi del romanzo di Tomasi di Lampedusa emergono diverse tematiche che l’autore ha desiderato evidenziare. In primo luogo un tema molto ricorrente è quello della morte inevitabile per chiunque. Insieme con questo emerge spesso il disfacimento degli individui (alla morte pensa frequentemente il Gattopardo nei momenti di maggiore tristezza e solitudine).
Inoltre, credo che sia sottolineato il carattere dei siciliani, tutti parecchio presuntuosi, sicuri di sé e molto tradizionalisti. Non molto disposti a cambiare le cose, perché probabilmente impauriti da ciò che non conoscono.
Penso anche che possa emergere l’odio, o comunque il disprezzo che provano i nobili nei confronti dei borghesi (nel romanzo Don Fabrizio e Don Calogero rappresentano le due categorie).
Infine nel romanzo è evidente l’ascesa, durante quel periodo, di questa classe borghese contro la perdita di potere di quella nobiliare. La causa di tale fenomeno è che la classe in crescita è più attiva, più intraprendente, più motivata a ottenere vittorie, nonostante sia forse più volgare dell’altra.
Il mio giudizio personale dell’opera è buono. L’aspetto che ho maggiormente apprezzato è stata la sua abilità nel rendere bene il Principe Salina, rappresentante di tutti i siciliani, con tutte le loro caratteristiche generali, mantenendone comunque di originali.
I difetti dell’opera sono, secondo me, la mancanza di una vera e propria trama ricca di avvenimenti, che magari avrebbe potuto alleggerire un po’ la narrazione, che in alcuni tratti diventa piuttosto pesante, quando si sofferma nelle lunghe descrizioni dei paesaggi e di tutti i loro minimi dettagli.
Sono invece più interessanti quelle degli stati d’animo dei personaggi. Soprattutto quelli di Don Fabrizio, spesso contrastanti e diversi secondo la situazione in cui si trova. In alcuni momenti i pensieri del Principe sanno anche far sorridere.

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