I 23 giorni della città di Alba

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Testo

TONETTO FABRIZIO
CL. V^ A
UDINE, 3-10-00

I VENTITRE’ GIORNI DELLA CITTA’ DI ALBA
Il primo giudizio dei critici marxisti alla raccolta di Beppe Fenoglio intitolata I ventitrè giorni della città di Alba non fu affatto lusinghiero: infatti dicevano che la problematica della Resistenza era stata trattata in maniera “qualunquista, tendenziosa, falsa e meschina” e presentava partigiani “tra la caricatura e il picaresco, senza un preciso retroterra politico-ideologico”. Com’è però possibile che Fenoglio, oppositore istintivo di un regime (quello fascista) che è la negazione dei valori etici, umani e culturali su cui egli aveva costruito la propria personalità, abbia potuto parlare in modo tanto negativo, o comunque non sufficientemente enfatico, di quella lotta che per eccellenza voleva la distruzione di quel regime? Perché la sua opera non è stata gradita alla cultura di sinistra, se ciò che egli scrive nasce dalla sua personale e diretta esperienza? E se la sua non è stata una testimonianza autentica e veritiera, perché avrebbe dovuto mentire su una cosa che faceva tanto onore a quell’ideologia politica di cui lui stesso era sostenitore? Val la pena conoscere meglio l’opera, considerandone la natura, i temi e lo stile.
I ventitre giorni della città di Alba è una raccolta di dodici racconti divisi in due gruppi: il primo rievoca episodi partigiani, il secondo, invece, riporta storie contadine che in parte hanno ben poco a che fare con il periodo della Resistenza e, a guardar bene, anche con il dopoguerra, nonostante Vittorini, primo editore del libro, abbia visto rappresentata in esso “l’inquietudine dei giovani nel dopoguerra”: Quell’antica ragazza, infatti, non è che un componimento poetico, L’acqua verde un disperato, e purtroppo comunissimo, caso di suicidio, Nove lune una altrettanto comune storia di gravidanza indesiderata con le sue conseguenze, Pioggia e la sposa il ricordo, fatto da un bambino, di una gita verso un paese dallo strano nome sotto un gran temporale. Ettore va al lavoro, invece, è l’unico che propone l’inquietudine dei giovani nel dopoguerra, tanto è comprensivo e rappresentativo di quel particolare periodo. In questo racconto la realtà contadina è presentata nella sua difficile condizione senza cedimenti all’illusione o al sentimento e coglie nel paesaggio naturale delle Langhe un paesaggio morale fatto di paura, dolore, violenza e crudeltà al quale lo scrittore fu sempre molto legato e che considerava luogo più autentico della società urbana e non un mito irripetibile e lontano da recuperare nella memoria, come in Pavese. Le Langhe sono l'unico mondo in cui si realizzano tutte le dimensioni della vita, anche la guerra in cui i rapporti umani nascono e vivono più difficilmente.
Tornando al primo gruppo, che come si è detto rievoca episodi partigiani, l'opposizione armata al fascismo è rappresentata nelle sue luci e nelle sue ombre: la drammaticità degli eventi, i dubbi di chi decide di farsi partigiano in un clima di sopraffazioni e di violenza, le contraddizioni della guerra civile, le sue implicazioni politiche. Una cosa però sembra mancare in questa realistica descrizione dei partigiani che appare assolutamente veritiera, priva di giudizi personali e fortemente coinvolgente per la spontaneità di contenuti e di stile e cioè l'insieme degli aspetti di carattere storico e morale che sono necessarie basi per la formazione del movimento antifascista e antinazista e senza i quali la guerra partigiana si riduce ad una semplice avventura, seppur drammatica, vissuta quasi senza senso. La pietosità quasi commovente che accompagna alcune scene, la lucidità con cui sono riportati alcuni significativi avvenimenti e le poche notizie su un codice militare dei partigiani o le strategie di battaglia, forse, non resero sufficientemente il carattere fortemente politico della Resistenza, così almeno agli occhi dei partiti politici di sinistra. Si potrebbe comunque capire questa scelta, se scelta è stata, considerando la molteplicità di motivi che hanno spinto alla lotta in alcuni casi, la totale assenza degli stessi in altri. Si coglie poi negli stessi racconti un sincero senso di sgomento e forse anche di riprovazione di fronte alla lotta partigiana: Fenoglio sembra infatti quasi rimproverarsi di avervi partecipato e sembra affermare che l’inquietudine del dopoguerra nasca proprio da quei giorni. Emblematiche in questo senso sono le parole che lo scrittore mette in bocca a Max, partigiano badogliano catturato dai fascisti: “se me la cavo… non mi intrigherò mai più di niente” oppure le sensazioni di Raoul, giovane borghese che decide di presentarsi in formazione, cui tutto si presenta inaspettatamente crudo, antipatico disgustoso.
Lo stile, aspetto forse più qualificante e contraddittorio dello scrittore, è costituito da più componenti e valorizzandone una piuttosto che un’altra si rischia di caratterizzare in modi diversi l’opera stessa. Esso risente molto dell'estraneità dell'autore ai circoli letterari che lo rese scrittore d’istinto, non condizionato da schemi rigidi e prefissati, come avrebbero voluto i politici di sinistra, ma anche dell'ammirazione per la cultura e la civiltà anglosassone che lo portò alla lettura dei grandi autori inglesi come Coleridge, Melville e Conrad. Essi influenzarono tra l'altro anche il suo lessico che risulta essenziale, diretto e spontaneo e contribuisce a riportare gli eventi con chiarezza e spontaneità senza cadere nella retorica e nell’enfasi. Vi sono punti, poi, in cui il tono si fa quasi ironico ed epico-burlesco, e questo per la schiettezza antieroica che caratterizza alcuni passi, quelli più fraintesi e criticati, come per esempio la descrizione dell’entrata dei partigiani nella città di Alba in cui i partigiani appaiono come usurpatori del territorio conquistato e i loro capi impreparati ad organizzarli ed incapaci di risolvere problemi di difesa, di vettovagliamento e di amministrazione civile in genere. Il tono risulta infine, a ragione, più drammatico quando i partigiani si trovano in difficoltà o vengono colti, come nella maggior parte dei casi, nel momento della loro morte; ma non mancano nelle pagine anche punte grottesche e umoristiche accanto a quelle pietose.
I racconti nascono evidentemente dallo sconvolgente contatto con la guerra attraverso cui si forma lo scrittore-Fenoglio, o meglio, scaturisce nell’uomo-Fenoglio, l’incapacità di comprendere come l’uomo possa risultare tanto spietato all’uomo. La risposta che Fenoglio si dà al termine della sua indagine, non è immediata, né tanto meno scontata: la violenza tra gli uomini non è diretta conseguenza della guerra, anche se in essa trova la sua massima espressione, ma è presente già nella vita quotidiana, inevitabilmente legata alla natura dell’uomo. Questa risposta, maturata solo in seguito agli episodi, alle sensazioni e alle parole nate nel dramma della Resistenza, di cui anche lui è partecipe, costituiranno il materiale che, a guerra conclusa, verrà da lui rielaborato ed organizzato nelle sue opere.
In ultima analisi Beppe Fenoglio non ha né enfatizzato né dissacrato la Resistenza: l’incondizionamento da schemi rigidi e prefissati gli offre maggiore libertà di trattare gli argomenti in un modo particolare e individuale tenendo conto che il contatto con la guerra e la crudeltà degli eventi provoca in ognuno reazioni personali e quindi non sempre uguali o prestabilite; la presentazione che l’autore fa della guerra partigiana nelle sue luci ed ombre non fa che avvalorare il suo intento di riportare fedelmente i fatti come lui li ha vissuti; infine, il fatto che non abbia considerato i motivi che hanno spinto i partigiani a combattere può essere un punto a suo sfavore, ma anche un modo per snellire il racconto, visto che già li conosciamo, o comunque possiamo immaginarceli.
L'opera di Fenoglio lascia necessariamente una grande impronta nella letteratura italiana e ci dà una visione autentica e veritiera della Resistenza. Del resto già nel 1965, due anni dopo la morte dello scrittore, essa veniva rivalutata positivamente anche dalla critica di sinistra che così si esprimeva attraverso le parole di Paolo Spriano: “a Fenoglio va il merito di averci dato partigiani e Resistenza per come erano, nella loro pienezza di vita e di contraddizioni”.
TITOLO: I ventitrè giorni della città di Alba
AUTORE: Beppe Fenoglio
ANNO: 1952
EDITORE: Einaudi

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