Tesina Eccezionale per la maturità

Materie:Tesina
Categoria:Generale

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Testo

Tesina per il colloquio orale
Il metodo storico
Con particolare riferimento alle questioni de
Il caso nella storia
E
Storia dei vinti e storia dei vincitori
Indice
Indice pag. 2
Il metodo storico pag. 3
Il caso nella storia pag. 10
Storia dei vinti e storia dei vincitori pag. 12
Bibliografia pag. 16
Il metodo storico
Lezione prima: Lo storico e i fatti storici.
Che cos’è la storia?
• Storia definitiva possibile (Acton; First Cambridge Modern History; 1896).
• Gli storici si aspettano che le loro ricerche siano di volta in volta superate (sir G. Clark; Second Cambridge Modern History; 1907).
La frattura esistente tra Acton e Clark riflette il mutamento della visione complessiva della società verificatosi nel periodo che intercorre tra le due affermazioni. Acton proclama la fede positiva ella tarda età vittoriana, mentre Clark riflette lo sconcerto ed il confuso scetticismo della generazione successiva.
L’Ottocento è stato l’età d’oro dei fatti: nel 1830 Ranke, nella sua giusta polemica con la storiografia moraleggiante, osservò che il compito dello storico era “semplicemente quello di mostrare come le cose erano andate”. I positivisti, desiderosi di portare acqua al mulino della storia come scienza, contribuirono col loro influsso a questo culto dei fatti. In Inghilterra questa visione della storia si inseriva perfettamente nella tradizione empirista. La gnoseologia empirista presuppone un’assoluta separazione tra soggetto ed oggetto. I fatti sono indipendenti dalla coscienza (fatto = dato dell’esperienza distinto dalle conclusioni che se ne possono trarre.)
Cosa sono i fatti storici?
• Non tutti i fatti del passato sono fatti storici o sono trattati come tali dallo storico.
• Per il senso comune: i fatti fondamentali, identici per tutti gli storici, che formano, per così dire, la spina dorsale della storia.
• La scelta di questi fatti fondamentali dipende non già da una qualità intrinseca dei fatti stessi, ma da una decisione a priori dello storico.
• Il modo di influire sull’opinione pubblica consiste nel disporre opportunamente i fatti.
• I fatti non parlano da soli. “Un fatto è come un sacco: non sta in piedi se non gli si mette dentro qualcosa” (Pirandello)
• Il processo che tramuta un fatto semplice del passato in un fatto storico sta nell’accettazione o meno da parte i altri storici della validità e dell’importanza di una tesi o di una interpretazione.
• Per la storia dell’antica Grecia o del Medio Evo, ad esempio, si da’ l’illusione che tutti i fatti storici siano a nostra disposizione. In verità, l’immagine di cui disponiamo è stata preselezionata da individui che giudicavano degni di memoria soltanto quei fatti che confermavano la particolare concezione a cui, più o meno consapevolmente, aderivano.
➢ La storia che leggiamo, per quanto basata su fatti, non è, a parlar propriamente, composta di giudizi di fatto, bensì da una serie di giudizi tradizionalmente accettati.
➢ Lo storico dell’età moderna ha il duplice compito di scoprire i pochi fatti storici veramente importanti e di trasformarli in fatti storici (l’opposto dell’eresia ottocentesca secondo cui la storia consisterebbe nell’elencare il maggior numero di fatti oggettivi e inconfutabili). Ma gli stessi documenti a cui lo storico fa riferimento sono ciò che l’autore pensava. Prima di potersi servire dei fatti, lo storico deve rielaborarli: l’uso che egli ne fa è l’elaborazione di una elaborazione.
La filosofia della storia:
• Nell’Ottocento vi era sostanziale indifferenza su questa tematica: la concezione della storia propria del liberalismo ottocentesco mostra strette affinità con la dottrina economica del laissez-faire, prodotto anch’essa di un sereno e fiducioso atteggiamento verso il mondo. Ognuno doveva fare il proprio mestiere: la “mano occulta” avrebbe garantito l’armonia universale.
• Nel Novecento cambio di tendenza:
1. Ogni storia è “storia contemporanea” (Croce), volendo così dire che la storia consiste nel guardare il passato con gli occhi del presente e alla luce dei problemi del presente.
2. “I fatti storici non esistono finchè lo storico non li crea” (Becker).
3. “La filosofia della storia non tratta né del passato in quanto tale né delle concezioni dello storico in quanto tali, ma di entrambi i termini visti nei loro rapporti reciproci” (Colingwood).
⇨ Ogni storia è storia del pensiero. È necessario innanzitutto occuparsi dello storico che si considera. In secondo luogo è necessaria la capacità dello storico di rappresentarsi e comprendere la mentalità degli uomini che egli studia. Infine noi possiamo guardare al passato solo con gli occhi del presente.
⇨ Pericoli: - abolire ogni obiettività storiografica;
- gli infiniti valori della storia; - visione meramente pragmatica dei fatti.
I doveri dello storico riguardo ai fatti:
• Accertare l’esattezza dei fatti da lui registrati;
• Inserire nel proprio quadro tutti i fatti conosciuti o conoscibili che abbiano un certo rilievo per il tema della ricerca o per l’interpretazione proposta.
Che cos’è, quindi, la storia? La storia è un continuo processo di interazione tra lo storico ed i fatti storici, un dialogo senza fine tra il presente ed il passato.
Lezione seconda: La società e l’individuo.
Società ed individuo sono inseparabili:
• Ogni uomo è un pezzo di continente, una parte del tutto;
• Il mondo, appena nati comincia a trasformarci da unità meramente biologiche in unità sociali;
• Le società primitive sono meno individualiste di quelle civilizzate;
• Lo sviluppo di società ed individuo crescono parallelamente condizionandosi a vicenda.
Per l’uomo comune la storia è qualcosa che è scritto da individui ed ha per oggetto degli individui. Questa concezione è oggi semplicistica ed inadeguata:
• Le conoscenze dello storico non sono suo possesso esclusivo: più generazioni hanno contribuito a formarle;
• Lo storico studia le azioni di individui che agivano sotto l’influsso di un determinato contesto sociale.
In che misura gli storici sono individui isolati, e in che misura invece prodotti della società e del tempo in cui vivono?
• Lo storico è un individuo e perciò è anche un fenomeno sociale, il prodotto, e, nello stesso tempo, l’interprete più o meno consapevole della società a cui appartiene;
• Lo storico è parte della storia: l’angolo visuale da cui guarda il passato è determinato dalla posizione che egli occupa nel processo storico;
L’oggetto della ricerca dello storico è costituito dagli individui o dall’azione di forze sociali?
• Il desiderio di attribuire la forza creatrice della storia al genio individuale è tipica delle fasi iniziali della consapevolezza storica;
• “Comprendere come questi uomini sentivano e perché, secondo loro, agivano come agivano” (miss Wedgwood): - il comportamento degli uomini in quanto individui è diverso dal loro
comportamento in quanto membri di gruppi o di classi e lo storico deve soffermarsi sul primo e non sul secondo; - lo studio del comportamento degli individui consiste nello studio delle motivazioni consapevoli delle loro azioni. => confutazione: - è impossibile separare società ed individui senza
deformare la storia; - gli esseri umani non agiscono per motivi di cui siano pienamente consapevoli.
• “La politica comincia quando esistono le masse, composte non da migliaia ma da milioni di individui” (Lenin): - la storia è in gran parte una questione di numero;
- tutti i movimenti storicamente efficaci sono composti da pochi capi e da moltitudini di seguaci; - spesso le azioni dei singoli hanno effetti che non erano attesi da nessuno => lo storico ha il compito di ricostruire ciò che si ritrova al di là degli atti.
• La funzione del ribelle: - nessuna società è completamente omogenea;
- il ribelle è paragonabile nella sua azione al grand’uomo; - è un individuo d’eccezione e, come tale, è anche un fenomeno sociale d’eccezionale importanza;
- “Il grand’uomo è l’unico che sia in grado di esprimere la volontà del proprio tempo, di dire al proprio tempo quale sia la sua volontà, e di esaudirla. Ciò che egli compie è il cuore e l’essenza del proprio tempo; egli realizza il proprio tempo” (Hegel). => Il grand’uomo rappresenta sempre forze già esistenti o forze che egli stesso contribuisce a suscitare con la sua sfida all’autorità esistente.
“La storia è la registrazione di ciò che un’età trova di notevole in un’altra” (Burckhardt): la storia, nella duplice accezione del termine, e cioè sia nel senso della ricerca condotta dallo storico, sia nel senso degli eventi del passato che di tale ricerca sono l’oggetto, è un processo di carattere sociale, a cui gli individui partecipano in quanto esseri sociali.
Lezione terza: Storia, scienza e giudizi morali.
La storia e la scienza:
• Fine ‘700: ci si chiese se la scienza non fosse in grado di far progredire anche la società;
• Primo ‘800: società concepita in termini meccanicistici;
• Secondo ‘800: Darwin compì la sua rivoluzione scientifica e gli studiosi di scienze sociali cominciarono a concepire la società in termini organicistici => l’idea di evoluzione nella scienza confermava ed integrava quella di progresso nella storia;
• 1903: Bury: “La storia è una scienza”: - le leggi sono ipotesi destinate a cristallizzare e
organizzare le ricerche future, e pertanto sono soggette a verifica, a modificazioni o a confutazioni => ciò vale anche per lo storico, che ha abbandonato la ricerca di leggi fondamentali, e si limita a ricostruire come le cose si svolgono (Es. la suddivisione della storia in periodi non è un fatto, ma un’ipotesi necessaria => si dovrebbe procedere a ipotesi parziali, in modo da lasciar sempre aperta la possibilità di ulteriori correzioni.)
Obiezioni a Bury e smentite:
1. La storia ha a che fare con l’individuale, la scienza col generale.
• Hobbes: “Non c’è nulla al mondo che sia universale tranne i nomi, giacché ognuna delle cose nominate è individuale e singolare” => l’uso stesso della
Lingua obbliga lo storico, come lo scienziato, alla generalizzazione.
• Lo storico non ha a che fare con ciò che è irripetibile, ma con ciò che, nell’irripetibile, ha un carattere generale;
• Ciò che distingue lo storico dal mero raccoglitore di fatti storici è l’uso di generalizzazioni;
• La storia studia la relazione che intercorre tra l’individuale ed il generale.
2. Dalla storia non si traggono insegnamenti.
• L’aspetto più importante della generalizzazione è che, grazie ad essa, cerchiamo di imparare dalla storia, applicando le lezioni tratte da un gruppo di eventi ad un altro gruppo di eventi;
• La funzione della storia è di promuovere una più profonda comprensione del passato e del presente alla luce delle loro reciproche interrelazioni.
3. La storia è incapace di fare previsioni.
• Le cosiddette leggi scientifiche sono, in realtà, affermazioni di carattere tendenziale, ma ciò non significa che esse siano inutili => lo storico è portato a generalizzare, fornendo all’azione futura indicazioni di carattere generale.
4. La storia è necessariamente soggettiva, visto che l’uomo analizza se stesso.
• Il punto di vista dello storico entra inevitabilmente a far parte di ognuna delle sue osservazioni;
• Analogie tra fisici e storici: - i risultati di entrambi implicano incertezza;
- la misurazione dipende dal moto dello osservatore.
5. La storia implica problemi religiosi e morali.
• Lo storico può credere in un Dio creatore, ma non in un Dio che intervenga (tipo jolly nelle carte);
• Allo storico non si chiede di esprimere giudizi morali sulla vita privata dei personaggi della sua storia. Lo storico si interessa al privato soltanto nella misura in cui ha influito sugli eventi storici;
• È impossibile esprimere giudizi sui contemporanei perché è difficile accostarsi a questi personaggi in veste di storici;
• È inutile denunciare oggi le colpe di personaggi del passato;
• È impossibile erigere un criterio astratto e sovrastorico in base al quale sia possibile giudicare le istituzioni. Infatti esso fornirebbe una risposta dogmatica alle domande che lo storico tende incessantemente a porsi.
• Lo storico serio è colui che riconosce il carattere storicamente condizionato di ogni valore.
Vi è la necessità di migliorare il livello degli studi storici rendendoli più scientifici, assumendo un atteggiamento più esigente verso coloro che li praticano. Gli scienziati, gli studiosi di scienze sociali e gli storici lavorano tutti nella stessa direzione: lo studio dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda, lo studio dell’azione dell’uomo sull’ambiente e dell’ambiente sull’uomo.
Lezione quarta: La causalità storica.
Studiare la storia vuol dire studiarne le cause:
• Erodoto: “preservare la memoria delle gesta dei greci e dei barbari, e in particolare, e soprattutto, rintracciare la causa della loro lotta”;
• Montesquieu: “esistono cause generali, morali o naturali, che agiscono all’interno di ogni monarchia, e ne provocano l’ascesa, la conservazione o la rovina”;
• Ciò che caratterizza lo storico verso il problema della causa, è generalmente il fatto di attribuire più di una causa allo stesso avvenimento e di porre una gerarchia tra le varie cause, stabilendo i rapporti che le legano, e decretando eventualmente quale causa, o quale tipo di cause debba essere considerata in ultima istanza la causa decisiva.
Due problemi:
• Il determinismo storico: - “lo storicismo di Hegel e Marx va rifiutato in quanto, spiegando le azioni umane in termini di causa ed effetto, nega implicitamente il libero arbitrio dell’uomo” (sir Isaiah Berlin); - determinismo: la convinzione che tutto ciò che accade ha una o più cause, e sarebbe potuto accadere in modo diverso solamente se la causa o le cause fossero state diverse; - l’antitesi libero arbitrio – determinismo nella vita reale non esiste: tutte le azioni umane sono ad un tempo libere e determinate, a seconda del punto di vista; - lo storico crede che le azioni umane siano determinare da cause teoricamente accertabili. Ma non vi è nulla di inevitabile, semplicemente vi possono essere fattori eccezionalmente efficaci che trasformano un fatto da probabile a inevitabile.
➢ Fare la storia con i “se”: - atteggiamento rivolto quasi solamente alla storia contemporanea; - nasce dal fatto che la gente si ricorda del tempo in cui tutte le alternative possibili erano ancora aperte.
• Il caso nella storia: - la storia sarebbe in sostanza un susseguirsi di accidenti, una serie di eventi determinata da coincidenze casuali e attribuibili unicamente a cause imprevedibili; - nasce da Polibio, per spiegare la vittoria dei Romani sui Greci;
➢ In un gruppo che si trovi nel cavo anziché sulla cresta dell’onda storica,
si vedranno prevalere le concezioni che sottolineino la funzione del caso nella storia;
- Marx difendeva il caso nella storia: - potrebbe accelerare o ritardare, ma non modificare il corso degli eventi; - un accidente sarebbe compensato da un altro; - l’esempio tipico di casualità è rappresentato dal carattere stesso degli individui.
Lo storico ed il rapporto causa - effetto:
• Il mondo dello storico è un modello che mette lo storico più o meno in grado di comprendere e dominare il mondo stesso;
• Lo storico, dagli infiniti nesso causa – effetto, trasceglie quelli che sono storicamente rilevanti, che, cioè, egli riesce ad inserire nel suo modello di interpretazione e spiegazione razionali;
• Lo storico divide tra cause razionali e cause accidentali. Le prime, dal momento che sono potenzialmente applicabili ad altre situazioni, portano a generalizzazioni e conclusioni fruttuose, che possono servire da insegnamento. Le cause accidentali non possono essere generalizzate e, dal momento che sono irripetibili, non forniscono alcun insegnamento e nessuna conclusione;
• “La ricerca delle cause storiche è impossibile senza riferirsi ai valori […], al di sotto della ricerca delle cause vi è sempre, direttamente o indirettamente, la ricerca dei valori” (Meinecke);
La storia comincia con la trasmissione della tradizione; e tradizione significa trasmissione delle consuetudini e degli insegnamenti del passato all’età futura.
Lezione quinta: La storia come progresso.
Le tappe storiche della visione del futuro:
• civiltà classiche fondamentalmente astoriche;
• Lucrezio dedusse l’indifferenza dell’uomo per il futuro dall’indifferenza ch’esso ha per il passato;
• Ebrei e cristiani per primi introdussero un fine verso cui si dirigerebbe l’intero progresso storico (concezione teleologica della storia);
• Nel Rinascimento: concezione classica con una visione ottimistica derivante dalla tradizione ebraico – cristiana;
• L’Illuminismo conservò la concezione teleologica, trasformando il fine da trascendente in immanente;
• Darwin diede inizio ad un grave fraintendimento: l’eredità biologica, fonte dell’evoluzione, veniva confusa con le acquisizioni culturali, fonte del progresso storico;
• Oggi, se lo storico deve salvare l’ipotesi del progresso, deve prepararsi a considerarlo:
• come un processo il cui contenuto specifico sarà dato dalle necessità e dalle condizioni dei successivi periodi => per lo storico il fine del progresso non si è ancora evoluto;
• come alternarsi di periodi di progresso e di periodi di regresso;
• un progresso il cui contenuto si basa sulla trasmissione di proprietà acquisite;
• come privo di una meta definita e definibile e di un automatico ed inevitabile perfezionamento;
Lo storico tra passato e futuro:
• l’obiettività storica non può essere solo fattuale, ma soltanto relazionale, riferita cioè alla relazione tra fatti e interpretazione, e tra passato, presente e futuro;
• lo storico ha bisogno di criteri per valutare l’importanza dei fatti, che equivale ad un canone di obiettività: può trovare questo criterio solo in relazione al fine che si è proposto. Ma questo fine è necessariamente in continua evoluzione;
➢ il nostro criterio è un assoluto solo in rapporto alla nostra interpretazione del passato;
➢ la nostra concezione del moto della storia, e la nostra interpretazione del passato sono soggette via via che la storia procede, a una evoluzione continua.
Il giudizio storico basato sul futuro:
• obiezione: tutto ciò che avrà successo sarà così considerato giusto;
• la storia è un racconto di successi: il criterio del giudizio storico non è un principio che aspiri ad una validità universale, ma l’efficacia.
Differenze di valore traggono origine da differenze storiche. Ma anche l’immagine che ci facciamo dei fatti è plasmata dai nostri valori. Nella storia si può attingere il progresso attraverso l’interdipendenza e l’interazione tra fatti e valori. La verità storica si trova tra i due poli dei fatti privi di valore e dei giudizi di valore che stanno lottando per trasformarsi in fatti. Lo storico oscilla tra fatti e valori.
Lezione sesta: Verso più ampi orizzonti.
Nella storia umana il progresso, sia che si trattasse di progresso scientifico, o storiografico, o sociale, si è attuato fondamentalmente grazie all’audacia e alla tempestività di individui che non si limitavano a cercare di introdurre miglioramenti qua e là, ma avanzavano in nome della ragione contestazioni radicali dell’ordine esistente e dei suoi presupposti espliciti o impliciti.

Il caso nella storia
UCRONIA.
Cosa sarebbe accaduto se Zenobia avesse imposto il suo sogno siriocentrico ad Aureliano, risolvendo magari la crisi partica e creando le condizioni per un’impossibilità, se non della nascita, per lo meno dell’espansione dell’Islam, la chiave della quale sta nella congiunta debolezza degli imperi sasanide e bizantino e nella turbolenza della Chiesa e delle sette cristiane, condizioni queste che un impero siro-ellenistico-romano nato in pieno III secolo avrebbe forse impedito di svilupparsi?
La faccenda non è affatto un ennesimo, sterile remaking del tormentone sul naso di Cleopatra. Oggi molti storici convengono su una fondamentale questione: che la storia cioè non solo si possa, ma addirittura si debba pensare anche al condizionale, insomma, con i “se” e con i “ma”, perché solo in questo modo è possibile far emergere la complessa variabilità dei percorsi seguiti dal processo storico; perché soltanto così ci si mette in grado di valutare la pluralità delle strade che momento dietro momento si sono presentate dinanzi ai protagonisti del passato e di rendersi conto di come ed in che modo si siano volta per volta compiute certe scelte.
Ma, se tutto ciò è plausibile, si può mai costruire una filosofia della storia? Di recente, si è tornati altresì a chiedersi se nella storia non sia possibile vedere quello che gli ebrei chiamano il “dito di Dio”, il nucleo centrale del senso della storia, se ce n’è uno. E lo si può risolvere, allora, in termini differenti dalla metastoria e dalla teologia della storia, o dalla fisica cosmologica? E se d’altro canto la storia può quanto meno ricostruire il passato per quel ch’è stato, ma dipende in questa sua ricostruzione da un outillage tecnologico che cambia di generazione in generazione, non è ragionevole sostenere forse che il nostro vero passato sta costantemente nel futuro?
Per questo l’unico modo d’intendere sul serio il passato senza farne una divinità inesorabile al pari del Fato greco sia concepire la storia come animata da un fine ultimo immanente, ch’è destinata a sfociare nel determinismo ideologico, quindi nella truffa ideologico-dogmatica e in quella ridicola caricature della razionalità ch’è razionalismo.
Da queste premesse emerge come logica quanto meno una conclusione: l’utopia, questa specie di “apocalisse laica” della storia, è da annoverarsi tra le più temibili nemiche del genere umano. La pretesa dell’assoggettamento del futuro a un disegno totalizzante, a un’aprioristica perfettibilità continua della società e infine a una “perfezione” conseguibile nella storia, anzi alla fine della storia (perché con l’utopia realizzata, dalla storia si esce), che nel nome di un principio maniacalmente affermato come assoluto e primario rispetto a qualunque altro elimini la ricchezza e la complessità del Possibile a vantaggio dell’imposizione di un solo Necessario. E ancora peggiore dell’utopia al futuro è quella pensata come realizzazione effettuata nel presente.
Ben diverso discorso va fatto per l’ucronia (l’Utopia della storia): lo studio dello sviluppo della società quale non è stato ma avrebbe potuto essere, cioè l’impossibilità di ricostruire scientificamente la realizzabilità di cose mai avvenute, ma anche la plausibilità dell’esame delle infinite potenzialità di ciascuno fra i Possibili scartati dall’inesorabilità dell’avvenimento una volta che esso fosse avvenuto. È un gioco che, nella fantasia degli uomini, il più delle volte, finisce per avere il fiato corto. Si possono immaginare le conseguenze immediate e maggiori, ma alla lunga ci si spaura dinanzi agli infiniti meandri a alle sterminate ramificazioni del possibile.
Ma in fondo è un bello sforzo esegetico chiedersi - e fornire una risposta ben fondata su deduzioni scientifiche - “che cosa sarebbe accaduto se”. Ma ciò non equivale in ultima analisi a rovesciare il discorso e a dimostrare come proprio l’andamento effettivo delle cose sia l’esito di un’infinita sequenza di assurdi casi ucronici; e che non esistono res gestae che non avrebbero potuto esser gerendae diversamente?
L’ucronia costituisce comunque uno splendido antidoto conto l’ebete illusione che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Prendiamo l’esempio forse più repellente: l’ipotesi di una vittoria assoluta della Germania nazionalsocialista. Quel che si è visto nell’ultimo mezzo secolo in materia di progresso tecnologico parallelo al dissolversi di certezze etiche e religiose, non consente di farci troppe illusioni. Oggi, alla spaventosa ipotesi di cui sopra, i giovani saprebbero moltissimo non solo del genocidio dei pellerossa d’America e magari degli armeni da parte dei turchi, ma senza dubbio anche sulla strage staliniana dei kulaki. Ma la cosa che fa rabbrividire non è questa. È l’ipotesi che il caporale Hitler abbia già vinto dieci, cento, mille volte dal tempo in cui l’animale uomo ha imparato a drizzarsi sulle zampe posteriori. E che l’atrocità, il dark side di quelle vittorie siano sempre, regolarmente stati metabolizzati dalla memoria storica che corregge, nasconde, distorce, mistifica, inganna.
La storia del templare che si fece corsaro.
Ruggero di Flor era figlio di un falconiere dell’imperatore Federico II. Negli anni successivi la morte del padre Ruggero entrò in amicizia con un “converso” dell’Ordine del Tempio, che lo prese sotto la sua protezione e lo addestrò per farlo ammettere nell’Ordine. Così avvenne (alla fine del 1200) e l’Ordine gli affidò la più grande nave di sua proprietà. Nella grande battaglia di Acri contro il sultano mamelucco d’Egitto, Ruggero portò in salvo sulla sua nave numerosi profughi, probabilmente scegliendo in base alla ricompensa che questi gli potevano offrire. Successivamente Ruggero fu espulso dal Gran Maestro dell’Ordine con l’accusa di taglieggiamento degli acconensi. Si recò quindi a Genova e, con una nuova nave, si diresse a Messina dove si mise agli ordini del re Federico di Sicilia (appartenenti alla casata di Svevia cui il padre era fedele) contro gli Angioini (appoggiati dal papa e, quindi, dai Templari). Si dette quindi alla pirateria, fondando la Compagnia Catalana. Quando nel 1302 Federico e Carlo II d’Angiò firmarono un trattato di pace, Ruggero rimase privo di copertura e disoccupato. Quindi offrì i suoi servigi al basileus di Costantinopoli, ottenendo tra l’altro l’ingresso nella famiglia imperiale col titolo di “Cesare”. Fatto poi uccidere dall’erede al trono invidioso di lui, i suoi compagni della Compagnia stabilirono in Grecia una signoria che durò a lungo.
No justice no peace.
Pochi sanno come è giunto l’Islam negli Stati Uniti. Gli schiavi neri erano privati sistematicamente della loro identità storica, è invece probabile che i neri d’America abbaino sentito parlare per la prima volta di Maometto nei primi anni del Novecento, quando una missione di ahmadiyyah indiani convertì una quarantina di persone a Detroit. Tra queste vi era tale Elijah Muhammad. A lui e a Malcom X si deve la successiva diffusione in America della Nation of Islam. I contenuti dell’islamismo professati non erano però corrispondenti a quelli di nessuna scuola musulmana: soprattutto l’odio per i “diavoli” bianchi non rientra tra le dottrine islamiche.
Malcom Little fu in riformatorio all’età di 13 anni, successivamente si impegnò negli studi e strinse amicizia con molti bianchi. Dopo una discriminazione razziale subita a scuola, tornò nel giro della malavita. Fu arrestato ed in prigione venne a contatto con le idee della Nation of Islam. Una volta libero aderì all’associazione e si impegnò in suo favore. I suoi discorsi portarono quello che era stato un piccolo e innocuo movimento a fondo esclusivamente separatista a divenire invece una realtà di peso nella società americana.
Tra il ’62 ed il ’63 Malcom ruppe con Elijah per questioni di rigore morale sul matrimonio. Quindi egli viaggiò in Europa ed Africa. Compì inoltre un pellegrinaggio alla Mecca, venendo in contatto col vero Islam. Tornato in America Malcom fondò un nuovo movimento e si allontanò dalle posizioni della Nation. Continuò a sostenere l’inutilità della non violenza, ma prese anche a parlare delle vicende internazionali in cui gli stati Uniti erano coinvolte (Cuba, Congo), sostenendo che ogni genere di movimento per la libertà dei neri basato soltanto entro i confini d’America era assolutamente destinato al fallimento. Fu assassinato nel 1965.
Storia dei vinti e storia dei vincitori
INTRODUZIONE
Risorgimento, fascismo, comunismo: non passa giorno che in Italia non si abbia un’accesa discussione su questi temi e più in generale sui 140 anni di vita del nostro Stato unitario. Se il confronto su questi temi fosse sì stringente ma tranquillo, non ci sarebbe niente di male. Anzi: sarebbe la prova dell’esistenza di un ethos della nazione. E saremmo portati a considerare normale che, come accade ovunque, da sempre, a destra come a sinistra, politica e storia sconfinino l’una nel territorio dell’altra. Ma, qui da noi, quel naturale sconfinamento della politica, quando non viene dalla Sinistra più ortodossa, genera, invece, un clima di sospetto ed intolleranza.
Ma perché parte della Sinistra italiana si accanisce contro il cosiddetto uso pubblico della storia? Questo problema deriva da quel che è rimasto in ombra nella discussione su come è nata l’Italia. Nei primi sessant’anni di vita del nostro Paese il dibattito storiografico sul Risorgimento fu quasi del tutto sordo alle ragioni dei vinti.
Poi fu la guerra. E il fascismo. E il Risorgimento fu letto in un’ottica che ne faceva la prefigurazione del “compimento” mussoliniano. Dopodiché, caduto il regime di Mussolini, gli storici del secondo dopoguerra si videro costretti a ripudiare questo rapporto tra Risorgimento e fascismo, sostituendolo con uno più forte tra lo stesso Risorgimento e la Resistenza. E ripresero la discussione là dove l’avevano lasciata i loro predecessori: con una sottolineatura del legame che univa il Risorgimento alla Rivoluzione francese. È indubbio che i legami tra gli eredi di Robespierre e i patrioti italiani della prima metà dell’Ottocento ci furono. Ma il modo in cui da noi fu dibattuta la cosiddetta “questione del giacobinismo” ebbe qualcosa di molto speciale. Equivalse all’identificazione del giacobinismo come momento fondante della democrazia nella penisola. Ciò si deve soprattutto ai comunisti, interessati nel fornire una apologia del terrore staliniano e nel polemizzare contro la figura di Mazzini, individuato come paradigma del democratico borghese, che aveva ostacolato la diffusione delle avanzate idee sociali del giacobinismo in Italia.
Anche oggi la maggioranza degli storici di sinistra, pur adeguandosi ai tempi nuovi e smussando gli angoli, resta fedele all’indirizzo storiografico forgiatosi nel pieno della guerra fredda con espliciti intenti giustificativi di quel che accadeva nel campo comunista.
RISORGIMENTO ED ANTIRISORGIMENTO.
La questione delle insorgenze.
A seguito dell’entrata, nel 1796, delle truppe napoleoniche sul nostro suolo nazionale, in Italia si ebbero grandi entusiasmi da parte di élite che guardavano alla Francia come alla patria delle libertà. Ma ci furono anche fenomeni di rivolta popolare antifrancese diffusi un po’ su tutto il territorio. A farne le spese furono anche gli ebrei. Queste rivolte furono dette “insorgenze”. Esse coinvolsero tra il 1796 ed il 1815 centinaia di migliaia di persone in ogni parte del Paese (tranne che in Sicilia), le quali insorsero spontaneamente contro un esercito invasore, quello francese, e provocarono decine di migliaia di morti. Eppure questi fatti sono ancora relegati ai margini del dibattito storiografico. Perché? Perché sarebbe stato difficile, per la storiografia che si vuol erede dell’89 e dei suoi valori accettare che negli anni della Rivoluzione francese e del primo Risorgimento gran parte del popolo italiano si sia opposta, armi in pugno e per anni, a quegli stessi ideali con una sollevazione popolare di massa a carattere nazionale, ciò che costituisce proprio l’elemento che mancò quasi del tutto al Risorgimento. E in tutto questo gli ebrei italiani, che ovviamente avevano simpatizzato per quel che la Rivoluzione francese aveva avuto di liberatorio nei loro confronti, furono considerati dagli insorgenti alleati naturali dell’invasore napoleonico. E invece gli israeliti di fine Settecento nel nostro Paese erano semplicemente una minoranza che non era in grado di assumere alcuna iniziativa.
L’assedio di Gaeta.
Gaeta fu la roccaforte in cui l’ultimo sovrano borbonico si rinchiuse per più di tre mesi, tra la fine del 1860 e l’inizio del 1861, difendendosi dall’assedio delle truppe sabaude guidate dal generale Cialdini. Questi, per spiegare ai torinesi come mai avesse impiegato così tanto tempo a espugnare quella roccaforte, tendeva ad esaltare le prove di resistenza offerte da Gaeta nei mille anni in cui aveva resistito a ben 15 assedi. T. Salzillo scrisse nel 1865 un libro a riguardo, L’assedio di Gaeta, rimasto introvabile fino al 2000. Salzillo dimostrò brillantemente come molte di quelle del passato erano “difese di poco momento”. Denunciò, inoltre come l’unico modo con cui Cialdini riuscì nell’impresa fu un bombardamento indiscriminato, addirittura sulle postazioni mediche.
In ogni caso Francesco e Maria Sofia di Borbone restarono fino all’ultimo sul posto. E, al di fuori della storiografia italiana postunitaria, ebbero gran fama per quel loro comportamento che, senza enfasi alcuna, ancor oggi può esser definito nobile. Nell’Italia appena nata, invece, Francesco fu descritto come un inetto, su Maria Sofia furono addirittura diffuse insinuazioni che la dipingevano come una Messalina. E sui morti di Gaeta si preferì sorvolare. In realtà accadde di peggio. Molti più dei morti furono i napoletani fatti prigionieri e mandati a morire in gelide prigioni del Nord. “Negli Stati sardi esiste proprio la tratta dei Napoletani” ci dice Martucci ne L’invenzione dell’Italia unita. Le prigioni piemontesi furono trasformate in qualcosa di non dissimile da un lager. I prigionieri venivano uccisi dal gelo. Persino il generale La Marmora ci conferma questa versione in una sua lettera al re.
FASCISMO E ANTIFASCISMO.
Le radici della discriminazione.
Vi sono altre fonti che hanno dato acqua al fiume che già scorreva copioso nel letto dell’antisemitismo classico. Una di queste sorgenti è collocata, negli Stati Uniti dove, alla fine dell’Ottocento prese a dilagare l’ideologia conservazionista. Ed in particolare nello Stato dell’Indiana dove, nel 1907, fu approvata la prima legge per la sterilizzazione dei pazienti ricoverati in istituti psichiatrici. L’interrelazone tra il razzismo nazista e quello americano fu molto più robusta di quel che si pensi e anche più diffusa di quel che, per un0’aevidente reticenza, sia stato mai scritto. Una reticenza imputabile al timore di essere costretti a riconoscere quanto grande fosse stato lo scambio di virus che era avvenuto tra la “civiltà del bene” e il “regno del male”. In ambedue le direzioni. Anche le altrettanto civili democrazie norvegese, svedese e danese parteciparono al dibattito teorico sulla purezza della razza. La sterilizzazione su alcune categorie di “diversi” fu praticata da Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Stati Uniti e Germania. Ma se in Germania sono i nazionalsocialisti, nei Paesi nordici sono proprio i socialdemocratici, ossia i fautori dello stato sociale, a dar prova di maggiore sollecitudine nell’attuare politiche tese alla purificazione della popolazione dagli elementi ritardati sul piano razziale o ereditario. A più riprese la politica di sterilizzazione è motivata dai socialdemocratici svedesi con la necessità di non disperdere risorse al momento di attuare politiche sociali.
Nel 1945, mentre gli Alleati chiudevano i lager nazisti, in Svezia si raggiungeva il record di 1747 sterilizzazioni che, l’anno successivo, salivano a 1847.
Ancora su via Rasella.
In molte zone d’Italia e a Roma in particolare le formazioni partigiane non sono state percepite come un autentico esercito di liberazione investito di tutta l’autorità di un esercito regolare. Questo perché gli eventi da cui fu travolto il Paese non fecero sentire come altrove la lotta ai tedeschi come una scontata imperiosa necessità. Legittimo perciò che qualcuno all’interno della Resistenza i battesse per sviluppare un’azione militare che si limitasse a far da supporto a quella che sostanzialmente era un’attesa dell’arrivo dei liberatori angloamericani. Via Rasella fu opera di un gruppo, i comunisti, che da posizioni di minoranza si batteva invece proprio contro l’attendismo. La ricostruzione di quell’attentato è stata circondata da un conformismo storico e politico eccessivo: abbiamo assistito a più di 50 anni di straordinaria auto-censura, talché si impone adesso una revisione storiografica drastica, partendo dal principio che non vi furono una Resistenza, ma varie Resistenze, corrispondenti alle strategie e alle ambizioni politiche delle varie componenti ideologiche e politiche, strategie spesso in contrasto tra loro. Innanzitutto la foto di quell’attentato è stata più volte ritoccata perché più che gli uomini della Bozen, obiettivo dell’attentato era la parte attendista della Resistenza romana. Lo scopo dei Gap era di trascinare i cittadini della capitale verso la sollevazione aperta con i comunisti padroni del gioco. La rappresaglia fu dunque l’essenza di via Rasella. Loro colpivano i tedeschi per indurli a essere spietati con la popolazione, così che questa si ribellasse spontaneamente e, guidata dai comunisti, insorgesse prima dell’arrivo degli Alleati. Ma i tedeschi non reagirono come ci si poteva aspettare e quell’attentato ebbe come effetto lo spegnimento della resistenza romana. Da qui nasce il bisogno di una operazione di cosmesi. E c’è il sospetto che se nel dopoguerra, invece di celebrare come massima ricorrenza della persecuzione antisemita il 16 ottobre, in ricordo della notte del ’43 quando furono deportati dal ghetto gli ebrei romani, fu preferita la data del 24 marzo, ciò è dovuto al fatto che la brutalità delle Ardeatine serviva a giustificare l’attentato non altrimenti spiegabile di via Rasella.
COMUNISMO E ANTICOMUNISMO.
Quei soldi a Bordiga.
Amadeo Bordiga, primo segretario del PCI, fu arrestato nel 1923. Aveva sottobraccio una borsa contenente una somma pari a trecento milioni di oggi. Nel processo che ne seguì, venne assolto. Nella storiografia di Sinistra questa vicenda viene considerata come il primo tentativo, ancorché andato a vuoto, della repressione fascista. Oggi possiamo invece dire che si trattò di un primo tentativo dell’autorità fascista di “agganciare” Bordiga. Il suo avvocato si adoperò per dargli una mano a rompere con l’ortodossia comunista e per pilotare a distanza le sue attività. Si è sempre ritenuto che quei soldi facessero parte dei finanziamenti sovietici al PCI e ad altre formazioni della Sinistra italiana. Non può però non stupire il fatto che i soldi in quella borsa fossero sterline ed il fatto che, proprio nei giorni dell’arresto, Mussolini si stesse impegnando per far sì che l’Italia fosse il primo Paese in Europa ad allacciare relazioni con l’Unione sovietica. Rivale in questa gare era l’Inghilterra. Risulta quindi più chiaro il reale svolgimento dei fatti: quello nella borsa di Bordiga era “oro di Londra” e non di Mosca. Che Bordiga fosse in rottura con i dirigenti comunisti sovietici non lo sapeva Mussolini, ma anche gli inglesi, che lo avrebbero finanziato al solo scopo di farlo mettere di traverso al processo di pacificazione tra Italia e URSS. L’assoluzione era quindi un segnale all’Unione sovietica affinché capisse bene il significato di quella vicenda.
L’odissea di Corneli.
Nel 1970 il “redivivo tiburtino” Corneli, a conclusione di un’odissea in Russia durata 50 anni, tornò in Italia. La stessa cosa accadde a molti altri comunisti italiani, tanto che possiamo affermare che, in proporzione, i comunisti italiani finiti nelle spire della macchina repressiva sovietica ebbero una sorte non dissimile da quella che avrebbe riservato alle proprie vittime l’entità nazifascista. Del tutto diversa era però la condizione dei militanti rivoluzionari arrestati in URSS: essi non avevano mosso un dito contro il regime, tranne magari manifestare qualche dissenso politico o esprimere qualche lamentela, ed inoltre erano convinti sostenitori delle idee che erano alla base del sistema che li imprigionava. Per di più, di ritorno, ebbero l’amara sorpresa di essere accolti proprio dai loro compagni senza alcuna forma di solidarietà.
Corneli tornò in Italia negli anni ’70, quando il PCI aveva cominciato ad ammettere, sia pure a fatica, “errori” e “degenerazioni” del sistema sovietico. Grande perciò fu la sorpresa di Corneli nel vedersi respingere la sua autobiografia sia dai suoi compagni sia dalla cosiddetta editoria borghese. I soli che si dimostrarono disponibili furono quelli della casa editrice La Pietra, stalinisti, i quali accettarono più che altro perché in contrasto con l’establishment del PCI. Essi si riservarono però il diritto di soppressione di alcune pagine di considerazioni politiche ed il diritto di inserire una prefazione che doveva fornire la giusta chiave di lettura del testo. Travisandone completamente il senso, ad esempio contrapponendo il “combattente proletario” Corneli al “piccolo borghese” Solzenicyn, oppure confrontando i campi hitleriani (peggiori) con quelli staliniani (migliori). Questione complessa quella del velo steso dai comunisti italiani (probabilmente per occultare le dirette responsabilità di Togliatti, che partecipò attivamente alla repressione, segnalò alla polizia segreta gli scontenti, i frazionisti ed i trotzkisti) sulle nefandezze del sistema sovietico. È comunque un fatto che, per non ritrovarsi in urto con Botteghe Oscure, anche fuori da PCI, pochi avevano affrontato il problema dei comunisti italiani fatti sparire in URSS.
Bibliografia
Edward H. Carr; Sei lezioni sulla storia; traduzione italiana di C. Ginzburg; 1966, Giulio Einaudi editore, Torino.
Franco Cardini; Il ritmo della storia; marzo 2001, Rizzoli editore, Milano.
Paolo Mieli; Storia e politica; maggio 2001, Rizzoli editore, Milano.
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