Donne e letteratura nel Quattrocento

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Testo

Istituto Superiore Statale
Sezione Liceale III B
Arzano
DONNE E LETTERATURA
NEL QUATTROCENTO
Di:
Camarca Aniello
PREMESSA
La scelta di analizzare la condizione della donna nell’Umanesimo è stata dettata da due motivi: a) in primo luogo tale epoca stiamo attualmente studiando, sia dal punto di vista letterario che storico, analizzandone i diversi aspetti, le condizioni sociali, le istanze della popolazione, la mentalità religiosa e politica. Abbiamo quindi una conoscenza globale di questo periodo che ci permette di esaminare con maggior precisione e rigore il tema in oggetto.
b) L’attuale condizione della donna è il risultato di una serie di trasformazioni e conquiste sociali che, proprio a partire dal tardo Medioevo prima, e dal Rinascimento dopo, hanno interessato il mondo femminile.
Infatti nel mondo classico la donna aveva già raggiunto un notevole grado di emancipazione, e le erano riconosciute ampie prerogative in campo religioso e intellettuale, mentre nell’Alto Medioevo il suo stato è segnato da una sorta di regresso. Nel periodo immediatamente successivo si assiste ad un progressivo miglioramento della condizione femminile che porterà nel corso dei secoli ad una lenta evoluzione in senso liberale, che culmina nella rivoluzione francese, i cui ideali sono alla base dell’attuale situazione, in campo sociale, della donna.
Precisiamo che le fonti prese in esame sono principalmente espressione di donne dell’alta borghesia e nobiltà, che godevano di una maggiore considerazione e libertà rispetto a quelle del popolo minuto.
INTRODUZIONE
Beauté des femmes, leur faiblesse,
et ces mains pales
qui font souvent le bien
et peuvent tout le mal.
Paul Verlaine, Sagesse
Le donne del Medioevo non sono le ariostesche “donne antique (che) hanno mirabil cose fatto ne le arme e ne le sacre muse; e di lor opre belle e gloriose gran lume in tutto il mondo si diffuse”.
I loro nomi non sono tratti dalla letteratura classica, dai miti greci o latini, ma sono i nomi cristiani e barbarici delle figlie di quei popoli che avevano abitato l’Età di Mezzo, donne il cui eroismo è intessuto di quotidianità, la cui avventura mistica fa parte integrante della fede, la cui funzione di madre o sposa è vissuta con fierezza e sacrificio. Di queste donne non restò altro che la “dama” dei poemi cavallereschi, la maga, l’intrigante calunniatrice, l’avventuriera o l’amazzone…
Inferiore fisiologicamente, moralmente, giuridicamente e politicamente, l’immagine umanistica della donna resta perennemente legata al suo stato costante di “fanciullo mai cresciuto”. Allorché alcune donne dei secoli XV e XVI diedero avvio al cammino di una “emancipazione”, a volte apertamente espressa, iniziò per l’universo maschile anche il tempo della grande paura che prese le due forme tipiche della reazione: l’aperta e dichiarata ostilità oppure il tentativo di guadagnarsi l’alleanza tramite blandizie e lodi esagerate. La conclusione della storia la conosciamo bene: le sante monache combattive tornarono a rinchiudersi nei loro conventi, le virago tornarono madri e mogli intriganti, le cortigiane – persa l’ispirazione poetica – si limitarono all’esercizio della prostituzione, le “signore del gioco” continuarono ad essere arse come streghe ed infine molte si ridussero ad esercitare l’unica arte che il maschio riconosceva loro: l’intrigo e l’inganno.
DONNE E LETTERATURA
NEL QUATTROCENTO
Quando nel 1491 ricevette una lettera encomiastica da Angelo Poliziano, Cassandra Fedele aveva solo venticinque anni, ma era già famosa per la sua straordinaria cultura. Il Poliziano la paragonava alle Muse e alle Sibille, alle grandi poetesse della Grecia antica: Telesilla, Corinna, Saffo, Anite, Erinna, Praxilla, alle matrone romane famose per la loro eloquenza; l’ammirazione che aveva per lei era pari almeno a quella che provava per Pico della Mirandola. Eppure, per quanto sincera quest’ammirazione per Cassandra era dettata non tanto dalla sua eccezionale cultura, quanto dal suo essere donna, un fenomeno unico come una viola che nasce dal ghiaccio, una rosa nella neve, un giglio nel gelo: una donna anzi, una fanciulla, una vergine aveva saputo raggiungere il livello intellettuale di un uomo. Partendo dal presupposto che la cultura era riservata all’uomo – un esempio, nel ‘400 l’Università non era accessibile alle donne -, si riteneva che la donna letterata dovesse rinunciare alla propria femminilità, che dovesse inibire gli istinti passionali considerati propri del genere femminile, e quindi mantenersi casta, per assomigliare il più possibile all’uomo. Con la grande crisi dell’ideale monastico nel XIII e XIV secolo e con l’affermarsi nel XV secolo di una pedagogia che tendeva a privilegiare il rapporto tra individuo e cultura, e a distinguere fra ambito intellettuale e ambito spirituale, con il modificarsi delle condizioni istituzionali, sociali ed etiche, la donna letterata, la donna umanista non era più legata al convento, viveva nella società laica, poteva sposarsi, avere figli. E perciò ora, fuori dal chiostro, la donna intellettuale si rivelava come una potenziale minaccia; ci si accorgeva che la tradizionale connessione cultura-castità non funzionava più, e allora quella stessa connessione poteva essere rovesciata nel suo opposto: una donna eloquente, una donna colta non è mai una donna casta. Un pregiudizio diffuso, che contribuì indubbiamente a limitare soltanto ad un certo tipo di donna le possibilità di approccio alla letteratura. Accomunate dalla coscienza del loro “specifico” femminile, ma anche dall’orgoglio di aver raggiunto la parità con l’uomo grazie agli studia humanitatis, spesso appartenenti a famiglie nobili o comunque inserite nella classe dirigente, considerate in genere come fenomeni prodigiosi, le donne umaniste del ‘400 scrivevano lettere o orazioni che si rivelano in genere di buon livello linguistico e stilistico, ma non di grande originalità. Uno dei temi ricorrenti in questa letteratura femminile riguardava l’eccellenza e la quantità delle donne colte nel mondo antico: argomento tipicamente umanistico, cui ricorre, come si è visto, anche il Poliziano.
Un testo veramente straordinario che si distacca nettamente dalle epistole e dalle orazioni è l’Oratio in asinarium funus di Laura Cereta. Il contrasto fra materia dotta e solenne e materia agreste e rustica; fra le riflessioni filosofiche sull’immortalità dell’anima e la risibile disperazione dell’anziano Soldo, il padrone che piange non tanto per i suo asinello defunto, quanto per la preoccupazione di essere costretto ad andare a piedi: sono questi i punti salienti dell’orazione, da cui emerge l’affetto per la madre e il padre, la tenerezza per il marito. Un marito che dopo solo diciotto mesi di matrimonio la peste le portò via. Raro esempio fra le donne umaniste, Laura anche dopo il matrimonio e durante la vedovanza continuò a dedicarsi agli studi e all’attività letteraria: è questa la vera differenza dal momento che per la maggior parte delle altre il matrimonio costituiva invece una forzata alternativa allo studio. Infatti come sottolinea polemicamente Margaret King “…per le donne non c’era separazione fra vocazione intellettuale e ruolo sociale. Questo problema è ancora attuale”. Ma in realtà il problema va ricondotto alla concezione dell’intelletualità femminile come limitata ai due poli opposti della vergine e della cortigiana: per la moglie, per la madre, l’accesso al mondo delle lettere era sbarrato.
Il ruolo della moglie e della madre nel ‘400
Quale doveva essere il ruolo della moglie e della madre costituisce la tematica della famosa saggistica matrimoniale del ‘400: ad esempio, prendendo in esame due intellettuali d’avanguardia dell’umanesimo (Leon Battista Alberti e Francesco Barbaro), possiamo comprendere quali virtù l’uomo cercava in una donna sia a livello fisico che a livello morale. Secondo l’Alberti nel II libro Della Famiglia si prende “moglie per due cagioni: la prima per stendersi in figliuoli, l’altra per avere compagnia in tutta la vita ferma e stabile…”. In una moglie si cercano “bellezze, parentado e ricchezze”: “…e sono tra le bellezze a una donna in prima richiesti i buon costumi…”
“…Adunque nella sposa prima si cerchi le bellezze dell’animo, cioè costumi e virtù, poi nella persona ci diletti non sono venustà, grazia e vezzi, ma ancora procurisi avere in case bene complessa moglie a fare figliuoli, ben personata a fargli robusti e grandi”.
Qui non si ragiona d’amore, non si prende neppure in considerazione il livello intellettuale della futura moglie. Ciò che interessa è invece soltanto la complessione fisica della donna in vista della procreazione.
Dedicata espressamente ai problemi matrimoniali è invece il De Re Uxoria di Francesco Barbaro. Rispetto alla prospettiva economica ed utilitaristica di Leon Battista Alberti, la posizione del Barbaro appare radicalmente diversa. Al centro del trattato sta infatti il tema della serena convivenza della coppia e arbitra di questa serenità è la uxor, le cui virtù ideali sono “il caritatevole amore verso il marito, la modestia e la mansuetudine dei costumi, e la industriosa e sollecita cura delle cose di casa”. Il profilo della uxor così designato dal Barbaro ricalca indubbiamente il modello di matrona romana, fedele e sottomessa al vir, ma signora della propria casa; la novità del De Re Uxoria consiste però nell’importanza attribuita all’amore che deve unire i coniugi, un amore del tutto umano, del tutto laico, un amore senza il quale il matrimonio è destinato a fallire: “… Cerchisi adunque dalla propria volontà di ambedue lo amor reciproco, il quale di giorno vada crescendo con ogni tenerezza”. Dunque, “amore reciproco” nel matrimonio, anche se spetta principalmente alla moglie mantenerne viva la fiamma.
Ma il catalogo delle “fattezze” femminili, attribuito ai “fisici filosofi”, risente anche dell’analogo elenco dei difetti presentato nell’ars amandi, da Ovidio, il quale guardava la donna sotto ben diversa angolazione. Non bisogna mai chiamare col suo nome il difetto di una donna, diceva Ovidio; anzi, è bene chiamare bruna la negra, definire simile a Venere la strabica e simile a Minerva quella che ha gli occhi smorti, la pelle – e – ossa sarà gracile; la tappetta “svelta”; la grassona “bene in carne”.
In definitiva l’Umanesimo e successivamente il Rinascimento non solo mantennero stabile una delle più tenaci costanti storiche: l’inferiorità della donna, ma contribuì a scavare ancora più in profondità l’abisso che separava le due parti dell’androgino.
Ecco altre testimonianze per comprendere quale fosse la concezione della donna.
L’educazione delle oneste fanciulle
“…si guarderà ancora con maggior cura che le fanciulle non conversino con giovinetti, specie se son di quelli troppo eleganti, tirati a lucido e coi capelli lunghi;[…] che non portino acconciature bizzarre, che non usino profumi rari, che non si ornino e non si vestino con vanità: tutte cose atte a suscitare il desiderio, segno evidente della loro disonestà…”
(Maffeo Vegio, De educatione liberorum clarisque eorum moribus, 1440)
Così deve operare la buona moglie
“…governa bene tutte le cose di casa, che non si perdino, e che non si vadino gettando in qua e in la; […] governa bene tutta la casa e provvedi di camicie, di tovaglie, di mantili, di lenzuola e d’altre cose pertinenti a te, necessarie al tuo marito, alli figliuoli e alli servidori e schiavi…”
(Fra Cherubino da Siena, Regola della vita matrimoniale, XV sec.)
La buona moglie ornamento della famiglia
“… la onestà della donna sempre fu ornamento della famiglia; la onestà della madre sempre fu parte di dote alle figliuole; la onestà in ciascuna sempre più valse che ogni bellezza, […] sempre fu ornamento di gravità e riverenza in una donna la taciturnità; sempre fu costume e indizio di pazzarella il troppo favellare…”
(Leon Battista Alberti, I Libri della famiglia, 1434)
Per quanto riguarda la legislazione italiana, abolita l’autorizzazione maritale, le donne sono abilitate ad esercitare tutte le professioni libere, e a coprire tutte le cariche, professioni e impieghi pubblici, compresa la magistratura, senza limitazioni di mansioni e di svolgimento della carriera. La Costituzione italiana all’art. 3 stabilisce tra i principi fondamentali la parificazione della donna all’uomo a tutti gli effetti politi e giuridici. Nessuna discriminazione è stabilita in pregiudizio della donna, che può essere assunta a qualsiasi lavoro e, secondo l’art. 27 della Costituzione, ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. La diversità del sesso, tuttavia, e le particolari esigenze fisiologiche della donna rendono necessaria l’adozione di misure di tutela: lo stesso art. 37 della Costituzione prescrive che le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della essenziale funzione familiare della donna e assicurare alla madre ed al bambino una speciale ed adeguata protezione. Secondo la legislazione vigente in Italia, è vietato il lavoro notturno delle donne e sono prescritti determinati limiti di peso per i carichi di cui possono essere gravate le donne adibite a lavori di trasporto e sollevamento pesi. Le donne non possono essere adibite a lavori in cave e miniere e, nei casi in cui sia consentito superare le otto ore giornaliere, l’orario di lavoro non può superare le undici ore del giorno. Il lavoro inoltre non può durare senza interruzioni per più di sei ore e deve essere interrotto da un riposo intermedio di durata indeterminata. La protezione della lavoratrice madre è assicurata dalla legge 26 ag. 1950, n. 860, che garantisce la conservazione del posto durante la gravidanza e il periodo dopo il parto, vieta di adibire il lavoro le donne nel trimestre precedente alla data presunta del parto e nelle otto settimane dopo il parto e dispone il pagamento alla lavoratrice, durante il periodo di interdizione del lavoro, di un’indennità giornaliera pari all’80% della retribuzione.

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