Il Deserto dei Tartari

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale

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Testo

DOMANDE:
1) Breve analisi del tempo
2) Breve analisi dello spazio
3) Tipologia dei personaggi
4) “La vita come attesa, la vita come inganno, la vita come lotta”, sono i tre nuclei tematici riscontrabili nel romanzo. Discutine portando argomenti a favore o contro.
5) Nell’ultimo capitolo c’è forse il vero significato dell’opera. Discutine.
6) Dato il periodo storico in cui fu scritto si possono riscontrare, a tuo parere, elementi autobiografici o comunque politici?
RISPOSTE:
Nel romanzo "Il Deserto dei Tartari" di Dino Buzzati, il tempo svolge un ruolo predominante: si identifica, infatti, nell'antagonista di Giovanni Drogo e con la principale causa del suo dramma e del suo costante senso di oppressione.
Ciò è verificabile sin dai primi capitoli: la quotidianità delle giornate che inesorabilmente trascorrono, è sempre maggiore.... "Ieri e 1 'altro ieri erano eguali, egli non avrebbe più saputo distinguerli. un fatto di tre giorni prima o di venti finiva per sembrargli ugualmente lontano".
Ecco che per il protagonista inizia, come la definisce lo stesso autore, la fuga del tempo: il trascorrere di quest'ultimo, di capitolo in capitolo, sembra non seguire più una linea cronologica e sequenziale.
Sono individuabili a mio parere due diverse sezione nel romanzo per quanto riguarda questo tema: la prima narra la giovinezza dell'ufficiale, la seconda, invece, la vecchiaia.1 primi anni trascorsi tra le mura della Fortezza Bastiani vedono, infatti, "il fermarsi dell'esistenza di Drogo", e il continuo logorarsi dell'ambiente spaziale che lo circonda: "Il fiume del tempo passava sopra la fortezza, screpolava le mura, trascinava in basso polvere e frammenti di pietra...., ma su Drogo passava invano,. non era ancora riuscito ad agganciarlo nella sua fuga". La monotonia pervade tutte le giornate dell'ufficiale che diventano per lui sempre più uguali: ecco quindi che egli perde la cognizione del tempo e la sua giovinezza velocemente e, soprattutto, inconsciamente trascorre.
I rari casi, in cui sembra che l'arrivo dei famigerati Tartari sia vicino, fanno rimandare a Drogo la richiesta per il suo trasferimento, che si deciderà troppo tardi a formulare.
Ecco che quindi nasce la seconda fase della sua vita: ora il tempo incomincia a trasportare con se anche il protagonista che allargando il proprio sguardo oltre i limiti imposti dalla fortezza, si accorge che effettivamente "niente sembra mutato" e che la sua era solamente una cecità mascherata dalle proprie aspettative per il domani.
Il domani, tuttavia, è improvvisamente giunto; sono passati ben quindici anni, ma le sue speranze tardano ancora ad essere esaudite: "Le montagne - invece - sono rimaste identiche, sui muri del Forte si vedono sempre le stesse macchie, ce ne sarà qualcuna di nuova, ma di dimensioni trascurabili. Uguale e il cielo, uguale è il deserto dei Tartari..... Quindici anni per le montagne sono state meno che nulla, ma per gli uomini sono stati un lungo cammino.....".
Le abitudini non sono mutate, ne i turni di guardia, ne i discorsi che gli ufficiali si fanno ogni sera.
eppure, a guardare da vicino, si riconoscono nei volti i segni degli anni.
Drogo, però, non se ne rende conto e le giornate continuano a fluire l'una in seguito all'altra: dopo trent'anni di servizio, passati nell'attesa di provare l'emozione di una vera e propria battaglia, all'ultimo, è costretto, dal deperimento del suo corpo e quindi dagli effetti del tempo stesso, ad abbandonare l'unica grande speranza della sua vita.
E quando sta per morire, la fuga del tempo, si ferma.
A questo proposito, ritengo che uno dei problemi principali del protagonista sia che, al contrario di quanto facciano tutti gli uomini, egli non abbia vissuto in rapporto al tempo, bensì sia stato il tempo a vivere in rapporto a lui.
Drogo aveva dei progetti e delle aspirazioni da realizzare durante il corso della sua carriera militare, ma per la condizione in cui trascorse la maggior parte della sua vita e per la sua natura, a mio parere, fondamentalmente inetta, non è stato in grado di metterli in atto: solo prima di morire riesce a vincere una delle poche battaglie della sua esistenza, ovvero quella contro la sua incapacità di contrastare un ambiente sfavorevole e di imporre al tempo una sua precisa e incondizionata scelta.
2) E' molto interessante notare quanto l'ambiente spaziale sia complementare alle giornate di quest'uomo e ne rispecchi il carattere.
In primis v'è la fortezza Bastiani, che nella realtà, come per quanto riguarda il deserto dei Tartari, non esiste: anche all'inizio del romanzo, tuttavia, nessun viandante, al quale Drogo si rivolge per chiedere informazioni sulla strada da percorrere, sembra aver mai sentito nominare quel luogo.
A mio parere essa è la metafora del mondo interiore dell'ufficiale: una sorta di prigione che ha inevitabilmente provocato la chiusura del protagonista in se stesso, rendendolo sottomesso a una volontà esterna.
Per esprimere questo l'autore dipinge costantemente il paesaggio con tonalità apatiche (bianco, giallo, arancione etc....)e l'inverno domina quasi sempre la scena.
Tutto l'insieme esprime vuoto, lentezza, solitudine, incertezza e, soprattutto oppressione.
Molti ritengono che Buzzati si rifece evidentemente al modello della narrativa di Kafka: quasi tutte le sue opere, oltre al "Deserto dei Tartari", sono caratterizzate da un'atmosfera oscura, che suscita nel lettore angoscia e rabbia nei confronti della situazione creatasi.
L'ambiente è spesso associato al dramma di Drogo e a quello di tutti i soldati: "Così la pianura rimase immobile, ferme le nebbie settentrionali, ferma la vita regolamentare della Fortezza, le sentinelle ripetevano sempre i medesimi passi da questo a quel punto del cammino di ronda, uguale il brodo della truppa, una giornata identica all'altra, ripetendosi all'infinito, come soldato che segni il passo".
E' facilmente evidenziabile come Buzzati con una descrizione semplice e didascalica riesca a creare una situazione quasi paradossale: è interessante notare la scelta degli aggettivi (immobile, medesimi, uguale, identica....), dei verbi (rimanere, ripetere....) e dei sostantivi (pianura, nebbia, brodo, infinito....), che evocano questo costante e continuo senso di impotenza, di monotonia.
3) Fin dai primi capitoli si può notare la caratteristica fondamentale che Dino Buzzati ha voluto conferire a tutti i personaggi: essi, infatti, sono accomunati da tutto, nel vero senso della parola.
Non hanno delle particolarità psicologiche che li rendono unici come ogni uomo che vive al di fuori della fortezza, bensì sono dei semplici modelli, uguali nel pensare, nel desiderare, nello sperare, nell'agire, persino nel vestire!
La loro più grande aspirazione è la ricerca della sicurezza, che sembrano, ma solo apparentemente, trovare nella Fortezza, tra le sue mura e quindi, come dicevo prima, in se stessi: quest'ultime li difendono dal nemico, che è sì rappresentato dai Tartari, ma in realtà è metafora del mondo esteriore.
TRONK / MORETTO: Tronk è uno dei primi ufficiali che Drogo incontra nel suo lungo cammino: quando il protagonista giunge alla fortezza, egli vi ha già vissuto per ben ventidue anni.
E' una figura molto interessante: associandolo ad un colore verrebbe istintivo pensare al viola o al nero, o, comunque, a qualcosa di scuro e tetro.
Mi ha molto colpito la totale incapacità di quest'uomo nel provare un sentimento e la sua crudezza nel mettere in atto, alla lettera, quanto prescrive il regolamento.
"Quando lui era in servizio, le sentinelle non abbandonavano per un istante il fucile, non si appoggiavano ai muri ed evitavano persino di fermarsi perché le soste erano concesse solo in via eccezionale....".
Questo è provato anche nel capitolo XII: la situazione vede infatti il soldato Lazzari, che ha da poco preso servizio, fuori dalle mura della Fortezza e il Moretto come sentinella. Il regolamento prescriveva che senza parola d'ordine nessuno sarebbe potuto passare.
E' possibile proprio in questo caso osservare quanto affermavo sopra: Tronk addirittura non è toccato dal minimo senso di pietà, al contrario del soldato di ronda che si trova tra l'incudine e il martello, si trova a decidere tra la vita di un compagno che ben conosce e la legge della Fortezza.
"A pochi metri Tronk lo fissava severamente. Non diceva nulla... [...]... ma la sentinella non era più il Moretto con cui tutti i camerati scherzavano liberamente, era soltanto una sentinella della Fortezza, in uniforme di panno azzurro scuro con la bandoliera di mascarizzo, assolutamente identica a tutte le altre di notte, una sentinella qualsiasi che aveva mirato ed ora premeva il grilletto...".
E quindi, naturalmente, il Lazzari diventa un nemico, che si trova al di fuori delle mura difensive, che ha trasgredito al regolamento e che pertanto è giusto giustiziare.
Cosa rimane ? Nessun rimorso; sembra che la coscienza, l'IO cosciente, sia svanito e l'apatia, o peggio ancora, l'INDIFFERENZA, domini tutto l'essere.
SIMEONI: Questo personaggio caratterizza la parte finale del romanzo, che vede la crescita del suo potere e, di pari passo, la perdita d'importanza di Drogo.
Quest'ultimo, a mio parere, pur non accorgendosene, è sempre alla ricerca di qualcosa in più che gli permetta di ottenere maggior sicurezza: questo qualcosa è proprio l'amicizia che, tuttavia, non è corrisposta.
La maggior parte degli ufficiali, tra i quali si annoverano sia Tronk che il tenente Simeoni, non conoscono a fondo questo sentimento o esso è sopraffatto dall'influenza che ha la fortezza sulle persone che la abitano. Simeoni è l'unico con Drogo che nutre ancora qualche speranza riguardo all'arrivo dei Tartari:
"Tutta la sua vita sentimentale era infatti concentrata in quella speranza e stavolta con lui non c’era che Simeoni, gli altri non ci pensavano nemmeno, neppure Ortiz, neppure il caposarto Prosdocimo. Era bello adesso, così soli, nutrire gelosamente un segreto, non come nei giorni lontani, prima che morisse Angustina, quando tutti si guardavano congiurati, con una specie di avida concorrenza ... ".
Al primo accenno di rimprovero, anche l'unico "amico" che il protagonista aveva, diventa come gli altri: freddo, distaccato ed apatico.
Diventa anch'egli un insensibile, privo di emozioni, di ogni sentimento.
Ha anche il coraggio di cacciare letteralmente Drogo e di fargli il male più grande di tutta la sua vita, ovvero privarlo dell'unica speranza che aveva sempre nutrito e della quale aveva sempre vissuto. A mio parere, tuttavia, è un bene che questo avvenga, poiché gli fornisce anche un enorme aiuto, seppur inconsciamente: Io mette in una condizione nella quale non si era mai trovato prima, ovvero fa in modo che egli possa reagire, possa riscattarsi e lottare contro il suo peggior nemico, il tempo.
Un po' di umanità c'è quindi nei personaggi di Buzzati, ma è quasi invisibile, poiché inconscia e non frutto di una scelta meditata e di cui si è consapevoli.
4) Il nucleo dell'attesa è sicuramente la base di tutto il romanzo in quanto domina tutti i suoi capitoli eccetto l'ultimo.
L'arrivo di qualcosa che finalmente possa rendere uniche delle giornate è la sola grande speranza di Giovanni Drogo: anche in questo caso, come per quanto riguarda il tempo, è possibile definire due sezioni del romanzo.
La prima vede la crescita di questa aspettativa per il futuro, al contrario della seconda che è caratterizzata dalla più completa e totale rassegnazione, che non tocca solamente il protagonista.
Questi Tartari che sembrano sempre arrivare incalzanti e che poi, in realtà sono solamente prodotto dell'immaginazione, di quello che i soldati vorrebbero, nel vero senso della parola, ma che invece non possono avere, dominano i pensieri collettivi.
Questa serie di "falsi allarmi", se così possono essere definiti, contribuiscono a fornire al lettore quel senso di angoscia, proprio del romanzo: all'inizio un cavallo nero, poi le truppe degli eserciti del Nord e, infine, quando effettivamente i Tartari stanno per prepararsi all'attacco, la proibizione di coltivare quella che per molti, per tutti, soprattutto per Drogo, era diventata l'unica ragione di vita.
"Di giorno in giorno Drogo rimandava la decisione, si sentiva del resto ancora giovane, appena venticinque anni. Questa ansia sottile lo inseguiva tuttavia senza riposo, adesso poi c 'era la storia del lume nella pianura del nord, poteva darsi che Simeoni avesse ragione....".
V'è sempre la presenza di qualcosa che incombe, che sta per arrivare e che pare quasi togliere il fiato : per questo l'ufficiale aspetta e aspetta ancora.
Non penso che attenda solo i Tartari, che, a volte, sembra che abbia persino paura di nominare, bensì attende l'opportunità di provare se stesso, di misurarsi con il mondo esteriore, con qualcosa che va al di là delle mura della Fortezza.
Quest'ultima diventa ormai una sorta di costrizione: "Le mura non sono più un riparo ospitale ma danno l'impressione di carcere. Il loro aspetto nudo, le strisce nerastre degli scoli, gli spigoli obliqui dei bastioni il loro colore giallo, non rispondono in alcun modo alle nuove disposizioni di spirito".
Ecco quindi che emerge il secondo fondamentale nucleo del romanzo : l'inganno.
Quest'ultimo, tuttavia, non è dato solamente dalla fortezza Bastiani, ma da tutte le componenti della vicenda.
Anche i compagni sono un inganno: falsa, come dicevo prima, è la loro amicizia, a cui essi preferiscono i propri fini egoistici; è il caso della famosa richiesta di trasferimento che Drogo si trova impossibilitato a formulare a causa di una lunga graduatoria circa la quale nessuno l'aveva informato.
"S’illude, Drogo, di una gloriosa rivincita a lunga scadenza, crede di avere ancora un 'immensità di tempo disponibile, rinuncia così alla minuta lotta per la vita quotidiana. Verrà il giorno in cui tutti i conti saranno generosamente pagati, pensa ... ".
Lo afferma lo stesso autore..... Giovanni Drogo s'illude, è ingannato dalle circostanza, dal momento che non è in grado di valutare obiettivamente la situazione che si è creata intorno a lui.
La lotta, dal canto suo, arriva solamente alla fine, nell'ultimo capitolo.
Drogo qui comprende che il vero nemico, che l'ha vinto per quasi tutta la sua vita, è il tempo: esso ha letteralmente divorato la sua giovinezza e ora egli è vecchio; non ha trascorso una vita - è il tempo che invece continuava a fluire incessantemente - e non si è creato nulla!
Non ha maturato ideali, pensieri, opinioni eccetto la sua paura per il mondo esteriore, metaforizzata dalla Fortezza e dai Tartari.
Egli aspettava e aspettava ancora che il nemico gli venisse in contro e lottasse con lui....ma ciò non è avvenuto .Solo quando sta per morire Drogo capisce che è lui che deve andare incontro al nemico e non viceversa: affronta la morte e muore da vero soldato.
Il protagonista riesce quindi, seppur per un solo momento, a vivere indipendentemente dalle uniche due speranze della sua esistenza: l'arrivo dei Tartari e, una volta vecchio, l'arrivo della guarigione.
5) l’ultimo capitolo, il trentesimo, è sicuramente e senza ombra di dubbio il più importante dell’intero romanzo.
E' il capitolo del riscatto, che vede reagire finalmente "quel Giovanni Drogo" che fino a questo momento era apparso un inetto, un incapace.
Già dalle prime righe è possibile immaginare ciò che accadrà: viene descritta una sera stupenda, l'aria profumata.
Ecco che 1'ambiente sempre così apatico, freddo e opprimente, si pittura di tonalità calde, evocanti gioia e felicità: "Drogo guardava atono il cielo che si faceva sempre più azzurro, le ombre violette del vallone, le creste ancora immerse nel sole".
Il sole appunto sembra sorgere sulla vita del protagonista e aprirgli dei nuovi orizzonti, che mai aveva potuto immaginare.
Per la prima volta pensa a qualcosa che non siano i turni di guardia, né i Tartari, né la Fortezza, non spera più in tutto ciò: per la prima volta pensa e basta, poiché non aveva mai provato questa emozione fino a quel momento.
Avvolto dall'oscurità, conclusasi finalmente la fuga del tempo, "Giovanni Drogo sentì allora nascere in se una estrema speranza. Lui solo al mondo e malato, respinto dalla Fortezza come peso importuno, lui che era rimasto indietro a tutti, lui timido e debole, osava immaginare che tutto non fosse finito, perché forse era davvero giunta la sua grande occasione, la definitiva battaglia che poteva pagare l’intera vita...".
Drogo quindi si trova a combattere con l'unico grande nemico della sua vita, che paradossalmente è la morte, un essere di gran lunga più potente dell'uomo, maligno ed avverso. E il protagonista vincerà questa grande battaglia e non sembrerà più un inetto, incapace di opporsi ai mali del mondo, bensì un grande.
Andrà incontro al suo destino e non aspetterà che sia quest'ultimo a sopraffarlo: gli andrà incontro da eroe, da vero soldato e, dopo avere ammirato le stelle, sorride quando il soffio della morte lo coglie.
6) "Il deserto dei Tartari", può essere valutato in due modi differenti:
- come riassunto della crisi di un'intera generazione, quella degli intellettuali, che vede come unico riscatto l'attesa.
- oppure come una autobiografia dello stesso autore.
Quest'ultima è sicuramente l'ipotesi più accreditata.
Egli è infatti giornalista al "Corriere della Sera" e dal 1928 inizia per lui la stessa fuga del tempo che aveva visto partecipe Giovanni Drogo nel suo romanzo.
Quindi possiamo considerare la fortezza come la metafora del giornale in cui egli ha sempre lavorato ed il protagonista del “Deserto dei Tartari” come lo stesso autore: egli ha infatti visto i propri colleghi invecchiare nell’attesa di qualcosa di non ben precisato.
Anche dai titoli delle sue maggiori opere possiamo notare l’angoscia che caratterizzò sempre la propria vita, un po’ come per quanto riguarda Kafka: “Paura alla Scala”, “La boutique del mistero”, “Un caso clinico”, “Le notti difficili” ed il libro per bambini “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”.
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