David Copperfield

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Testo

SCHEDA D’ANALISI DE “DAVID COPPERFIELD” (CHARLES DICKENS)

Il padre John lavorava come impiegato all’ufficio paghe della marina; la madre, Elisabeth Barrow, la figlia di un funzionario statale. Era il secondo di otto figli, nato nel Febbraio del lontano 1812: chi poteva immaginare che dopo un’infanzia di privazioni e stenti sarebbe diventato uno dei più grandi scrittori inglesi, forse il più amato e noto insieme a Shakespeare?!?
Costretto a 12 anni a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe per contribuire a sanare le dissestate finanze familiari che avevano procurato al padre la detenzione per debiti, maturò in quei duri momenti le idee che avrebbe poi espresso nel suo romanzo più autobiografico: proprio il “David Copperfield”. Nel 1827 entrò in uno studio legale, in seguito cominciò a lavorare come cronista parlamentare. Nel 1833 fu finalmente pubblicato il primo dei suoi bozzetti narrativi, raccolti tre anni dopo in un volume intitolato ‘Schizzi di Boz’.
Per tutta la vita Charles Dickens fu animato da violente passioni represse che però trovano sfogo nei suoi romanzi. In special modo i suoi amori furono travagliati: giovanissimo si innamorò di Maria Beadnell, bella e frivola fanciulla figlia di un funzionario bancario. Anche per disparità sociale la storia si concluse con una brutta rottura, a causa della quale il giovane scrittore soffrì molto. La figura di Maria è riprodotta a tinte delicate nella Dora Spenlow del “David Copperfield”. Donne che ebbero un posto di rilievo nella vita del prolifico autore inglese furono le tre sorelle Hogarth: Catherine, la maggiore che diventò sua moglie, Mary, morta appena sedicenne (a cui fece seguito un collasso nervoso da parte di Dickens, tanto da indurre a pensare ad una passione repressa) e infine Georgina, di dodici anni minore della prima che a poco a poco si sostituì a lei nel governo della casa. Tale fu il suo affetto nei confronti di Charles che persino riuscì a tollerare una sua relazione, dopo la separazione con la moglie.
Con Charles Dickens ebbe inizio una nuova forma editoriale: il romanzo a dispense. Così nacque ‘Il Circolo Pickwick’, dapprima in forma di commenti alle vignette di Seymour, successivamente subordinate al testo letterario. Dickens conquistò fama e popolarità: in un periodo in cui la realtà aveva deluso e stancato per i troppi fermenti e rivoluzioni, egli offriva un mondo fittizio in cui rifugiarsi. Eguagliò e superò in questo persino Balzac; i due romanzieri davano in pasto le loro realistiche favole allo stesso pubblico, ma l’inglese ne conquistò uno totalmente nuovo: anche le persone più semplici, quelle che solitamente non avevano passione per la lettura erano affascinate dalle sue dispense. Dopo il Pickwick esce, naturalmente a dispense, ‘Oliver Twist’, narrante le peripezie di un orfano. Quest’opera sembra quasi smentire il giocoso divertimento del primo romanzo con una nuova e angosciosa atmosfera, mostrandoci quando possa essere crudele il mondo della malavita. Dopo ‘Nicholas Nickleby’, ‘La bottega dell’antiquario’ e ‘Barnaby Rudge’ (romanzo storico sui quali vengono proiettati i non chiari sentimenti di Dickens nei confronti delle nuove riforme), lo scrittore intraprende un viaggio in America di cinque mesi, pieno di fiduciose speranze verso una nazione considerata la patria della giustizia e della libertà. Nonostante la trionfale accoglienza, il viaggio si rivela una delusione per l’autore che si sfoga in ‘American Notes’. Spesso le sue critiche nei confronti nella nascente democrazia furono superficiali, ma la denuncia dello schiavismo descriveva un’amara realtà. Venticinque anni più tardi, Dickens intraprese un nuovo viaggio che servì, in parte, a modificare la precedente orribile opinione. Anche ‘Martin Chuzzlewit’ presenta satira antiamericana, ma principale caratteristica di questo romanzo è l’aver aperto un nuovo capitolo nella produzione di Charles Dickens. In esso si vede benissimo l’odio dell’autore verso l’ipocrisia e verso quel tipo di borghesia che aveva spento in Inghilterra spontaneità, allegria, franchezza e indipendenza: proprio le virtù in cui Dickens credeva fermamente e aveva assoluta ammirazione. ‘David Copperfield’ si colloca tra ‘Dombey e figlio’ e ‘Casa Desolata’. Prima di esso erano apparsi i famosi ‘Libri di Natale’, che decantavano lo spirito natalizio tipicamente inglese, in cui si alternavano elementi realistici e fantastici e si concludevano con un ‘happy end’: pentimento del malvagio, reciproca comprensione, perdono in genere. Nel 1846 (stesso anno in cui scrisse le ‘Impressioni d’Italia’, dopo un soggiorno a Genova, Roma, Napoli, Torino) fondò un quotidiano, il ‘Daily News’ che ebbe vita breve; successivamente diresse un settimanale, ‘Household Words’, dal ’49 al ’59, anno in cui si lanciò in una nuova avventura, ‘All the Year Round’. Dopo il giornalismo, altra sua forte passione fu il teatro. La pubblica lettura delle sue opere diventò ormai un’abitudine e le sue performance come attore ebbero uno strepitoso successo, troncato però da un esaurimento nervoso e fisico. ‘Tempi difficili’, ‘La piccola Dorrit’ e ‘Grandi Speranze’ denunciano lo sfruttamento economico e la crudeltà delle istituzioni. Inoltre queste sono opere più ‘attente’ riguardo al rigore costruttivo e alla psicologia dei personaggi. ‘Le due città’ è ambientato durante la Rivoluzione Francese e influenzato molto da Carlyle. L’ultimo romanzo completo è ‘Il nostro comune amico’. Dickens non riuscì a finire ‘Il mistero di Edwin Drood’ a causa della morte che lo colse improvvisamente il 9 Giugno del 1870. Venne sepolto a Westminster, accanto a Fielding.
‘David Copperfield’ è il romanzo dickensiano che più si avvicina alla vita dell’autore. Scritto in un periodo particolare, servì a soddisfare il bisogno di fare un bilancio … un bilancio comunque ritoccato, indicativo della psicologia dello scrittore: molti fatti e personaggi non corrispondono esattamente a quelli reali, mentre vari elementi sono stati sostituiti da altri di fantasia, a cominciare dalla famiglia. Scritto in prima persona dallo stesso David-Charles, il romanzo è puntellato da ‘sguardi retrospettivi’che servono probabilmente ad aumentarne lo scarso spessore (un romanzo a mio dire ‘egoista’ perché scritto da Dickens per se stesso, per proprio diletto e per proprio bisogno di esorcizzare i demoni che per tutta la vita si erano rifugiati nel suo subconscio, lavorando ininterrottamente). Molti sono i personaggi che colpiscono più di David: cominciando dagli antagonisti per eccellenza, i Murdstone, Uriah Heep e in particolare la splendida figura di James Steerforth, perfetto ‘ribelle – criminale’che non trova precedenti né repliche nell’opera di Dickens, animato da una sorta di lotta interiore, un immoralismo intellettuale volto alla ricerca del bello e nient’altro. Spesso i ‘malvagi’ sono anticipati dal loro aspetto repellente, come nel caso di Heep, senza dubbio l’individuo più odiato del ‘Copperfield’: un essere abietto, avido e astuto che si maschera per tutta la vita dietro un’aria di servilismo e umiltà … alla fine gli verrà strappata con un gesto poco meno ipocrita di lui. Questo –non a caso- è il romanzo più conservatore di Dickens: un continuo rassicurarsi sulla sua posizione economica e sociale. La classe sociale medio-borghese cui appartiene David non subisce mai dissertazioni gravi; solo le trame di Heep porteranno ad un indebolimento del patrimonio finanziario di zia Betsey (benefattrice del piccolo David: lo salvò dalle grinfie dei Murdstone) ma senza particolari conseguenze per la famiglia Trotwood-Copperfield. La zia aveva da parte una piccola somma che le permetteva di vivere decentemente, e David si era salvato dalla povertà dimostrando inaspettate doti di tenacia e indipendenza che alla fine porteranno i loro frutti: il coronamento di un sogno (il matrimonio con la giovane e frivola Dora Spenlow, sua amata moglie-bambina) ed il successo in campo letterario. Ma il matrimonio comprende aspetti alquanto deludenti: David ama alla follia Dora, ma niente gli impedisce di pensare che vorrebbe al suo fianco una donna che fosse per lui, oltre ad una moglie, anche un conforto ed un amico (forse non si rende ancora conto che la persona che in realtà dovrebbe avere al suo fianco per la vita … non è nient’altri che la sua antica amica Agnes). Invece Dora è ancora una ragazzina: ‘stupidella’ (come lei stessa si definisce spesso e volentieri) non accetta le responsabilità e non è capace di far fronte agli ostacoli matrimoniali. Neanche David è un marito saggio ed esperto, ma si sforza in tutti i modi di diventarlo e vorrebbe tali sforzi anche dall’allegra Dora. Inutile dire che dopo un paio di vani tentativi di ‘plasmarle la mente’ il progetto viene abbandonato e Dora riprende a fare ciò che sa fare meglio: divertirsi con Jip, il suo cane, un piccolo essere che abbaia in continuazione e mette confusione. Tuttavia quest’ingombrante personaggio (sto parlando sia di Dora che del suo cane, elementi inseparabili) viene troncato nel fiore degli anni dalla mano pietosa dell’autore che si accorge probabilmente di aver fatto un grande sbaglio a far nascere questa creatura così ingenua, provata (anche se non tanto duramente come si potrebbe supporre!) per di più dalla morte del padre (altra pesante creatura), l’inflessibile capo dei Doctor’s Commons, dove David è apprendista grazie alle mille sterline versate da zia Betsey. Si accorge anche la fatua Dora, sul letto di morte, che il loro era un amore infantile che forse non avrebbe resistito alla prova degli anni. Tutta questa improbabile saggezza le veniva ispirata dalla lugubre circostanza o era uno dei tanti (speriamo) diamanti grezzi custoditi nel suo cervello che non si era curata di lavorare?!? Ognuno potrà farsi la sua opinione leggendo questo romanzo, presumo … ma è comunque strano che non sorga il dubbio anche al nostro amico David. Dettaglio poetico che denota sensibilità: mentre Dora chiude i suoi grandi occhi di zaffiro, anche l’insopportabile Jip lascia la vita terrena … per lui ci sarà bene un ‘paradiso canino’ in cui trascorrere l’eternità o sarà condannato a restare con la sua cara Dora?!? Solo a Dickens è dato saperlo, e speriamo che sia stato pietoso in questa difficile scelta. Pietoso, ovvio, nei confronti di Jip.
Bene, abbiamo detto che lo smascheramento di Heep ha dato un’importante sviluppo al romanzo. Contribuiscono alla svolta Micawber (personaggio simpatico in perenni difficoltà finanziarie con una famiglia numerosa quanto i suoi debiti), Traddles (antico compagno di scuola di David, di semplici modi e sfortuna latente che da una vita è rassegnato ad avanzare per piccoli gradi), il signor Dick (un mite idiota sotto la protezione di zia Betsey che lo tiene in altissima considerazione). Per Micawber, amatissimo da tutti per le sue maniere signorili e con la caratteristica passione di scrivere lettere in qualsiasi occasione, è l’inizio di una vita senza debiti: troverà la sua fortuna in terra straniera, precisamente in Australia. Andranno in quel luogo lontano e ricco (una specie di ‘terra promessa’) anche il signor Peggotty ed Emily. Qui si apre un’altra triste vicenda; il signor Daniel Peggotty altri non è che un pescatore dal grande cuore, fratello di Peggotty-Barkis, vecchia governante di David. Daniel Peggotty aveva preso sotto la sua protezione, in quel di Yarmouth, una gran varietà di orfani, stando a quel che risulta. Fra questi Ham e la piccola e incantevole Emily, amore d’infanzia di David. Emily però non si adatta alla semplice condizione di ‘figlia e sposa di pescatori’, e si ritrova a promettere a Ham (amico d’infanzia considerato come un fratello) una cosa che nel profondo del suo cuore sa di non volere: ovverosia diventare sua moglie. Chiunque capirebbe che i due non sono adatti: la bionda e bellissima Emily nutre in cuor suo ambizioni mai confessate, a differenza di Ham, un ragazzo semplicissimo che la ama più della sua stessa vita e che la vorrebbe al suo fianco per allevare uno stuolo di bambini e farla vivere in una casa nel paese dov’è nata e cresciuta. Per questo tra Emily e Steerforth (compagno di scuola di David rincontrato dopo tanto tempo e per il quale quest’ultimo nutriva una sacra venerazione) nasce una relazione. Lei gli si dona completamente e crea uno scandalo lasciando il troppo mite promesso sposo e tutta la famiglia per seguire il bello e dannato James. Com’è ovvio, per quell’anima ribelle la piccola e semplice Emily era solo un capriccio e dopo un po’ se ne stanca. Dopo varie peripezie Emily viene trovata grazie all’aiuto di Marta, un’altra ragazza sfortunata in amore che trova così il modo di riscattarsi. Ma non bisogna dimenticare la famiglia dell’interessante Steerfoth, costituita dalla madre vedova (identica a lui) che lo ama moltissimo e da Rosa Dartle, una signorina piuttosto singolare. In questa donnina si agitano violente passioni: fredda e violenta insieme, non riesce ad accettare la rottura dell’equilibrio in casa Steerforth e ne dà tutta la colpa a Emily, perché di classe inferiore e considerata forse alla stregua di un animale. Di fronte all’attacco di quest’ultima Emily non si difende perché sente di meritare quelle offese e quegli insulti; solo la implora di avere pietà di lei. Questa patetica vicenda, nonostante tutta la sua falsità, non può fare a meno di commuovere un po’: da una parte c’è il mito di Steerforth che cade inesorabilmente, dall’altra il dolore della famiglia di Emily e dei suoi cari. Questa ragazza è considerata dai ‘ricchi e nobili’ un’ambiziosa intrigante che ha preso nella sua rete da adescatrice un gentiluomo (corrotto, ma pur sempre un gentiluomo!), dai suoi cari semplicemente una sventurata vittima di un serpente che le ha fatto false promesse e l’ha poi abbandonata. Ma non ci può essere né bianco né nero in quest’intricata storia: Emily è stata certamente ambiziosa (ed era logico che le andasse male! … caro vecchio puritanesimo Dickensiano …); sotto il velo forse un po’ superficiale dell’amore per Steerforth ella covava altri sentimenti di natura più umana, insieme alla speranza di diventare una ‘vera signora’. Così anche questa storia ha un lieto fine e la sfortunata ragazza parte con lo zio Peggotty e con la signora Gummidge (vedova fino ad allora perennemente lamentosa che d’un tratto si decide a scuotersi per dare un conforto al prossimo) alla volta di quella terra sconfinata e, soprattutto, lontana, che è l’Australia.
Nel tortuoso intreccio del romanzo è presente la vicenda di un’altra famiglia: quella formata dal dottor Strong e signora; quest’ultima vittima di equivoci e, addirittura!!, infamanti sospetti ovviamente alimentati dal pessimo Heep. Anche se nel testo mai è comparsa simile parola (solo velate allusioni accennavano all’argomento!! Il solito buon gusto – o ipocrisia, che dir si voglia- dell’autore che mai si espone più del necessario e molto spesso si tira indietro prima) ella è considerata un’adultera da tutti tranne che dal marito, per il quale è un’insieme di angelica bontà, virtuosa saggezza e inesplicabile conforto. Annie è colpevole (agli occhi e nella mente di tutti) di aver coltivato una relazione extraconiugale con il cugino, un certo giovine borioso di nome Jack Maldon. Alla fine verrà scoperta sincera e vittima di tanti e sfortunati equivoci: era solamente l’odioso cugino che credeva possibile una cosa del genere. La cosa finisce bene e resta come una cristallina promessa d’amore nel cuore di tutti il suo pubblico sfogo ai piedi del marito. In particolare rimane il ricordo nella mente di David di una frase di lei sul matrimonio: “Non vi è maggior disparità nel matrimonio della differenza di mente e di propositi”, una frase che ben si adatta alle due situazioni matrimoniali: la coppia Strong (provata da tanti avvenimenti sfavorevoli nonché dalla madre di Annie, non a caso soprannominata ‘vecchio soldato’ o ‘militaresca amica’ dalla sensazionale zia Betsey) e la coppia formata da Copperfield e dall’incantevole Dora.
Ebbene, dopo innumerevoli peripezie, avventure e sventure varie … concluderei con una frase di Shakespeare: ‘Tutto è bene ciò che finisce bene’.
Dopo un ‘esilio’ di David dall’amata Inghilterra c’è il Grande Ritorno: le cose vanno a posto da sole e lui finalmente si realizza, per mezzo del successo altrui (tutti gli amici hanno avuto il giusto merito) ma anche per mezzo del proprio. Sposa l’amore della sua vita: proprio così, … ritrova la donna più importante della sua vita e decide di tenersela stretta e di non lasciarla più, circostanze permettendo … scopre di non nutrire ormai più sentimenti fraterni nei confronti di quella ragazza perfetta considerata da sempre una sorella. La sposa e la sua felicità è completa.
Inutile dire che le ‘vittime’ della storia (la piccola Emily, Traddles, i Micawber …) trovano il loro posto nel mondo; il libro non può che finire così, con un ultimo sguardo retrospettivo e un ultimo segno di amore e devozione ad Agnes.
Non ci sono reali tematiche … è solo il racconto di una vita, in fin dei conti … ma ciò di cui più sono sicura è la fortissima presenza dell’Amore, in ogni sua forma … e del contrario di esso: l’indifferente disprezzo. E’ forse solo per questo che il libro mi è piaciuto: era quest’amore ideale a volte un po’ amaro e ‘rotto’ a farmi desiderare di andare avanti, a superare gli scogli iniziali; oltre, naturalmente, alle frasi argute e dense di completezza esaltante.
Per un motivo o per l’altro siamo tutti dei ‘David Copperfield’: personaggi nati e cresciuti nella mediocrità che si ammantano in un sentimento grande e idealizzato … anche quando non ci sono persone verso cui indirizzarlo.

Licia Liva

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