I colori

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Testo

Il colore nell’arte
L’IMPRESSIONISMO: La rivoluzione del colore
Nel mondo dell’arte il colore ha da sempre avuto un’importanza fondamentale, poiché è proprio grazie ad esso che gli artisti sin dall’antichità hanno potuto esternare le loro emozioni sotto forma di forme, sfumature e passaggi cromatici. Ciò che è rimasto nella storia è stato il ruolo del colore nella rivoluzione impressionista del secondo ‘800. Il fulcro centrale di tale rivoluzione, che comportava l’allontanamento degli artisti dalle convenzioni dell’arte, furono proprio il colore e la luce. Gli impressionisti, analogamente ad altri gruppi artistici, non nascono come un movimento ben organizzato, erano semplicemente accomunati dal rifiuto delle convenzioni dell’arte accademica e ufficiale. Luogo d’incontro degli Impressionisti era il Caffè Guerbois a Parigi dove, dapprima casualmente poi in modo sempre più organizzato, si incontravano nel tardo pomeriggio, quando ormai la luce era insufficiente per dipingere, si discutevano nuove idee e si confrontavano progetti.
I pittori che vi si riunivano erano diversi per temperamento, condizione sociale e idea politica ma erano accomunati dall’avversione per le regole troppo antiche dell’arte ufficiale e dall’innovazione. Venne creata una “libera associazione di pittori, scultori ed incisori”.
L’impressionismo fece la sua definitiva comparsa nel 1874 a Parigi con la prima mostra del gruppo nello studio fotografico di Nadar, ex pittore ora dedito alla fotografia. Ad inaugurare la mostra furono grandi artisti come Monet, Pissaro, Renoir, Degas, Cezanne e Morisot che come Nadar erano aperti a nuovi orizzonti artistici.
Il nome di questa corrente fu suggerito dai critici. Louis Leroy guardando il primo disegno di Monet “impressione levar del sole” definì la nuova arte non pittura, ma impressione. Altri critici affermarono che l’accostamento stridente dei colori creava un’arte “impressionante”.
Il termine fu ovviamente accettato con piacere dagli artisti, poiché era quello che meglio li rappresentava.
Le innovazioni che gli impressionisti apportarono all’arte furono molteplici e toccarono vari aspetti del dipinto.
Innanzitutto criticavano la staticità e lo schematismo dei dipinti ufficiali. La prospettiva classica per loro non aveva più senso poiché erano convinti che l’occhio cogliesse l’insieme, vi era quindi una visione totale e libera.
Dato che questa nuova corrente artistica si basava sull’impressione, venne eliminato il disegno o bozzetto di fondo.
Il colore è fondamentale nella rappresentazione dell’impressione, veniva usato puro, ossia non miscelato, e veniva giustapposto. La tecnica di giustapposizione non rispettava più i canoni di contrasto precedenti che prevedevano passaggi graduali di luminosità. Giustapporre significa accostare toni caldi a toni freddi in modo brusco e spontaneo, così da creare vibrazione coloristica.
Un’altra caratteristica fondamentale dell’arte impressionista è la creazione del dipinto per macchie, tocchi e pennellate veloci e brevi in modo da permettere all’occhio di ricostruire l’immagine.
Per essere fedeli alla natura ed alle sue sfumature, abolirono il colore locale: secondo gli impressionisti il colore è il risultato della riflessione della luce sugli oggetti; proprio per questo motivo il colore di un oggetto non è a se ma è dato dalla sua interazione con gli altri oggetti e toni. Per potenziare il colore vennero inoltre aboliti i contorni, i volumi erano risaltati solamente dai passaggi cromatici.
Gli impressionisti rivoluzionarono anche il metodo di rappresentare le ombre ritraendo paesaggi e soggetti luminosi in modo che le ombre non dovessero risultare prive di luce ma dovessero solamente avere un tono cromatico minore. Non si usava più il nero ma una gamma di colori nella quale dominavano i colori complementari quali il blu.
Gli impressionisti avevano compreso che la natura non era fissa e rigida ma in continuo divenire, ciò fece nascere la pittura “en plein air”, ossia a diretto contatto con il soggetto da rappresentare, molto più veloce e realistica.
Assieme alla pittura “en plein air” vi era la pittura “in serie” tesa a rappresentare, in diverse tele, un soggetto in ogni suo cambiamento durante il giorno.
La scelta del soggetto non era molto importante, ogni soggetto valeva l’altro l’importante era usare varie tecniche artistiche per rappresentarlo, il linguaggio artistico non è più il mezzo ma diventa il fine dell’arte.
Grande influenza sull’impressionismo ebbe l’arte giapponese, definita anticonvenzionale e anticonformista, che aveva permesso l’incontro con nuovi modelli di arte pittorica.

Il colore nella letteratura
Se nell’arte il colore è essenzialmente presente poiché è un elemento proprio del dipinto, nella letteratura viene utilizzato per generare legami e corrispondenze tra i sensi, con il potere di creare nella mente del lettore immagini variopinte, evocate dai componimenti.
Il tema dei colori in letteratura è molto sviluppato, poiché essi sono la chiave di lettura che apre la porta all’intimo degli scrittori: ai colori i poeti affidano stati d’animo, sensazioni, ricordi e desideri.
L’autore che ho scelto per illustrare questo tema è Gozzano.
Gozzano: i colori in kitsch
Guido Gozzano è uno dei massimi esponenti della letteratura italiana del primo novecento, annoverato nel movimento dei Crepuscolari.
La definizione del termine “crepuscolare” è offerta da una recensione di Giuseppe Antonio Borgese, pubblicata nel 1909 sul quotidiano “La Stampa”: nella stessa si fa riferimento ad una “voce crepuscolare, la voce della poesia che si spegne”. Questi poeti infatti rappresentarono l’esaurirsi di un’intera tradizione letteraria, che trova tra i suoi maggiori esponenti D’Annunzio e Carducci.
Ai contenuti aulici e sublimi, espressi in modi complessi ed in forme elaborate della poetica del passato, i crepuscolari contrapponevano l’amore per le piccole cose e le atmosfere più comuni della vita quotidiana, rievocate attraverso un linguaggio semplice e dimesso, quasi vicino alla lingua parlata. Anche lo stesso valore della poesia muta radicalmente: se i poeti decadenti le attribuivano un valore eterno e quasi sacro, i crepuscolari le attribuiscono un valore marginale, definendola a volte addirittura inutile.
La poesia crepuscolare, con i suoi affetti familiari e le sue gioie quotidiane, prende le mosse dalla “poetica del fanciullino” di Pascoli, che si ripiegava sul nido familiare e sul cerchio di affetti limitati.
Ciò a cui era giunto il Crepuscolarismo, era già da tempo presente nell’atmosfera letteraria del novecento,
poiché le convenzioni poetiche già cominciavano a sfaldarsi. Ciò lo si nota nella metrica e nella rima, che ora
diventano puramente arbitrarie, e nel verso libero, che non segue più schemi fissi, ma si adatta ad un ritmo totalmente personale e interiore, che mette in evidenza le emozioni e le sensazioni dell’animo umano.
La corrente letteraria dei crepuscolari non fa riferimento ad un programma e non può essere considerata come un movimento ben organizzato, ma è piuttosto un orientamento diffuso che interpreta in maniera diversa la crisi dei valori poetici nel mondo borghese. Anche a livello geografico i crepuscolari non sono un gruppo compatto, ma il loro pensiero si diffonde a macchia d’olio sul territorio nazionale.
È proprio in questo ambiente che spicca, a Torino, la personalità di Gozzano, riconosciuto come il capofila
della “scuola dell’ironia”.
Il componimento sicuramente più noto di Gozzano è “La Signorina Felicita ovvero la Felicità”.
È un poemetto appartenente alla seconda sezione dei Colloqui, nel quale prendono vita, in un ambiente di ricordi e di affetti del passato, allegre sfumature coloristiche.
La cosa che colpisce del componimento è la maniera così spontanea con la quale Gozzano gioca con i colori, con le rime, con gli accostamenti striduli e insensati, che gli valsero il titolo di “poeta dello choc”, come osò
definirlo Eugenio Montale.
Nella prima strofa, l’autore, che personifica un avvocato, si rivolge direttamente alla protagonista, rievocando alla memoria i piacevoli ricordi della sua vacanza di tempi lontani, trascorsa a Villa Amarena in compagnia della donna. Già nei primi versi, Gozzano fa riferimento alla “cerulea Dora”, per indicarne il cielo sereno e limpido.
Tramite l’utilizzo delle analogia, crea una sorta di legame sentimentale, tra l’uomo e la donna, che si fonda sul
ricordo dei tempi passati:
“scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo.”
Come nel giardino scende la sera, così nel cuore del poeta scende il ricordo del tempo che fu.
Di qui prende l’avvio la rievocazione della signorina Felicita e dell’ambiente in cui si colloca, generando nuove analogie e parallelismi tra i due personaggi:
“quest'ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me, 10
all'avvocato che non fa ritorno?
E l'avvocato è qui: che pensa a te”.
L’ambiente nel quale è rappresentata la signorina è tipicamente quotidiano e casereccio, le azioni altrettanto semplici e abituali, come tostare il caffè, cucire, cantare. Ci si ricollega, quindi, con l’amore per la vita di ogni giorno professato dai crepuscolari.
Nelle strofe successive, Gozzano descrive Villa Amarena e l’ambiente Canavesano, immerso nei caldi colori autunnali di un tranquillo Settembre. Ma la descrizione ha l’aspetto di una vecchia stampa, poiché il tutto appare immobile e irrigidito e la definizione delle immagini descritte viene leggermente alterata e appannata dal grigiore dello scorrere del tempo.
La villa porta con se i segni dell’effetto del passato, sia per le strutture esterne, ma soprattutto effetti che si ripercuotono sull’aria che vi si respira all’interno. Di qui quasi un senso di desolazione, di morte e di abbandono, ciò che in realtà costituisce il fascino di questo edificio dall’inesauribile bellezza. L’effetto del tempo lo si nota anche nella sovrapposizione del passato al presente: l’antica villa aristocratica, un tempo reggia barocca, ora modificata dal trascorrere del tempo, è diventata la dimora di un ricco proprietario di campagna, e quindi appare “come una dama seicentista, invasa dal Tempo, che vestì da contadina”.
“Bell'edificio triste inabitato!
Grate panciute, logore, contorte!
Silenzio! Fuga dalle stanze morte!
Odore d'ombra! Odore di passato!
Odore d'abbandono desolato!
Fiabe defunte delle sovrapporte!”
Nei versi si ripropone la sinestesia: “Odore d’ombra! Odore di passato!” creando una corrispondenza tra i sensi, generando sensazioni olfattive ma al contempo visive, suggerendo quel tipico odore di un oggetto dimesso, o di un’abitazione molto antica, paragonandolo alla tonalità scura e tenebrosa dell’ombra.
La descrizione di Gozzano si sofferma particolarmente sulle suppellettili e l’arredamento: un accostamento stridulo, tipico dello stile del poeta, di “squallido e severo”, di antico e nuovo che mette in evidenza come il
passato conviva costantemente con il presente.
All’ “antica suppellettile forbita”, si affiancano “armadi colmi di lenzuola”, e questi dettagli, che mai nessun poeta laureato avrebbe messo in risalto, denotano il grande interesse di Gozzano per la vita semplice.
Nella seconda parte, Gozzano interviene con l’ironica presentazione del padre della donna: un uomo “quasi bifolco”, con le tipiche caratteristiche del borghese arricchito, furbo e pronto anche ad aggirare la legge per un
profitto personale, poiché il poeta lo descrive “in fama d’usuraio”; poco attento ai movimenti della figlia tanto da non accorgersi delle sue avventure sentimentali, è, contrariamente, molto attratto dalla professione
dell’avvocato: approfitta perciò della sua presenza, presentando domande, dubbi e problemi; ma le sue parole restano quasi sospese nel vuoto, poiché la mente dell’avvocato vaga per tutt’ altri posti, soffermandosi ad analizzare i dettagli della stanza, preferendo non ascoltare.
Nella terza strofa, l’emozionante descrizione della signorina Felicita, che inserita nel contesto rustico-borghese,
non può che adattarsi ad esso anche nell’aspetto fisico:
“Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga...
E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d'efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l'iridi sincere
azzurre d'un azzurro di stoviglia...
Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d'ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!”
Gozzano non manca anche in questo caso d’ironia, descrivendo la donna “quasi brutta” e “priva di lusinga”, vestita alla maniera delle casalinghe; ma il poeta ritrova la bellezza nella donna, una bellezza particolare e fiamminga, che vuole quasi proporsi come nuovo modello rispetto alla Beatrice a alla Laura dell’epoca romantica, divinizzate e poste sul piedistallo, dalla bellezza aulica ed eterea.
Felicita appare totalmente diversa, ma non per questo priva del suo fascino. Gozzano la descrive con una miriade di tonalità, mettendo in evidenza il colore genuino del suo essere: risplende il dorato dei capelli, simili al color del sole, raccolti in piccole trecce; la bocca appare di un rosso porpora e gli occhi risplendono d’azzurro. Ma Gozzano non si smentisce, e applica anche alla descrizione quasi romantica della donna, lo sconvolgimento del kitsch e la poetica dello choc: la bocca purpurea è troppo larga nel ridere e nel bere, il volto è costellato di piccole lentiggini e l’azzurro degli occhi perde la sua lucentezza nel momento in cui è paragonato ad “un’azzurro di stoviglia”. Ma nonostante tutto, Felicita piaceva al poeta, poiché ella usava la sua femminilità e seduzione naturale, propria di ogni donna, cercando di esprimere il suo amore e di conquistare il cuore dell’avvocato.
Ci si sofferma sulla descrizione delle cene nella villa, cene tradizionali nelle quali si riscoprono i valori ormai perduti nel passato, per giungere, alla fine della terza strofa, all’ambiente della cucina, dove si alimenta la fiamma dell’amore, tra l’aroma dei cibi e gli arnesi dai colori sgargianti.
“M'era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo, Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico d'aglio di cedrina…”
Nella quarta strofa il poeta sembra dipingere, con i suoi versi, il solaio della dimora, nel quale, come esso stesso affermerà, “il rifiuto secolare dorme”. Nei solai, infatti, si deposita tutto il superfluo, che nell’attesa di trovare un futuro migliore, finisce per essere dimenticato, costituendo, dopo anni, un patrimonio del passato.
E ciò che si era promesso di riutilizzare, viene inevitabilmente scartato. È proprio nel solaio che il poeta ritrova un’enorme dipinto, raffigurante l’antica Dama della villa, dalla pelle così iridescente e bianca, che stona con le forme scure presenti nella soffitta. Ancora una volta, la fusione tra elementi borghesi e aristocratici, e l’emergere del gusto per i contrasti senza senso tra categorie:
“Bellezza riposata dei solai
dove il rifiuto secolare dorme!
In quella tomba, tra le vane forme
di ciò ch'è stato e non sarà più mai,
bianca bella così che sussultai,
la Dama apparve nella tela enorme (…)
Intorno a quella che rideva illusa
nel ricco peplo, e che morì di fame,
v'era una stirpe logora e confusa:
topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame
reietto, così caro alla mia Musa!”
Gli oggetti del passato sono una “stirpe logora e confusa”, in contrasto con la Dama bianca e “altocinta”: vi si può ritrovare di tutto, mobili, ceste, materassi, elementi ormai logori e inutili, dai quali però Felicita non riesce a distaccarsi. È proprio a questo che mira il poeta; mettere in evidenza l’amore per le piccole cose, per ciò che dagli altri può essere considerato sgradevole, ma che per ognuno di noi acquista un significato, il più delle volte affettivo o di rimando al passato, così forte che appare difficile dissociarsene.
Nel solaio tutto perde la sua gerarchica connotazione, poiché tra le suppellettili consunte, emergono ritratti di personaggi famosi, poeti laureati, tra i quali Torquato Tasso, la cui gloria è denotata dal ramo d’alloro. Ma riposti nel solaio, perdono il loro valore, e il ramo d’alloro, tanto ammirato e desiderato, finisce per essere confuso con un ramo di ciliegie dalla stessa Signorina Felicita. In questo caso, si vuole senza dubbio alludere alla critica dei poeti illustri e laureati, i quali con il loro linguaggio altisonante si innalzavano al di sopra delle masse, chiudendosi nel loro limbo edenico. In questo modo si nota come anche la stessa Gloria, ottenuta con sacrifici e fatica, sia destinata a scomparire nel tempo, poiché logorata dall’età che scorre.
Dal solaio il poeta ammira il paesaggio canavesano, che osservato dal vetro antico e smaltato acquista quasi un aspetto idilliaco. Gozzano osserva il tutto con un punto di vista straniato, come di chi guarda da lontano. E in questo modo ha la consapevolezza di cosa sia il mondo:
“quella cosa tutta piena
di lotte e di commerci turbinosi,
la cosa tutta piena di quei "cosi
con due gambe" che fanno tanta pena...”
Il mondo è un continuo movimento, una perenne confusione, e l’uomo, con il suo comportamento finisce per far pena. Solo osservando la propria vita dall’alto e in modo straniante, si può avere la percezione di questa situazione. In Gozzano vi è anche un rifiuto delle teorie positiviste, poiché si vive costantemente con il pensiero imminente della propria morte: che gli uomini siano ricchi o poveri, che scelgano un’ideologia o un’altra, che siano di fazioni diverse, “così come ci son formiche rosse, così come ci sono formiche nere” ciò non importa, poiché “l’Eguagliatrice” rende tutti identici, annullando le differenze. L’utilizzo dei colori rosso e nero mette, in effetti, in evidenza le disuguaglianze e le diversità che si creano tra gli uomini, l’adesione a
diversi partiti politici. E così Gozzano preferisce innamorarsi della vita quotidiana e delle piccole cose,
rinunciando alle idee di ricchezza, di progresso scientifico e di gloria conferita dall’alloro.
“Oggi l'alloro è premio di colui
che tra clangor di buccine s'esalta,
che sale cerretano alla ribalta
per far di sé favoleggiar altrui...”
L’alloro è concesso ai poeti che si affannano per ottenerlo, per il solo gusto di farsi acclamare dalle folle.
Propriamente i versi affermano che l’alloro è premio di colui che tra squilli di tromba si esalta e come un ciarlatano, sale sul podio facendosi acclamare dal pubblico.
Successivamente la descrizione si sofferma sulla notte che avanza, e che porta con se “un atropo soletto”, emblema anch’esso della morte. La figura della farfalla notturna si ricollega con quella del pipistrello, che giunge con il calar delle tenebre. E nel crepuscolo cominciano a brillare le prime stelle.
Il poeta, mentre osserva l’orto e la tanta disponibilità di verdure diverse, si perde nei ricordi del suo passato, che ora non ama più. Il suo unico desiderio è quello di vivere accanto alla sua signorina Felicita, disperso nella pace della campagna e della vita rustica. Felicita, infatti, rappresenta l’unica via di svago e di salvezza, verso un’esistenza migliore, ma soprattutto un’esistenza felice, suggerita anche dalla similitudine tra il nome della donna e il termine felicità.
Nella sesta strofa, il poeta si perde nelle sue speranze di una vita con la donna, l’unica che potrebbe liberarlo dallo stesso scrivere, che a volte rende la vita “simile alla morte”. Ed è così che Gozzano afferma che si vergogna della sua arte, e che preferirebbe altri tipi di occupazioni.
Io mi vergogno, sì, mi vergogno d'essere un poeta!
Ma sicuramente la rima più dissacrante, per la quale Gozzano è noto, è contenuta nei versi che descrivono l’appartenenza di Felicita ad un mondo completamente estraneo a quello letterario:
“Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t'han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi... E non mediti Nietzsche...
Mi piaci. Mi faresti più felice
d'un'intellettuale gemebonda...”
Gozzano ha avuto, come mai nessuno, l’ardire di associare un grande filosofo quale Nietzsche, alla parola camicie. Questo è infatti l’apice al quale giunge la sua poetica dissacratoria e a volte derisoria.
Felicita non se ne intende di cultura, poiché ha sostenuto solo gli studi elementari. E così taglia camicie da brava donna di casa, non crede che la terra sia tonda e non comprende la difficile filosofia di Nietzsche; ma
nonostante questo è la donna che l’avvocato vorrebbe, perché lo renderebbe più felice di ogni altra donna intellettuale. Ed è proprio questa donna così solare e spontanea, così ignara della vita nobile e colta, che
suggerisce al poeta un nuovo modo di vivere: egli vuole cambiare se stesso, poiché i valori artificiali dell’estetismo e della sofistica lo rendono incapace ad amare. Per questa malattia esiste un antidoto ed una cura, rappresentati proprio dalla stessa donna, la quale ne è rimasta immune.
L’ottava e ultima strofa si apre sull’addio del poeta alla Signorina Felicita, alla villa, al paesaggio canavesano. Si fa riferimento al tema del viaggio, nel quale l’autore si sente simile alle rondini, ma al contempo diverso,
poiché a differenza di questi animali migratori il suo scopo è quello di evadere e sfuggire da un altro viaggio.
Viaggiare infatti allontana l’idea della morte e dell’ultimo viaggio verso una nuova esistenza sconosciuta a chiunque. In quest’associazione si percepisce il riferimento alla malattia polmonare che affligge il poeta. Il viaggio è quasi la ricerca di un altrove fantastico, lontano dalla frenesia delle città, ed immerso nella quiete di campagna. Il viaggio si risolve quindi nella ricerca della felicità, sentimento che la stessa signorina, per tutto il componimento, ha rappresentato.

Goethe ist bekannt als einer der wichtigsten Autor und Dichter jeder zeit. Er sagt: „ich habe mehr Wichtigkeit an meiner wissenschaftlichen Arbeit (besonders zur Farbenlehre) als an meiner literarischen Schaffungen gegeben“.
Das Interesse für die Farben
Fast ein Jahrhundert vor der geburt Goethes, machte Isaac Newton eine sehr wichtige Entdeckung: die Verschiedenartigkeit des Lichtes und die Brechbarung ihre Komponenten.
Newton bemerkt dass, wenn ein zirkular Weiß Strahlenbündel geht durch ein Prisma, ist das Bild nicht zirkular, sondern verlängert und statt weiß zu sein es ist eine Gesamtheit der Farben von Rot zum Violett.
Nach der Meinung Newton bestehet das Licht aus „Reinen Farben“ die getrennt sein können, dank der verschiedenen Brechbarung.
Für Goethes Streben nach Einheit der Welt ist auch das Licht eine Einheit, Farben als Eigenschaft des Lichtes können damit nur das Ergebnis der Mischung von Helligkeit und Dunklem sein.
Goethe war ein große Dichter aber auch ein guter Maler. So ist sein Interesse für die Farben nicht unbegründet. Im Jahre 1790 Goethe beginnt an „Beitrage zur Optik“ zu arbeiten, wo er 18 Experimente gegen die Newtonische Optik beschreibt.
Er machte besonders einen „Versuch in Gegensatz“. Das wurde, ein Jahrhundert später, die erste kritische Beobachtung, die Goethe auf dem Gebiet der Farben machte.
Das Werk
Diese Arbeit Goethes besteht aus einer Sammlung von Einzelarbeiten:
- Beiträge zur Optik
1. Versuch, die Elemente der Farbenlehre zu entdecken
2. Von den farbigen Schatten
- Versuch als Vermittler von Objekt und Subjekt
- Erfahrung und Wissenschaft
- Entwurf einer Farbenlehre
1820 erschien noch ein Nachsatz:
- Ergänzungen zur Farbenlehre. Entopische Farben.
In dem ersten Band, will Goethe die Komplexität der chromatischen und optischen Erscheinungen zeigen. So teilt er die Farben ein.
Ein Kapitel spricht über die moralische und sinnliche Taten der Farben und an ihren ästethische und künstlerische Funktion.
In dem zweite Band, nachdem er den Leser vorbereitet hat, die Gefühls- und Subjektive Aspekten der Farben nicht zu unterschätzen, greift Goethe die Newtonische Theorie an.
Goethe mit dieser Werk beginnt den Protest gegen das, was er als eine unerträgliche und unbegreifliche Tyrannei von der Mathematik und Optik hält.
Für ihn ist es unzulässig, dass die Farben nur als physikalisches Phänomen gesehen werden, er glaubt das eine Anmaßung von den Newtonschen und er sagt, dass sie die Arbeit eines Jahrhundert zerstört hatten.
Der romantische Dichter meint, dass die Farben, in Gegensatz, etwas Lebendiges sind. Sie entstehen in der Natur aber sie finden ihre Vollkommenheit in dem visuellen Mechanismus.
Mann kann die Farben nicht mit einer mechanistischen Theorie erklären. Sie müssen eine Erklärung in der Poetik, in der Ästethik, in der Psychologie, in der Physiologie und in der Symbolik finden.
Vorarbeiten zur Farbenlehre
Goethe beschäftigte sich wohl während seiner Italienreise mit dem Kolorit in der Malerei. In der Farbenlehre schreibt er in Zusammenhang mit seiner Italienreise:
„Ich hatte nämlich zuletzt eingesehen, dass man den Farben, als physischen Erscheinungen, erst von der Seite der Natur beikommen müsse, wenn man in der Absicht auf die Kunst etwas über sie gewinnen wolle. Wie alle Welt war ich überzeugt, dass die sämtlichen Farben im Licht enthalten seien: nie war es mir anders gesagt worden, und niemals hatte ich geringste Ursache gefunden, daran zu zweifeln...“
Die Beiträge zur Optik
Im „Versuch, die Elemente der Farben zu entdecken“, einem Manuskript aus dem Jahre 1794, eruiert Goethe die:
„Schwierigkeit, sich zu erklären und zu vereinigen, was man unter Weiß verstehe. Newton sagt, die weißen und alle grauen Farben zwischen Weiß und Schwarz können aus Farben zusammengesetzt werden“
Das Probleme der Entstehung von Weiß stellt für Goethe auch später den Schlüssel zum Verständnis der Farben dar.
Der Aufsatz „Von den Farbigen Schatten“ stammt wahrscheinlich aus dem Jahre 1792. Goethe führt uns in die Sache ein:
„Es erscheinen uns in die Schatten, welche die Sonne bei Tag oder eine Flamme bei Nacht hinter undurchsichtigen Körpern verursacht, gewöhnlich schwarz oder grau, allein sie werden unter gewissen Bedingungen farbig, und zwar nehmen sie verschiedene Farben an“
Entwurf einer Farbenlehre
Das Werk, von 1810 besteht aus drei Hauptteilen: einem didaktischen, der seine eigenen Erkenntnisse präsentiert, einem polemischen, der sich gegen Newtons Farbenlehre wendet und einem historischen, der die verschiedenen historischen Theorien zu Farbe und Licht rekapituliert.
1. DIDAKTISCHER TEIL
Goethe unterscheidet zunächst drei Arten von Farbe und Farbwirkung:
„Physiologische Farben die wurden bisher als Täuschung und Gebrechen betrachtet, zunächst werden Scheinfarben, Augentäuschungen, Gesichtsbetrug und Pathologische Farben besprochen“
„Physische Farben“
„Chemische Farben (Körperfarben)“
2. GEGEN DIE NEWTONSCHE OPTIK
Hier finden wir die Protest Goethes gegen die Theorie Newtons.
Goethe stellt seine eigene Farbenlehre der Farbentheorie von Newton im Kapitel „Enthüllung der Theorie Newtons“ gegenüber
Eigenschaft des Weißen Sonnenlichts
Newton
Goethe
Homogenität
Licht ist zusammengesetzt (heterogen)
Licht ist eine Einheit (homogen)
Spektrum
Weißes Licht ist aus farbigen Lichtern zusammengesetzt
Weißes Licht ist das Primare. Das Helle kann nicht aus Dunkelheit zusammengesetzt sein
Wechselwirkung mit Materie
Das Licht wird durch Refraktion, Inflexion, Reflexion dekomponiert
Refraktion, Inflexion und Reflexion können ohne Farberscheinungen existieren
Analyse
Weißes Licht wird in sieben reine, vielmehr in unzählige Farben dekomponiert
Es gibt nur zwei reine Farben, Blau und Gelb. Das Übrige sind Stufen dieser Farben oder unrein
Synthese
Wie das Weiße Licht dekomponiert wird, kann es wieder zusammengesetzt werden
Weder aus apparenten sichtbaren Farben kann farbloses Licht, noch aus farblosen Pigmenten ein weißes zusammengesetzt werden
3. HISTORISCHE TEIL

Le Rouge et le Noir est un Roman écrit par Stendhal en 1830. C’est la deuxième oeuvre romanesque de Stendhal.
Le symbolisme contenu dans les couleurs du titre est un bon point de départ pour comprendre les multiples significations du roman.
Le Rouge évoque le sang du crime, la passion, qui s’allie au noir de deuil, de la mort.
D’autre part, le noir est associé à la couleur des habits religieux du séminariste Julien Sorel, alors que le rouge symbolise la couleur des habits militaires, carrière pour laquelle Julien nourrit une ambition secrète.
Résumé
Première partie
La première partie retrace le parcours provincial de Sorel, son entrée chez les Rênal, et la montée de ses ambitions au séminaire.
Julien Sorel est le troisième fils du vieux Sorel qui n’a que mépris pour les choses intellectuelle et donc pour Julien qui se révèle doué pour les études. Malmené dans sa famille qui lui fait subir des violences, il est protégé par le curé Chélan qui le recommande au Maire de Verrières, Monsieur de Rênal.
Ce sont là les débuts de Julien dans le monde de l’aristocratie de province. La vie de Sorel chez le Rênal est marquée par sa vive passion pour Mme de Rênal.
Au Château il prend l’Habitude de passer ses soirées d’été en compagnie de Mme de Rênal qui tombe amoureuse de lui.
Elisa, femme de chambre de Mme de Rênal, veut faire connaître les sentiments que Mme de Rênal a pour Julien. Monsieur de Rênal reçoit une lettre anonyme dénonçant l’adultère de sa femme et décide de se séparer de son précepteur qui quitte le domaine et entre au grand séminaire de Besançon.
Au séminaire de Besançon il fait la rencontre de l’Abbé Pirard qui percevra bien son ambition et lui propose de devenir le secrétaire du Marquis de la Mole.
Deuxième partie
Le marquis de la Mole, remarque très vite l’intelligence de Julien qui fait la connaissance de Mathilde, une personnalité remarquée de la jeunesse aristocratique parisienne. Elle voit en lui une âme noble et fière qui s’oppose à l’apathie des aristocrates de son salon.
Une passion commence entre les deux jeunes. Elle lui dira qu’elle est enceinte et parlera avec son père de son souhait d’épouser le jeune secrétaire. Son père n’est pas d’accord et dans l’attente d’une décision, lui procure un poste de lieutenant des hussards à Strasbourg.
Le marquis de la Mole refuse catégoriquement toute idée de mariage depuis qu’il a reçu une lettre de Mme de Rênal. Julien impavide va à Verrières, entre dans l’église et tire sur son ancienne maîtresse.
Julien attend en prison la date de son jugement, prison ou Mathilde passe le voir une fois par jour. Elle, sous un pseudonyme tente de le faire acquitter, simultanément, Mme de Rênal tente de faire pencher le procès en faveur de Julien et lui pardonne volontiers son geste.
Monsieur Valenod (qui fait partie du jury) parvient à faire condamner Julien à la guillotine. Mathilde et Mme de Rênal espèrent encore un recours en appel, mais Julien se résigne à la mort.
Juste après l’exécution de Julien, Mathilde demande à voir la tête du père de son enfant et l’embrasse.
Leur enfant aurait du être pris en charge par Mme de Rênal, mais celle-ci meurt trois jours après Julien.
Le Rouge et le Noir est un Roman historique avec comme trame la structure sociale de la France de l’époque, les oppositions entre Paris e la province, entre noblesse et bourgeoise, entre jansénistes et le jésuites.
Le Rouge et le Noir est aussi en Roman psychologique parce-que tout est analysé : l’Ambition, l’Amour et le Passé.

This poem, one of Wordsworth’s most famous poems, were he conveys his love for nature, was written in 1804 and records the experience of a walk, when the poet is with his sister Dorothy near their home in the Lake District. While he walk he saw Daffodils.
FIRST STANZA
The poem opens with the poet wondering in a state of loneliness.
“I wandered lonely as a cloud
that floats on high o’er vales and hills,
when all at once I saw a crowd,
a host, of golden Daffodils:
beside the lake, beneath the trees,
fluttering and dancing in the breeze.”
when he says that “he wandered lonely as a cloud”, he reminds us of those moods when we are aimless, undirected and not fully related to the world around us.
This sense of detachment from experience is strengthened by the description of the cloud which “floats on high”.
The vividness appears immediately in Line 4 in the heightening of the colour of the Daffodils from yellow to “golden”.
Wordsworth spends no words to describe the Daffodils, but places them in relationship to the lake and the trees.
SECOND STANZA
“Continuous as the stars that shine
and twinkle on the milky way,
they stretched in never-ending line
along the margin of the bay:
ten thousand saw I at a glance,
tossing their heads in sprightly dance.
The waves beside them danced; but they
Outdid the sparkling waves in glee.”
The second stanza starts with a simily: the Daffodils are compared to the “stars that shine and twinkle on the milky way”. In these lines the poet shows the Daffodils as a part of universal order. The joy exhibited by both the “dancing” flower and the stars that “twinkle” is attributed to them by the poet through the use of personification.
THIRD STANZA
“A poet could not but be gay,
in such a jocund company;
I gazed - and gazed – but little thought
What wealth the show to me had brought:”
The Daffodils are then compared with the waves on the lake, which also dance, but not with so much “glee” as the flowers.
The breeze is important for the poet also as a symbol of his creative activity: in fact the breeze that blows on the lake is the equivalent of the breeze of poetic “glee” which is blowing through the poet’s mind. The poet is “gay” because the sight of the flowers which is a “jocund company” give himself “wealth”.
FOURTH STANZA
“for oft, when on my couch I lie
in vacant or in pensive mood,
they flash upon that inward eye
which is the bliss of solitude;
and then my heart with pleasure fills,
and dances with the Daffodils.”
In the last stanza there is a tense shift from past to present. In this line is described the poet’s capability of recalling experience at future times. So the experience is not lost but may be recovered when wanted. When the poetic process makes the experience available once again the Daffodils “flash upon that inward eye”. In this condition the poet find his hearts dancing with joy, the same joy which he feels when he observed the dance of the Daffodils.

GIOCHI DI COLORE NELLA VOLTA CELESTE
I colori sono un effetto naturale dei fenomeni scientifici e meteorologici ed è per questo che facilmente si possono riscontrare nella vita di tutti i giorni.
EMBLEMA DEL COLORE: L’ARCOBALENO
L’Arcobaleno è un fenomeno ottico e meteorologico, che produce uno spettro quasi continuo di luce nel cielo, quando il sole si riflette su gocce d’acqua.
Appare come un arco multicolore, rosso sull’esterno e viola sulla pare interna: la sequenza completa è rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto.
Newton, originariamente, nel 1672, nominò solamente 5 colori primari, solo in seguitò aggiunse 2 colori fornendo una gamma di 7 colori.
Gli Arcobaleni possono essere osservati ogni qualvolta ci sono gocce di acqua nell’aria e la luce solare brilla dietro l’osservatore ad una bassa altitudine.
La luce solare si disperde attraversando le gocce di pioggia: viene rifratta quando entra nella goccia, riflessa sul retro e poi di nuovo rifratta in uscita.
La luce in arrivo viene riflessa in una larga gamma di angoli indipendenti dalla dimensione della goccia ma che dipendono dal suo indice di rifrazione.
L’Arcobaleno più spettacolare si può vedere quando metà del cielo è ancora oscurato dalle nuvole cariche di pioggia e quando ci si trova in un punto in cui al dì sopra vi è cielo sereno.
Può accadere che si verifichino, anche se molto raramente, arcobaleni lunari nelle notti fortemente illuminate dalla luna, ma siccome la percezione umana dei colori in condizioni di poca luminosità è scarsa, gli arcobaleni lunari sono percepiti come bianchi.
Capita spesso, mentre si viaggia, di osservare arcobaleni e si ha quasi l’impressione di doverli incontrare aspettando di immergersi nel loro fascio di luce, ma un Arcobaleno non esiste effettivamente, costituisce infatti un fenomeno ottico la cui posizione apparente dipende dalla posizione dell’osservatore e dalla posizione del sole.
Tutte le gocce di pioggia rifrangono la luce solare allo stesso modo, ma solo la luce di alcune di esse raggiunge l’occhio dell’osservatore.
La posizione di un arcobaleno nel cielo è sempre dalla pare opposta rispetto al sola e l’interno è sempre leggermente più luminoso dell’esterno. Solo da zone rialzate, come ad esempio da un aeroplano si ha la possibilità di vedere un cerchio intero di arcobaleno.
Può accadere che oltre all’arcobaleno principale, si verifichi un arcobaleno secondario, più scuro e più spesso, visibile all’esterno dell’arco primario.
Gli arcobaleni secondari sono provocati da una doppia riflessione della luce solare all’interno delle gocce di pioggia.
Come risultato della seconda riflessione questi colori sono invertiti rispetto a quelli dell’Arcobaleno primario, con il blu all’esterno e il rosso all’interno.
Esiste un altro tipo di arcobaleno, detto “supernumeroso” che consiste nell’unione di diversi deboli arcobaleni costituiti da colori pastello. I vari archi sono provocati da interferenze tra i raggi di luce che percorrono diverse lunghezze d’onda.
L’ARCOBALENO ED I SUOI SIMBOLI
- simbolo dei poteri degli dei e degli eventi soprannaturali;
- sigillo del patto tra Dio e Noè dopo il Diluvio Universale con cui Dio promette che non manderà più tali punizioni per gli uomini;
- simbolo di pace (colori della bandiera);
- simbolo di omosessuali, bisessuali e transessuali (persone arcobaleno);
- si dice che simbolo di nascita dell’arcobaleno sia una pentola d’oro all’origine.

L’Italia in “nero fascista”
Quando si pensa al Fascismo, da sempre viene in mente il colore nero, sicuramente per il ricordo delle “Camicie Nere”, le divise indossate dai suoi militanti, ma forse anche perché è stato uno dei periodi più travagliati e dolorosi della recente storia italiana, conclusosi tragicamente con la guerra civile che ha visto contrapporsi partigiani e repubblichini, con l’epilogo di Piazzale Loreto a Milano.
Il Fascismo, nasce nel 1919 dapprima movimento politico costituitosi successivamente, nel 1921, in partito ad opera di Benito Mussolini, che nel 1915 fonda i Fasci di Azione Repubblicana. Probabilmente il nome è ripreso dai Fasci Siciliani che alla fine del XIX secolo raccolsero operai e contadini guidandoli alla lotta contro l’eccessivo fiscalismo e la borghesia isolana. Ma quando il Fascismo abbandonò l’intonazione socialista, si preferì far risalire il nome al “Fascio” dell’antica Roma (un insieme di verghe legate attorno ad una scure), che era il simbolo del potere supremo.
Una volta al potere, Mussolini attuò una politica autoritaria che ostacolava principalmente il movimento operaio, creò nuovi istituti di governo, come il Gran Consiglio del Fascismo e la Milizia. Continuò a collaborare con forze politiche e movimenti, non fascisti, in modo da ottenere l’appoggio politico.
Oltre a quello di liberali e cattolici, poteva contare anche sull’appoggio economico, nonché sul sostegno della Chiesa che riteneva il Fascismo un modo per sconfiggere il Socialismo.
Con le elezioni del 1924 si ebbe una conferma del già grande potere fascista, che vinse si dice, in modo non troppo legale: squadre di fascisti si appostarono all’entrata dei seggi elettorali minacciando gli elettori e impedendo quindi la “libera scelta”. Coloro che denunciarono l’accaduto furono assassinati o puniti, tra di loro anche Giacomo Matteotti, ucciso nello stesso anno.
Dopo questo assassinio il Fascismo perse credibilità, che venne poi riacquistata da Mussolini con un autorevole discorso, degno della sua capacità oratoria.
Tra il 1925 ed il 1926 furono proclamate la fine dello stato liberale e la nascita di quello Fascista, con annualmente di ogni altro partito. Comincia così la persecuzione a tutti gli antifascisti che vennero carcerati o mandati al “confino” in sperduti paesini.
Il Fascismo incontrò due limiti alla sua piena e totale diffusione:il primo era la Chiesa, che dopo un appoggio iniziale avanzò precise richieste sancite nei Patti Lateranensi del 1929 in cui si prevedeva il sostegno economico del Clero da parte dello Stato, in cui si conferiva al matrimonio religioso anche un potere civile e piena autonomia dallo stato alla Città del Vaticano. La religione compariva come materia scolastica e il Crocifisso era apposto in ogni aula delle scuole.
Il secondo ostacolo era costituito dalla presenza del Re, che, di fatto rimaneva la massima autorità dello Stato.
Negli anni del Potere il partito impose la “fascistizzazione” che prevedeva che ogni settore della vita sociale, civile, economica e politica fosse piegato al fascismo e controllato dal regime. Il fascismo estese così il suo potere nel campo dell’educazione, della cultura, dei mezzi di comunicazione di massa, creando per questi ultimi il Ministero della Cultura Popolare. La radio ed il Cinema non erano considerati solo elementi di divertimento ma mezzi di propaganda politica.
Il Fascismo, per quanto affermato, non riuscì a costruire un nuovo modello economico. Nel 1925 si passò da una linea liberista ad una protezionistica, che, al contrario della prima valorizza la produzione interna apponendo dei dazi sulle merci importate. Con la “Battaglia del Grano” si rese più sicura l’idea che l’Italia potesse essere indipendente dal punto di vista della produzione di grano e cereali.
Ci furono cambiamenti anche a livello monetario: la “Quota Novanta” portò ad una rivalutazione della lira e favoriva la diminuzione del divario con la Sterlina.
Furono fondati nuovi importanti istituti, quale l’IRI (istituto per la ricostruzione industriale) che sostituì l’IMI(istituto mobiliare italiano) e si impegnò a finanziare e a controllare le nuove aziende in via di sviluppo.
La situazione di successo creatasi durante il primo periodo fascista cominciò a mostrare debolezze nel 1935 con l’aggressione all’Etiopia (Abissinia) con nuove armi, quali il gas e nuove tecniche di combattimento, quali i bombardamenti al fine di coloniarizzare il territorio. Questo fu il primo passo verso la rottura con le potenze europee e democratiche, rottura accentuata nel 1936 dall’avvicinamento alla Germania nazista con l’asse “Roma – Berlino” e successivamente con il “Patto d’Acciaio” che subordinava completamente l’Italia alla Germania.
Questo avvicinamento alla Germania ed alla sua politica discriminatoria suscitò timori e dissensi nella maggior parte della popolazione, tranne che nelle nuove generazioni.
La morte di Mussolini nel 1945 a piazzale Loreto a Milano segnò la fine del Fascismo.
Oggi non possiamo più parlare di fascismo, poiché esso si è evoluto in forme ed ideologie diverse, epurate dalle distorsioni che portarono il movimento a diventare un “regime”.
Il “Rosso Comunista”
Il Comunismo è associato al colore rosso, che ricorda la bandiera del partito ai tempi della sua formazione in Russia.
Il Comunismo auspica la nascita di una società nella quale non esista la proprietà privata e dove la distribuzione dei beni sia attuata in funzione dei bisogni di ciascun membro della società.
Il Comunismo prende le mosse dalle teorie di Marx ed Engels che stilarono, nel 1848, il Manifesto del Partito Comunista, destinato ad avere un impressionante successo. Per Marx il tratto fondamentale della società che sarebbe succeduta al capitalismo, era l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione.
Secondo ciò che scrisse nelle sue opere, la società comunista sarebbe stata caratterizzata da abbondanza di beni materiali e non ci sarebbe più stato il bisogno di lottare per sopravvivere. Divisione del lavoro e classi sociali sarebbero scomparse. Lo Stato, che nella società capitalista aveva il compito di regolare l’appropriazione della ricchezza prodotta nell’interesse delle classi dominanti, sarebbe diventato inutile.
Marx distinse, in una fase successiva, due momenti: il primo caratterizzato dall’abolizione della proprietà privata e dal principio distributivo “a ciascuno secondo il suo lavoro”; nel secondo invece sarebbe subentrato il principio “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Il movimento politico che si propone di creare questa società è chiamato appunto Comunismo. L’ ideologia si consoliderà poi nel 1917 durante la rivoluzione Russa.
Il 1917 è rimasto nella storia della prima guerra mondiale come testimonianza di grandi cambiamenti: la Russia abbandonò il conflitto mondiale a causa della sua disastrosa situazione interna e gli USA subentrarono al suo posto nell’alleanza con Francia ed Inghilterra contro Germania, Austria – Ungheria e Italia.
Contemporaneamente in Russia ci fu la caduta dello Zar e la formazione di un nuovo governo provvisorio, dominato dalle forze liberal – moderate. Accanto al potere del governo stava crescendo il potere dei Soviet (consigli eletti dagli operai e dai soldati).
Con il ritorno di Lenin i bolscevichi accentuarono la loro opposizione al governo provvisorio e fecero la prima presa di potere e sciolsero l’Assemblea Costituente a maggioranza socialista.
L’uscita della Russia dalla guerra provocò l’intervento militare della triplice intesa in appoggio alle armate bianche che si opponevano al governo rivoluzionario; la gravità della situazione spinse i bolscevichi ad instaurare una vera e propria dittatura e grazie all’Armata Rossa il governo rivoluzionario riuscì a prevalere.
Nel 1919 ci fu la vera diffusione del Comunismo. Nasce a Mosca l’Internazionale Comunista che prenderà, in seguito, il nome di Comintern (organizzazione internazionale dei partiti comunisti con lo scopo di sostenere il Governo Sovietico, favorire la formazione di partiti comunisti in tutto il mondo e di diffondere la rivoluzione a livello internazionale). Tutti i partiti comunisti che nacquero successivamente nei paesi europei erano legati all’Internazionale Comunista.
Il Governo Bolscevico attuò un nuovo piano economico, detto Comunismo di Guerra, che centralizzava le decisioni e statalizzava gran parte delle attività produttive.
Nel 1921 ci fu la nascita della NEP, Nuova Politica Economica che liberalizzava le attività favorendo una ripresa economica. Ebbe però effetti indesiderati come l’arricchimento di molti contadini e imprenditori.
Nel 1922 nacque l’URSS, l’ Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche la cui costituzione imponeva la dittatura del partito Comunista, l’unico al quale era consentita l’esistenza.
Il Comunismo modificò anche la cultura ed i valori nazionali come: la lotta contro la Chiesa Ortodossa, nuove riforme sulla famiglia e rapporti tra i sessi, l’impegno nell’istruzione e nell’educazione dei giovani.
La politica sovietica e la prassi comunista cambiarono radicalmente con l’ascesa al potere di Stalin che trasformò l’URSS in un regime totalitario del XX sec.
Il termine “Totalitarismo” deriva dal fatto che il regime si imponeva in tutti i campi della vita dei cittadini, controllando la loro vita politica, sociale, economica e culturale.
Stalin estromise dal potere i Bolscevichi, eliminò ogni forma di libertà e instaurò un regime di terrore grazie al quale tutti potevano essere accusati e di conseguenza torturati ed arrestati, per crimini che mai avevano commesso. Grazie al regime del terrore furono creati i Gulag, campi di concentramento in cui venivano internati i criminali di ogni tipo e gli oppressori politici di Stalin. Tutti i luoghi di culto furono rasi al suolo dopo aver dichiarato Ateismo di Stato, l’economia fu tesa all’aumento della produzione bellica.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale si crearono due blocchi opposti nel Mondo: il blocco orientale, a maggioranza comunista che diffondeva le democrazie popolari ed il blocco occidentale a predominanza Americana basato su un ideologia capitalistica.
Ebbe inizio la Guerra Fredda che può essere considerata una guerra ideologica, basata sullo scontro tra l’ideologia Comunista e quella Capitalistica. Gli USA tentarono di contenere il Comunismo e di provocarne il suo dilagare sia all’interno che all’esterno proponendo accordi agli stati europei occidentali come ad esempio il piano Marshall che impegnava l’America in aiuti economico – finanziari all’Europa.
D’altra parte il Comunismo si impegnava nella diffusione della sua ideologia facendo leva sul Cominform, alleanza tra i partiti comunisti e sul Patto di Varsavia che controllava i paesi satellite dell’Est europeo.
Il Comunismo ebbe il suo ruolo fondamentale anche in Cina dopo la vittoria di Mao Tse – Tung contro i Nazionalisti, venne così fondata la Repubblica Popolare Cinese.
Con l’avvento al potere in URSS di Mikhail Corbaciov vi è un’apertura ad un’economia non più incentrata sull’intervento statale, ma improntata ad un’imprenditoria privata. Migliorano quindi i rapporti tra USA e URSS.
L’ultima spallata all’ideologia prettamente comunista viene data dal crollo del muro di Berlino, nell’anno 1989, e la maggior parte dei partiti sorti dall’idea Comunista ha modificato il proprio nome facendo scomparire il termine comunista.
Oggi rimangono pochi stati a regime comunista, come la Repubblica Popolare Cinese e il Governo Birmano che dopo aver proceduto per circa un decennio in linea con il governo comunista sovietico, entrò in collisione con esso, nella prospettiva di dar vita ad un proprio sistema di Comunismo integrale basato prevalentemente sull’aspetto agrario.

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