I fattori da cui dipende il valore nutritivo di un alimento

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Testo

Quali sono i fattori da cui dipende il valore nutritivo di un alimento ?

Conoscere un alimento, la sua composizione ed il suo valore nutritivo è molto importante. Questa è una conoscenza basilare per poter fare, poi, una razione alimentare corretta, adattandola alla specie, all’età e alla produzione degli animali interessati.
Per conoscere le proprietà ed i criteri d’impiego di ogni alimento bisogna prendere in considerazione alcuni elementi che servono per arrivare a conoscere il suo valore nutritivo. A questo proposito c’è l’analisi chimica che è in grado di stabilire i componenti di un alimento sia qualitativamente che quantitativamente. Con quest’analisi viene evidenziata:
1. L’umidità. È importante il prelievo del campione che dev’essere rappresentativo della massa. Il metodo ufficiale è il Wende attraverso il quale viene messo il campione in stufa a 103° per 2-3 ore in modo da allontanare l’acqua.
2. Protidi grezzi. Si determina l’azoto totale del campione e si moltiplica per 6,25 che è il coefficiente stechiometrico di azoto nelle proteine. Il metodo usato è il Kjeldal con il quale si determinano i grammi di azoto. Questa è la determinazione ufficiale ma è imprecisa, in quanto non tutte le proteine hanno il 16% di azoto e poi perché non tutto l’azoto estratto è proteico.
3. Lipidi grezzi. Mediante un solvente apolare (etere etilico) vengono sciolti ed estratti i lipidi. Si procede con l’apparecchio di Soxlet me è un po’ impreciso perché insieme ai lipidi vengono estratte anche tutte le sostanze liposolubili.
4. Cellulosa grezza. Il metodo Wan Soest permette di determinare i diversi componenti della fibra e quindi la quantità di cellulosa, emicellulosa e lignina. In questo modo possiamo conoscere la digeribilità di un alimento. Trattandolo con un detergente neutro, alcune sostanze vanno in soluzione, altre no. Quest’ultime vengono chiamate NDF (fibra al detergente neutro) e comprendono : cellulosa, emicellulosa, lignina e Silice. Aumentando l’acidità del detergente si manda in soluzione l’emicellulosa. Il rimanente viene chiamato ADF (fibra al detergente acido).
NDF-ADF= quantità di emicellulosa
Aumentando ulteriormente l’acidità del detergente si manda in soluzione anche la cellulosa. La parte residua è chiamata ADL (lignina al detergente acido).
ADF-ADL= quantità di cellulosa
A questo punto rimangono soltanto la lignina e la Silice. Incenerendo l’ADL si ottiene la SiO2.
ADL-SiO2= quantità di lignina
5. Ceneri. Sono il residuo organico degli alimenti dopo essere stati inceneriti (vengono
messi in muffola a 500°-550° per 5-6 ore). Sono costituite da sostanze minerali.
6. estrattivi inazotati. Si calcolano con la somma algebrica tra la sostanza secca meno le
proteine grezze, la cellulosa grezza, i lipidi grezzi e le ceneri.
Per valutare un alimento, bisogna anche sapere quanto di quell’alimento sia effettivamente digeribile, cioè utilizzabile dall’animale. La digeribilità di un alimento è data dal rapporto tra gli alimenti assorbiti e gli alimenti ingeriti. Gli al.assorbiti sono a loro volta dati dal rapporto tra gli alimenti ingeriti meno gli alimenti eliminati con le feci, tutto diviso per gli al. Ingeriti. La digeribilità si può determinare in vivo ed in vitro. Per la determinazione in vivo gli animali vengono tenuti in determinate condizioni per un certo periodo di tempo, in modo da poter stabilire un bilancio tra gli al. Ingeriti e le feci.
Quella calcolata è chiamata digeribilità apparente in quanto, esaminando le feci, oltre ai cibi non digeriti si trovano anche le spoglie dei microrganismi; perciò è imprecisa e differisce da quella reale.
La determinazione in vitro, invece, viene fatta in laboratorio con degli strumenti che imitano la digestione dell’animale (rumine artificiale).
La digeribilità dipende da:
1. La composizione chimica dell’alimento.
2. Le frazioni di fibra presenti.
3. I trattamenti subiti dall’alimento.
4. L’animale cui è somministrato.
L’energia delle sostanze organiche che compongono un alimento è detta energia lorda e non è tutta utilizzabile in quanto nelle trasformazioni delle sostanze e nella loro utilizzazione ci sono delle perdite con l’eliminazione di scorie, ma si può misurare attraverso la Bomba Calorimetrica.
Energia Lorda- Feci= En. Digeribile
En. Digeribile- En. Urine, En. Dei gas di fermentazione (CO2; CH4)= En. Metabolizzante
En. Metabolizzante- Exstracalore= En. Netta
Exstracalore= produzione di calore legata all’utilizzazione di energia nel metabolismo.

Tornando al valore nutritivo di un alimento, questo rappresenta la sua capacità qualitativa e quantitativa di fornire all’animale principi nutritivi ed energia, utilizzabili per il mantenimento e la produzione. Il valore nutritivo non è assoluto, ma sempre relativo, infatti dipende dal alcuni fattori come la specie animale o la produzione zootecnica e può essere definito come LA RISPOSTA DELL’ORGANISMO ANIMALE ALLA SUA SOMMINISTRAZIONE E AL RENDIMENTO CHE PUO’ DARE. Esistono diversi metodi per conoscere il valore nutritivo di un alimento:
1. Metodo delle unità amido (UA). Questo stabilisce il potere energetico di un alimento partendo dalla sua composizione chimica e basandosi sulle unità amido. Il metodo è stato elaborato determinando la quantità di grasso sintetizzata da bovini da carne adulti a cui venivano aggiunte alla razione alimentare di mantenimento quantità unitarie di principi nutritivi. Un UA corrisponde al valore energetico di un kg di amido.
2. Metodo delle unità foraggere. Questo stabilisce il valore energetico indipendentemente dagli interessi di produzione. Nei paesi scandinavi è stata condotta una sperimentazione su gruppi di vacche in lattazione omogenee per peso, età e stadio della lattazione. Si è arrivati alla definizione di valore energetico di un alimento con un’unità di misura detta Unità foraggera (UF). Un UF corrisponde all’energia contenuta in un kg di granella d’orzo
3. Metodo francese delle UFC e UFL. Il sistema scandinavo, non tiene conto che i rendimenti di una razione alimentare sono diversi a seconda che sia somministrata per produzioni di latte o di carne. Quindi lo stesso alimento ha un valore diverso a seconda dell’attitudine produttiva di un animale in quanto è diverso il rendimento dall’energia metabolizzabile in energia netta.

I foraggi costituiscono, nel nostro caso, l’alimento base dei ruminanti; perciò è molto importante che siano valorizzati al massimo, partendo dalla loro raccolta, attraverso la conservazione e la razionale utilizzazione.
I foraggi vengono somministrati come: erba, fieno ed insilato. L’erba va somministrata con lo sfalcio o con il pascolamento. Presenta un elevato contenuto in acqua (80%-85%) e un basso contenuto in SS (15%-20%). Il contenuto in acqua dipende dalla specie botanica, dallo stadio vegetatitvo e dalle condizioni pedoclimatiche. Il suo valore nutritivo è di 10-20 UF x kg e diminuisce con l’invecchiamento perché aumenta la fibra grezza e diminuisce la digeribilità. Il pascolamento, invece, è una tecnica che consente lo sfruttamento estensivo di aree collinari o montane che costituiscono il 78% della superficie della superficie produttiva nazionale. E’ anche un mezzo di controllo dell’erosione superficiale del suolo. Per evitare il degrado di pascoli è importante usarli razionalmente. Questo varia a seconda del carico di bestiame e dal tempo di permanenza.
I foraggi sono costituiti da piante spontanee o coltivate. Dal punto di vista botanico le piante foraggere di maggior uso appartengono alle famiglie:
1. Graminacee. Sono le più coltivate e quelle che roducono di più. Hanno un basso valore proteico e più fibra. Sono coltivate da sole o in consociazione con le leguminose. Sono utilizzate come erba e vanno raccolte all’inizio della spigatura.
2. Leguminose. Hanno grande utilizzazione zootecnica. Sono ricche di proteine e povere in fibra. Si coltivano in coltura monofita o in consociazione e si raccolgono al momento della fioritura.
3. Crucifere. Hanno un buon valore proteico, sono ricche di calcio.
La conservazione dei foraggi mira a costituire scorte per alimentare glie rbivori durante il periodo di stasi vegetativa delle specie prative. Inoltre permette il razionamento costante. L’obiettivo è quello di trasformare rapidamente e con poche perdite di valore nutritivo lo stato instabile dei foraggi verdi in uno stao stabile che permette una lunga conservazione.
Le tecniche di conservazione sono:
• La fienagione. È la trasformazione dell’erba in fieno attraverso mezzi fisici e il contenuto in acqua scende dall’80% al 20%. Consiste in una serie di operazioni meccaniche che sono lo sfalcio dell’erba, il suo condizionamento (vengono provocate aperture stomatiche artificiali) che accelerala perdita d’acqua, la ranchinatura, l’andanatura e la raccolta in balle. La fienagione causa perdite di valore nutritivo che possono essere fisiologiche (in quanto anche dopo la raccolta la respirazione cellulare avviene ugualmente) e meccaniche (provocate dalla rottura e la caduta di parti secche).
Con la fienagione naturale l’erba sfalciata viene lasciata in campo una settimana
dopodichè viene raccolta in balle lasciate in campo 15-20 giorni.
Alla fienagione naturale viene sostituita la fienagione in due tempi. Qui il foraggio sta
In campo solo il primo giorno e poi viene portato ad essiccare in fienili a ventilazione
forzata. Così si riducono le perdite di valore nutritivo.
Esiste inoltre la fienagione artificiale nella quale l’erba viene raccolta e portata subito
ad essiccare. Questa tecnica è usata soprattutto dai mangimifici per integrare il
valore proteico di alcuni mangimi destinati agli animali che ne hanno bisogno.
• L’insilamento. È un metodo di conservazione per cui il foraggio verde che è soggetto a deteriorarsi a causa di microrganismi aerobi viene conservato anaerobicamente. Consiste nel mettere l’erba in cumuli nei sili e favorire la formazione di un ambiente acido (pH=4). Si ottiene un alimento appetibile, di buona digeribilità, con ridotte perdite di valore nutritivo rispetto alla fienagione e verde tutto l’anno. È una tecnica utile per quelle foraggere che non possono essere conservate in altri modi. Permette inoltre di approfittare di brevi periodi di bel tempo per fare la raccolta.
Ci sono piante che hanno maggiore attitudine all’insilamento. Un foraggio si insila facilmente quando:
- è alto il contenuto in carboidrati solubili (che sono il substrato della fermentazione)
- è basso il potere tampone (è la capacità che ha una sostanza di opporsi all’abbassamento di pH). Dipende dal contenuto di proteine e sali minerali che possono neutralizzare gli acidi prodotti dalle fermentazioni. Quindi un’erba si insila facilmente quando il rapporto zuccheri/proteine è 1 a 1. Gli zuccheri non devono essere minori del 5%.
- È basso il contenuto in acqua, infatti minore è il suo contenuto più facilmente la pianta s’insila.
Le trasformazioni che subisce il foraggio insilato dalle quali dipendono le perdite di valore nutritivo e le caratteristiche dell’insilato stesso sono dovute principalmente (ma non solo) a due processi biologici:
- al proseguimento della respirazione del foraggio ammassato. È dannosa in quanto provoca la distruzione dei carboidrati digeribili e l’aumento della temperatura della massa insilata, favorendo fermentazioni dannose (butirrica).
- Alle fermentazioni batteriche. I microrganismi che agiscono sono batteri acetici (fermentano i carboidrati e formano ac. acetico. Sono anaerobi facoltativi, cioè agiscono sia in presenza che in assenza di Ossigeno. Con le loro fermentazioni il pH della massa scende fino a 5 dove la fermentazione acetica viene bloccata), batteri lattici (portano alla formazione di acido lattico. Questa fermentazione parte dopo una settimana. L’acido lattico è un acido più forte dell’acetico e fa abbassare ulteriormente il pH che scende a 3,8-4,2) e butirrici (fermentano se la massa continua troppo la respirazione. Bisogna ridurre al minimo la fermentazione butirrica che porta alla formazione di acido butirrico provocando la Chetosi o Acetomia che è uno squilibrio a livello metabolico).

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