Svevo e La coscienza di Zeno

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Testo

LETTERATURA ITALIANA

ITALO SVEVO

L’inconscio e le sue teorie sono un tema ispiratore anche dell’opera sveviana.
Italo Svevo fu scrittore ignorato per molti anni dalla critica e dal pubblico, in Italia fu fatto conoscere da Eugenio Montale.
Tuttavia, nonostante i tardivi riconoscimenti, la sua fama è cresciuta enormemente soltanto dopo la seconda guerra mondiale, quando, approfonditasi la conoscenza della letteratura del primo Novecento, la sua opera è apparsa veramente nuova.
Il profilo culturale di Svevo è anomalo rispetto a quello che usualmente caratterizza il letterato italiano. Innanzi tutto, egli nasce in una città, Trieste, che appartiene all’Austria fino alla prima guerra mondiale, seppure come porto franco. Svevo è un sostenitore del passaggio di Trieste all’Italia, anche se il suo impegno politico è molto blando, ma non può fare a meno di respirare un’atmosfera di cultura che ha forti legami con la Mitteleuropa. Ciò è evidente anche sul piano linguistico: Svevo parla il dialetto triestino, conosce perfettamente il tedesco, apprende per motivi di lavoro l’inglese e il francese. L’italiano è per lui la lingua essenzialmente scritta, frequentata sui giornali e sui classici della letteratura.
Però il dato decisivo è un altro: la letteratura sveviana non è puntata sulla forma stilistica, ma sulla novità delle strutture e dei temi. Anche gli interessi teorici di Svevo si pongono su un piano europeo: la passione per il filosofo A. Schopenhauer, l’interesse per la teoria darwiniana, la conoscenza di Nietzsche, l’approfondimento dell’opera di Joyce. Va inoltre ricordato l’accostamento sveviano alle idee socialiste intorno al 1895.Fondamentale è poi l’incontro con la psicanalisi freudiana; nel 1918 traduce Il sogno, l’operetta di Freud che compendia la più ampia Interpretazione dei sogni. Da alcune lettere sveviane e dalla Coscienza di Zeno emerge chiaramente che Svevo è molto scettico sul valore terapeutico della psicanalisi, anche se lo attrae in essa la descrizione contraddittoria del mondo interiore. Inoltre egli contesta l’idea che la nevrosi necessiti di una cura, visto che è ormai l’intera umanità a vivere la malattia della dissociazione dalla realtà, della perdita di sicurezza e proporzioni certe. Utilizzando Darwin, Svevo coglie l’origine di questa “malattia” nella particolare evoluzione dell’uomo che è avvenuta, da un certo punto in poi, fuori dal corpo, negli “ordigni”.
Sul piano letterario, è chiara l’intenzione sveviana di raccontare nei romanzi il dissidio tra il protagonista e la realtà che lo circonda: Alfonso Nitti di Una vita vede fallire la propria ribellione; Emilio Brentani in Senilità verifica la propria inadeguatezza; Zeno Cosini della Coscienza di Zeno esercita la superiorità del distacco ironico.
L’asse centrale della produzione sveviana è costituito dai romanzi, dove è evidente una linea evolutiva e una trasformazione del personaggio. La critica ha insistito molto sulla continuità fra le tre opere, basata sulla figura dell’inetto. Le analisi più recenti hanno preferito sottolineare le differenze fra la coscienza di Zeno e i due romanzi precedenti.
La coscienza di Zeno (1923) è l’opera più matura di Svevo, fuori ormai da ogni influenza della narrativa naturalistica e verista, tutto incentrato sull’autoanalisi psicologica del protagonista. Svevo raggiunge ormai con chiarezza teorica il punto di arrivo della sua poetica narrativa: l’impostazione dell’opera su un personaggio protagonista dall’identità scissa e contraddittoria. Il romanzo è narrato in prima persona, in forma di memoriale, e presenta un contrasto paradossale: il personaggio protagonista scrive, su consiglio dello psicanalista, per “vedersi intero”, e divide la propria retrospettiva autobiografica in capitoli tematici; in realtà, questo viaggio a ritroso nella memoria non ricostruisce l’identità frantumata, anzi la conferma. Al centro del romanzo, infatti, si pone il tema della “malattia” intesa come distacco intellettuale dalla vita, consapevolezza della sua “originalità” paradossale, gioco dell’ambiguità e dell’inerzia nelle scelte e nelle azioni. La psicoanalisi, che dovrebbe guarire questa malattia del pensiero e della volontà curandola come nevrosi, non riesce nel suo intento, anche se dà spunto all’umoristica autoanalisi del personaggio. Nel finale emerge che la malattia non riguarda tanto gli individui, ma l’intera umanità che ha perso ormai i propri punti di riferimento; la frantumazione dell’io e le contraddizioni che la accompagnano non sono vissute come un dramma, una perdita radicale, ma come una nuova possibilità di vita. Zeno non è una tra le tante incarnazioni dell’”inetto” novecentesco, ma il modello di un individuo nuovo, segnato dalla contraddittorietà degli impulsi e da una razionalità lucida e destabilizzante. Se Pirandello teorizza la disgregazione dell’io, Svevo la realizza narrativamente. Ciò avviene non col metodo del flusso di coscienza (utilizzato da Joyce nell’Ulysses), ma attraverso una scomposizione paradossale della realtà e dell’individuo.

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