Tesina sul Gattopardo

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale

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Testo

Biografia
1896 Giuseppe Tomasi di Lampedusa nasce a Palermo il 23 dicembre da una facoltosa famiglia di antica nobiltà. Dell'infanzia manterrà un vivo ricordo.
1915-1918 Interrompe gli studi e partecipa alla prima guerra mondiale.
1932 Sposa la baronessa lettone Alessandra Wolff-Stomersee, conosciuta a Londra in casa di uno zio, ambasciatore italiano in Gran Bretagna.
1933 Viene divisa l'eredità del nonno. A Giuseppe Tomasi rimane solamente il palazzo nel centro di Palermo. Gli affitti però gli permettono di condurre una vita discretamente agiata.
1940-1943 E' richiamato sotto le armi, capitano di artiglieria.
1943 Un bombardamento distrugge il palazzo Lampedusa a Palermo.
1954 Nell'estate Lampedusa accompagna il cugino Lucio Piccolo al convegno letterario di San Pellegrino Terme e vi conosce alcuni scrittori. L'incontro con questo mondo lo stimola a scrivere il romanzo cui pensava da molti anni, il Gattopardo.
1955 Prosegue la scrittura del Gattopardo.
1956 Il Gattopardo è inviato in lettura all'editore Mondadori, che lo rifiuta. Prosegue la scrittura dei Racconti.
1957 Il manoscritto è rifiutato da Elio Vittorini, direttore per la casa editrice Einaudi della collana "Gettoni".
1957 (23 luglio) Giuseppe Tomasi di Lampedusa muore di cancro in una clinica romana.
1958 Giorgio Bassani pubblica il Gattopardo, nella collana che dirige per l'editore Feltrinelli, presentandolo con una sua prefazione. Il successo è grande, ma "post-mortem".
1959 Vengono pubblicate sulla rivista "Paragone" le "Lezioni su Stendhal".
1961 Escono postumi i Racconti.
1963 Luchino Visconti trae dal Gattopardo un celebre film. Il Gattopardo diviene anche un'opera musicale.

LA FAMIGLIA
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, di antica nobiltà, discendeva da una famiglia che annoverava tra i suoi membri santi, cardinali, grandi diplomatici. Gli avi, proprietari di numerosi feudi sparsi all'interno della Sicilia, oltre che dell'isola di Lampedusa, fondatori, nel 1637, della città di Palma di Montechiaro, ne tennero per secoli la baronia.
Giuseppe era l'unico figlio maschio di Giulio Maria Tomasi, nipote di Giulio Fabrizio di Lampedusa (1815 - 1885), astronomo, a cui Tomasi si ispirò per la figura del principe di Salina. La madre era Beatrice Tasca e Filangeri di Cutò.
Dal padre ereditò il titolo di Duca di Palma e Principe di Lampedusa. Lo stemma di famiglia è rappresentato da un leopardo.
LO SPIRITO ARISTOCRATICO
Giuseppe Tomasi di Lampedusa si è sempre sentito un aristocratico, benché non gli sfuggissero e lo irritassero i vizi dell'aristocrazia, l'inintelligenza, la miopia, la sciatteria che le avevano tolto definitivamente la possibilità di svolgere un ruolo attivo nella società. Il suo aristocraticismo non può comunque essere dimenticato: è una componente essenziale della sua persona e serve anche a capire il suo romanzo. Scomparso o minacciato il primato sociale ed economico della sua classe, rimaneva per Tomasi insopprimibile " la qualità di una specialissima educazione, talmente speciale che poteva passare anche inavvertita davanti ad occhi ordinari, mentre doveva rivelarsi senza fallo a chi l'avesse ricevuta identica ". Di conseguenza Tomasi detestava la borghesia, la sua goffaggine, la sua meschinità, l'assenza in essa di profondi ideali.
LA MEMORIA DEL PASSATO
Per Giuseppe Tomasi di Lampedusa, diversamente da altri scrittori, riveste una grande importanza l'infanzia. Non a caso lui stesso interruppe la stesura del Gattopardo per compilare i "Ricordi di Infanzia", opera in cui descrive ed evoca case, giardini e consuetudini appartenenti alla famiglia e presenti anche nel suo romanzo. Nell'opera, che non fu poi terminata, è dedicato un ampio spazio ai palazzi che fungevano da residenze familiari, e la cui memoria è caratterizzata da una nota di nostalgia accorata, per l'impossibilità del ritorno ad un "paradiso perduto". La casa assume dunque un ruolo simbolico di ritorno alle origini e la sua distruzione sembra voluta e perseguita con intenzionalità da una volontà ostile (dai Ricordi: "..le bombe trascinate da oltre Atlantico la cercarono e la distrussero"). C'è una specie di rifugio autoconsolatorio nella memoria, con la consapevolezza dell'irrecuperabilità del tempo passato.
Nei Ricordi di Infanzia vi è anche la descrizione di due eventi traumatici: l'uno fu l'annunzio da parte del padre dell'assassinio di Umberto I, quando lo scrittore aveva tre anni; l'altro si riferisce al terremoto di Messina, che colpì direttamente la famiglia Lampedusa.
Nel Gattopardo il discorso della memoria, immediatamente soggettivo nei Ricordi, appare dominato, oggettivato e contribuisce al tema della universale caducità di tutte le cose.
LA CASA NATALE
La distruzione del palazzo dei Lampedusa, nel centro di Palermo, in via Lampedusa 17, bombardato e in gran parte distrutto nel maggio del 1943 nel corso dell'avanzata alleata, fu un grave colpo che lasciò nello scrittore tracce indelebili. Abitò poi fino alla morte sempre a Palermo in un vecchio edificio in via Butera 28, adiacente a quello, appartenente da tempo alla famiglia, della casa di mare (ricordata nel Gattopardo durante il colloquio tra il principe Fabrizio e Chevalley). Tuttavia la casa di via Butera non sostituì nel cuore dello scrittore il palazzo in cui era nato, in cui "era lieto di essere sicuro di morire", e che aveva amato "con abbandono assoluto" (dai Ricordi d'infanzia).
Non rivestirono la stessa importanza affettiva neppure la villa Tomasi a San Lorenzo Colli presso il parco della Favorita (villa Salina nel I capitolo del romanzo), o i palazzi di Palma di Montechiaro (della famiglia paterna) e di S.Margherita Belice (della famiglia materna) che ispirarono la ricostruzione romanzesca della residenza di Donnafugata.
GLI STUDI
L'iniziale carriera scolastica di Giuseppe Tomasi di Lampedusa fu abbastanza brillante, tanto che i genitori immaginarono per lui un futuro da diplomatico. Il padre lo distolse dai prediletti studi letterari e pretese che intraprendesse quelli giuridici. Ma il suo curriculum universitario risulterà totalmente fallimentare. Contrariamente a quanto è stato piu’ volte affermato, non consegui’ mai la laurea in Giurisprudenza. Circa vent’ anni dopo averlo lasciato, nel 1942, si sarebbe riavvicinato al mondo accademico iscrivendosi alla facoltà di lettere all’università di Palermo, senza conseguire la laurea neppure in questa circostanza.
Lampedusa possedeva una vastissima cultura acquisita dalla lettura personale e assidua di testi, soprattutto a carattere storico e letterario.
LA I GUERRA MONDIALE
Partecipò alla prima guerra mondiale e venne fatto prigioniero. Evase e raggiunse l’Italia dopo aver attraversato, travestito, l’Europa a piedi. Finita la guerra rimase nell’esercito come ufficiale effettivo fino al 1925. L’esperienza della guerra e della prigionia ebbero ovviamente un’incidenza profonda sul suo carattere e probabilmente non furono estranee al grave esaurimento nervoso da cui venne colpito subito dopo il congedo.
IL MATRIMONIO
Tomasi di Lampedusa conobbe a Londra nel 1925 la futura moglie, Alessandra, figlia di M. Teresa Alice Barbi, di origine italiana, e del barone baltico Boris Wolff. La madre di Alessandra, rimasta vedova, aveva sposato Pietro, marchese della Torretta, zio di Giuseppe Tomasi ed ambasciatore italiano a Londra. Alessandra, studiosa di psicanalisi, conoscitrice di numerose lingue, sopravvisse al marito, morendo nel 1982.
LA II GUERRA MONDIALE (1940 - 1943)
L’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, fu disapprovata da Lampedusa che la considerava un’avventura.
A Ficarra Lampedusa frequentava il gabinetto di lettura, nel circolo dei professionisti. Le testimonianze di chi lo ricorda, così come quella degli antichi commilitoni, concordano nel dipingerlo quale taciturno osservatore, quasi mai coinvolto nelle conversazioni.
Lampedusa e la moglie abbandonarono Ficarra dopo l’arrivo delle truppe alleate e la firma dell’armistizio, l’8 settembre; ritornarono a Palermo a metà ottobre.
Nella durissima situazione di quegli anni, in cui vi era carenza persino dei generi alimentari di prima necessità, un conoscente ricorda come Lampedusa fosse "gongolante" un giorno che era riuscito a procurarsi un libro in un’edizione straniera.
IL CONVEGNO LETTERARIO DI S. PELLEGRINO TERME
Nel corso del convegno letterario dieci autorevoli rappresentanti della letteratura italiana avrebbero presentato altrettanti autori ancora sconosciuti. Eugenio Montale faceva da padrino al poeta barone Lucio Piccolo, cugino di Giuseppe Tomasi.
IL ROMANZO: IL GATTOPARDO
Il romanzo , presumibilmente scritto tra il 1955 e il 1956, quindi in tempi brevi, ma a seguito di una lunga meditazione interiore, fu pubblicato nel 1958 da Feltrinelli, a cura di Giorgio Bassani. La vicenda, ambientata in Sicilia, si apre nel 1860 e racconta la storia del Principe Fabrizio Corbera di Salina e della sua famiglia. Il romanzo è in otto capitoli (o "parti", come riporta il manoscritto) e a ciascuno l'autore ha premesso una breve didascalia riassuntiva.
LA GENESI DEL ROMANZO
Giuseppe Tomasi di Lampedusa cominciò a scrivere il suo romanzo probabilmente dopo il giugno del 1955 e terminò la prima stesura alla fine del 1956. L’opera non nasceva a caso, ma era il frutto di un’esperienza che era durata tutta una vita. Secondo la testimonianza della vedova, Lampedusa aveva già manifestato l’intenzione di comporre qualcosa, diciotto anni prima di iniziare la stesura del Gattopardo. I motivi che spinsero Lampedusa a rinviare la composizione del suo romanzo furono soprattutto i fatti esterni che condizionarono la vita dello scrittore.
Il progetto iniziale di Lampedusa era quello di narrare la giornata di un principe siciliano nel 1860; col tempo l’idea si chiarì nella sua mente e all’inizio della sua prima stesura del romanzo, Tomasi disse a Gioacchino Lanza: "Saranno 24 ore della vita del mio bisnonno il giorno dello sbarco di Garibaldi". Più tardi però si rese conto che questa organizzazione del libro era limitativa, così decise di ripiegare sullo schema di tre tappe di 25 anni: il 1860, 1885 con la morte del Principe (che è anche la morte del bisnonno e che nella finzione romanzesca diventerà il 1883) ed infine il 1910.
In uno dei primi mesi del 1956, Tomasi presentò ai suoi amici il primo capitolo, ancora senza titolo, ma in una stesura quasi definitiva. A questa si aggiunsero, una dopo l’altra fino al marzo 1957, tutte le altre parti scritte a mano su grandi quaderni formato protocollo. E' il cosiddetto "Gattopardo (completo)", come si legge nell'intestazione del manoscritto. Di questa stesura si servì Bassani per confrontarla con le parti dattiloscritte, se pure incomplete, di cui disponeva. Anche se Tomasi disse che si trattava della prima stesura del romanzo, la vedova rivelò che in realtà una stesura antecedente a questa esisteva e presentava rispetto a quella definitiva, alcune varianti.
Il manoscritto del 1957, nelle sua integrità, senza alcuna revisione, mantenendo intatta anche la punteggiatura dell’autore, venne pubblicato da Feltrinelli nel dicembre del 1969.
LA DEFINIZIONE DEL GENERE
ROMANZO STORICO, PSICOLOGICO O AUTOBIOGRAFICO?
Si potrebbe dire che il Gattopardo è troppo introspettivo-psicologico per essere solo un romanzo storico, troppo documentato sull'epoca dei fatti per essere solo un romanzo psicologico. Nelle preziose lettere a Guido Lajolo Tomasi si pose il problema del proprio rapporto con il protagonista e anche quello del "genere" dell'opera.
Tempo storico e tempo esistenziale scorrano insieme all'interno del romanzo; se la componente storica non deve essere sottovalutata, tuttavia la ricostruzione delle vicende della famiglia Salina nel contesto degli anni che vanno dal 1860 al 1910 non rappresenta il fine autonomo dell'opera. Il romanzo, accentrato sulla figura del protagonista principe di Salina, col quale il narratore instaura un rapporto di "relativa" identificazione, concede poco all'oggettivismo documentario e naturalistico, mentre vi prevalgono la ricostruzione familiare e autobiografica, la ricerca psicologica, i valori simbolici.

Footnotes
1. a Guido Lajolo (31 marzo 1956):
Carissimo Guido, [...] sono accaduti due fatti importantissimi: 1, ho scritto un romanzo; 2, stiamo per adottare un figlio. Comincio dal primo e meno importante evento. [...] Immagino che il libro ti piacerà: esso è di argomento storico: senza rivelare nulla di sensazionale cerca di indagare le reazioni sentimentali e politiche di un nobiluomo siciliano alla spedizione dei Mille e alla caduta del regno borbonico. Il protagonista è il Principe di Salina, tenue travestimento del principe di Lampedusa mio bisnonno. E gli amici che lo hanno letto dicono che il Principe di Salina rassomiglia maledettamente a me stesso. Ne sono lusingato perché è un simpaticone. Tutto il libro è ironico, amaro e non privo di cattiveria. Bisogna leggerlo con grande attenzione perché ogni parola è pesata ed ogni episodio ha un senso nascosto. Tutti ne escono male: il Principe e il suo intraprendente nipote, i borbonici e i liberali, e soprattutto la Sicilia del 1860.[....]
a Guido Lajolo (7 giugno 1956):
[....] Esso è composto di cinque lunghi racconti: tre episodi si svolgono nel 1860, anno della spedizione dei Mille in Sicilia, il quarto nel 1883, l'ultimo, l'epilogo, nel 1910, cinquantenario dei Mille, e mostrano il progressivo disfacimento dell'aristocrazia; tutto vi è soltanto accennato e simboleggiato; non vi è nulle di esplicito e potrebbe sembrare che non succeda niente [....] il protagonista sono in fondo io stesso e il personaggio chiamato Tancredi è il mio figlio adottivo [...].
a Guido Lajolo (2 gennaio 1957):
[....] Non vorrei però che tu credessi che fosse un romanzo storico! Non si vedono né Garibaldi né altri: l'ambiente solo è del 1860; il protagonista, Don Fabrizio, esprime completamente le mie idee, e Tancredi, suo nipote, è Giò [....]. In quanto ai "Viceré" il punto di vista é del tutto differente: il "Gattopardo" è l'aristocrazia vista dal di dentro senza compiacimenti ma anche senza le intenzioni libellistiche di De Roberto [....].
LA SICILIA NEL 1860
1860: I democratici con la spedizione garibaldina in Sicilia rilanciarono con successo la via rivoluzionaria per il raggiungimento dell’unità italiana. L’occasione per la conquista garibaldina del Regno delle Due Sicilie, dove dal 1859 regnava il giovane Francesco II, si presentò in seguito al fallimento dell’insurrezione di Palermo del 4 aprile del 1860. Il moto fu infatti facilmente domato, ma l’agitazione si diffuse nelle campagne, mentre un gruppo di intellettuali di orientamento democratico, tra cui Francesco Crispi e Rosolino Pilo, chiesero a Garibaldi di intervenire militarmente in Sicilia. Ebbe così inizio la preparazione materiale della spedizione dei mille volontari garibaldini, che all’alba del 6 maggio 1860 salpò da Quarto, in Liguria, e l’11 maggio approdò a Marsala (inizio del romanzo).
LE NOTAZIONI DI SINTESI CHE TOMASI PREMETTE A CIASCUN CAPITOLO
Eccole nell'ordine:
CAP. I : Il rosario e la presentazione del principe - il giardino e il soldato morto - le udienze reali - la cena - in vettura per Palermo - l’andata da Mariannina - il ritorno a San Lorenzo - la conversazione con Tancredi - in Amministrazione: i feudi e i ragionamenti politici - in osservatorio con padre Pirrone - distensione al pranzo - Don Fabrizio e i contadini - Don Fabrizio e il figlio Paolo - la notizia dello sbarco e di nuovo il rosario.
CAP. II : il viaggio per Donnafugata - precedenti e svolgimento del viaggio - l’arrivo a Donnafugata - in chiesa - Don Onofrio Rotolo - la conversazione nel bagno - la fontana di Anfitride - la sorpresa prima del pranzo - il pranzo e le varie reazioni - Don Fabrizio e le stelle - la visita al monastero - ciò che si vede da una finestra.
CAP III : la partenza per la caccia - i fastidi di Don Fabrizio - la lettera di Tancredi - la caccia e il Plebiscito - Don Ciccio Tumeo inveisce - come si mangia un rospo - epiloghetto.
CAP IV : Don Fabrizio e Don Calogero - la prima visita di Angelica - l’arrivo di Tancredi e Caviraghi - l’arrivo di Angelica - il ciclone amoroso - il rilassamento dopo il ciclone - un piemontese arriva a Donnafugata - un giretto in paese - Chevalley e Don Fabrizio - la partenza all’alba.
CAP. V: L’arrivo di padre Pirrone a S. Cono - la conversazione con gli amici e l’erbario - i guai familiari di un gesuita - la risoluzione dei guai - la conversazione con "l’uomo d’onore" - Il ritorno a Palermo.
CAP VI: Andando al ballo - il ballo: ingresso di Pallavicino e dei Sedàra - il malcontento di Don Fabrizio - in biblioteca - Don Fabrizio balla con Angelica - la cena; la conversazione con Pallavicino - il ballo appassisce, si ritorna a casa.
CAP VII: La morte del principe.
CAP VIII: La visita di Monsignor Vicario - il quadro e le reliquie - la camera di Concetta - la visita di Angelica e del senatore Tassoni - il Cardinale: la fine delle reliquie - Fine di tutto.
TRAMA
Nel maggio 1860, dopo lo sbarco dei garibaldini in Sicilia, Don Fabrizio, Principe di Salina, un aristocratico molto colto, dedito a studi di astronomia, assiste con distacco e con malinconia alla fine del suo ceto. La classe aristocratica capisce che è ormai vicina la fine della sua stessa supremazia, infatti approfittano della nuova situazione politica gli amministratori e i mezzadri, nuova classe sociale in ascesa. Don Fabrizio, appartenente ad una famiglia di antica nobiltà, viene rassicurato dal nipote Tancredi, che, combattendo nelle file garibaldine, cerca di controllare gli esiti degli eventi volgendoli a proprio vantaggio: "Se si vuole che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi".
Quando, come tutti gli anni, il Principe con tutta la famiglia si reca nella residenza estiva di Donnafugata, trova come nuovo sindaco del paese Don Calogero Sedara, un borghese di umili origini che si è arricchito ed ha fatto carriera in campo politico: è questo il simbolo della nuova classe dirigente che prende il posto della vecchia aristocrazia.
Tancredi, che in precedenza aveva manifestato qualche simpatia per Concetta, la figlia maggiore del Principe, volge ora le sue attenzioni verso Angelica, figlia di Don Calogero, che riuscirà a sposare, attratto non solo dalla sua vistosa bellezza, ma anche dal suo notevole patrimonio.
Altrettanto significativo è l’arrivo a Donnafugata di un funzionario piemontese, Chevalley di Monterzuolo, che offre a Don Fabrizio la nomina a senatore del nuovo Regno. Il Principe rifiuta sentendosi legato al "mondo vecchio" e immobile della sua Sicilia e non crede nella possibilità di un progresso storico che porti un rinnovamento.
La sua vita continua monotona e sempre più sconsolata, fino alla morte che lo coglie in una anonima stanza di albergo nel 1883, di ritorno da un viaggio a Napoli, intrapreso per sottoporsi a visite mediche .
Nella sua casa resteranno, povere custodi di inutili memorie, le tre figlie nubili, inasprite da un’esistenza chiusa e solitaria; il romanzo si conclude nel 1910.
Materiale per un nuovo capitolo del ''Gattopardo'', di cui si erano perse le tracce, e' stato ritrovato in casa di un nipote di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l'autore del romanzo italiano piu' venduto del Secolo. La scoperta e' stata annunciata, a Torino, dal figlio adottivo dello scrittore siciliano, Gioacchino Lanza Tommasi, nel corso della presentazione di un suo libro, ''Biografia per immagini di Giuseppe Tomasi di Lampedusa'', edito da Sellerio. Il materiale si trovava nella casa romana di Giuseppe Biancheri, nipote dell'autore del ''Gattopardo'' e fratello dell'ambasciatore Boris Biancheri, che ha partecipato alla presentazione torinese, insieme con Lorenzo Mondo. ''Il progetto di capitolo era conservato in una cartellina con la scritta 'materiale attorno al Gattopardo' - ha detto Gioacchino Lanza Tomasi - e riportava il titolo 'Canzoniere di casa Salina'. E' un capitolo incompiuto e doveva essere costituito da 17 sonetti, ma ne sono stati scritti solo due, oltre a una ode e a un'introduzione. Attraverso i sonetti il principe Fabrizio rivelava il suo amore per Angelica''. La presentazione di "Biografia per immagini" rientra nelle iniziative del Teatro Stabile di Torino per i 40 anni della pubblicazione del Gattopardo. Anche un dibattito con il procuratore Gian Carlo Caselli, Gioacchino Lanza Tomasi, padre Ennio Pintacuda, Marcello Sorgi e Carlo Feltrinelli. Lo Stabile torinese ha anche realizzato una ''lettura integrale'' del romanzo, messa in scena al Teatro Carignano per 15 giorni. La ''Biografia per immagini'' di Lanza Tomasi contiene una ricca documentazione fotografica che rivela il mondo privato dell'intellettuale siciliano, appartato e sconosciuto fino alla morte, avvenuta a Roma nel Luglio del '97 (il Gattopardo fu pubblicato l'anno dopo). Vi sono mostrati i cimeli ed i ritratti degli antenati, l'album di famiglia, i viaggi, le dimore distrutte e lo sfondo siciliano. ''Libro felice e di grande eleganza'', l'ha definito Boris Biancheri, che ha ricordato come il Gattopardo, rifiutato dall'Einaudi perche' considerato un libro ''borghese'' (poi pubblicato da Feltrinelli) sia ancora al centro di un dibattito vivacissimo. Ne e' un esempio l'uscita, in estate, del saggio ''L'intimita' e la storia. lettura del Gattopardo'', scritto da Francesco Orlando, che fu allievo di Tomasi di Lampedusa e batte' a macchina, sotto dettatura, la prima stesura del romanzo. Orlando sostiene la grandezza dell'opera contro le condanne prununciate dai critici marxisti negli anni Sessanta. ''Nel '58 - ha detto Tomasi Lanza - usci' anche il dottor Zivago, che oggi non si ristampa piu', al contrario del Gattopardo, divenuto in molti Paesi esteri un modello della cultura occidentale''.
GIUSEPPE TOMASI di LAMPEDUSA E IL GATTOPARDO
L'uscita nel 1958 del romanzo Il Gattopardo creò uno dei maggiori casi letterari del dopoguerra: l'opera ebbe un eccezionale successo di pubblico, e nel 1959 ricevette il premio Strega. Il romanzo suscitò accese discussioni, tra chi lo considerava uno dei capolavori della narrativa contemporanea, e chi, specialmente da sinistra, lo vide come un'opera decadente e, addirittura, reazionaria.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo 1896-Roma 1957), di famiglia aristocratica, combattè nelle due Guerre Mondiali e trascorse gran parte della sua vita fuori dall'Italia. Appassionato lettore e studioso di letteratura inglese, si dedicò tardivamente alla scrittura iniziando a stendere Il Gattopardo a partire dal 1955.
Il romanzo uscì dopo la morte dell'autore presso l'editore Feltrinelli, divenendo un best sellers della storia della letteratura italiana, anche grazie al mistero che circondava le origini dello scrittore.
Quelli erano gli anni della crisi del neorealismo e le vicende della principesca famiglia del principe Fabrizio Salina, narrate nel quadro di una Sicilia immobile, malgrado la bufera garibaldina, sembravano proporre pericolose ideologie di fuga e di fatalistica rassegnazione. Se la cura ambientale e descrittiva autorizza il richiamo alla tradizione veristica, l'insistenza ossessiva sui simboli del disfacimento e dell'autodistruzione giustifica, invece, una lettura in chiave moderna de Il Gattopardo e della stessa imponente figura del protagonista.
Il romanzo non poteva non attrarre il genio creativo di Luchino Visconti che nel 1963 consegnò agli schermi il film tratto dal libro. Sceneggiato dallo stesso Visconti, insieme a Suso Cecchi D'Amico, Enrico Medioli e Massimo Franciosa; fotografato da Giuseppe Rotunno, con i costumi di Piero Tosi e la musica di Nino Rota, Il Gattopardo si svolge in Sicilia nel 1860. Garibaldi sbarca in Sicilia, e alcuni membri della nobile casata dei Salina si uniscono alle truppe Garibaldine. Anche il principe Fabrizio vota a favore dell'annessione allo Stato Sabaudo, inoltre favorisce le nozze del nipote Tancredi con Angelica, figlia del rozzo Don Calogero. Mentre Tancredi si fa strada nel nuovo ordine sociale, il principe rifiuta il seggio di senatore perchè non crede alle possibilità di cambiamento della Sicilia. Resosi conto della fine di un'epoca e di un mondo, il principe di Salina si rassegna alla morte.
Luchino Visconti comprese subito che la nostalgia dell'autore conteneva potenzialità progressiste, ossia una critica al trasformismo politico della classe dirigente, che si esprimeva nella celebre frase se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi. Visconti scoprì di essere in perfetta sintonia con Lampedusa, e nella traduzione cinematografica accentuò la polemica sulla frattura delle idealità post-risorgimentali, tentando una sintesi tra il realismo storico e le sfumature nostalgiche presenti nel romanzo.
Il regista riuscì a far coincidere incredibile spettacolarità e sottile studio psicologico, contrapponendo le esibizioni dell'aristocrazia morente alla solitaria disillusione del protagonista.
Il Gattopardo, pur non essendo uno dei momenti pù alti della carriera del regista, è da considerarsi uno dei capolavori del genere storico. Il film vinse la Palma d'oro al Festival di Cannes nel 1963.
Il Gattopardo: nostalgia o raccapriccio di un passato non tutto tramontato
"Il Gattopardo rivela un maestro; il romanzo è innanzi tutto lirico, ma è anche un romanzo storico, perché l'autore vede e ci mostra lo svolgimento del proprio spirito, della propria psiche nella realtà delle vicende storiche, dando a ciascuno dei personaggi il risalto rappresentativo che esprima compiutamente il suo significato morale. I particolari inutili, di cronaca, scompaiono". Questa è la chiave di lettura di Goffredo Bellone, espressa nel saggio "La rivoluzione del Gattopardo" (1958). La definizione di "romanzo storico", assegnata "ante tempus" dalla critica all'opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, va colta con cautela. Essa, infatti, potrebbe indurci ad inscriverla nell'area tradizionale del romanzo ottocentesco, alla cui poetica in realtà, essa rimane sostanzialmente estranea.
Basti prendere com'esempio Alessandro Manzoni, il quale afferma di " non volere inventare dei fatti per adattarvi dei sentimenti", ma di voler "spiegare tutto ciò che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto, mediante ciò che essi hanno fatto"
Giuseppe Tomasi, invece, cerca di parlare di un fatto storico, ma che può essere epocale, universale, per poi passare a descrivere gli stati d'animo, le reazioni di un siciliano sconfitto. E pertanto non possiamo parlare di romanzo storico, ma di un romanzo scritto ieri, che disserta di un oggi eterno. La stessa architettura del Gattopardo, rispetto all'Ottocento, presenta un libero e inconsueto disegno narrativo, una sequenza d'episodi i quali, pur facendo capo ad un personaggio principale, potrebbero considerarsi come aventi ciascuno una vita autonoma.
E' bene, a questo punto, precisare che cosa s'intende per "romanzo storico": non un romanzo che tratti avvenimenti collocati in un determinato periodo storico, riconoscibile per date, personaggi realmente vissuti ed imprese ed azioni che abbiano infinito sul corso della storia, giacché saremmo ancora nel campo delle biografie romanzate o della semplice ricostruzione storica, fatta talvolta egregiamente dai giornalisti, i quali -come si sa - esercitano un preciso mestiere, che non si può confondere con quello dello scrittore che sia un poeta. E Tomasi di Lampedusa è un poeta di ben alto livello. Questa grandezza poetica, Bassani la individua molto bene:
"Perfetta nelle sue pagine la narrazione, sotto la buccia di una narrazione di tipo ottocentesco, nasconde quello che è il carattere costante dell'ispirazione dello scrittore: morale e politica piuttosto che puramente artistica, nel senso dell'art pour l'arte. A differenza della poetica ottocentesca, lo straordinario interesse del romanzo non sta tanto nella trama, la quale s'identifica con la biografia di un nobile siciliano, il principe di Salina, don Fabrizio Corbera, sia pure incalzata e sollecitata da eventi tanto impegnativi e decisivi per l'unificazione italiana (le date vanno dal 1860 al 1883, anno della morte di don Fabrizio, al 1910, che segna la fine della dinastia dei Salina, nel cui stemma è un gattopardo), quanto piuttosto nel ricco e sottile gioco della complicata realtà interiore del protagonista, che nell'arte di Lampedusa, trova una limpida e balenante rappresentazione. Don Fabrizio è un personaggio affascinante, "immenso e fortissimo" , ma non un grande eroe; è un uomo che corteggia la morte privo d'illusioni. E Giuseppe Tomasi avrebbe sublimato quella figura nelle pagine del suo romanzo, tramandandola per sempre a memoria futura. Del patrimonio del grande avo don Fabrizio, lo scrittore avrebbe raccolto soltanto le briciole. Eppure la sua vita, dopo il successo del suo libro, generò una serie di leggende.Uno storico più pignolo degli altri non ha trovato alcuna conferma sulla laurea in Giurisprudenza conseguita a Torino, di cui tante volte G. Tomasi si era vantato con gli amici. A Torino il principe siciliano soggiornò, come risulta dal suo racconto "II professore e le sirene", che vi è ambientato, ma non sostenne alcun esame. Insofferente alle regole, di temperamento un po’ pigro, Giuseppe Tomasi di Lampedusa per tutta la vita sembra aver fatto solamente due cose: leggere e viaggiare.
Il patrimonio ereditato, benché assottigliatesi nel tempo, gli consentiva di scorazzare a suo piacimento per l'Europa, senza legarsi ad alcun impegno di lavoro e, se da un lato, i beni si assottigliavano, la cultura si arricchiva. Siciliano nel midollo, europeo nello spirito, parlava inglese, francese e tedesco, conosceva lo spagnolo e sarebbe arrivato a leggere Tolstoy in russo. A Londra conobbe la baronessa Alessandra Wolff Stormersee con "una cotta di un intensità che può già dirsi senile" e la sposò. Da quel matrimonio non nacquero figli e Giuseppe V Tomasi fu l'ultimo dei "gattopardini" in ogni senso. Solo per assicurarsi un futuro al nome, adottò uno dei suoi allievi prediletti, Gioacchino Lanza di Mazzarino. Il 5 aprile del 1943, un bombardamento americano aveva raso al suolo il Palazzo Tomasi a Palermo. Per lui fu un gran colpo, perché lì era nato e vissuto: quelle antiche sale, anni dopo, avrebbero ispirato le pagine più malinconiche, ma anche più penetranti del romanzo. Il grande principe di Lampedusa, dopo la guerra, si ridusse a vivere con la moglie in una camera ammobiliata, che umiliava il suo orgoglio. Solo nel 1947 poté ricomprare il palazzo di Via Butera, dove era vissuto il bisnonno, futuro protagonista del libro. E qui G. Tomasi rimase fino alla vigilia della morte. Viaggiava di meno ora, ma leggeva di più. Solo dopo l'episodio di San Pellegrino Terme, dove aveva accompagnato il cugino Lucio Piccolo durante l'estate del '54 in occasione di un convegno letterario, nel quale Montale presentò i "Canti barocchi " del cugino, ebbe la spinta decisiva ad uscire dall'isolamento in cui per troppo tempo era rimasto rinchiuso, e non accontentandosi più di leggere soltanto, volle anche scrivere per mettere al mondo i fantasmi della sua mente. Scrisse la vita che si sentiva sfuggire di mano, la storia che lo stava colpendo alle spalle, vendicandosi in lui della sua classe: scrisse il "Gattopardo". E' di capitale importanza il periodo drammatico, cioè il contesto storico su cui scorre tutta la vicenda narrata: ci troviamo alla fine del Regno di Napoli. Il 21 ottobre 1860 il popolo delle province meridionali e della Sicilia votava per la formula del plebiscito: "II popolo vuole l'Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti". Era l'annessione immediata del Regno di Napoli a quello che era ancora il Regno di Sardegna. Ma gli esiti di questa "felice annessione", non furono così splendidi come ci si immaginava (o sperava): esplosione del brigantaggio, infiltrazione di agenti borbonici e legittimisti nel moto di rivolta dei braccianti e dei contadini poveri, borghesia meridionale che faceva appello all'intervento urgente dell'esercito piemontese, per ristabilire al più presto l'ordine e la sicurezza.
I problemi aumentavano e con loro anche lo squilibrio economico-sociale che separava il Mezzogiorno dall'Italia Settentrionale: un divario difficile da risanare tra quelle che venivano già chiamate le "due Italie". E di questo disagio economico, sicuramente, la famiglia Tomasi ne fu colpita e coinvolta. Da qui l'esigenza del principe di scrivere un romanzo che descrivesse non solo la sua condizione esistenziale, ma la condizione di un popolo.
Fin dal 1938 il principe aveva pensato ad una storia risorgimentale, una giornata del suo bisnonno a Palermo, mentre stavano arrivando le camicie rosse di Garibaldi. Poi erano venuti altri pensieri: la guerra, i problemi economici. Ma ora, animato dall'incontro con la letteratura italiana, gli antichi fantasmi risorgevano, gli dettavano il grande romanzo e la figura del suo antenato si profilava forte, al centro.
Giulio IV Fabrizio Maria Tomasi, Vili principe di Lampedusa, IX duca di Palma di Montechiaro, pari di Sicilia, condensava in sé la gloria del passato e la rovina del futuro, in cui il suo ultimo erede, sapeva di rispecchiarsi compiutamente. Infatti, alla "storia di allora" (quella del bisnonno) veniva ad aggiungersi la "storia di ora" (la propria), più vera della prima: agli spunti storici di un secolo fa venivano a mescolarsi le esperienze personali che, pertanto, vennero anticipate ed attribuite al protagonista, soprattutto per quanto riguarda luoghi ed esperienze, in un contrappunto tra presente e passato che è uno degli aspetti emergenti del romanzo. CÌ vollero sei mesi per scrivere il primo capitolo; gli ci volle un viaggio a Palma di Montechiaro - dove non era mai andato - nell'estate del '55, per avere l'idea del seguito. Quando arrivò in quel paese, che Ì Tomasi avevano fondato e dove c'erano ancora tante dimenticate reliquie, fu accolto, con proprio sbalordimento, dal suono a distesa delle campane e dal "Tè Deum" in Duomo. Fu anche invitato nel convento fondato tre secoli prima da un altro Lampedusa, il Duca Santo, dove, avvalendosi di un privilegio editarlo, Tomasi entrò in clausura, fino a visitare la cella della sua antenata, la venerabile Crocifissa.
Lo scrittore era uno spirito laico, ma profondamente interessato ai temi religiosi. Rimase colpito da quei riti e da quei luoghi, dove il motto "Spes mea in Dee est", campeggia ancora con forza. E riprese entrambi gli episodi nel suo romanzo: " (...) ma, come voleva l'antichissimo rito, gli altri, prima di mettere il piede a casa, dovevano ascoltare un Tè Deum nel Duomo" . "Abitudini secolari esigevano che il giorno seguente al proprio arrivo la famiglia Salina andasse al monastero di Santo Spirito; (...) Ma, figlio mio (parlando con Tancredi), lo sai: io solo posso entrare qui; per gli altri è impossibile" .
Di quel romanzo quasi nessuno sapeva nulla. L'autore ne leggeva le pagine a pochi intimi, i quali non sembravano fossero entusiasti, salvo la moglie-Solo Giuseppe Tomasi, nel suo disincanto, ci credeva. Quando il libro fu finito, lo dettò ad uno dei suoi allievi, Francesco Orlando, che lo batté a macchina in quattro copie: una andò alle Einaudi, una alla Mondadori. In entrambe le casi editrici il romanzo incontrò lo stesso oppositore: il siciliano Elio Vittorini, l'ultimo scrittore italiano in grado di capire quel libro, che così si espresse: "(...) non posso impormi di amare scrittori che si manifestino entro schemi tradizionali. Il Gattopardo avrei potuto amarlo come opera del passato che oggi fosse stata scoperta in qualche archivio". Si incaricò lui di scrivere a Tomasi per motivargli il proprio rifiuto. La lettera giunse al destinatario il 18 luglio 1957, quando all'autore, ammalato di cancro, non restavano che cinque giorni di vita. Il principe la lesse a Roma, dove lo avevano portato per tentare un'operazione impossibile con il professore Valdoni. "Peccato" disse semplicemente dopo aver appreso quella sentenza per lui più terribile della morte.
Il Gattopardo si salvò per l'acume di Giorgio Bassani, che lavorava allora per la Feltrinelli, dove giunse la terza copia del dattiloscritto, anonima, da parte di Elena Croce.
Bassani lesse le prime righe mentre saliva le scale; quando entrò in ufficio era già convinto di avere messo le mani su un libro straordinario: "Accanto a un libro come il Gattopardo qualunque altro rischia di scolorire".
Ci vollero molte ricerche, risalendo tutti i passaggi seguiti dal testo, per conoscere il nome dell'autore ed apprendere che era morto da un anno. Con tutto il pessimismo siciliano, che conosce torti e ferite della sua terra, che sa scavare profondamente l'anima della Sicilia e le responsabilità dei siciliani, "il Gattopardo", qualificato romanzo "saggistico", serve all'autore per esprimere il suo giudizio amaro sulle conseguenze di quella "nottata di vento lercio" (la notte del plebiscito), durante la quale nel borgo di Donnafùgata, dimora estiva dei Salina, era nata l'Italia, ma era stata uccisa "la buona fede"dei siciliani a opera di quello "stupido annullamento della prima espressione di libertà che a questi si fosse mai presentata" , alla piccola città fatta dai piccoli uomini si avvicenda il più vasto motivo di fermo, eterno fluire del mitico tempo siciliano.
Nel dialogo con Chevalley, c'è tutta la filosofia del Gattopardo, una delle pagine più intense.
"Dopo la felice annessione (....) le autorità provinciali sono state incaricate di redigere una lista da proporre all'esame del Governo centrale ed eventualmente alla nomina regia e, come ovvio, a Girgenti si è subito pensato al suo nome, principe".
Ma la risposta del "Leone sazio e mansueto" (l1) non coincise con quella che si aspettava Chevalley; infatti don Fabrizio rispose: " Nello spettacolo di questo nostro tempo, c'è la possibilità di far risaltare i sentimenti per indagare quella Sicilia dolente e sfarzosa che fa i conti con la storia, dagli imani arabi ai piemontesi, ma anche con la propria anima, con quella "diversità" che racchiude il senso dell'essere siciliani "
Ampiezza di visione storica, unita ad un'acutissima percezione della realtà sociale politica dell'Italia contemporanea e dell'Italia di adesso; delizioso senso dell'umorismo; autentica forza lirica; perfetta sempre, a tratti incantevole, realizzazione espressiva. Tutto ciò fa di questo romanzo un'opera d'eccezione, una di quelle opere, appunto, a cui si lavora o ci si prepara per tutta una vita. Nessun residuo di pedanteria documentaria, di oggettivismo naturalistico in Tornasi di Lampedusa. Infatti lo scrittore, a differenza dei veristi, non crede nell'oggettività del processo storico; la sua cultura e la sua sensibilità sono squisitamente decadenti. Lo sfondo del romanzo è la Sicilia, di cui il poeta parla con un amore desolato e funebre, con sensualità beffarda e critica, una Sicilia con un futuro certamente non roseo come ci si aspettava. Ciò si evince dalla conversazione tra don Fabrizio e Chevalley, il quale, in nome del Re, aveva chiesto al vecchio aristocratico di accettare la nomina a senatore, ricordando che il "Senato è la camera alta del Regno! In essa il fiore degli uomini politici italiani approva o respinge quelle leggi che il Governo propone per il progresso del paese". Attraverso questa carica il principe avrebbe potuto "rappresentare la Sicilia (...), fare udire la voce di questa sua bellissima terra, che si affaccia adesso al panorama del mondo moderno, con tante piaghe da sanare, con tanti giusti desideri da esaudirei.
In questo dialogo, le due figure si fronteggiano, cariche di valori emblematici.
Da un lato Chevalley, che proviene dal mondo dinamico del Nord, tipico liberale, crede, con un entusiasmo non privo di ingenuità, nell'iniziativa umana e nell'avanzare della storia, nella modernità, nel progresso della civiltà, nella possibilità di migliorare le condizioni sociali dell'isola. Dall'altro canto, il principe esprime invece il fatalismo di una realtà immobile da secoli, al di fuori della storia, decrepita, svuotata di forze, esponendo la vicenda storico-attuale della "nazione" siciliana-"In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci, perché adesso si possa chiedere ad un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento " . Nelle parole del principe, lo scrittore pare volere innestare una sensibilità contagiata dalla "cultura della crisi", propria dell'Europa tra le due Guerre e spargere colori e timbri che potremmo definire da "mito asburgico". In altre parole, se si riconsidera la sapiente strategia narrativa del "Gattopardo", ci si accorge che ad un dato momento Giuseppe Tornasi fa della vicenda risorgimentale il simbolo di una frattura, di un discrimine, di una svolta epocale.
Con il suo chiaroveggente distacco, che lo apparenta alla disincantata famiglia degli "uomini senza qualità", don Fabrizio Salina scopre la distonia che presto interverrà nelle relazioni tra uomo e mondo, spezzando l'antica complicità: ossia avverte il sentimento angoscioso "della espatriazione connesso alla moderna coscienza di una malvagità che è, insieme, della storia e della natura.
L'interna pulsione, che lo spinge sempre più a "corteggiare" la morte, si configura, infatti, come smarrimento di un io diviso, come paura del vuoto e del caduco.
Così la decadenza di un illustre casato, registrata nelle sue tappe salienti e suggellata dall'espressione "se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi" , acquista le sembianze dell'inabissarsi di una condizione esistenziale, quella garantita dal mondo di ieri. Comunque nel romanzo non c'è solo un giudizio storico su un periodo della storia italiana, ma c'è piuttosto un giudizio sull'Italia e sul popolo italiano. Il Tornasi paragona gli avvenimenti dell'epoca, in cui si svolge la vicenda del romanzo, con quelli a lui più vicini e trae la conclusione che le cose non sono cambiate di molto e che il gioco politico è sempre lo stesso. Quindi come ha detto G. Barberi Squarotti " dominio borbonico e fascismo, conquista garibaldina e occupazione alleata, vita politica nell'Italia appena unificata e nell'Italia dopo il '45, costituiscono nelle pagine di Tornasi di Lampedusa una trama continuamente intrinsecata di rapporti allusivi, di richiami, di mutue implicazioni".
Questo porsi al di sopra della storia , per riconoscerla come un eterno fluire, sempre immutabile, evidentemente è suggerito all'autore dall'amara considerazione dello svolgersi degli avvenimenti fino ai suoi tempi : dai Borboni al governo regio dei Savoia, per mezzo di Garibaldi, dal regime liberale alla dittatura, per mezzo di Mussolini, dalla dittatura alla democrazia, per mezzo di una guerra rovinosa. Il gioco politico del potere è sempre lo stesso, cambiano Ì nomi ma non cambiano i modi. Ritenuto nuovo, il discorso sviluppato nel "Gattopardo" è stato accolto con sorpresa. Ma "l'insularità d'animo" e la possibilità di "smagarsi " erano state sottolineate dai grandi letterati italiani, ma soprattutto siciliani: Verga, Pirandello.
Li accomuna, infatti, il fatto di essere nati in Sicilia, "terra bellissima", ma arida, priva di ogni illusione, cosciente di non poter superare il muro invalicabile, quale quello dell'arretratezza economica, sociale. Da ciò scaturisce, in ultima analisi, il pessimismo totale del Verga, la sua convinzione che la realtà data, per negativa che sia, è immutabile, e che la letteratura può solo avere la funzione di contemplare ciò che è dato una volta per tutte. Questo rifiuto verghiano dell'impegno politico della scrittura, l'affermazione della pura letterarietà dell'opera e della scelta dell'impersonalità come carattere fondamentale della nuova arte "realista" rimandano ad una situazione economica, sociale e culturale ben precisa. Verga è il tipico "galantuomo" del Sud, il proprietario terriero conservatore, che ha ereditato la visione fatalistica di un mondo agrario arretrato e immobile, estraneo alla visione dinamica del capitalismo moderno, e ha di fronte a sé una borghesia ancora pavida e parassitaria, e delle masse di contadini estranee alla storia, chiuse nella loro miseria e nei loro arcaici ritmi di vita, passive e rassegnate. Quindi è il tipico siciliano che denuncia implicitamente questo modo di "esistere". Si può dire la stessa cosa per l'altrettanto siciliano Pirandello, il quale dopo aver notato che "i siciliana quasi tutti, hanno un'istintiva paura della vita, per cui si chiudono in sé, appartati", e che "ognuno è e si fa isola da sé", lo scrittore agrigentino precisava: "Ma ci sono quelli che evadono, quelli che passano non solo materialmente il mare, ma che bravando quell'istintiva paura, si tolgono (o credono di togliersi) da quel loro poco e profondo, che li fa isole a sé, e vanno, ambiziosi di vita, dove una certa loro fantastica sensualità li porta, spassionandosi o piuttosto soffocando e traendo la loro vera riposta passione con quell'ambizione di vita effimera". La possibilità di "smagarsi" viene confermata anche da un detto siciliano "Cu nesci arrinesci" chi esce riesce : "bisogna però partire molto, molto giovani; a vent'anni è già tardi: la crosta è fatta: rimarranno convinti che (...) la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori" ed inoltre "la ragione della diversità deve essere in quel senso di superiorità che bersaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità" .
L'atteggiamento dei siciliani sembra essere ambivalente; infatti, se da un lato vi sono individui che "vogliono il sonno, ed odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i più bei regali ", c'è anche colui il quale sa rimboccarsi le maniche quando urge il bisogno. Queste persone però non trovano un terreno fertile, non trovano un progresso socio-economico, che possa permettere loro di apportare dei cambiamenti.
Cosi la maggior parte di questi "animi innovatori" preferisce abbandonare il loro passato, Ì loro ricordi, per iniziare una nuova vita, per migliorare la propria condizione e spostarsi dove l'ambiente lo permette. E probabilmente questa fuga "dal natio borgo selvaggio" è stata e sarà una delle motivazioni (non cause) per cui la Sicilia vive in un eterno
processo statico, dove dal punto di partenza ci sono pochi metri di distanza Altre motivazioni, individuate dallo stesso Tornasi : " (...) violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, (...) tutti questi Governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati, e sempre incompresi . Ma è necessario rilevare che, nonostante ci sia quest'aspetto ambientale, culturale, in ogni modo tutto dipende dalla situazione politica che si è avuta e che si ha tuttora in Sicilia.
Infatti i problemi non trovarono alcuna soluzione in quest'arco di tempo, ma continuarono durante la "dittatura" di Mussolina il quale dichiarò risolta la "questione meridionale". In realtà l'industria del Sud fu prevalentemente limitata a pochi stabilimenti marginali e sussidari alle forti industrie del Nord.i u Ma è un grido che rimbomba per cadere nell'oblio. I bisogni della nostra terra (e sono tanti) sono sempre soltanto sfiorati svogliatamente e anche con qualche fastidio. Si è parlato genericamente del Mezzogiorno, della disoccupazione, delle infrastrutture. Promesse tante, impegno nessuno. L'unica differenza dai tempi di Cavour, è che oggi si è finalmente capito (almeno in teoria), che occorrono "soluzioni specifiche" per ogni Paese. Per risolvere qualsiasi problema, i principi fondamentali devono essere "flessibilità e mobilità" , e devono essere inquadrati nella realtà dei rispettivi Paesi. Questo concetto è valido soprattutto per il Mezzogiorno italiano, le regole generali devono essere in grado di penetrare direttamente in questa parte dell'Italia, che più di altra soffre. Attraverso questo excursus storico possiamo ben constatare come la storia di oggi non sia molto differente da quella di ieri; la Sicilia ha sempre le stesse esigenze, chiede sempre la stessa cosa: maggiore attenzione da parte del Governo. Con ciò non voglio dire assolutamente che l'apatia della Sicilia e dei siciliani dipenda esclusivamente dal sistema governativo, anche se ha avuto una certa influenza nell'assetto globale nella società e nell'economia del luogo, ma è anche da attribuire, come dice lo stesso Giuseppe Tornasi, alla psicologia e alla cultura isolana. Infatti egli deplorava la generale irresponsabilità della classe dirigente siciliana, il suo sogno di poter vivere isolata, mentre l'Europa aveva sviluppato nel tempo una propria dimensione civile, quando dice :
"Noi fummo i Gattopardi, Ì Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalletti e pecore, continueremo a crederci il sale della terra"
Lampedusa ci ha invitato ad aprire gli occhi, non a chiuderli, a guardare in faccia il progresso delle altre nazioni e non a voltare le spalle ad una tale "diversità".
Bisogna considerare il "Gattopardo" come il libro di oggi e non di ieri, un apologo e una denuncia e non un romanzo storico. All'eterno splendore del romanzo "II Gattopardo" corrisponde la grandezza dell'omonimo film di Visconti. Il regista intese che in quella botte isolana c'era l'assenzio della grande distilleria decadente, piuttosto che il vinello della vendemmia neorealista e meridionalista, del romanzo storico o verista. E imbottigliò quel prezioso elisir in una confezione sontuosa, aggiungendovi di suo suggestioni e citazioni. Tra le dieci o cento opere da sottrarre al diluvio universale, certo che un "Gattopardo" ci deve essere: quello di Tornasi o quello di Visconti. Alcuni sostengono che sarebbe più opportuno salvare il romanzo, altri il film. E il "caso Gattopardo" è l'unico in cui due capolavori si fronteggiano, stupendi entrambi, e tuttavia diversi. Certo Visconti aveva sentito vibrare più di una corda, leggendo il Gattopardo fresco di stampa. Un'antica aristocrazia, quella dei Tornasi come la sua, alle prove del fuoco della storia, del mutamento epocale. Ieri il nodo del 1860 e dell'Unità, oggi quello del secondo dopoguerra e del post-fascismo. E da questa sintonia nasce pure una straordinaria intuizione critica: che il Gattopardo non sia un'opera cosi reazionaria come sembra, che anzi possa contenere o almeno, autorizzare una critica al trasformismo delle classi dirigenti di ieri e di oggi, che il punto di vista aristocratico non vada letto come un alibi o un tranello, ma come sconsolata lettura "alternativa", come una demistificazione dell'ideologia borghese, come una sfida al protervo degli "sciacalletti" alla Sedara.
Li accomuna, inoltre, il disprezzo nei confronti del nuovo che sta per nascere. Ma il nuovo che per l'aristocratico Tornasi di Lampedusa era soltanto disordine e mediocrità, per l'altrettanto aristocratico ma progressista Luchino Visconti, è invece una rivoluzione mancata, o tradita a tal punto da far ripiegare la sua polemica antiborghese dentro la nostalgia di un passato che non può tornare. L'anno era il 1963, lo stesso in cui muore Papa Giovanni, lo stesso in cui Moro forma il primo governo di centro sinistra. E se l'anno prima, in agosto, si era spento il mito di Marylin, sempre in quel 1963 il 22 novembre a Dallas veniva assassinato il presidente John Kennedy. Un caso? Un collage di eventi formato da alcune semplici circostanze? O il senso di transitorietà e di transizione che si respirano nel film andarono perfettamente a collimare con la sensazione diffusa di oltre 10 milioni di spettatori: quella di assistere ad una mutazione necessaria per la sopravvivenza di un" vecchio regime"? Difficile staccarsi tra tanti interrogativi senza rischiare di forzare le interpretazioni. Ma è lo stesso Salina, all'inizio della lunghissima scena del ballo finale, a riflettere ad alta voce guardando i giochi di un gruppo di bambine : "La frequenza di questi matrimoni fra cugini non favorisce la bellezza della razza. Eccole là, sembrano scimmiette pronte ad arrimpicarsi in cima ai lampadari (,...) " .
Accostando il tramonto di un'epoca con la perdita della bellezza, il principe scrittore giustifica la transizione ad un nuovo ordine, ma più necessario, esclamando: "se vogliamo che tutto rimanga com'è, è necessario che tutto cambi".
L'IMMOBILISMO GATTOPARDIANI
1. " II Romanzo della fine del Tempo "
>: fra questi due punti inesorabili, fra questa sorgente e questa foce, fra il presente e la sua fine si svolge il filo del racconto; si posa sopra il mondo, sopra gli eventi, lo sguardo freddo di Salina ed insieme di Lampedusa; la sua voce si imposta sulla nota bassa e malinconica della consapevolezza della morte. Lampedusa pone subito il suo eroe. Don Fabrizio, oltre che in quello della comune esistenza, in una classe aristocratica, vale a dire festosa e dissennata, cieca e sull'orlo della rovina, della scomparsa, in una Sicilia in eterna, inarrestabile decadenza, esplicita e desolata, rigogliosa e desertica, solare e tenebrosa, esplicita ed enigmatica; in una generazione a cavallo fra i vecchi e i nuovi tempi, in quel fatidico clima risorgimentale. In quell'anno 1860 dell'unita nazionale, ennesima mascheratura storica di un costante immobilismo, attraversato da quasi tutta la letteratura Siciliana, da Verga a De Roberto, a Pirandello. Queste estremità rendono il principe Salina in apparenza non dissimile dai siciliani del suo tempo, non dissimile da quella cerchia di nobili con i quali deve malgrado tutto solidarizzare- Ciò che veramente l'estranea ed isola, dal tempo dal contesto, ciò che lo pone al di fuori e al di sopra della superiore classe alla quale appartiene, è la materna ascendenza germanica, da quella principessa Carolina che con la sua alterigia aveva congelato la corte sciattona delle due Sicilie. Quest'ascendenza allude certo ad una provenienza Sveva, rimanda ad una più aulica discendenza dal " vento di Soave ", dal grande Federico e materialmente regala al Principe l'imponente aspetto, l'energia, il pelame color miele, l'occhio ceruleo, l'intelligenza razionale, la propensione alle idee detratte, l'inclinazione per la matematica, la passione per l'astromia: la fuga del Principe nell'atarassia, dentro gli incontaminati spazi siderali, dentro quel macrocosmo che è l'universo sopra dì noi. Insieme, però, la madre imprigiona il figlio in una teutonica corazza che era fatta d'orgoglio, rigidità morale, scetticismo, sarcasmo, disprezzo per errori e carenze altrui ed anche snobismo. Ma l'atteggiamento psicologico del Principe si stemperava nell'abbandono all'istinto, nel discendere fino ai bassifondi di Palermo, all'amore mercenario con Mariannina; tale atteggiamento del Principe si poteva cogliere nella simpatia per l'ironico, cinico, elegante e disinvolto nipote Tancredi, nell'attrazione verso Angelica (stupenda creatura sorta dal basso più innominabile che incontra il Principe all'incrocio di una decadenza e di una ascesa, e ne soddisfa le attese di sensualità e di estetismo), verso uomini, animali e cose, verso tutto quanto è soggetto alla condanna della corruzione e della fine. Il Gattopardo è proprio il romanzo della fine: di un'epoca, di una classe, del suo protagonista, Fabrizio Corbera, Principe di Salina, del suo autore, Giuseppe Tomasi Principe di Lampedusa. La società letteraria, rappresentata dal critico Emilio Cecchi ed dal poeta Eugenio Montale, prese atto dell'esistenza di questo Principe Siciliano nell'estate del 1954, a San Pellegrino Terme. Nella cittadina bergamasca il futuro scrittore vi era capitato per accompagnare Lucio Piccolo, convocato per essere presentato dal Montale ad un convegno letterario. Dell'apparizione dei due cugini al convegno, ne farà dettagliato racconto Giorgio Bassani nella prefazione a "Il Gattopardo":

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