Fontamara

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale
Download:348
Data:16.02.2001
Numero di pagine:8
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
fontamara_8.zip (Dimensione: 8.83 Kb)
readme.txt     59 Bytes
trucheck.it_fontamara.doc     35.5 Kb


Testo

TITOLO: Fontamara
PRIMA PUBLICAZIONE: 1933 Zurigo
GENRE LETTERARIO: Romanzo
AUTORE: Ignazio Silone
Ignazio Silone (pseudonimo di Secondo Tranquilli), nasce a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila, il 1° Maggio del 1900. Figlio di un piccolo proprietario terriero e d’una tessitrice, compì i primi studi nel paese nativo e si trasferì successivamente a Roma per frequentarvi i corsi liceali. Rimasto orfano a quindici anni in seguito al terremoto della Marsica, dovette interrompere gli studi per guadagnarsi da vivere. Fu allora che nacque quel legame di solidarietà con la povera gente della terra d’Abruzzo che fin da quegli anni spinse Silone verso il movimento socialista, da lui sempre inteso come fedeltà all’uomo, come liberazione della persona da ogni alienante asservimento. Fu un precoce ribelle e la sua rivolta contro la vecchia società e i “poteri costituiti” assunse presto la forma di una contestazione globale. Prese parte attiva alla propaganda contro la guerra, fu il redattore dell’“Avanguardia” divenne amico personale e collaboratore di Antonio Gramsci, accanto al quale si trovò a Livorno nel 1921, quando venne fondato il partito comunista italiano. Dopo l’avvento del fascismo e le leggi eccezionali del 1925, divenne attivista clandestino del medesimo partito ridotto all’illegalità. Denunciato e ricercato fu costretto a fuggire all’estero, pur continuando a ricoprire cariche di grande responsabilità politica per cui, ad esempio si trovò a Mosca nel Maggio del 1927, al fianco di Palmiro Togliatti, nella riunione del Comintern che preparò l’espulsione e anche l’eliminazione fisica di Trotskij a di Zinoviev. Un momento particolarmente drammatico nella storia del movimento operaio internazionale, il momento della reale presa del potere da parte di Stalin. Per Silone fu il momento della rottura con il partito comunista: una rottura che si compì a distanza di tre anni, ma che si consumò in quei giorni moscoviti. Nel 1930, dimessosi dal partito e stabilitosi a Davos, un centro montano della Svizzera Silone scrisse il suo primo romanzo, Fontamara, storia dell’arrivo del fascismo in uno sperduto villaggio della Marsica. Dopo Fontamara pubblicò, sempre all’estero, Pane e vino (1937), La scuola dei dittatori (1938), Il seme sotto la neve (1940). Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale accettò l’incarico di costituire in Svizzera, con la collaborazione di Modigliani, il Centro estero socialista, tornando così all’attività politica organizzativa. Questa ebbe un prolungamento in Italia, con il rientro dall’esilio avvenuto nell’Ottobre del 1944. Silone fu cooptato nella direzione del partito socialista e venne nominato direttore dell’“Avanti!”, che vantò in quel periodo la più alta tiratura tra i quotidiani italiani. Fu anche eletto deputato alla Costituente. Nel ’48 rifiutò di presentarsi candidato alle elezioni e decise di dedicarsi interamente al suo lavoro di scrittore. Morì a Ginevra nel 1978.
RIASSUNTO:
P
er molto tempo a Fontamara si pensò che non l’avrebbero mai fatto, ma dato che da molto tempo nessuno pagava più le bollette la corrente elettrica fu staccata. Nei primi giorni ciò creò grande scompiglio, ma dopo poco i fontamaresi si abituarono a questa nuova condizione e tutto tornò come prima.
La sera in cui la luce venne tagliata arrivò a Fontamara un forestiero che fece firmare agli abitanti un foglio di carta, bianco. Il giorno seguente arrivarono alcuni cantonieri con pale e picconi per deviare il corso d’acqua che riforniva la riserva idrica del paese e convogliarne le acque sulle terre dell’Impresario.
Le donne partirono allora alla volta del capoluogo per protestare contro questo sopruso. I cantonieri, vedendo arrivare verso di oro una fitta schiera di persone che sollevavano un gran polverone, scapparono e si rifugiarono nelle vigne. Giunte al capoluogo le donne andarono al comune e chiesero di parlare col sindaco. Dopo essere state a lungo derise, senza che esse ne conoscessero il motivo, furono informate che il sindaco non esisteva più e che al suo posto c’era il podestà, l’Impresario.
Le fontamaresi si recarono allora all’abitazione dell’Impresario ma non lo trovarono. All’interno si stava però svolgendo una festa per la nomina dell’Impresario a podestà. Più tardi arrivò anche l’Impresario ma non prestò attenzione alle donne di Fontamara, che tentavano invano di far valere le loro ragioni, perché era troppo occupato a inveire con gli operai che erano vicino a lui.
Intervenne allora don Circostanza che cercò di operare una mediazione. Alle fontamaresi venne spiegato che i fogli da loro firmati il giorno precedente erano una petizione per la deviazione del ruscello e con un giro di parole vennero convinte ad accettare la seguente proposta: tre quarti dell’acqua del ruscello al podestà ed ai fontamaresi i tre quarti dell’acqua che restava.
Nei giorni seguenti i cantonieri sotto la protezione di due guardie armate ripresero a scavare il nuovo percorso del fiume. A Fontamara si discusse a lungo su come fosse possibile dividere il ruscello in quello strano modo, ma nessuno aveva l’istruzione necessaria per sciogliere quell’imbroglio.
Una mattina arrivò a Fontamara un camion e il conducente invitò i contadini a salire, dicendo che quel giorno le autorità avrebbero preso delle decisioni riguardo alla questione del Fucino e che loro, insieme a molti altri, avrebbero assistito. Il camion giunse ad Avezzano e i Fontamaresi, assieme agli altri cafoni vennero fatti sedere nella piazza. Ogni volta che passava qualche autorità i carabinieri li facevano alzare ed essi dovevano emettere grida di gioia. Più tardi tutti i contadini vennero invitati a tornare ai camion che li avrebbero riportati ai paesi di provenienza.
I fontamaresi però decisero di scoprire come fosse stata risolta la questione del Fucino, ma soprattutto se a loro fosse stata assegnata della terra. Con loro grande delusione scoprirono che, non solo non gli era stata assegnata la terra, ma che questa era stata data ai contadini ricchi e tolta a tutti i piccoli fittavoli. Ad Avezzano essi furono anche avvicinati da un uomo, il quale li intimava alla ribellione contro il governo e disse loro di aspettalo in quel luogo se la sua proposta fosse loro interessata. Un giovane che aveva sentito il discorso li mise in guardia avvisandoli che quello era un poliziotto e disse loro di allontanarsi da lì.
Una sera arrivarono a Fontamara moltissimi camion carichi di uomini armati, vestiti con camicie nere. Essi perquisirono tutte le case e radunarono tutti gli uomini nella piazza. Dopo averli radunati e circondati un uomo con la fascia tricolore chiese loro, ad uno ad uno: - Chi evviva?
I fontamaresi non avevano la più pallida idea di cosa rispondere e andarono per tentativi. Nessuna delle loro risposte soddisfaceva però quell’uomo il che, in base alle risposte date li definiva: refrattari, anarchici, socialisti, comunisti, costituzionali, liberali. La situazione venne salvata dal degenero grazie all’astuzia di due donne che sfruttando un abito bianco ed il suono di una campana inscenarono una visione biblica, spaventando le camice nere.
Arrivò alla fine il giorno della spartizione delle acque, in cui i fontamaresi impararono finalmente la soluzione della complessa formula ideata da don Circostanza; l’acqua destinata ai campi di Fontamara era i tre quarti del quarto non deviato verso le terre dell’Impresario. Di fronte a quest’ennesimo sopruso i contadini protestarono, ma un nuovo intervento di don Circostanza li sedò; si stabilì che il dominio dell’Impresario sulle acque di Fontamara sarebbe durato dieci lustri, una misura temporale equivalente a cinquanta anni, visto che la dicitura in termini annuali era parsa così sgradevole per i cafoni… che tanto per cambiare non capirono nulla.
Berardo Viola, un robusto giovane di Fontamara, restato senza terra e lavoro si diresse a Roma per trovare il denaro necessario a sposare la ragazza amata, Elvira. Giunto alla capitale con un ragazzo del paese riesce soltanto a farsi arrestare quando la polizia si informa sulla sua provenienza e lo scova in una latteria a bere con il solito sconosciuto che ad Avezzano mise in guardia i fontamaresi contro la retata.
Nel buio di una cella, Berardo e lo sconosciuto si accordarono per includere Fontamara nelle stazioni di stampa dell’antifascismo. Purtroppo però Berardo ed il compaesano restarono i cella, mentre lo sconosciuto venne liberato. Gli interrogatori della polizia si susseguirono, mentre dall’esterno la continua produzione di volantini sul caso di Berardo attirarono velocemente su Fontamara una violenta repressione, che incluse anche i due carcerati. Berardo venne ucciso ed il ragazzo, pur di salvarsi la vita, depose di averlo trovato impiccato.
Tornato a Fontamara il ragazzo vide l’attuarsi dell’accordo che era costato la vita a Berardo; Fontamara venne arricchita di apparecchi per la stampa dei volantini abusivi. Recatisi a portare uno dei primi prodotti della stampa a dei familiari, il ragazzo e la sua famiglia, i narratori di tutti questi soprusi, furono gli unici superstiti alla violenta repressione che le camicie nere attuarono al paese. I sobillatori antifascisti permisero la fuga della famiglia all’estero.
CARATTERIZZAZIONE DEI PERSONAGGI:
INNOCENZO LA LEGGE: cursore del comune, rischia la vita ogni volta che deve portare qualche foglio delle tasse a Fontamara.
GENERALE BALDISSERA: è “il saggio” del paese. Quasi sempre ha una spiegazione, più o meno razionale, ai fatti che accadono al paese.
MARIETTA: proprietaria della taverna del paese e vedova di un eroe di guerra. Non si risposa perché così perderebbe la pensione di vedova di eroe.
Cav. PELINO: incaricato dall’Impresario, fa firmare ai fontamaresi dei fogli bianchi che si riveleranno poi una petizione per la deviazione del loro ruscello sulle terre dell’Impresario.
BERARDO VIOLA: uomo di imponente stazza fisica, autore di molte azioni di vendette contro i soprusi e grande lavoratore. É innamorato di Elvira ma il suo orgoglio gli impedisce di sposarla perché, anche se fa di tutto per ottenerne, egli non possiede terra.
ELVIRA: promessa di Berardo, offrirà la sua vita alla madonna per la salvezza di Berardo.
don CIRCOSTANZA: detto l’amico del popolo, finge di essere amico dei fontamaresi per convenienza, ma ad ogni occasione li raggira per fare i propri interessi o quelli altrui.
l’IMPRESARIO: uomo arrivato nella zona del Fucino che, grazie all’appoggio di una banca e delle autorità, si impossessa di tutto quanto possibile, con mezzi più o meno leciti.
ROSALIA: moglie dell’impresario, vestita alla cittadina, con una testa da uccello da preda, con un corpo lungo e secco.
Don CARLO MAGNA: proprietario terriero decaduto, noto buontempone, donnaiolo, giocatore, bevitore, mangione, uomo pauroso e fiacco, scialacquatore.
CLORINDA: moglie di don Carlo Magna, vestita di nero, era soprannominata il Corvo.
don ABBACCHIO: canonico grasso e sbuffante, col collo gonfio di vene, il viso paonazzo.
TEOFILO: timoroso sacrestano, morirà suicida impiccandosi alla corda di una campana.
FILIPPO IL BELLO: cantoniere, fa parte del gruppo di camicie nere che assalgono Fontamara.
AMBIENTE:
I fatti narrati si svolgono a Fontamara, nome dato ad un antico e oscuro paesino di contadini poveri situato nella Marsica, a settentrione del prosciugato lago di Fucino, nell’interno di una valle, a mezza costa tra le colline e la montagna. Fontamara somiglia per molti aspetti ad un piccolo villaggio meridionale, un po’ fuori mano, tra il piano e la montagna, fuori dalle vie del traffico e quindi un po’ più arretrato, misero e abbandonato degli altri. A chi sale a Fontamara dal piano del Fucino, appare disposto sul fianco della montagna grigia brulla e arida come una gradinata. Dal piano sono ben visibili le porte e le finestre della maggior parte delle case: un centinaio di casucce quasi tutte a un piano, irregolari, informi, annerite dal tempo e sgretolate dal vento, dalla pioggia, dagli incendi, coi tetti mal coperti da tegole e rottami d’ogni sorta. La maggior parte di quelle catapecchie non hanno che un’apertura che serve da porta, da finestra e da camino. Nell’interno, per lo più senza pavimento, con i muri a secco, abitano, dormono, mangiano, procreano, talvolta nello stesso vano, gli uomini, le donne, i loro figli e gli animali. La parte superiore di Fontamara è dominata dalla chiesa (dedicata a San Rocco) col campanile ed una piazzetta a terrazzo alla quale si arriva per una ripida via che attraversa l’intero abitato, e che è l’unica via da dove posano transitare i carri. Ai fianchi di questa vi sono stretti vicoli laterali, per lo più a scale, scoscesi, brevi, coi tetti delle case che quasi si toccano e lasciano appena scorgere il cielo. A chi guarda Fontamara da lontano, l’abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile il pastore. Un villaggio insomma come tanti altri.
COMMENTO PERSONALE:
L’opera, di chiaro stampo antifascista, cerca di ricostruire e di evidenziare i soprusi cui erano costretti i poveri sotto il regime. Quello che ne emerge come prodotto è un libro impostato sullo schema del racconto popolare, basato sull’accostamento di diversi aneddoti e dicerie in tipico stile verista.
Personalmente, vista la quasi totale mancanza nell’opera di suspense o stimoli alla lettura, non l’ho decisamente apprezzata… anche e soprattutto perché oggigiorno determinati aspetti della nostra storia patria possono essere approfonditi molto meglio con letture specifiche e consulte ad archivi giornalistici o statali. Un libro come questo risulta fondamentalmente noioso, spesso anche irritante per la totale inazione letteraria che ne forma le fondamenta.

Esempio



  



Come usare