Riccardo Bacchelli - I ciliegi dell' Isonza

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Testo

Riccardo Bacchelli da I ciliegi dell’ Isonzo località: Log

(viene descritta l’immagine poetica della terra allo sciogliersi delle nevi)

[…] dall’ultima ansa del fiume all’uscita della Conca di Plezzo. […]
[…] le lunghe notti fra l’Isonzo gonfio e le rupi ululanti e i boschi mugghianti al vento, nelle case di Log doveva regnare un certo terrore. I monti della Conca poi sono stranamente accigliati, arcigni, quasi sinistri. Secondo le leggende, li visitava Lucifero in gara di perpetui voli di cima in cima colla Madonna, la quale ve lo ha prevenuto in tutte e non gliene ha lasciata prender una. E questa è l’origine dei tanti santuari sulle vette. Ma la parete potente e precipitosa della costa settentrionale della valle offriva alla mia immaginazione nauseata e disperata di noia, a certi tramonti dopo i sei e i sette mesi che di lì non si era usciti un giorno, tre enormi badiali* incassature del monte, che io chiamavo le sedie di Lucifero. Di lì seduto Lucifero avrebbe potuto vedere nelle notti di sabbia fino al Noce di Benevento. E a crescere le loro paure del diavolo, le donne di Log dovevano passare molte notti solitarie, poiché la posizione magra e scarna di cotesto paesello dava a divedere che la sua popolazione doveva appartenere alla nazione pedestre e bivaccatrice dei boscaioli, dei cacciatori e dei contrabbandieri, gente che va di notte e con tempi foschi, quali dovevano essere gli avventori dell’osteria senza stallatico, […], ancora indicata da un cartello: “Gostilna”, appiccato sopra un usciaccio fumoso e accanto a un altro, di ferro smaltato, imperialregio, che dava le indicazioni chilometriche fino a Tarvis e a Monfalcone. […]
*badiali: grandi
[…] Quando giunse la primavera cominciarono le sorprese, tante e così precipitose che minacciarono di menar pei fossi tutti i nostri lavori. Non avevamo fato i conti col disgelo. Prima fu il cielo, che di compatto e nuvoloso o terso e lucido divenne fosco e splendente; poi l’aria ammalò dolcemente dei primi morbidi fiati inquieti; la neve perse il suo asciutto candore e cominciò a stipare, poi a intridersi, e rapidamente crollò, aggiaccò nelle vaste superfici erte. Vi apparvero macchie di roccia e di terra, e a un tratto turgide vene spiccarono da ogni parte in basso. I ricoveri e le piazzuole, così duri quando li scavammo, diventarono grotte stillanti, pozze d’acqua. Da principio furono murmuri e canti, poi quel richiamo degli scavi facendo da drenaggio, dovemmo costruire assiti sotto dei quali crebbero e strepitarono veri torrentelli glaciali che uscivano di sopra e di sotto da tutte le opere della batteria. Dopo la prima sorpresa fu una festa, ma durò poco; perché la neve finì, e cominciarono i due mesi mortali, zuppi, fumicosi, biliosi e splenetici* della stagione delle piogge. Chi non è stato in quel della valle d’Alto Isonzo, e non ha visto attraverso la nuvola implacabile e ipocrita, non mai scarica, il sole sulle prossime cime mentre a fondo valle piove, piove e ripiove, non sa che cosa sia la stagione delle piogge, quando non c’è più scarpa che tenga, fuoco che asciughi i panni, muro che non trasudi.
Scoprimmo nei campetti di Log erbuccie saporite saporite e patate che rigermogliavano, qualche attrezzo agricolo a cui rifacemmo il manico, e l’aratro slavo piccolo e diritto. Ma ci mancavano le bestie per metterlo in opera, se no l’avremmo fatto, poiché colla bella stagione e col fiorire dei ciliegi sorsero i progetti agricoli, fu avviata un’ampia costruzione colle macerie, adoperando certi capaci depositi di calce che trovammo, forse destinati alla manutenzione di un argine del fiume.
*splenetici: malinconici, dall’inglese “spleen”, malinconia.
[…] Invero quest’opera strana e terribile della guerra è piena di semplicità e di innocenza di cuore. Io capisco per qual ragione cominciai a ritrovar dalla mia vita le vene della poesia, quando fiorirono i ciliegi sull’Isonzo, nelle cui acque tumultuanti e rapide di un amico ed io abbiamo fatto allora forse i più belli e gelidi tuffi di vita nostra.

Riccardo Bacchelli. Nato a Bologna nel 1891, forse vivente. E’ prosatore robusto come si rivela ne Il mulino del Po, ritenuto il migliore romanzo italiano dopo I Promessi sposi del Manzoni ed I Malavoglia del Verga, per la ricchezza dello stile e varietà di tipi. Sue opere principali: Il diavolo al Pontelungo, Lo sa il tonno, La ruota del tempo, La città degli amanti, Bella Italia, Confessioni letterarie, Il rabdomante, Iride, Le novelle.

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