Sciascia:il giorno della civetta

Materie:Scheda libro
Categoria:Generale

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Data:15.01.2001
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Testo

Lavori di analisi del racconto “IL GIORNO DELLA CIVETTA” di L.SCIASCIA
1°) IL GIORNO DELLA CIVETTA e il romanzo poliziesco
Salvatore Colasberna, imprenditore di una piccola cooperativa edilizia, viene ucciso con due colpi di lupara mentre sta per salire su un autobus.
Le indagini si presentano immediatamente difficili perché molti testimoni si sono allontanati subito dopo il fatto, e i pochi rimasti si mostrano restii a testimoniare e a dire la verità.
I due fratelli Calasberna, soci anch’essi della cooperativa edilizia, vengono invitati a testimoniare presso la Stazione dei Carabinieri di S.. Qui il capitano Bellodi con uno stratagemma riesce a convincerli a scrivere poche righe su un foglio e dal confronto delle scritture con quella di una lettera anonima arrivata subito dopo l’omicidio, può facilmente costatare che questa è stata scritta da Giuseppe Colasberna.
Quindi ciò che è scritto nella lettera deve essere la verità: il problema che sta dietro l’omicidio è il lavoro della cooperativa, la concorrenza, gli appalti.
Presso la Stazione dei Carabinieri si presenta la moglie di un certo Nicolosi perché il marito, uscito di casa per recarsi al lavoro, non vi ha più fatto ritorno.
Il capitano Bellodi, pensa subito ad un rapporto tra l’uccisione di Colasberna e la scomparsa di Nicolosi e decide di interrogare la donna.
Dopo molti tentennamenti questa confessa che il marito, la mattina dell’omicidio, le ha rivelato che subito dopo aver udito due spari di lupara, ha visto scappare un certo Zecchinedda proprio nei pressi della loro casa.
Calogero Dibella, informatore dei carabinieri, durante un interrogatorio, nel tentativo di depistare le indagini indica come esecutori dell’omicidio due uomini appartenenti a due cosche mafiose in contrasto. Il capitano se ne accorge, e solo dopo le rivelazioni della moglie del Nicolosi capisce che il nome giusto è Diego Marchica (Zecchinedda).
Intanto in paese corre voce che la morte di Nicolosi sia dovuta unicamente a motivi passionali, ma il capitano Bellodi non dà molto peso a queste illazioni, perché è convinto che anche questo sia un modo per depistare le indagini.
Viene ucciso Calogero Dibella. Questi, prima di morire, prevedendo quello che gli sarebbe successo, ha inviato al comandante una lettera di commiato con i nomi di due personalità locali: Rosario Pizzuco e don Mariano Arena. Una rivelazione esplosiva.
Vengono interrogati Marchica e Pizzuco. Con uno stratagemma ed un falso verbale Marchica viene incolpato degli omicidi Colasberna e Nicolosi, e per di più lo si accusa di aver agito in proprio, senza mandanti. Marchica, sconvolto, decide di dire la sua verità: sì, è vero, ha ucciso Colasberna, ma su richiesta di Pizzuco che, per questo lavoro lo ha anche pagato. Per quanto riguarda Nicolosi, poi, sa solo di averlo incontrato subito dopo l’omicidio e di essere stato da questi riconosciuto. Ritiene che per questo sia stato ammazzato, ma su iniziativa di Pizzuco. Pizzuco, sapute queste dichiarazioni, dà una propria versione dei fatti scaricando ogni responsabilità su Marchica.
Per ultimo viene interrogato don Mariano. E’ un uomo molto forte, non perde mai il controllo di sé, è sicuro dell’omertà che lo circonda. Il capitano è certo di aver di fronte il mandante di tutti gli omicidi, ma non riesce a farlo crollare, neanche quando gli dimostra la provenienza illecita di tutte le sue ricchezze.
Il capitano Bellodi è a Parma, la sua città. Qui viene a sapere dalla stampa che la sua ricostruzione dei fatti è crollata in quanto sono emerse nuove testimonianze. La nuova pista è il delitto passionale, infatti sono stati fermati la vedova Nicolosi ed il suo amante. Queste notizie lo disorientano e lo fanno avvampare di collera.
E’ contento di essere tornato a casa. Incontra un amico, ritrova un’atmosfera cordiale che da tempo non prova. Ma la Sicilia è rimasta nel suo cuore, e sicuramente ci tornerà.
Il primo indizio è la lettera anonima dalla quale si viene a sapere che i motivi dell’omicidio Colasberna sono da ricercare negli appalti e nella concorrenza della cooperativa edilizia.
Poco dopo il “ confidente “ dà due nomi al capitano: La Rosa e Pizzuco, uno dei quali coincide con il nome detto dal Nicolosi alla moglie prima di sparire.
Il confidente prima di morire scrive al comandante una lettera con due nomi : Don Mariano e Diego Marchica.
Dagli interrogatori si viene a sapere chi e perché sono stati uccisi Nicolosi e il confidente.
Vengono fatte delle indagini nel patrimonio di Don Marino. La sua consistenza è tale che il capitano non ha dubbi che sia il prodotto di attività illegali legate alla mafia.
Il silenzio dei fratelli Colasberna provoca indignazione, perché il loro atteggiamento dà la sensazione che essi siano indifferenti alla morte del fratello e solo preoccupati di uscire rapidamente e senza problemi dalla stazione dei carabinieri.
Il terrore della vedova Nicolosi suscita solidarietà perché ha il coraggio di parlare ma sa che la mafia gliela farà pagare.
L’argomentare del Capitano Bellodi suscita ammirazione per la tenacia e la razionalità.
L’innocente incredulità di Zecchinedda e di Pizzuco suscita disprezzo perché i due, confessano e si accusano di omicidi con leggerezza e indifferenza.
Il complicato ragionare degli anonimi personaggi suscita indignazione perché dalle loro parole si coglie un senso di superiorità e di onnipotenza nei confronti di ciò che sta avvenendo in Sicilia.
L’arroganza di don Mariano suscita disprezzo perché si basa sulla sicurezza di non poter essere accusato di nessun delitto in quanto gode di appoggi politici importanti.
La soluzione del caso data dal capitano Bellodi suscita soddisfazione perché il mandante dei delitti è finalmente messo alle corde.
Lo strano epilogo della vicenda suscita diversi sentimenti: sorpresa perché, dopo uno stacco, l’ambiente in cui si svolge l’azione è Parma; delusione perché l’allontanamento del capitano era nell’aria ma si sperava che non dovesse accadere; di nuovo delusione perché l’unica persona coraggiosa e pulita, la vedova Nicolosi, viene presa come capro espiatorio ed è costretta a pagare per tutti; soddisfazione perché il capitano decide di non darsi per vinto e pensa che un giorno tornerà in Sicilia.
Il capitano Bellodi è un eroe sconfitto ma è una figura molto positiva. L’impegno nel lavoro, la sincerità, la fermezza, la capacità nel condurre gli interrogatori, sono tutte qualità che lo fanno apprezzare molto dal lettore. Inoltre la sua personalità è più volte apprezzata dagli stessi indiziati o interrogati. In tutto il romanzo nessuno si permette di dare un giudizio negativo o sarcastico nei suoi confronti. Per questi motivi penso che ci si possa identificare con questo tipo di eroe.
Nel romanzo è molto forte la contrapposizione tra l’ambiente siciliano omertoso, corrotto, violento, corale e questa personalità positiva, perdente e solitaria.
“Il giorno della civetta” è un romanzo di denuncia della realtà siciliana nel quale Sciascia manifesta il suo pessimismo e la sua sfiducia nella possibilità di un cambiamento.
2°) Analisi della STRUTTURA NARRATIVA
Le parti divise dagli spazi bianchi, alternano lo svolgimento dei fatti e delle indagini che si svolgono in Sicilia tra i comuni di S. e di C. con la descrizione di circostanze che avvengono contemporaneamente a questi fatti, legate strettamente, anzi, causate da essi , in luoghi diversi da dove si svolge l’azione, e che coinvolgono persone che sull’azione hanno potere, ma non coinvolgimento in prima persona. A volte si tratta di telefonate tra personalità importanti della politica o della magistratura, a volte discussioni di onorevoli su ciò che sta capitando in Sicilia. Spesso il luogo dove si svolgono gli incontri descritti è Roma, vi è anche il resoconto di una seduta in parlamento.
Sono due storie parallele che apparentemente non hanno contatti, ma si alimentano l’una con l’altra, sinché, alla fine, si separano: una è la storia dei perdenti, l’altra dei vincenti.
Il flashback.
1- Pag. 42. A proposito della sparizione di Nicolosi vengono ricostruite le circostanze dell’uccisione di Colasberna e la fuga dell’assassino.
2- Pag. 56. Presentazione di Marchica e delle sue malefatte. Dal rapporto si deduce di quante protezioni gode Marchica.
Il flashback porta a conoscenza del lettore fatti avvenuti in precedenza e chiarisce comportamenti e avvenimenti successivi.
Nel primo caso ci permette di mettere in relazione avvenimenti che in seguito risultano fondamentali per la prosecuzione delle indagini.
Nel secondo caso il lettore viene a conoscenza della posizione di prestigio di cui gode Marchica all’interno della cosca mafiosa. Ciò, alla fine del romanzo, chiarisce la svolta che prende l’indagine e la demolizione della ricostruzione dei fatti del comandante Bellodi.
3°) Analisi dei personaggi
Personaggi principali
Calogero Dibella o Parrinieddu , il confidente. Era stato un pregiudicato, un volgare ladro di pecore, ma ora fa il mediatore di prestiti ad usura, un lavoro che, a confronto del precedente gli sembra onesto. Per i suoi precedenti è in grado di incutere timore nei debitori, ma la paura vera l’ha dentro di sé, il pensiero della morte non lo abbandona mai.
Dopo aver confidato al comandante Bellodi i nomi di due possibili implicati nell’omicidio Colasberna, il terrore si impadronisce di lui, è così evidente da tradirlo. Parrinieddu viene ucciso da un sicario della mafia con due colpi di pistola.
La vedova Nicolosi. E’ una bella donna, con capelli castani e occhi nerissimi. Fa il nome di Zecchinedda al comandante Bellodi e paga caro questo suo coraggio.
Marchica Diego o Zecchinedda. Pregiudicato, bracciante disoccupato. Gli piace giocare a carte e quando perde, paga con somme di denaro di dubbia provenienza. E’ un uomo che gode di alte protezioni.
Don Mariano Arena. (Descrizione a pagina successiva).
Personaggi secondari
Fratelli Colasberna. Chiamati a testimoniare in caserma provano una tale vergogna di trovarsi in questo posto, da dimenticarsi il dolore per la morte del fratello. Quando si accorgono che il capitano Bellodi è un “continentale” provano un sentimento di sollievo e contemporaneamente di disprezzo per un uomo che certamente non capisce niente della Sicilia. Sono terrorizzati dal verbale che viene scritto dal carabiniere Sposito perché ancora non si sono scrollati di dosso l’antica paura e diffidenza nei confronti della scrittura. Durante l’interrogatorio negano tutto, anche ciò che è evidente.
Maresciallo della Stazione di S.. Anche se cerca di mantenere la calma, in certi momenti durante gli interrogatori diventa aggressivo.
Pizzuco. Uomo appartenente alla cosca di don Mariano.
Comparse.
Il bigliettaio dell’autobus. E’ la persona che ha visto più da vicino la morte di Colasberna. Ne è sconvolto, anche perché è della provincia di Siracusa, e quindi ha poca pratica con situazioni simili. E’ reticente: cerca di non rispondere alle domande del maresciallo fingendo di non ricordare.
L’autista dell’autobus. Dopo l’assassinio chiama i carabinieri, ma risponde evasivamente alle loro domande.
Salvatore Colasberna. L’ucciso alla fermata dell’autobus
Nicolosi. L’uomo sparito ed in seguito ritrovato morto in fondo ad un pozzo.
Il venditore di panelle. Ha assistito all’omicidio e subito dopo si è allontanato in fretta.
Donne e viaggiatori che stanno sull’autobus. All’apparire dei carabinieri scendono dall’autobus e, furtivamente si allontanano dalla piazza.
Carabiniere Sposito. Diplomato in ragioneria, è la colonna della stazione dei Carabinieri di S..
Onorevoli ed “eccellenze”. Si interessano e commentano il succedersi degli eventi ed il progredire delle indagini in Sicilia.
Il capitano Bellodi.
Protagonosta del romanzo.Comandante della Compagnia Carabinieri di S.. E’ un giovane alto, dal colorito chiaro, un “continentale” di Parma. Ex partigiano e repubblicano convinto, serve e fa rispettare la legge. Ha indossato la divisa durante la guerra e poi non l’ha più lasciata, trascurando così la professione di avvocato, perché la difficoltà di questo mestiere lo interessa. E’ un uomo che non si compiace del suo potere, ma del potere sente il peso della responsabilità. Per questo è stimato sia dai colleghi sia dagli avversari. Anche dopo la sconfitta continua ad amare quella terra che l’ha vinto.
Don Mariano Arena
E’ un uomo anziano, poco istruito e con una forte personalità. E’ a capo di una delle due cosche mafiose presenti a S.. Ha un forte senso del potere che gestisce con arroganza e prepotenza. Usa le persone che gli stanno attorno senza alcuno scrupolo morale: per lui la vita umana non ha nessun valore ed, ovviamente, ancor meno lo hanno i sentimenti. Per questo è temuto, sulla paura fonda il proprio potere riuscendo a manovrare ogni attività locale e muovendo le persone come burattini. Gode di alte protezioni sia in ambiente politico sia nell’ambiente della magistratura e di queste protezioni si avvale per uscire vittorioso dallo scontro con il capitano Bellodi.
Il capitano Bellodi si prefigge questo scopo: ricostruire con precisione i fatti in modo tale da riuscire ad incriminare don Mariano.
La strategia del capitano è questa: interrogatori condotti con precisione chirurgica ma anche con astuzia, senza utilizzare l’arma della minaccia. Rapporto onesto con l’avversario ed accurate indagini preliminari.
Bellodi riesce a mettere in difficoltà Arena quando gli dice di aver fatto delle indagini sul suo patrimonio e di aver notato dei movimenti di denaro non giustificabili e che l’ammontare del suo patrimonio è tale da non poter provenire da attività lecite. Un altro momento in cui don Mariano è in difficoltà è quando il capitano lo costringe a riflettere sui rapporti che ha con sua figlia, sull’educazione che le sta dando, e sul giudizio che questa, un giorno ritornata in Sicilia, potrà dare sul suo operato.
Don Mariano si difende affermando che tutto ciò che fa, lo fa per amicizia, per bontà d’animo.
Bellodi non riesce a far crollare don Mariano ma certo lo mette in grossa difficoltà. Da parte sua, Arena, sentendosi minacciato, attiva quella rete di protezioni sulla quale può contare e fa allontanare dalla Sicilia il capitano.

4°) Come scrive Sciascia
Dall’interrogatorio della vedova Nicolosi emerge un indizio importante: il nome di Zecchinedda.
Un dialogo che rivela la psicologia del personaggio è quello tra il comandante e il “confidente” che esponendo i fatti di cui è a conoscenza, svela la propria personalitàcontorta e contradditoria.
L’interrogatorio di Pizzuco è motivato unicamente dall’esigenza di rendere credibile un falso verbale.
Un dialogo allusivo, non chiaro e pieno di sottintesi è l’interrogatorio di don Mariano che in questo modo riesce ad eludere le domande del capitano.
Un dialogo dove prevale la ricostruzione soggettiva dei fatti, è l’interrogatorio di Diego Marchica dopo che questi ha letto il falso verbale firmato da Pizzuco.
Discorso indiretto
Interrogatorio della vedova Nicolosi
Il capitano le chiese se avesse sentito i due colpi di lupara ma lei rispose di no, perché lei aveva il sonno leggero solo per i rumori di casa, fuori ci potevano anche essere i fuochi di Santa Rosalia che non si sarebbe svegliata.
Poi raccontò che, messasi a sedere sul letto, domandò al marito cosa fosse accaduto, ma lui rispose che non sapeva per certo, solo aveva visto passare di corsa una persona.
Il capitano le chiese chi fosse, ma la donna tacque sconvolta. Poi ricordò che il marito le disse un soprannome prima di uscire di casa, ma non ricordava quale. Per metterla a suo agio il capitano le offrì un caffè, parlò delle bellezze della Sicilia, poi con il carabiniere e il maresciallo menzionò vari tipi di soprannome, sinché la donna, preso coraggio fece il nome di Zecchinedda.
Giustizia
Nei capi mafia il senso della giustizia è istintivo, naturale, è un dono che li rende oggetto di rispetto. Questo senso della giustizia non ha niente a che fare con l’amministrazione della giustizia da parte dello Stato che, pure legittima, è lenta e lontana. Un capo mafia può amministrare giustizia perché è un uomo di pace che sa mettere pace, sa come mettere d’accordo le persone e risolvere velocemente le vertenze.
Verità
Per don Mariano la verità coincide con la morte. Dice questo al capitano durante l’interrogatorio.
Legge
La legge non è né immutabile né uguale per tutti. Certo non la legge della ragione, ma la legge di chi comanda, che dipende dalla disposizione momentanea di chi ha in mano il potere. C’è la legge dei ricchi e dei poveri, dei sapienti e degli ignoranti; gli uomini di legge proteggono gli uni ed applicano arbitrariamente la legge con gli altri.
Ominicchi: uomini piccoli, di poco conto, in senso molto spregiativo.
Linea della palma: limite superiore della zona dove c’è un clima favorevole alla vegetazione della palma, ma anche linea del caffè ristretto, degli scandali e della corruzione, che sta salendo verso il nord ed è già arrivato oltre Roma.

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