"Fontamara" di Ignazio Silone

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale
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Testo


TITOLO: “Fontamara”
AUTORE: Ignazio Silone
ANNO di PUBBLICAZIONE: 1933
BIBLIOGRAFIA e NOTIZIE sull’ AUTORE: Ignazio Silone nasce a Piscina d’ Aquila nel 1900. La sua vita è caratterizzata da disgrazie fin dall’infanzia; infatti nel 1903 suo padre emigra in Brasile dopo aver perduto le sue terre a causa di un’alluvione.
Dal 1906 al 1910 frequenta le scuole elementari nel seminario della sua diocesi, mentre poi si reca a Reggio Calabria per frequentare il liceo. Nel 1914 sua madre muore e nel giro di un anno perde anche il padre e cinque fratelli a causa di un terremoto.
Nel 1916, per terminare gli studi, entra nell’istituto “Pio X” di Roma dal quale viene espulso.Si trasferisce a Sanremo e durante questi anni inizia la sua formazione individuale. Nel 1921 entra nei fondatori del PCI e si reca per la prima volta a Mosca. Nel 1922 diventa redattore del quotidiano “Il lavoratore” di Trieste. Nel 1923 compie alcune missioni all’estero e, sia in Francia che in Spagna, viene imprigionato.
Nel 1925 ritorna in Italia e si occupa dell’ufficio stampa del PCI accanto ad Antonio Gramsci. Nel 1930 scrive “Fontamara”. Nel 1931 esce dal PCI. Nel 1934 scrive una raccolta di racconti intitolata “Un viaggio a Parigi”, nel 1936 “Pane e vino” e fonda le “Nuove edizioni di Capolago”. Nel 1937 scrive il saggio “La scuola dei dittatori” e nel 1938 scrive “Nuovo incontro con G.Mazzini”.
Nel 1939 riprende la milizia nel PSI, mentre nel 1940 scrive “Il seme sotto la neve”.
Nel 1941 si sposa con una giornalista inglese e due anni più tardi scrive “Ed egli si nascose”. Nel 1945 ritorna a Roma dove nel 1951 scrive il romanzo “Una manciata di more”. Nel 1956 viene pubblicato il romanzo “Il segreto di Luca”, nel 1957 i saggi “Letteratura e politica”, nel 1958 le lettere scambiate con uno scrittore russo con il titolo “Un dialogo difficile”. Nel 1965 viene pubblicato “Uscita di sicurezza” e nel 1966 scrive “L’ avventura di un povero cristiano”.
Ignazio Silone muore a Zurigo nel 1978, ma nel 1981 viene pubblicato ancora un suo romanzo intitolato “Severina”.

Gli avvenimenti narrati in questo libro si svolgono nel corso di un’estate a Fontamara, ma non è precisato il periodo storico. Ciò nonostante si può facilmente dedurre che i fatti sono ambientati durante il periodo di ascesa del fascismo, come si può vedere nel testo dove dice “…era una novità di pochi anni. Sono essi i cosiddetti fascisti”. Nemmeno il luogo ove si svolge la vicenda è descritto rigorosamente, anche perché Fontamara è un nome inventato; in realtà nella fantasia dell’autore Fontamara rappresenta la sua contrada nativa (Piscina) “…a settentrione del lago e a mezza costa tra la collina e la montagna”. Fontamara assomiglia a ogni villaggio del sud, fuori dalle vie del traffico e quindi arretrato, misero e abbandonato.
Solo nella prefazione c’è qualche cenno riguardante l’aspetto del paese il quale viene definito come un insieme di un centinaio di cosucce quasi tutte a un piano, irregolari, annerite dal tempo e con i tetti malcoperti da tegole e rottami. La parte superiore del paese è invece dominata dalla chiesa, dal suo campanile e da una piazzetta; ai fianchi di questa vi sono stretti viali laterali “scoscesi, brevi,coi tetti delle case che quasi si toccano e lasciano appena scorgere il cielo”. Con la descrizione di questo ambiente misero, l’ autore non vuole suscitare né pietà né disgusto, ma al contrario vuole rendere questo racconto una fedele testimonianza di come fosse il mondo allora, delle condizioni in cui erano costretti a vivere i protagonisti della vicenda, vale a dire i contadini o come li definisce Silone, i cafoni. Il racconto, infatti, narra di come i Fontamaresi siano sempre vittime di imbrogli.
Durante la narrazione non emerge mai un protagonista principale; tutti i contadini conducono la stessa vita e quindi ogni mattina, prima dell’alba, gli uomini si recano a lavorare le proprie terre oppure si mettono al servizio di altri contadini più “ricchi” e la sera fanno ritorno presso le loro famiglie. Nulla nella vita di questi uomini cambia mai e la loro sopravvivenza è legata alla fatica e al sudore delle loro fronti ogni giorno di più. Verso la metà del racconto però, compare un personaggio che, a causa della sua condizione e del suo improvviso mutamento di carattere, si distingue dagli altri cafoni: si tratta di Bernardo Viola, un uomo che aveva perso la sua terra e che aveva sempre lottato contro un destino meschino; questo era un uomo dal carattere molto violento ed autoritario e il suo successo in paese era legato soprattutto ai più giovani, i quali vedevano in lui una guida ed un punto di riferimento. Bernardo era infatti un uomo molto forte e la sua potenza fisica lo aiutava a suscitare soggezione nella gente e ciò lo rendeva ancor più feroce e sicuro di sé nell’ affrontare chiunque lo istigasse; improvvisamente, però, Bernardo cambia, diventa più tranquillo, più attento ai suoi affari e ciò è dovuto ad una donna che ebbe la fortuna di conoscere. Questa donna, che è considerata la più bella del paese, si chiama Elvira ed è molto importante in rapporto alla figura di Bernardo in quanto il cambiamento di quest’ultimo è stimolato dall’interessamento di lei nei suoi confronti. Bernardo infatti racchiude nella sua vicenda la tematica dell’amore, dell’onore e della terra. Proprio quest’ultima, la terra, era considerata come una “specie di sacramento. Fra la terra e il contadino è come fra marito e moglie”. Quindi Bernardo non poteva farsi prendere dai sentimenti fino a quando non fosse riuscito ad acquistare una terra in grado di garantirgli la sussistenza e ciò per una questione di dignità e onore, arricchite oltretutto, dalla sua grande lealtà.
Bernardo allora si mette a coltivare un terreno di montagna, ma ogni suo tentativo di dimostrarsi e realizzarsi quale uomo, viene annullato a volte dalla natura e a volte dal destino che sembra averlo preso di mira. Dopo questo susseguirsi di delusioni decide di recarsi a Roma, ma il suo viaggio non rappresenta l’abbandono delle sue intenzioni, bensì egli è convinto di restare in città solo per guadagnare quei soldi che gli permettano di comprare della terra coltivabile al suo paese. Per l’ennesima volta le sue aspettative non si realizzano, tant’ è vero che viene addirittura messo in carcere. Da Roma Bernardo non torna più; dopo essere stato tradito da un cittadino muore per le torture subite. Egli non reagisce alle torture sia
perché non vuole tradire il suo traditore, sia perché è venuto a conoscenza della morte di Elvira e infine perché è convinto che questa rappresenti per lui l’unica alternativa. Questo, che può passare per un gesto di vigliaccheria, al contrari è l’ ultima conferma dell’ estrema lealtà di Bernardo che infatti dice “E se io tradisco, tutto è perduto. Se io tradisco la dannazione di Fontamara sarà eterna. Se io tradisco passeranno ancora centinaia di anni prima che una simile occasione si ripresenti. E se muoio? Sarò il primo cafone che non muore per sé, ma per gli altri.” Queste frasi mi hanno particolarmente colpito dato che dimostrano la perenne lealtà di Bernardo nonostante i continui torti e imbrogli subiti. Quegli stessi imbrogli che hanno subito sempre tutti gli abitanti di Fontamara: prima il taglio della corrente elettrica, poi la beffa da parte dell’ impresario per la questione della spartizione dell’acqua, poi l’assalto dei fascisti e, infine, la comunicazione per l’assegnazione delle terre. Da tutto ciò scaturisce la delusione degli abitanti nei confronti di qualsivoglia autorità e, nonostante la loro profonda fede religiosa, anche verso il parroco Don Abbacchio il quale non aveva celebrato il funerale di un loro compaesano.
La loro profonda delusione è dovuta soprattutto al comportamento di Don Circostanza, il loro presunto protettore, che in realtà li ha sempre traditi. I Fontamaresi si sentono oppressi da un Governo che non da loro alcun rispetto, anzi, secondo loro “…ogni governo è sempre composto da ladri.”
Neanche la legge offre loro protezione, anche perché i cafoni non la possono comprendere. Se osano protestare e chiedere spiegazioni, viene loro risposto “Ma l’impresario è podestà e voi non potete impedirgli di fare il podestà.”
Come già detto Silone voleva lasciare con la sua opera una testimonianza sulla sua gente e dunque sceglie di essere un cafone, di schierarsi dalla parte dei cafoni e di scrivere come un cafone; per far ciò affida la narrazione del suo racconto a tre contadini fuggiti da Fontamara dopo le violenze dei fascisti. Così le voci del padre, della madre e del loro figlio si alternano e diventano la voce interiore dell’ autore che si appropria del loro punto di vista. Logicamente Silone non può esprimersi come un cafone ed è quindi costretto a scrivere in italiano, per consentire ai lettori di capire, ma bisogna comunque dire che il linguaggio usato è privo di preziosismi.
Credo che su questo libro abbia inciso il percorso politico dello scrittore e che non casualmente ci siano dei pregiudizi verso il Governo; infatti il Comunismo al quale egli aveva molto creduto era non meno autoritario ed oppressore di quanto non lo fosse il Fascismo piuttosto che qualsiasi altro regime totalitario. L’autore con questo libro è riuscito a esprimere un concetto molto astratto quale è quello del fascismo, in maniera molto concreta utilizzando una terminologia semplice, spiegando chiaramente un concetto ed una storia per volta, senza fare allusioni, in modo tale da rispecchiare maggiormente il chiaro linguaggio dei cafoni; inoltre vi sono spesso riferimenti a detti popolari come ad esempio “Albero spesso trapiantato, mai di frutti è carico”. Il tono del discorso è alleggerito dal continuo alternarsi del discorso diretto con la narrazione. Infine bisogna dire che nonostante il discorso sia spessissimo diretto, non appare mai confuso o noioso data l’assenza di ridondanze e preziosismi; tutto ciò è forse dovuto al fatto che i narratori sono proprio tre contadini ed, infatti, nessuno meglio di loro avrebbe potuto illustrarci la situazione reale dell’epoca.

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