Eugenie Grandet, Honorè de Balzac

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale
Download:375
Data:09.01.2001
Numero di pagine:5
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
eugenie-grandet-honore-de-balzac_3.zip (Dimensione: 11.44 Kb)
trucheck.it_eugenie-grandet,-honor+     44 Kb
readme.txt     59 Bytes



Testo

Arianese Valentina 13/11/1999

- Analizza il tempo
Gli eventi narrati si verificano in un tempo ben determinato, settecento/ottocento che è appunto il tempo della storia (tempo di primo tipo). Vi sono molti punti dove la data è esplicitata e colloca così nell’epoca esattala storia. I periodi di tempo molto lunghi sono riassunti in poche righe. Si ha così una contrazione del tempo e una concentrazione del ritmo del racconto.

- Analizza lo spazio
In questo racconto lo spazio ha una funzione narrativa. Ha un ruolo determinante e sono privilegiati gli interni.

- Analizza il punto di vista
Il narratore è estraneo alla vicenda: descrive in terza persona e si tiene fuori dalla storia.

- Analizza i personaggi principali

M.Grandet

M. Grandet godeva a Saumur di una reputazione le cui cause e i cui effetti non possono essere valutati appieno da chi non abbia vissuto, poco o molto, in provincia. Lo chiamavano papà Grandet, nel 1789 era un agiato bottegaio che sapeva leggere, scrivere e fare di conto. Durante il Consolato il bravo Grandet, diventò sindaco, amministrò bene, vendemmiò meglio. Però Napoleone non amava i repubblicani: sostituì così : M. Grandet, del quale si diceva avesse portato il berretto frigio, con un latifondista, un uomo con la particella nobiliare, un futuro barone dell’impero. M. Grandet lasciò la carica municipale senza rimpianti. Parlava poco. In genere esprimeva le sue idee mediante brevi frasi sentenziose pronunciate con voce dolce. Dopo la rivoluzione, epoca durante la quale si era fatto notare, se doveva parlare a lungo o sostenere una discussione, il brav’uomo cominciava a balbettare in modo penoso. Quel suo balbettare, l’incoerenza del discorso, il flusso di parole in cui annegava il suo pensiero, l’apparente mancanza di logica, attribuiti a scarsa istruzione, erano simulati. Del resto, quattro frasi, esatte come formule algebriche, gli servivano di norma ad affrontare, a risolvere tutte le difficoltà della vita e degli affari: “Non so se posso, non so se voglio, si vedrà”. Non diceva mai “si” o “no” e non scriveva. Quando gli parlavano ascoltava impassibile, appoggiando il mento sulla mano destra e il gomito destro sul dorso della mano sinistra e su ogni faccenda si faceva e si formava delle opinioni sulle quali non tornava più. Rifletteva a lungo sul piccolo affare. Non andava mai a trovare nessuno, non voleva ricevere ne avere gente a cena; non faceva mai rumore e sembrava economizzare su tutto, anche su i movimenti. Quando era in casa di altri non toccava nulla per rispetto innato della proprietà. Malgrado la dolcezza della voce, il linguaggio e le abitudini da bottaio venivano fuori soprattutto quando era in casa, dove si controllava meno che altrove. Fisicamente, Grandet era alto uno e sessantacinque, tozzo, quadrato, con dei polpacci di trentasei centimetri di circonferenza, rotule nodose e spalle larghe; la faccia era tonda, abbronzata butterata; il mento era dritto, le labbra tutt’altro che marcate, i denti bianchi; gli occhi avevano quell’espressione immobile e di fuoco che il popolino attribuisce al basilico; la fronte, solcata da rughe trasversali, non mancate di protuberanze significative; i capelli, giallastri e brizzolati, erano bianchi e oro (secondo qualche giovane). Sul naso, grosso in punta, c’era una verruca gonfia di venuzze. Aveva molta fiducia in se stesso e un carattere di ferro. In qualsiasi stagione portava calze di lana tessuta, pantaloni corti di pesante stoffa marrone con fibbie di argento, un gilet di velluto a righe color giallo e pulce, abbottonato fino al collo, un’ampia giubba marrone a falde larghe, una cravatta nera e un cappello da quacchero. I guanti, solidi come quelli dei gendarmi , gli duravano venti mesi e per non sporcarli, egli soleva posarli, con un gesto abituale, sulla testa del cappello. Soltanto sei cittadini avevano il diritto di entrare in casa sua. Padre di Eugeniè, sua unica erede. L’ex bottaio, roso dall’ambizione, voleva, dicevano, come genero un pari di Francia al quale trecentomila lire di rendita avrebbero fatto chiudere un occhio su tutte le botti passate, presenti e future dei Grandet. Aveva un fratello: Victor-Ange-Guillaume Grandet minore rispetto a lui; residente a Parigi sfortunatamente caduto nel turbine della sfortuna e morto suicida. L’impegno di contenere il consumo, preso sotto l’impero, era diventata la più irrinunciabile delle sue abitudini. Nessuno aveva un udito e una pronuncia più scorrevole del furbo vignaiolo. All’età di sessanta sei anni, la vista e il possesso dell’oro erano diventati per lui una monomania. Perse la moglie nell’ottobre del 1822 e la sua vita finì stroncato dalla malattia.

Eugenie Grandet

Unica figlia di Grandet. A metà del mese di novembre cadeva l’anniversario della sua nascita. Descritta come una fanciulla ignorante, sempre occupata a rammendare calze, a rattoppare il guardaroba del padre, e la cui vita era trascorsa fra i luridi pannelli di legno di casa sua senza vedere passare una persona all’ora. Innamorata del cugino Charles era convinta di essere la sola a capirlo e lo reputava notevolmente bello. Era reputata dalle amiche della madre una stupida ochetta senza educazione, ordinaria, senza doti e che passava la vita a rammendare stracci. Eugeniè in realtà apparteneva a quel genere di ragazze ben piantate, come se ne trovavano nella piccola borghesia, e le cui attrattive sembravano volgari; ma, se ella non rassomigliava alla Venere di Milo, le sue forme era nobilitate da quel soave sentimento cristiano che purifica la donna e le dà una distinzione sconosciuta agli scultori antichi. Aveva la testa grande, la fronte mascolina ma delicata, del Giove di Fidia, e gli occhi grigi ai quali la castità della vita, riversandovisi tutta intera, conferiva una particolare luminosità. I tratti del viso rotondo, un tempo fresco e rosa, erano stati appesantiti da un vaiolo abbastanza benigno da non lasciare tracce, ma che aveva distrutto il vellutato della pelle, rimasta tuttavia ancora delicata e fine. Il suo naso era un po’ troppo marcato, ma si accordava con la bocca color rosso di minio, le cui mille increspature erano ricche d’amore e di bontà. Il collo era di una rotondità perfetta. Il seno pieno, accuratamente velato, attirava lo sguardo e faceva sognare; mancava forse un poco di quella grazia che conferisce l’abito, ma, per gli intenditori, la non flessibilità di quel busto sostenuto costituiva un’attrattiva. Eugeniè grande e forte, non aveva quella bellezza che piace alle masse; ma era bella di quella bellezza così facile da riconoscere e della quale si invaghiscono solo gli artisti. Onesta quanto è delicato un fiore di bosco, ella non conosceva ne le massime del mondo ne i suoi ragionamenti capziosi ne i suoi sofismi. Aveva però il difetto di non essere ne prudente ne osservatrice. Si spaventava sempre quando l’allegria di suo padre arrivava al culmine. Costretta a sposare il presidente de Boffons. Stroncata dalla morte della madre la sua vita da donna è stata ricca di sorprese e di imprevisti tutti molto sgradevoli non alleggeriti dall’alta somma di denaro che possedeva.

- Quale ritieni sia il messaggio di Balzac?
Balzac sottolinea notevolmente il fatto che non sono i soldi a fare la felicità (come abbiamo visto nella povera Eugeniè) e che i soldi molto spesso rendono avari e completamente insensibili (come è successo a Charls e a suo zio). Questo è il forte messaggio dell’autore.

Esempio



  



Come usare