I 12 Abati di Challant

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Testo

Picenni Michele IIIa M
di Laura Mancinelli
Einaudi 1981, torino

Genere letterario:

Il romanzo non si può propriamente definire un romanzo storico. Tuttavia, come ha scritto l’autrice a proposito di un’altra opera, esso è proiettato «in un tempo storico definito, su uno sfondo storico». Prevale infatti, su quello storico, il gusto favolistico di un Medioevo filtrato attraverso i romanzi cortesi, visto nello splendore delle sue corti, nella vita dei castelli, allietata da banchetti, cavalcate, dolci, intrattenimenti ad opera di cantori, musici e giullari, con spesso al centro la splendida, colta, intelligente Signora che di questa vita è l'anima e la guida.
Linguaggio:
Alla base delle scelte stilistiche del romanzo c’è il desiderio di riprodurre i toni e le cadenze del XIII secolo, senza però riproporne la forma, ma lasciandone intuire la musicalità, per esempio posponendo il soggetto al predicato o il predicato al complemento oggetto. In sintonia con il suo scopo l’autrice fa largo uso di vocaboli risalenti al linguaggio duecentesco (Ex. alli, Vinegia, fue, ei strignere, desiata, noquizia, molicir ecc. ).
Altra caratteristica interessante è la duttilità del linguaggio: la capacità cioè di variare a seconda della classe sociale cui appartiene il momentaneo oratore(servo, mercante ecc.), per meglio renderne rango e cultura. Tale scelta permette anche una più immediata resa della mentalità di uno specifico personaggio.
Nelle descrizioni dei paesaggi e dei sentimenti sono presenti anche numerosi elementi lirici, è frequente l’uso di metafore e paragoni.
L’ironia è a mio avviso la caratteristica che delinea maggiormente il taglio stilistico dell’opera. Le descrizioni dei singoli personaggi e del loro epilogo (per quanto riguarda gli abati) sono propriamente ironiche e tendono quindi a mettere in ridicolo gli aspetti peculiari di ognuno di loro.

Punto di vista
La vicenda ci viene trasmessa attraverso il punto di vista del narratore onnisciente, anche se non mancano alcuni esempi di focalizzazione interna, addirittura multipla, come quando viene descritto il ritorno del trovatore al castello e si alternano il punto di vista del trovatore stesso e quello della marchesa che lo guarda dalla finestra.
Periodo storico:
L’ambientazione basso medioevale del romanzo e quasi immediatamente percepibile dalle nozioni storiche forniteci nel primo capitolo. Altro dato di rilievo fondamentale è la figura della Marchesa, attorno a cui ruota tutta la vita goliardica della corte, che soltanto nel periodo storico indicato avrebbe potuto godere di tale libertà d’azione.
Problemi di fondo:
In quest’opera sono presenti sostanzialmente due problemi di fondo:
• Controllo Ecclesiastico sulla Vita Laica.
1. Repulsione della Chiesa verso la figura femminile.
Nella società antica, la femmina era colei che doveva provvedere ad accudire i figli e alla gestione della casa. Non le era permesso saper né leggere né scrivere (anche se, naturalmente, c’erano molte eccezioni), non faceva vita di società ed aveva pochissimi diritti.
L’affermazione della chiesa come “autorità vigilante” comportò una radicale modifica dei rapporti uomo – donna: la donna divenne nell’immaginario collettivo strumento delle tentazioni demoniache. Ritenute inferiori, non avevano il permesso di possedere alcun bene e, addirittura, un atteggiamento inammissibile era la sola cura del corpo.
Così la sensualità e gli atteggiamenti seduttori della bella Maravì (vedi capitolo “Amore e morte”) sarebbero stati considerati oltraggiosi e peccaminosi se non si fosse trovata in un castello del XIII secolo: con lo sviluppo, infatti, della vita cortese, la donna era “posta al centro dei desideri” degli uomini di corte. In questo modo la marchesa di Challant divenne “l’irraggiungibile incanto” del duca Franchino, dello stesso abate Mistral e del trovatore.
Questi, di fatto, fu un’altra figura che si sviluppò nel XIII secolo. Le sue origini risalgono agli istrioni romani o nientemeno che ai rapsodi greci; passando per “quegli uomini di dubbia moralità” che erano chiamati saltimbanchi, poi giullari, si arriva fino ai trovatori Provenzali del XII/XIII secolo.
2. Controllo Ecclesiastico sulla Cultura.
La figura del filosofo, nel romanzo, diventa esempio lampante di una delle più commiserevoli abitudini ecclesiastiche del basso medioevo. La condanna cioè di tutto quello che veniva considerato forviante e pericolosamente innovativo come eretico, cioè legalmente punibile con tortura e messa a morte.
In questo caso, l’eresia commessa dal suddetto filosofo consiste nella sua adesione agli studi di Abelardo, filosofo eretico anch’esso, che aveva dimostrato la fondamentale fondatezza della dottrina di Maometto.
Tale attività di indagine, controllo, condanna e repressione era svolta per conto della Chiesa dal Tribunale della Santa Inquisizione: un vero e proprio organo socio-politico semi autonomo in seno alla chiesa.
• Genesi della nuova società Tardo Medioevale & Rinascimentale.
Le figure d’Enrico da Morrazzone e del Mercante di Venezia introducono nel romanzo l’importante tematica della Genesi di una nuova società in seno al vecchio mondo medioevale.
Tale società ruota intorno alla figura del mercante: una nuova classe sociale, colta per bisogno d’esserlo, che rischia la sua vita in avventate ma lucrose spedizioni commerciali od operazioni di cambio per migliorare tramite il denaro la sua condizione sociale. Una nuova figura che può emergere nella ribalta del XIII° sec. grazie alla ripresa commerciale dovuta non solo ad una pace relativa in territorio europeo, ma soprattutto all’impegno delle diverse nazioni nel rendere nuovamente sicure le lunghe rotte commerciali devastate dalle continue guerre ed invasioni dell’Alto Medioevo.
In Italia buon esempio di tale evoluzione furono le Repubbliche Marinare (Amalfi, Genova, Pisa, Venezia): veri e propri vivai di mercanti spalleggiati da una favorevole autorità cittadina, ad essi strettamente legata.
Ambienti descritti:
Tutta la narrazione del romanzo si svolge sullo sfondo di un castello: costruzione peculiare della “Età di mezzo”.
Le prime rocche sorsero tra il IX ed il X secolo d.C. in concomitanza con il crollo di potere nell’Impero Carolingio e l’inizio delle Razzie Ungare in Europa. Causa la vacanza di un potere centralizzatore ed il pericolo per i beni e le persone, nobili, alti ecclesiastici re signorotti locali si rifugiarono in rocche ben difendibili, circondati da piccoli o grandi eserciti privati.
Molto spesso queste rocche germinavano su precedenti siti celti o romani, in luoghi impervi come il territorio che li circondava. Con la mancanza di vetri che chiudessero le feritoie e con l’impossibilità di mantenere fuochi sempre accesi nelle stanze, in inverno erano pressoché invivibili.
Successivamente, verso la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, comparvero lastre sorrette da fili di rame a proteggere del freddo e, nelle stanze, furono edificati veri e propri camini. Ammettiamo che il romanzo si fosse ambientato solamente circa tre secoli prima: la marchesa, nell’affacciarsi alla finestra, tra la pioggia battente, per vedere la venuta del troviero, si sarebbe infradiciata (vedi capitolo “Il trovatore”); il filosofo, al suo arrivo, non si sarebbe sistemato tanto comodamente davanti al caminetto senza “affumicarsi” un po’ (vedi capitolo “Il filosofo”) e, parimenti, la marchesa non si sarebbe potuta concedere un bagno così caldo e profumato come descritto nel capitolo “le esequie”.
L’autore e le sue opere
Laura Mancinelli (1933) vive a Torino, dove ha insegnato letteratura alto-tedesca all'università.
Studiosa di letteratura tedesca medioevale ha intrapreso solo in un secondo tempo l'attività di narratrice, imponendosi però subito all'attenzione degli amanti della letteratura per l'originalità dei suoi romanzi. È scrittrice soprattutto d'atmosfere, in cui si risolvono i suoi paesaggi nordici, freddi, brumosi, per i quali ha un’accentuata propensione. La maggior parte dei suoi romanzi e racconti possono essere raggruppati in tre categorie: quelli a sfondo medioevale (I dodici abati di Challant, Einaudi 1981; Il miracolo di Santa Odilia, Einaudi, 1989; Gli occhi dell'Imperatore, Einaudi, 1993; I tre cavalieri del Graal, Il principe scalzo), quelli a carattere poliziesco, che ruotano intorno alla figura del capitano Flores (la trilogia composta da Il mistero della sedia a rotelle, Killer presunto, Persecuzione infernale) e quelli con al centro il fantasma del grande musicista, Mozart (Il fantasma di Mozart, Einaudi, 1986).
Come germanista ha tradotto in versi alcuni grandi romanzi medievali: I Nibelunghi e il Tristano di Gottfried von Strasburg, il Gregorio di Hartmann von Aue.
I personaggi del romanzo
La marchesa Isabella d’Aquitania, bellissima e spregiudicata segue le sue passioni fino ad oltrepassare i limiti imposti dall’amor cortese. In Passato si innamorò di S. Bernardo che ottenne la canonizzazione essendo riuscito a sfuggire alle attenzione della nobile donna. Ella ama circondarsi di gente di cultura impegnata nei più vari rami del sapere. Tiene in poca considerazione gli ammonimenti degli abati e si dimostra sempre molto coraggiosa. Per queste ragioni diventa l’oggetto del desiderio di gran parte dei castellani, creando così un intreccio di gelosie e avventure. Al termine della vicenda viene identificata dal più intransigente degli abati come la causa delle stragi avvenute nel castello. Ritorna quindi la figura della donna serva del demonio che usa la sua bellezza per distogliere gli uomini dalla via della fede.
Il duca di Franchino di Mantova avrebbe dovuto essere piuttosto un menestrello. E lo avrebbe anche voluto, forse. Infatti era biondo, esile, con gli occhi azzurri. Esattamente come dovrebbero essere tutti i menestrelli. E perpetuamente innamorato, anche se non sapeva amare. L’unica volta che aveva coronato il suo sogno d’amore, aveva sposato la marchesa Eleonora di Challant, ed era stato un disastro. La sua fragilità nervosa non aveva retto. Se non fosse morta prima la marchesa, sarebbe di certo morto lui. Ora si compiaceva della sua condizione di vedovo, perché il nero del lutto gli donava. E poi le donne si innamorano volentieri di un giovane vedovo, soprattutto d’un vedovo biondo. Firmando l’accettazione di un testamento si condanna però alla castità, in quanto essa era una delle clausole, e a essere sorvegliato a vista da dodici abati che la dovevano garantire.

Venafro. I suoi capelli erano neri e corti, i baffi neri, gli occhi pure incredibilmente neri. Nessuno sapeva nulla di lui, se non che la sua origine doveva avere qualcosa a che vedere con la bellissima e leggendaria Isabella d’Aquitania. Di dove venisse, nessuno lo sapeva. Il mistero, ed il raro sorriso sulle labbra, contrastavano con quella parentela illustre in cui la nobiltà della nascita gareggiava con l’impareggiabile libertà dei costumi.
Si dimostrerà sempre estremamente fedele alla Marchesa con la quale condivide l’interesse per la cultura. La sera si ritira sempre nella sua stanza, in cima alla torre, per compilare il suo erbario.
L’Abate Umidio, che a causa dell’età e delle fredde mura del castello soffriva di numerosi acciacchi, cercando di alleviare le sue sofferenze con delle erbe che, a gocce possono curare le tristi malattie, ma in dosi eccessive possono provocare la morte, perirà.
L’Abate Nevoso, giovane d’anni e assai robusto e corpacciuto, ma pigro e amante della comodità. Comodità che lo porterà a “schiantarsi” in fondo ad un fiume.
Enrico di Morrazzone, inventore, giunge al castello, su di un carro montato su una slitta e tirato da due cavalli, per vendere i suoi manufatti. Era un uomo alto e magro, vestito di una palandrana verde che gli scendeva dritta dalle spalle alle caviglie che, quando alzava le braccia, gli dava l’aspetto di un lungo rettangolo verde. Uno di questi, la slitta a molla, sarà causa della morte dell’abate Nevoso.
L’Abate Torchiato, verboso e zoppicante, non perde occasione per redarguire la marchesa sui suoi facili costumi. Morirà durante una festa al castello, per aver troppo mangiato e bevuto.
Il Filosofo, giunge al castello montato su di un ronzino, avvolto in un mantello su cui stava piantato, presuntuosamente, un cappellaccio a punta, di quelli che sogliono portare gli studenti, ornato di due penne lunghissime e ondeggianti: una verde-gialla di galletto, e una, candidissima, di cigno. Laureato alla Sorbona di Parigi, viene scacciato dalla città accusato d’eresia, poiché con il suo pensiero e con le basi d’Abelardo, filosofo eretico anch’esso, aveva, in un certo qual modo, dato come altresì valida la dottrina di Maometto.
L’Abate Cleorio, un vecchietto malato e freddo, perennemente alla ricerca del caldo del camino, morirà schiacciato dalla padella dei Challant che si trovava appesa vicino al camino della cucina.
La saggia pretessa, vestiva con una lunga cappa intessuta di piume,, che dal capo, cui si adattava con una specie di cappuccio, scendeva sino ai piedi avvolgendo nella sua ampiezza il robusto corpo della pretessa e nascondendone i capelli fulvi e crespi. Viene chiamata dai Challant per esorcizzare il camino della cucina.
Goffredo da Salerno, era un uomo di mezza età, dal volto bello, ricoperto in parte da una folta barba; lisci capelli castani ricoprivano parte della fronte. Studioso di medicina, era stato accusato d’eresia per aver voluto iniziare la pratica dei trapianti sull’uomo.
Madonna Maravì proveniva dalla corte angioina di Napoli; con i suoi “riccioli ramati” s’innamorò di messer Goffredo da Salerno. Per la sua lotta di conquista aveva deciso di vestirsi con un abito di raso rosso ciliegia, bordato allo scollo e alle maniche, il rosso del vestito “accentuava il rosso dei capelli e il candore del collo e del seno che generosamente appariva dall’ampia scollatura.” Portare un tal vestito nel mese di febbraio, però, avrebbe sicuramente danneggiato un organismo proveniente dal clima dell’Italia del sud. Difatti mal di capo e impulso di tossire non furono che l’inizio di un tremendo raffreddore o, “di un tremendo morbo dell’anima”. “Occhi rossi e un po’ gonfi, labbra screpolate e acconciatura trasandata”, sono i sintomi della “malattia dell’amore” in cui era incappata questa damigella ostinata. Impulsiva nelle reazioni, persa ormai la battaglia per messer Goffredo, solo confrontandosi con la marchesa riuscì ad apprendere una nuova filosofia d’amore.
L’Abate Foscolo viene ucciso da una torre degli scacchi, che madonna Maravì aveva scagliato dalla finestra, irata per aver perduto la battaglia per messer Goffredo.
Il Mercante di Venezia, un uomo colto, di buone maniere, capace di vendere con astuzia la propria merce (vedi capitolo “Il mercante veneziano)
L’Abate Mistral se n’andrà dal castello innamorato della marchesa
L’Abate Leonzio era noto al castello per la sua propensione per le donne.
Riassunto
Nei primi capitoli l’autrice ci introduce i quattro personaggi principali del castello di Challant, situato in provincia di Aosta, che saranno sempre presenti durante tutto il corso della vicenda. Questi sono Venafro, Il Duca di Mantova, la Marchesa Isabella d’Aquitania e i dodici abati.
La presenza di un così alto numero di religiosi nel castello, viene giustificata da una strana clausola nel testamento che affidò al Duca di Mantova dominio sul castello stesso: tale testamento prevedeva che l’erede del castello di Challant si mantenesse casto fino alla morte. I dodici Abati avevano l’incarico di controllare che le volontà del defunto predecessore venissero osservate!
Dopo questa breve introduzione l’autrice inizia a narrare le bizzarre vicende che portarono alla morte dei dodici Abati.
Il primo a morire fu l’Abate Umido, ucciso da una qualche bevanda velenosa.
Qualche giorno dopo fecero capolino al castello un inventore ed un filosofo. Enrico da Morazzone, così si chiamava l’inventore, era un esperto di molle e con esse era capace di costruire i più disparati arnesi. Le sue invenzioni lasciarono di stucco tutti i castellani e prima di andar via l’inventore riuscì a venderne una, una slitta a molla, a Venafro che la donò poi all’Abate Nevoso. Quest’ultimo decise di provarla subito, approfittando della neve caduta in abbondanza, ma perse il controllo del suo veicolo e finì per schiantarsi nel fiume.
Il filosofo giunse qualche giorno dopo: trattavasi di un esule parigino accusato di eresia. Si fermò al castello per alcuni giorni, passando il suo tempo a discutere con Venafro ed altri castellani interessati alla sua scienza(senza tralasciare le attenzioni muliebri della Marchesa!). Punto culminante del suo sistema filosofico era la capacità di mettere in crisi il principio di non contraddizione alla base dell’aristotelismo. Altro caposaldo delle sue riflessioni era l’Imprevedibilità dei fenomeni. Una sera predisse che anche il gancio più robusto avrebbe finito con lo spezzarsi ed il lasciar cadere la padella da lui sorretta. Caso volle che, quando tale gancio si ruppe, la padella fosse in traiettoria con il cranio dell’Abate Cleorio. L’urto spaccò la teste del religioso, uccidendolo.
I servi, superstiziosi, diedero la colpa di tale decesso a delle presunte presenze demoniache annidate nel camino. A causa di tale conclusione, cuochi e sguatteri iniziarono a lavorare con diffidenza e paura, sfornando piatti che urtarono il palato dei commensali. Per salvare la qualità delle proprie cene, il Marchese ordinò che il camino venisse esorcizzato, facendo così contenti i servi.
Carico dell’esorcismo lo prese una Saggia Pretessa, che in cambio del suo servigio chiese alla Marchesa ospitalità per due suoi protetti: tale Goffredo, medico di Salerno, ed un bambino di nome Cicco.
La morte tornò ben preso a visitare il castello, reclamando altri due Abati: Foscolo ed Ipocondrio.
Foscolo ebbe la sfortuna di trovarsi in mezzo ad una lite d’amore fra una donna del palazzo, Maravì, e Goffredo. Durante la lite la donna aveva lanciato un pezzo degli scacchi, più precisamente la torre, che volando fuori dalla finestra aveva centrato Foscolo, uccidendolo(NB si trattava di scacchi dalle dimensioni enormi!).
Ipocondrio morì cadendo dalle mura mentre rincorreva il piccolo Cicco, reo di suonare “musica profana” col suo flauto.
Pochi giorni dopo, comparve al castello un Trovatore che osò prevaricare i limite cavallereschi imposti dall’amor cortese con la Marchesa e per questo fu scacciato dal Duca, fortemente geloso della bella Isabella. Lo stesso giorno l’Abate Mistral, anch’egli innamorato della Marchesa, decise di andarsene dal castello di sua spontanea volontà avendo saputo dell’avventura fra il trovatore e la sua amata.
Il successivo visitatore del castello fu un Mercante Veneziano, carico di favolosi prodotti. L’uomo si era auto imposto un esilio dalla calda ed accogliente città natia per sfuggire l’epidemia di onfalotopia, che ivi era scoppiata(si trattava di una contagiosa malattia che provocava la caduta dell’ombellico).
La successiva serie di decessi si consumò durante la Primavera.
Il più singolare di questi fu quello dell’Abate Prudenzio che morì schiacciato da un marchingegno da lui stesso inventato a salvaguardia della propria virtù. Trattatasi di una grata che isolava completamente camera sua dal resto del castello. Mentre fuggiva da una libidinosa castellana, l’Abate calcolò male le distanze ed all’atto di tirate la leva, la grata lo schiacciò.
Il giorno seguente arrivò al castello un Astrologo che, in maniera molto poco ortodossa, predisse alla Marchesa che il suo bel castello sarebbe stato vittima di una disgrazia tra non molto tempo. L’Abate Santoro approfittò della presenza del luminare per chiedergli delucidazioni circa il suo proposito di convertire la viziosa Marchesa all’osservanza corretta del credo cattolico. L’Astrologo invitò l’Abate ad indirizzare gli occhi verso una certa stella, che gli avrebbe fornito tale risposta. Santoro prese a camminare scrutando il cielo con un binocolo e ben presto precipitò.
Qualche giorno più tardi l’Abate Malbrumo si ammalò ai lombi. La medicina del tempo, che associava ad ogni malessere fisico un malessere psicologico, individuò la cura di tale male in un corretto esercizio dei lombi nell’attività sessuale. L’Abate si sottopose di buon grado alla cura, ma non passo molto che finì per abusarne e quindi spirò serenamente nel suo letto.
Giunto a questo punto, l’unico Abate superstite, Ildebrando, arrivò alla sua drastica conclusione. Il castello era infestato dai demoni e per tale motivo doveva essere cancellato dalla faccia della terra tramite il fuoco purificatore. Il caso volle che nell’incendio da lui stesso appiccato, Ildebrando fu l’unico dei castellani a perire!

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