Oggi in Spagna, domani in Italia

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Testo

OGGI IN SPAGNA DOMANI IN ITALIA
Dalla guerra civile spagnola alla Resistenza italiana
Introduzione
Ho scelto di costruire un percorso partendo proprio dalla guerra di Spagna, per tre principali ragioni: perché è stata la prima rivolta contro il fascismo, perché è stata la più’ importante dimostrazione di solidarietà internazionale oltre ogni frontiera e perché in qualche modo può essere utile ricordarla e prenderla ad esempio, per non ripetere più’ quegli errori fatali che hanno portato in Spagna quasi quarant’anni di fascismo.
Ancor oggi la guerra di Spagna costituisce un argomento di notevole interesse storico- culturale un esempio può essere il recente film Terra e libertà di Ken Loach che ricostruisce proprio le vicende di quel periodo.
Oggi in Spagna domani in Italia sono le parole che Carlo Rosselli, fondatore del movimento antifascista Giustizia e Libertà, pronuncio’ dalle frequenze di Radio Barcellona nel 1936. Queste parole diventarono un motto e una parola d’ordine per tutti i volontari italiani che andarono a combattere contro il fascismo in Spagna. Sono parole che sottolineano l’importanza che questa guerra ebbe per la nascita di movimenti antifascisti a livello europeo e in particolare in Italia.
Questo legame fra la guerra civile spagnola e la resistenza europea è reso in maniera molto toccante in un estratto che ho selezionato da un intervista fatta all’antifascista Tonelli dai ragazzi del liceo scientifico di Varese.
STORIA
La Spagna del ’36
Dai tempi in cui era crollato il suo impero coloniale la Spagna, viveva in una condizione di arretratezza economica e politica. Durante la prima guerra mondiale il paese era rimasto neutrale, traendone grandi benefici commerciali; ma questo non aveva attenuato la tensione sociale.
Senza dubbio il problema centrale è quello della proprietà della terra. Gli immensi e aridi territori del Centro e del Sud sono controllati da un ristretto numero di famiglie di antica origine nobiliare che considera la terra e il lavoro agricolo con disprezzo ed estraneità: è un patrimonio da sfruttare, ma senza correre rischi, senza investire capitali per aumentare la produttività del terreno e pagando salari bassissimi ai braccianti. Questi ultimi potevano trovare occupazione solo per pochi mesi l'anno e il loro numero elevato li costringeva ad una disastrosa concorrenza e ad accettare compensi nettamente insufficienti anche alla pura sopravvivenza. Tale situazione insopportabile aveva dato vita ad una costante tensione fra una gran quantità di uomini costretti alla miseria e un ristretto gruppo di terratenientes.
Nelle regioni del Nord più sviluppato, cioè nella Catalogna e nei Paesi Baschi, dove esisteva una certa industrializzazione, sia pure con impianti generalmente arretrati, il conflitto di classe nei primi anni Trenta si manifestava con grande evidenza: gli scioperi, sia generali che di categoria, erano molto frequenti e duri. La lotta si andava radicalizzando sia per l'atteggiamento intransigente del padronato sia per la dimensione e lo spirito dei sindacati operai. In Catalogna, la regione più moderna e sviluppata, la Confederacion Nacional del Trabajo (CNT), di tendenza anarcosindacalista risulta di gran lunga l'organizzazione maggioritaria nella primavera del 1936. Le aspettative e l'immaginario collettivo dei suoi militanti non si limitano alle rivendicazioni economiche, ma investono l'intera struttura sociale; anche le componenti della CNT più sensibili al riformismo ritengono naturale una mobilitazione rivoluzionaria per abbattere il sistema capitalista. Si tratta solo di scegliere il momento più favorevole per un'insurrezione proletaria e per l'instaurazione del "comunismo libertario", un modello di società funzionante sulla base delle strutture sindacali e orientato da principi federalisti, egualitari, autogestionari.
Anche nell'altro sindacato, la Union General de Trabajadores (UGT), legato al Partito Socialista, la componente rivoluzionaria prevale su quella moderata e risente spesso, ad esempio tra i braccianti, della concorrenza della CNT e quindi intensifica le agitazioni e propone obiettivi di profonda trasformazione economico-sociale. Gli affiliati ai due sindacati raggiungono, nei primi mesi del 1934, il ragguardevole numero di tre milioni, più di un terzo dell'intera forza lavorativa del paese, sia stabile che precaria. Ogni cambiamento, anche quelli auspicati dai piccoli partiti repubblicani e di sinistra, deve ottenere l'appoggio di queste formazioni per avere qualche speranza di successo.
Il Fronte Popolare
Nelle elezioni del 1936 il Fronte Popolare, un’alleanza politica formata da repubblicani, socialisti, comunisti e anarchici, sale al potere. Nel periodo successivo la spinta rivoluzionaria del popolo spagnolo (ben espressa dal CNT il sindacato anarchico) tentava di apportare cambiamenti radicali nella società spagnola. Al governo del Fronte Popolare sfugge il controllo effettivo della società: nelle campagne del sud i braccianti senza terra occupano le proprietà dei latifondisti, nelle città più importanti si susseguono lotte e scioperi violenti, si scatenano inoltre ondate di violenze popolari contro la Chiesa stessa, che in Spagna deteneva un vasto potere. A contrastare le forze repubblicane e socialiste si erge la Falange, un movimento parafascista. Perdurando questa situazione di disordini un gruppo di alti ufficiali monarchici e filo-fascisti prese contatto con i governi di Roma e Berlino per organizzare un colpo di stato. Alcuni reggimenti di stanza nel Marocco e in Spagna si ammutinarono, in breve tempo i ribelli presero il controllo della parte occidentale e meridionale del paese e formarono a Burgos, il 29 settembre, un governo antirepubblicano, guidato dal generalissimo Francisco Franco.
A questo punto la rivolta militare si scontra con la rivolta popolare, ed inzia la guerra.
Il governo abbandonato da gran parte dell’esercito, fu affiancato dalle organizzazioni operaie e dai comitati rivoluzionari operai.
La guerra tra repubblicani e ribelli assunse subito una dimensione internazionale, configurandosi come uno scontro tra fascismo e antifascismo. I Franchisti a differenza dei repubblicani poterono godere dell’appoggio di Mussolini e Hitler, i repubblicani invece solo quello dell’URSS di Stalin, poiché le grandi democrazie Europee Inghilterra e Francia in testa, mantennero una posizione di sostanziale neutralità.
La rivoluzione sociale
La rivoluzione sociale che si scontro’ con il colpo di stato fascista del ’36, fu il più’ grande esperimento di socialismo libertario della storia.
Il CNT non solo si difese dall’avanzata fascista, ma incoraggio’ l’esproprio delle terre e delle fabbriche. Più’ di sette milioni di persone sperimentarono l’autogestione, e nonostante le circostanze difficilissime riuscirono ugualmente a migliorare le condizioni dei lavoratori. La gente comune, con l’aiuto dei militanti della CNT rimise in piedi la produzione e la distribuzione. Tutta l’industria della catalogna fu messa sotto il controllo dei lavoratori. Nelle terre coltivate, decine di migliaia di contadini formarono collettivi autogestiti. Sul fronte sociale inoltre, furono create scuole, un servizio sanitario e centri ricreativi.
La sconfitta dei repubblicani
Con il passare dei mesi per i repubblicani si dileguano le speranze di una rapida vittoria, che era sembrata possibile nelle prime settimane. I golpisti sembrano trionfare nell’autunno del ’36 grazie anche all’aiuto di Mussolini e Hitler, quando annunciano la capitolazione di Madrid, ma nella capitale si organizza una resistenza animata dai civili politicizzati che si ritrovano in unità combattenti, omogenee politicamente e affini umanamente. La situazione però degenera definitivamente, a partire dal ’37, da questo anno, infatti, il fronte repubblicano si divide fra anarchici e comunisti appoggiati direttamente da Stalin, si vieni quindi a creare una sorta di guerra civile nella guerra civile. Franco realizza le sue conquiste a tappe: i Paesi Baschi (giugno ’37), l’Aragona (aprile ’38), la Cantabria (agosto ’38). Anche la Catalogna, baluardo dell’antifascismo rivoluzionario, cade quasi senza combattere nel gennaio del’39. La sconfitta è ormai solo questione di tempo e ciò acuisce ancor di più la lotta interna fra le fazioni antifasciste. Il 28 marzo Franco entra a Madrid e il primo aprile 1939 termina ufficialmente la guerra civile con un terribile bilancio di morti (800.000), di mutilati (più’ di un milione), di esiliati (quasi un milione). Il volto della Spagna è ormai deturpato irrimediabilmente: l’economia è distrutta e quasi tutti gli spagnoli sono disperati. Inizia un lungo periodo di “pulizia”: fino al 1945 continuano le fucilazioni di circa 100.000 oppositori, le carceri sono piene di individui sospettati, la chiesa cattolica riprende la sua funzione di sorveglianza sul popolo e di fiancheggiamento dei potenti. Da questo momento viene instaurato un regime dittatoriale ispirato al fascismo e diretto dal “caudillo” Franco, che durerà’ fino alla morte dello stesso nel 1975.
Le cause della sconfitta
Fra le cause della sconfitta dobbiamo sicuramente indicare l’atteggiamento dei grandi paesi democratici europei, primi fra tutti la Francia e l’Inghilterra. Il governo repubblicano di Madrid chiese effettivamente aiuto alla Francia, dove era al potere dal giugno del ’36, il Fronte popolare di Leon Blum. Nonostante le affinità ideologiche, il governo francese rifiuto’ perché lo stesso Blum temeva che un troppo deciso intervento a fianco dei repubblicani e dei socialisti spagnoli avrebbe provocato la fuoriuscita dalla sua maggioranza dei radicali e avrebbe portato al punto di rottura le tensioni politiche già esistenti in Francia. Tutta la destra europea, infatti, con la Chiesa cattolica in prima linea, presentava la lotta contro i repubblicani di Madrid come una crociata a difesa dei valori della tradizione e della cristianità contro il laicismo e l’ateismo materialista. L’iniziativa francese fu assecondata dalla Gran Bretagna, dove il governo conservatore era assai tiepido verso il regime repubblicano di Madrid.
Altra importantissima causa della sconfitta dei repubblicani fu’ il grande appoggio dato a Franco da Hitler e Mussolini, al quale fornirono aiuti decisivi. Dall’Italia giunsero in Spagna, ufficialmente come volontari, circa 50.000 uomini oltre ad aerei, cannoni e automezzi, dalla Germania arrivarono circa 10.000 uomini, soprattutto aviatori, e materiale bellico. L’impegno italo-tedesco nasceva senz’altro dalla assonanza ideologica con le posizioni di Franco e dalla volontà di rafforzare le posizioni internazionali del fascismo, ma era dettato anche da altri calcoli. Per Italia una vittoria di Franco era importante perché avrebbe indebolito la posizione mediterranea della Francia e di conseguenza avrebbe consentito di riallacciare con Londra i buoni rapporti incrinati dalla guerra etiopica. Da parte tedesca l’intervento in Spagna era mirato a legare l’Italia alla Germania, cosi’ da spezzare definitivamente il fronte di Stresa e aver via l ca” che sfugge al suo controllo decide di distruggerla. La rivoluzione in atto in Spagna è, in effetti, una pericolosa alternativa al suo modello di socialismo di Stato soffocato dai burocrati, poliziotti, gerarchi militari; è negli interessi dell’Unione Sovietica ricondurre, anche con la violenza e la calunnia, i movimenti operai all’interno della disciplinata Internazionale Comunista. Inoltre Stalin riteneva che se la guerra civile spagnola si fosse conclusa con una netta affermazione socialista, l’ostilità dei governi conservatori europei si sarebbe rafforzata. Il partito comunista Spagnolo quindi, in stretta collaborazione con Stalin opera per una “normalizzazione” della situazione. Ciò’ significo’ una brutale repressione delle spinte rivoluzionarie, che porto’ all’assassinio di centinaia di militanti anarchici e comunisti Trotzkisti del POUM (Partito Operaio Unificato Marxista). Le cause più profonde quindi della sconfitta vanno ricercate nella degenerazione del movimento comunista internazionale, quel movimento che nato per emancipare le classi subalterne si è trasformato nel suo principale oppressore.ibera alla realizzazione dei progetti di espansione verso il Sud-Est europeo.
La causa principale della sconfitta dei repubblicani va’ però attribuita a Stalin. Quest’ultimo, infatti, dopo essersi accorto che quella di Spagna era prevalentemente una rivoluzione “anarchi
I volontari
Gli avvenimenti di Spagna nel 1936 attirarono l’attenzione di giovani e meno giovani proletari e borghesi di tutto il mondo nel tentativo, o nell’illusione di difendere la libertà, spesso quella libertà che non erano riusciti a difendere nel loro paese. Migliaia di volontari, sdegnati per quanto avviene in terra iberica accorrono da tutto il mondo per dare vita alle Brigate Internazionali, per difendere a Repubblica spagnola. Parteciparono anche intellettuali del calibro di T. Mann, E. Hemingway, G. Orwell, A. Malraux, Pablo Neruda e B. Brecht. Tra gli italiani vi furono i comunisti Togliatti e Luigi Longo, il socialista Nenni, l’anarchico Camillo Berneri e i fondatori del movimento ”Giustizia e libertà”, Nello e Carlo Rosselli.
STORIA DELL’ARTE
Robert Capa
Simbolo della guerra civile Spagnola in tutto il mondo fu la famosissima foto di Robert Capa, che immortalava un miliziano repubblicano che cade morendo sotto i colpi dei fascisti sul fronte di Cordoba a Cerro Muriano. Questa foto è il simbolo grafico del motto dei repubblicani: “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”.
Questa foto inoltre, è la foto per eccellenza della denuncia fotogiornalistica, è un manifesto contro le assurdità della guerra e i mali del mondo contemporaneo. E’ una tra le pochissime immagini del Ventesimo secolo che parlano senza bisogno di nessun commento scritto.
Robert Capa padroneggia perfettamente questa forma di comunicazione, è forse il fotoreporter più conosciuto al mondo. Dal 1933, anno in cui è costretto a trasferirsi a Parigi, in seguito all’ascesa del nazismo, si dedica interamente alla fotografia giornalistica e diventa il principale fotografo di guerra del mondo. E’ richiesto da tutte le riviste a livello mondiale. Capa ha coperto la guerra civile spagnola del 1936-39, il secondo conflitto mondiale in Europa, lo sbarco in Normandia, la prima guerra arabo-israeliana nel 1948 e il conflitto francese in Indocina del 1954, dove mori’ all’età di soli 40 anni per aver calpestato una mina in una risaia del Vietnam.
Profondamente coinvolto dall’avventura della Spagna repubblicana, fu uno dei primi a testimoniare, proprio da quel fronte dove anche lui era stato toccato dalla tragedia della morte della compagna, il coraggio, la determinazione e la tenacia di uomini e donne comuni, attori e vittime, loro malgrado di un orribile gioco al massacro.
La “Magnum”
Assieme agli amici H. Cartier Bresson, David Seymur e George Rodger, i più grandi fotoreporter dell’epoca, fondò l’agenzia cooperativa “Magnum”, di cui fu presidente dal 1950 al 1953.
Fino a quel momento i mass media si appropriavano delle immagini, utilizzandole per un'informazione guidata, troppo spesso mistificata. Succedeva, infatti, frequentemente che, per motivi ideologici o politici, venissero tagliate parti significative delle fotografie o vi fossero apposte didascalie inadeguate, con il risultato di cambiare le intenzioni originarie del servizio. Per primo fu Robert Capa ad avere l'idea dell’agenzia, per tutelare i diritti dei fotografi e per un informazione più obiettiva. I fondatori della magnum, intendevano così proporre, in piena autonomia, e dal loro punto di vista, la vera storia del mondo: una storia di immagini vivacemente "obiettive" degli avvenimenti filtrati dall' occhio sensibile del fotografo che non intende più essere succube dell' editore, ma esprimere la propria ideologia, senza alcun compromesso commerciale o politico. Rivendicano così al fotografo il legittimo ruolo di operatore culturale, paritetico a quello del giornalista "scrittore". La Magnum è strutturata in una cooperativa, dove soci sono gli stessi fotografi e l'ingresso di nuovi elementi deve essere approvato da tutti: ciò ha fatto sì che venissero via via ammessi giovani di talento.
Il contributo della Magnum alla storia della fotografia, ed in particolare del fotogiornalismo mondiale, è indiscusso.
Magnum Photos riunisce oggi sessanta maestri dell'obiettivo diventati membri per associazione. Questa indipendenza permette grande libertà nella scelta e nel trattamento dei reportage. La sua vocazione di agenzia di stampa si esprime tutti i giorni grazie alla rete di quattro redazioni: New York, Parigi, Londra e Tokyo e di altre agenzie collegate. Ma si manifesta soprattutto nella preoccupazione costante ad incoraggiare i fotografi nel proprio personale cammino di sensibili testimoni del nostro tempo. Registrazione attenta dei fenomeni della società, le immagini degli autori Magnum sono spesso le prime a venire alla mente quando si pensa ad un avvenimento, un personaggio, un movimento degli ultimi sessant’anni di storia.
Ogni autore è incoraggiato a creare, plasmare il suo stile affrontando un soggetto per diversi mesi, a volte diversi anni e avendo per obiettivo finale, spesso, la pubblicazione di un libro.
Gli archivi di Magnum, ormai in gran parte digitalizzati, contano un milione circa di documenti dagli anni 30 fino ad oggi. Magnum Photos è rappresentata in Italia da Contrasto.
Picasso e “Guernica”
Fin dalle prime fasi della guerra, Picasso si era messo al servizio del governo repubblicano, aveva curato, infatti, la protezione e lo sfollamento da Madrid dei capolavori del Prado. Questo suo coinvolgimento morale coincide in pieno con la sua definizione di artista, dice infatti: “L’artista è un essere politico, costantemente vigile davanti ai laceranti, ardenti o dolci avvenimenti del mondo, che si modella completamente a loro immagine”.
Nel gennaio del 1937 il governo del Fronte Popolare affidò a Picasso la realizzazione di un murale per l’arredamento del padiglione spagnolo all’esposizione mondiale che sarebbe stata a Parigi nel luglio di quell’anno. Per l’esecuzione del nuovo incarico egli pensò sulle prime di ricorrere ad un tema come la libertà dell’arte; quando però venne a sapere del bombardamento di Guernica, impressionato da tale avvenimento, muto’ il suo progetto. Guernica fu il primo bombardamento della storia su una città e su una popolazione civile.
Il 26 aprile 1937, l’aviazione falangista, con aerei e piloti tedeschi, attaccò e rase al suolo la città basca di Guernica, uccidendo in tre ore e mezzo circa 2000 persone. Dal punto di vista militare Guernica era un obiettivo del tutto insignificante, inoltre la strage venne compiuta in un giorno di mercato. Il mondo inorridì, i tedeschi negarono, mentre gli italiani dissero che non vi avevano partecipato, che le case erano saltate in aria da sole perché contenevano delle munizioni. Entrambi mentivano. Goring, infatti al processo di Norimenrga, confermo’ che era stato lui a volere il bombardamento dicendo che era stato un esperimento e cinicamente aggiunse “perfettamente riuscito”. Anche gli italiani non erano affatto estranei: tre bombardieri italiani avevano partecipato al grande crimine.
A meno di due mesi dal giorno in cui Picasso aveva tracciato il primo schizzo, dopo numerose evoluzioni, la grande tela di Guernica era pronta. Le reazioni immediate del pubblico furono confuse, e i pareri della stampa divisi sul terreno politico. I critici di destra non esitarono a condannare l’opera, mentre i critici di sinistra la sostennero, anche se qualcuno fra loro avrebbe preferito un dipinto che fosse un’esplicita chiamata alle armi. Quelli che ne apprezzarono subito la vera natura furono gli intellettuali di molti paesi, i quali riconobbero nel quadro una grande opera d’arte circa gli orrori del fascismo e della guerra. In ogni caso il suo effetto sulle migliaia di persone venute a visitare l’esposizione fu sconvolgente anche per coloro che non erano in grado di penetrarne il significato. Via via che col passare del tempo il pubblico acquistava una maggiore familiarità con quel linguaggio, l’opera veniva riconosciuta come una durevole protesta contro la guerra, tale da rimanere valida anche dopo che la causa per la quale era nata era stata sconfitta.
Ciò che differisce Guernica dai grandi dipinti del passato è sostanzialmente il fatto che per essa Picasso trovo’ un linguaggio universale, diverso da quello tradizionale che avevano utilizzato i grandi pittori del passato. Mediante questo linguaggio l’artista raggiunge un’immagine trascendentale ed eterna, non ci viene presentato infatti l’orrore di un evento reale particolare, piuttosto una tragedia universale, resa viva dall’immediatezza con la quale è rappresenta. E’ per questo che la forza di Guernica, emblema di tutte le tragedie della guerra, continuerà a crescere.
A proposito del simbolismo di Guernica, simbolismo più’ volte interpretato dalla critica, Picasso non amava dare spiegazioni, si limita a dire:” La mia produzione non è simbolica, solo Guernica lo è... In essa vi è un appello al popolo, un senso deliberatamente propagandistico”.
Nonostante le critiche, Guernica viene portata in tournèe a beneficio della Spagna repubblicana, ed esposto prima a Londra ed infine a New York, dove rimane fino alla morte del generale Franco, per volontà dello stesso artista, che lo destinava alla Spagna solo nel momento in cui questa avesse ritrovato la libertà democratica. Oggi Guernica è esposta al museo del Prado di Madrid.
INGLESE
Ernest Hemingway
Ernest Hemingway was born in Illinois in 1899. Ernest was the second of six children, he spent his childhood haunting and fishing in the Great Lake region with his father, a doctor.
In 1917 worked as a reporter for “The Kansas City Star”; this was a great step forward in his career as a writer. In the following year he partecipated in the first world war, as an ambulance driver on the italian front; here he was wounded and received a silver medal and decoration from the Italian government. Back in the United States, he got a job as a foreign correspondent and in 1922 he settled in Paris where he joined a group of expatriate writers, called ”The lost generation”, in this group we can find writers such as Scott Fitzgerald, James Joyce, Ezra Pound, and Gertrude Stein.
In 1937 he travelled to Spain as a war correspondent for an American news agency. This experience was recorded in one of his best work For Whom the Bell Tolls.
In 1944, during the Second World War, he travelled trough Europe with the Allies as a war correspondent.
In 1953 he won the Pulitzer Prize with The Old Man and the Sea; the following year he won the Nobel Prize for Literature.
Towards the end of his life, Hemingway suffered from Hypertension, diabetes and acute depression; he feared physical decline and commited suicide in 1961. His best works are: Fiesta, Death in the afternoon, The Green Hills of Africa, Farewell to Arms, perhaps the best novel ever written on the First World War, For Whom the Bell Tolls, and the Old Man and The Sea.
For Whom the Bell Tolls
Ernest Hemingway is certainly one of the most important writers of this century. The central experience of Hemingway’s life was the First World War which made him understand that the only chance of escaping the horror of death was in some manly qualities: strenght, sexual power, lack of sentimentalism and the ability to react. Consequently his style is essential, primitive, characterised by a simple syntax, and colloquial. There is very little in introspection, or analysis of personsal feelings and sensation, but Hemingway’s prose creates great emotion in the reader.
For Whom the Bell Tolls is considered by many critics as Hemingway’s masterpiece, but it ‘s also still celebrated as one of the best war novels of all time.
When the Spanish Civil War began in 1936, Hemingway wrote articles to raise money for the republicans. In 1937 he traveled to Spain to cover the war for an American Agency. Only a few months after his arrival, Hemingway announced to the literary world that he was working on a new novel, its subject was the Spanish Civil War.
He took the title from a sermon written by the english Poet John Donne(1572-1631).
“No man is an Island, entire of itself; every man is a piece of the Continent, a part of the main; if a Clod be washed away by the Sea, Europe is the less, as well as if a Promontory were, as well as if a Manor of thy friends or of thine own were; any man’s death diminishes me, because I am involved in Mankind; And therefore never send to know for whom the bell tolls; it tolls for thee”.
This passage highlights the relationship between individual and society; it express a view of reality which denied the identification of the individual with an island and saw him in relation to the universe as a part of mankind. This is the central theme in For Whom the Bell Tolls.
For Whom the Bell Tolls is: a great love story, a tense story of adventure in war, and the tragedy of Spanish peasants fighting for their lives. But above all it is about death. The time of the story is 1937, the action takes place in the woods sourrounding the city of Segovia. The plot is simple, Robert Jordan, a young American International Brigader, is ordered to blow up the bridge. He must get help from the guerrillas who live in Franco's territory. The bridge must be destroyed at the precise moment when a big republican offensive begins. If the bridge can be destroyed, the offensive may succeed. If the offensive succeeds, the struggle of the human race against fascism maybe advanced a step. The courage of the Spanish peasants is linked to the fate of all mankind.
These men know they may will be killed. Jordan senses it when he hears the orders. The general senses it when he gives them. So does Pablo, the guerrilla leader, when Jordan asks his help. So does Pilar, a gypsy: she reads doom in Jordan's palm, in the first pages of the book, but she doesn’t tell him the truth.
The greatness of this book is the greatness of these people, infact they knows that they may will die, but they decide to go on. They decide to go on because they have realized that “no man is an island”, they fight for all the mankind.
In this book all the story develops in 3 days, in these 3 days the protagonist Robert Jordan has a short but intense story with a girl, Maria. Maria represents the Spain, and so the reason for wich Robert fight and will die.
At the end Robert manage to blow up the bridge but the cost is very high, he loses his life.
For Whom the Bell Tolls, unlike other novels of the Spanish Civil War, is told not in terms of the heroics and dubious politics of the International Brigades, but as a simple human struggle of the Spanish people. The bell in this book tolls for all mankind.
ITALIANO
Beppe Fenoglio (1922-1963)
Beppe (Giuseppe) Fenoglio nasce nella capitale economica delle Langhe, ad Alba (Cuneo), il 1 marzo 1922 da Amilcare e Margherita Faccenda.
Nonostante l’estrazione modesta della sua famiglia, i genitori gestiscono una macelleria nella zona delle vecchie case intorno al Duomo, arriva a frequentare il Liceo. Qui incontra due insegnanti di gran valore: il professore di filosofia, Pietro Chiodi, e quello d’italiano, Leonardo Cocito, entrambi antifascisti e partigiani combattenti. Agli anni del tanto amato liceo risale la sua fortissima passione per la lingua e la letteratura inglese e americana: per James, Lawrence, Conrad, Yeats, Coleridge e Shakespeare.
In seguito s’iscrive alla Facoltà di Lettere di Torino, ma per la chiamata alle armi interrompe gli studi universitari, senza mai più riuscire poi a conseguire la laurea. Nel 1943 frequenta un corso per allievi ufficiali; quindi viene trasferito a Roma, da dove, dopo l’armistizio dell’8 settembre, riesce a tornare ad Alba.
Qui si arruola tra i partigiani, prima in un gruppo comunista, poi, nell’estate del ’44, in formazioni monarchiche, nei cosiddetti «azzurri» o «badogliani», e precisamente nel reparto di Enrico Martini Mauri e di Piero Baldo. Negli ultimi mesi di guerra è ufficiale di collegamento con la missione inglese di stanza nel Monferrato. Nel corso della lotta armata sulle colline i suoi genitori vengono arrestati per rappresaglia dai fascisti, ma poi rilasciati.
Dopo la liberazione, ritorna, e per sempre, nella sua amatissima Alba. Solamente nelle Langhe, Fenoglio, il gentleman-writer dal carattere duro e ostinato, ritroso e selvatico, ritrova e riconosce intero se stesso e il mondo. S’impiega pertanto come procuratore presso un’azienda vinicola, la ditta Marenco: lavoro che fino alla fine non vorrà mai abbandonare. «Se andassi da un’altra parte, confessa a sua madre, non troverei più il tempo per scrivere». Infatti, è proprio all’indomani della guerra che Fenoglio inizia a dedicarsi alla narrativa. Molti dei suoi manoscritti sono vergati sul retro delle carte commerciali della ditta.
La sua vita si svolge così, tra gli affetti familiari, nel 1960 sposa Luciana Bombardi e nel 1961 nasce la figlia Margherita, e il lavoro d’ufficio, la passione per lo sport e la dedizione alla scrittura.
Il suo esordio letterario, tuttavia, non è affatto facile. Nel 1949 l’editore Einaudi rifiuta la sua prima raccolta Racconti della guerra civile; e l’anno successivo Elio Vittorini, sempre per Einaudi, gli consiglia di sacrificare il romanzo La paga del sabato per ricavarne due racconti. Solamente nel 1952 Vittorini gli pubblica, nella collana di narrativa «I gettoni» di Einaudi, la raccolta di racconti I ventitré giorni della città di Alba. Poi, nel 1954, sempre nella stessa collana, esce il romanzo breve, centrato sul mondo delle Langhe, La malora.
L’anno successivo viene pubblicata, sulla rivista «Itinerari» con il titolo La ballata del vecchio marinaio, la traduzione di The Rime of the Ancient Mariner, di S.T. Coleridge, ristampata nel 1964 (e poi nel 1966) da Einaudi. Deluso dalla sfavorevole accoglienza della critica e dalle riserve espresse da Vittorini su La malora, rompe con Einaudi e nel 1959 pubblica presso Garzanti il romanzo Primavera di bellezza, per il quale nel ’60 gli viene assegnato il Premio Prato.
Nel 1962, inoltre, vince il Premio Alpi Apuane per il racconto Ma il mio amore è Paco, apparso sul n.150 di «Paragone». E proprio in Versilia dove è andato a ritirare il premio, per la prima volta, in modo acuto ed allarmante si fa sentire il male che presto lo condurrà alla morte.
Nella notte tra il 17 e il 18 febbraio 1963 Fenoglio muore a Torino per un cancro ai polmoni.
Nello stesso 1963 viene edita, insieme con Una questione privata, la raccolta di racconti Un giorno di fuoco, che ottiene il Premio Puccini-Senigallia. Lo stesso volume viene riedito nel 1965, ma con il titolo Una questione privata.
Postumi appaiono, inoltre, Frammenti di romanzo su «Cratilo» (luglio 1963), Aloysius Butor su «45° Parallelo» (1964) e L’affare dell’anima su «Fenoglio inedito» (1968). Dai manoscritti, raccolti ad Alba in un apposito Fondo Fenoglio, che tanti problemi filologici e critici hanno sollevato, sono stati ricavati anche altri volumi: Il partigiano Johnny, vincitore del Premio Prato (1968) e La paga del sabato (1969).
Ed ancora sono usciti Un Fenoglio alla prima guerra mondiale (1973), La voce nella tempesta (1974), riduzione teatrale del romanzo di Emily Brontë, Wuthering Heights (Cime tempestose) e Il vento nei salici (1982), traduzione di The Wind in the Willows di Kenneth Grahame.
Nel 1978 è stata pubblicata, infine, presso l’editore Einaudi l’edizione critica delle sue Opere, diretta da Maria Corti.
Stile
I romanzi e i racconti di Fenoglio sono caratterizzati da una narrazione rapida, essenziale, tutta azione, concentrata in scene fortemente “visive” di impatto immediato. Il linguaggio è asciutto, secco e nervoso. Completamente diverso dalle altre opere è il partigiano Johnny che presenta un linguaggio prezioso, ricco di forzature espressive e termini inglesi. La semplicità della scrittura, tuttavia si accompagna a una forte intensità emotiva.
L’esperienza della guerra partigiana è raccontata in modo asciutto e preciso e con molta ironia. I personaggi di Fenoglio vivono la Resistenza come avventura umana, senza agganciarsi ad un preciso riferimento ideologico. Nei romanzi di Fenoglio manca ogni intento celebrativo della Resistenza, la guerra civile è descritta come un racconto epico in cui i protagonisti sono eroi classici. Tutti i suoi protagonisti sono chiare proiezioni dell’autore, studenti universitari arruolati nelle formazioni partigiane “azzurre”, imbevuti di cultura inglese. Infine il nemico nei romanzi di Fenoglio cessa di essere demonizzato, si preferisce comprenderlo nelle sue più intime motivazioni.
Riassunto di “Una questione privata”
La storia è ambientata nel paesaggio boscoso del nord Italia, precisamente ad Alba, dove Milton, insieme ad altri partigiani si scontra con gli schieramenti dei fascisti. Milton è uno dei pochi veterani della brigata dei partigiani Badogliani, ed è il protagonista della storia. Prima di diventare partigiano si era innamorato di Fulvia, una ragazza di Torino rifugiatasi ad Alba. Tutto ha inizio quando Milton viene a sapere dalla custode del casolare di Fulvia (quest’ultima nel frattempo era ritornata a Torino) che la stessa aveva avuto una storia d’amore, molto piu’ intensa della sua, con Giorgio, un suo amico che attualmente militava con lui fra i partigiani. Milton rimane scioccato da questa rivelazione e decide di andare in cerca di Giorgio per conoscere tutta la verità. Dopo aver cercato alla base e in paese Milton viene a sapere che Giorgio era stato catturato dai fascisti, cosi’ decide di cercare un ostaggio con cui poterlo scambiare. Non trovando ostaggi nelle altre brigate dei partigiani, Milton decide di dirigersi verso Santo Stefano per catturarne uno. Giunto a Santo Stefano si ritrova nel bel mezzo di un combattimento ed è costretto a rifugiarsi in una fattoria, dove gli viene dato del cibo. Viene poi a sapere dalla padrona della fattoria che un sergente fascista abitualmente si recava da una loro vicina per degli incontri amorosi. Milton dopo aver studiato un semplice piano alcuni giorni dopo cattura il sergente, ma poco dopo è costretto ad ucciderlo perchè cerca di fuggire. Milton ormai scoraggiato di poter conoscere la verità decide di tornare al casolare di Fulvia per saperne di piu’ dalla custode, ma proprio nei pressi di questo incappa in una squadra fascista che dopo un prolungato inseguimento lo uccide.
Commento critico a “Una questione privata”
Beppe Fenoglio ebbe uno scambio epistolare con Gina Lagorio. Quelle lettere sono state poi importanti per risolvere la questione delle opere postume dello scrittore piemontese. Di Una questione privata, uscito postumo nel 1963, Gina Lagorio fa in un suo saggio monografico uno studio dettagliato e appassionato.
Fenoglio morì il 18 febbraio 1963; due mesi dopo usciva da Garzanti Un giorno di Fuoco. Nel settembre dello stesso anno si aveva la seconda edizione; nell’aprile 1965 l’opera apparve con il titolo mutato: Una questione privata. Le prime due edizioni ponevano infatti l’accento su quello che era considerato generalmente il più bello dei racconti fenogliani; la terza dava rilievo invece al racconto lungo o romanzo breve che era stato pubblicato insieme ai racconti.
Probabilmente l’editore non aveva previsto il successo incondizionato che arrise invece a Una questione privata, da molti considerata fin dal suo apparire l’approdo ultimo e insieme l’apice toccato dall’arte dell’albese.
[…], come è indubbio oramai che Una questione privata è incompiuta (l’abbiamo pubblicata, avverte l’introduzione, per interessamento e cura degli «amici»), altrettanto fuori discussione è l’altezza di poesia con essa raggiunta da Fenoglio.
Una questione privata è il titolo che Fenoglio usava, parlandone con la moglie, per illustrare la storia di Milton, che è una storia a sé, senza interferenze con altre dell’epopea partigiana con cui Fenoglio continuava idealmente a convivere senza staccarsene mai del tutto e basterebbe osservare come si avvicendino, nei suoi racconti, le storie contadine a quelle epiche. Anche se idealmente Milton rientra nella stessa grande epopea, e dietro di lui si avvertono Raoul e Johnny (i protagonisti rispettivamente de Gli inizi del partigiano Raoul in I ventitré giorni della città di Alba e de Il partigiano Johnny), la storia raccontata in Una questione privata è conchiusa in un giro tutto suo, è veramente la privata ossessione di Milton, che s’inserisce, attingendone sangue vivo, e dandogliene, nella storia di tutti.
[...] il «classico» Fenoglio ci ha dato, con la storia di Fulvia e di Milton, uno degli amori più disperatamente romantici della nostra narrativa, una storia classicamente raccontata per maturità di stile, ma di una passione contenuta in cerchi sempre più stretti intorno a un’immagine di donna, che è insieme affermazione di vita e desiderio di assoluto; la storia di un’ossessione che finisce col farsi destino, ostinata, patetica e struggente, come la poesia solo può esserlo.
L’alternarsi delle vicende reali con quelle solo rievocate e sognate è l’elemento determinante della straordinaria liricità e drammaticità insieme della storia di Milton: ed è anche la chiave per capirne il senso profondo, giustificazione prima ed assoluta del suo fascino.
La tecnica del flash-back che Fenoglio aveva già altre volte usata da maestro ne La Malora segna qui uno dei due versanti su cui si regge la storia di Milton: Milton partigiano, uomo d’azione, è circondato da cose visibili, spesso spiacevoli, grevi, pesanti, ossessive, come il fango, la pioggia e la brutalità della guerra; Milton pensiero, anima, cuore, sogni, Milton invisibile, è affacciato su quell’altro versante, pieno di musica e di luci, dolcemente e dolorosamente riflesso in un volto di donna.
Milton ha bisogno dell’amore di Fulvia per accettare la vita, ma ne ha bisogno anche per accettare la morte. L’ambiguità di questo amore è l’ambiguità della storia di Milton, e il suo senso profondo, perché offre della realtà due facce: una del sogno romantico conservato intatto, nella memoria e nel cuore; l’altra del tradimento forse perpetrato, che sconvolge la mente e il sangue.
[...], quando Milton insegue la sua verità, insegue anche il suo disperato bisogno di sapere se dietro tutto il marcio che la vita gli dispiega intorno, si può essere ancora uomini in un pensiero d’amore condiviso con abbandonata certezza. La corsa di Milton è la sua agonia, in una dimensione che non è solo quella delle colline, ma di tutta la vita, con la sua rabbia e la sua potenza di amore, ed è ritmata nel fango e nel vento, tangibile e concreta, ma è anche la più carica di simboli non terrestri che ci sia stato dato d’incontrare nelle pagine del dopoguerra.
Anche per questo, la questione privata supera i limiti della storia di Milton, e si carica di simboli universali che le fanno superare insieme le formule ufficiali del realismo nel cui ambito Fenoglio si trovò ad assolvere la sua parte di testimone di una generazione tribolata: per questo facciamo nostro, a conclusione dell’esame di un’opera che ci pare segnare il culmine dell’impegno letterario di Fenoglio, il giudizio di Italo Calvino (prefazione alla seconda edizione de Il sentiero dei nidi di ragno, 1964):
Una questione privata è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo scritta, serbata per tanti anni limpidamente nella memoria fedele, e con tutti i suoi valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché.
Calvino, oltre a centrare le ragioni poetiche di Una questione privata, assegna al libro un compito storico ben preciso: quello di concludere una stagione narrativa, delle più cariche di ragioni civili e umane e letterarie (la stagione della narrativa della Resistenza, o più largamente neorealistica) «il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va da Il sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata».
Zani Stefano
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OGGI IN SPAGNA DOMANI IN ITALIA
Dalla guerra civile spagnola alla Resistenza italiana
Introduzione
Ho scelto di costruire un percorso partendo proprio dalla guerra di Spagna, per tre principali ragioni: perché è stata la prima rivolta contro il fascismo, perché è stata la più’ importante dimostrazione di solidarietà internazionale oltre ogni frontiera e perché in qualche modo può essere utile ricordarla e prenderla ad esempio, per non ripetere più’ quegli errori fatali che hanno portato in Spagna quasi quarant’anni di fascismo.
Ancor oggi la guerra di Spagna costituisce un argomento di notevole interesse storico- culturale un esempio può essere il recente film Terra e libertà di Ken Loach che ricostruisce proprio le vicende di quel periodo.
Oggi in Spagna domani in Italia sono le parole che Carlo Rosselli, fondatore del movimento antifascista Giustizia e Libertà, pronuncio’ dalle frequenze di Radio Barcellona nel 1936. Queste parole diventarono un motto e una parola d’ordine per tutti i volontari italiani che andarono a combattere contro il fascismo in Spagna. Sono parole che sottolineano l’importanza che questa guerra ebbe per la nascita di movimenti antifascisti a livello europeo e in particolare in Italia.
Questo legame fra la guerra civile spagnola e la resistenza europea è reso in maniera molto toccante in un estratto che ho selezionato da un intervista fatta all’antifascista Tonelli dai ragazzi del liceo scientifico di Varese.
STORIA
La Spagna del ’36
Dai tempi in cui era crollato il suo impero coloniale la Spagna, viveva in una condizione di arretratezza economica e politica. Durante la prima guerra mondiale il paese era rimasto neutrale, traendone grandi benefici commerciali; ma questo non aveva attenuato la tensione sociale.
Senza dubbio il problema centrale è quello della proprietà della terra. Gli immensi e aridi territori del Centro e del Sud sono controllati da un ristretto numero di famiglie di antica origine nobiliare che considera la terra e il lavoro agricolo con disprezzo ed estraneità: è un patrimonio da sfruttare, ma senza correre rischi, senza investire capitali per aumentare la produttività del terreno e pagando salari bassissimi ai braccianti. Questi ultimi potevano trovare occupazione solo per pochi mesi l'anno e il loro numero elevato li costringeva ad una disastrosa concorrenza e ad accettare compensi nettamente insufficienti anche alla pura sopravvivenza. Tale situazione insopportabile aveva dato vita ad una costante tensione fra una gran quantità di uomini costretti alla miseria e un ristretto gruppo di terratenientes.
Nelle regioni del Nord più sviluppato, cioè nella Catalogna e nei Paesi Baschi, dove esisteva una certa industrializzazione, sia pure con impianti generalmente arretrati, il conflitto di classe nei primi anni Trenta si manifestava con grande evidenza: gli scioperi, sia generali che di categoria, erano molto frequenti e duri. La lotta si andava radicalizzando sia per l'atteggiamento intransigente del padronato sia per la dimensione e lo spirito dei sindacati operai. In Catalogna, la regione più moderna e sviluppata, la Confederacion Nacional del Trabajo (CNT), di tendenza anarcosindacalista risulta di gran lunga l'organizzazione maggioritaria nella primavera del 1936. Le aspettative e l'immaginario collettivo dei suoi militanti non si limitano alle rivendicazioni economiche, ma investono l'intera struttura sociale; anche le componenti della CNT più sensibili al riformismo ritengono naturale una mobilitazione rivoluzionaria per abbattere il sistema capitalista. Si tratta solo di scegliere il momento più favorevole per un'insurrezione proletaria e per l'instaurazione del "comunismo libertario", un modello di società funzionante sulla base delle strutture sindacali e orientato da principi federalisti, egualitari, autogestionari.
Anche nell'altro sindacato, la Union General de Trabajadores (UGT), legato al Partito Socialista, la componente rivoluzionaria prevale su quella moderata e risente spesso, ad esempio tra i braccianti, della concorrenza della CNT e quindi intensifica le agitazioni e propone obiettivi di profonda trasformazione economico-sociale. Gli affiliati ai due sindacati raggiungono, nei primi mesi del 1934, il ragguardevole numero di tre milioni, più di un terzo dell'intera forza lavorativa del paese, sia stabile che precaria. Ogni cambiamento, anche quelli auspicati dai piccoli partiti repubblicani e di sinistra, deve ottenere l'appoggio di queste formazioni per avere qualche speranza di successo.
Il Fronte Popolare
Nelle elezioni del 1936 il Fronte Popolare, un’alleanza politica formata da repubblicani, socialisti, comunisti e anarchici, sale al potere. Nel periodo successivo la spinta rivoluzionaria del popolo spagnolo (ben espressa dal CNT il sindacato anarchico) tentava di apportare cambiamenti radicali nella società spagnola. Al governo del Fronte Popolare sfugge il controllo effettivo della società: nelle campagne del sud i braccianti senza terra occupano le proprietà dei latifondisti, nelle città più importanti si susseguono lotte e scioperi violenti, si scatenano inoltre ondate di violenze popolari contro la Chiesa stessa, che in Spagna deteneva un vasto potere. A contrastare le forze repubblicane e socialiste si erge la Falange, un movimento parafascista. Perdurando questa situazione di disordini un gruppo di alti ufficiali monarchici e filo-fascisti prese contatto con i governi di Roma e Berlino per organizzare un colpo di stato. Alcuni reggimenti di stanza nel Marocco e in Spagna si ammutinarono, in breve tempo i ribelli presero il controllo della parte occidentale e meridionale del paese e formarono a Burgos, il 29 settembre, un governo antirepubblicano, guidato dal generalissimo Francisco Franco.
A questo punto la rivolta militare si scontra con la rivolta popolare, ed inzia la guerra.
Il governo abbandonato da gran parte dell’esercito, fu affiancato dalle organizzazioni operaie e dai comitati rivoluzionari operai.
La guerra tra repubblicani e ribelli assunse subito una dimensione internazionale, configurandosi come uno scontro tra fascismo e antifascismo. I Franchisti a differenza dei repubblicani poterono godere dell’appoggio di Mussolini e Hitler, i repubblicani invece solo quello dell’URSS di Stalin, poiché le grandi democrazie Europee Inghilterra e Francia in testa, mantennero una posizione di sostanziale neutralità.
La rivoluzione sociale
La rivoluzione sociale che si scontro’ con il colpo di stato fascista del ’36, fu il più’ grande esperimento di socialismo libertario della storia.
Il CNT non solo si difese dall’avanzata fascista, ma incoraggio’ l’esproprio delle terre e delle fabbriche. Più’ di sette milioni di persone sperimentarono l’autogestione, e nonostante le circostanze difficilissime riuscirono ugualmente a migliorare le condizioni dei lavoratori. La gente comune, con l’aiuto dei militanti della CNT rimise in piedi la produzione e la distribuzione. Tutta l’industria della catalogna fu messa sotto il controllo dei lavoratori. Nelle terre coltivate, decine di migliaia di contadini formarono collettivi autogestiti. Sul fronte sociale inoltre, furono create scuole, un servizio sanitario e centri ricreativi.
La sconfitta dei repubblicani
Con il passare dei mesi per i repubblicani si dileguano le speranze di una rapida vittoria, che era sembrata possibile nelle prime settimane. I golpisti sembrano trionfare nell’autunno del ’36 grazie anche all’aiuto di Mussolini e Hitler, quando annunciano la capitolazione di Madrid, ma nella capitale si organizza una resistenza animata dai civili politicizzati che si ritrovano in unità combattenti, omogenee politicamente e affini umanamente. La situazione però degenera definitivamente, a partire dal ’37, da questo anno, infatti, il fronte repubblicano si divide fra anarchici e comunisti appoggiati direttamente da Stalin, si vieni quindi a creare una sorta di guerra civile nella guerra civile. Franco realizza le sue conquiste a tappe: i Paesi Baschi (giugno ’37), l’Aragona (aprile ’38), la Cantabria (agosto ’38). Anche la Catalogna, baluardo dell’antifascismo rivoluzionario, cade quasi senza combattere nel gennaio del’39. La sconfitta è ormai solo questione di tempo e ciò acuisce ancor di più la lotta interna fra le fazioni antifasciste. Il 28 marzo Franco entra a Madrid e il primo aprile 1939 termina ufficialmente la guerra civile con un terribile bilancio di morti (800.000), di mutilati (più’ di un milione), di esiliati (quasi un milione). Il volto della Spagna è ormai deturpato irrimediabilmente: l’economia è distrutta e quasi tutti gli spagnoli sono disperati. Inizia un lungo periodo di “pulizia”: fino al 1945 continuano le fucilazioni di circa 100.000 oppositori, le carceri sono piene di individui sospettati, la chiesa cattolica riprende la sua funzione di sorveglianza sul popolo e di fiancheggiamento dei potenti. Da questo momento viene instaurato un regime dittatoriale ispirato al fascismo e diretto dal “caudillo” Franco, che durerà’ fino alla morte dello stesso nel 1975.
Le cause della sconfitta
Fra le cause della sconfitta dobbiamo sicuramente indicare l’atteggiamento dei grandi paesi democratici europei, primi fra tutti la Francia e l’Inghilterra. Il governo repubblicano di Madrid chiese effettivamente aiuto alla Francia, dove era al potere dal giugno del ’36, il Fronte popolare di Leon Blum. Nonostante le affinità ideologiche, il governo francese rifiuto’ perché lo stesso Blum temeva che un troppo deciso intervento a fianco dei repubblicani e dei socialisti spagnoli avrebbe provocato la fuoriuscita dalla sua maggioranza dei radicali e avrebbe portato al punto di rottura le tensioni politiche già esistenti in Francia. Tutta la destra europea, infatti, con la Chiesa cattolica in prima linea, presentava la lotta contro i repubblicani di Madrid come una crociata a difesa dei valori della tradizione e della cristianità contro il laicismo e l’ateismo materialista. L’iniziativa francese fu assecondata dalla Gran Bretagna, dove il governo conservatore era assai tiepido verso il regime repubblicano di Madrid.
Altra importantissima causa della sconfitta dei repubblicani fu’ il grande appoggio dato a Franco da Hitler e Mussolini, al quale fornirono aiuti decisivi. Dall’Italia giunsero in Spagna, ufficialmente come volontari, circa 50.000 uomini oltre ad aerei, cannoni e automezzi, dalla Germania arrivarono circa 10.000 uomini, soprattutto aviatori, e materiale bellico. L’impegno italo-tedesco nasceva senz’altro dalla assonanza ideologica con le posizioni di Franco e dalla volontà di rafforzare le posizioni internazionali del fascismo, ma era dettato anche da altri calcoli. Per Italia una vittoria di Franco era importante perché avrebbe indebolito la posizione mediterranea della Francia e di conseguenza avrebbe consentito di riallacciare con Londra i buoni rapporti incrinati dalla guerra etiopica. Da parte tedesca l’intervento in Spagna era mirato a legare l’Italia alla Germania, cosi’ da spezzare definitivamente il fronte di Stresa e aver via l ca” che sfugge al suo controllo decide di distruggerla. La rivoluzione in atto in Spagna è, in effetti, una pericolosa alternativa al suo modello di socialismo di Stato soffocato dai burocrati, poliziotti, gerarchi militari; è negli interessi dell’Unione Sovietica ricondurre, anche con la violenza e la calunnia, i movimenti operai all’interno della disciplinata Internazionale Comunista. Inoltre Stalin riteneva che se la guerra civile spagnola si fosse conclusa con una netta affermazione socialista, l’ostilità dei governi conservatori europei si sarebbe rafforzata. Il partito comunista Spagnolo quindi, in stretta collaborazione con Stalin opera per una “normalizzazione” della situazione. Ciò’ significo’ una brutale repressione delle spinte rivoluzionarie, che porto’ all’assassinio di centinaia di militanti anarchici e comunisti Trotzkisti del POUM (Partito Operaio Unificato Marxista). Le cause più profonde quindi della sconfitta vanno ricercate nella degenerazione del movimento comunista internazionale, quel movimento che nato per emancipare le classi subalterne si è trasformato nel suo principale oppressore.ibera alla realizzazione dei progetti di espansione verso il Sud-Est europeo.
La causa principale della sconfitta dei repubblicani va’ però attribuita a Stalin. Quest’ultimo, infatti, dopo essersi accorto che quella di Spagna era prevalentemente una rivoluzione “anarchi
I volontari
Gli avvenimenti di Spagna nel 1936 attirarono l’attenzione di giovani e meno giovani proletari e borghesi di tutto il mondo nel tentativo, o nell’illusione di difendere la libertà, spesso quella libertà che non erano riusciti a difendere nel loro paese. Migliaia di volontari, sdegnati per quanto avviene in terra iberica accorrono da tutto il mondo per dare vita alle Brigate Internazionali, per difendere a Repubblica spagnola. Parteciparono anche intellettuali del calibro di T. Mann, E. Hemingway, G. Orwell, A. Malraux, Pablo Neruda e B. Brecht. Tra gli italiani vi furono i comunisti Togliatti e Luigi Longo, il socialista Nenni, l’anarchico Camillo Berneri e i fondatori del movimento ”Giustizia e libertà”, Nello e Carlo Rosselli.
STORIA DELL’ARTE
Robert Capa
Simbolo della guerra civile Spagnola in tutto il mondo fu la famosissima foto di Robert Capa, che immortalava un miliziano repubblicano che cade morendo sotto i colpi dei fascisti sul fronte di Cordoba a Cerro Muriano. Questa foto è il simbolo grafico del motto dei repubblicani: “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”.
Questa foto inoltre, è la foto per eccellenza della denuncia fotogiornalistica, è un manifesto contro le assurdità della guerra e i mali del mondo contemporaneo. E’ una tra le pochissime immagini del Ventesimo secolo che parlano senza bisogno di nessun commento scritto.
Robert Capa padroneggia perfettamente questa forma di comunicazione, è forse il fotoreporter più conosciuto al mondo. Dal 1933, anno in cui è costretto a trasferirsi a Parigi, in seguito all’ascesa del nazismo, si dedica interamente alla fotografia giornalistica e diventa il principale fotografo di guerra del mondo. E’ richiesto da tutte le riviste a livello mondiale. Capa ha coperto la guerra civile spagnola del 1936-39, il secondo conflitto mondiale in Europa, lo sbarco in Normandia, la prima guerra arabo-israeliana nel 1948 e il conflitto francese in Indocina del 1954, dove mori’ all’età di soli 40 anni per aver calpestato una mina in una risaia del Vietnam.
Profondamente coinvolto dall’avventura della Spagna repubblicana, fu uno dei primi a testimoniare, proprio da quel fronte dove anche lui era stato toccato dalla tragedia della morte della compagna, il coraggio, la determinazione e la tenacia di uomini e donne comuni, attori e vittime, loro malgrado di un orribile gioco al massacro.
La “Magnum”
Assieme agli amici H. Cartier Bresson, David Seymur e George Rodger, i più grandi fotoreporter dell’epoca, fondò l’agenzia cooperativa “Magnum”, di cui fu presidente dal 1950 al 1953.
Fino a quel momento i mass media si appropriavano delle immagini, utilizzandole per un'informazione guidata, troppo spesso mistificata. Succedeva, infatti, frequentemente che, per motivi ideologici o politici, venissero tagliate parti significative delle fotografie o vi fossero apposte didascalie inadeguate, con il risultato di cambiare le intenzioni originarie del servizio. Per primo fu Robert Capa ad avere l'idea dell’agenzia, per tutelare i diritti dei fotografi e per un informazione più obiettiva. I fondatori della magnum, intendevano così proporre, in piena autonomia, e dal loro punto di vista, la vera storia del mondo: una storia di immagini vivacemente "obiettive" degli avvenimenti filtrati dall' occhio sensibile del fotografo che non intende più essere succube dell' editore, ma esprimere la propria ideologia, senza alcun compromesso commerciale o politico. Rivendicano così al fotografo il legittimo ruolo di operatore culturale, paritetico a quello del giornalista "scrittore". La Magnum è strutturata in una cooperativa, dove soci sono gli stessi fotografi e l'ingresso di nuovi elementi deve essere approvato da tutti: ciò ha fatto sì che venissero via via ammessi giovani di talento.
Il contributo della Magnum alla storia della fotografia, ed in particolare del fotogiornalismo mondiale, è indiscusso.
Magnum Photos riunisce oggi sessanta maestri dell'obiettivo diventati membri per associazione. Questa indipendenza permette grande libertà nella scelta e nel trattamento dei reportage. La sua vocazione di agenzia di stampa si esprime tutti i giorni grazie alla rete di quattro redazioni: New York, Parigi, Londra e Tokyo e di altre agenzie collegate. Ma si manifesta soprattutto nella preoccupazione costante ad incoraggiare i fotografi nel proprio personale cammino di sensibili testimoni del nostro tempo. Registrazione attenta dei fenomeni della società, le immagini degli autori Magnum sono spesso le prime a venire alla mente quando si pensa ad un avvenimento, un personaggio, un movimento degli ultimi sessant’anni di storia.
Ogni autore è incoraggiato a creare, plasmare il suo stile affrontando un soggetto per diversi mesi, a volte diversi anni e avendo per obiettivo finale, spesso, la pubblicazione di un libro.
Gli archivi di Magnum, ormai in gran parte digitalizzati, contano un milione circa di documenti dagli anni 30 fino ad oggi. Magnum Photos è rappresentata in Italia da Contrasto.
Picasso e “Guernica”
Fin dalle prime fasi della guerra, Picasso si era messo al servizio del governo repubblicano, aveva curato, infatti, la protezione e lo sfollamento da Madrid dei capolavori del Prado. Questo suo coinvolgimento morale coincide in pieno con la sua definizione di artista, dice infatti: “L’artista è un essere politico, costantemente vigile davanti ai laceranti, ardenti o dolci avvenimenti del mondo, che si modella completamente a loro immagine”.
Nel gennaio del 1937 il governo del Fronte Popolare affidò a Picasso la realizzazione di un murale per l’arredamento del padiglione spagnolo all’esposizione mondiale che sarebbe stata a Parigi nel luglio di quell’anno. Per l’esecuzione del nuovo incarico egli pensò sulle prime di ricorrere ad un tema come la libertà dell’arte; quando però venne a sapere del bombardamento di Guernica, impressionato da tale avvenimento, muto’ il suo progetto. Guernica fu il primo bombardamento della storia su una città e su una popolazione civile.
Il 26 aprile 1937, l’aviazione falangista, con aerei e piloti tedeschi, attaccò e rase al suolo la città basca di Guernica, uccidendo in tre ore e mezzo circa 2000 persone. Dal punto di vista militare Guernica era un obiettivo del tutto insignificante, inoltre la strage venne compiuta in un giorno di mercato. Il mondo inorridì, i tedeschi negarono, mentre gli italiani dissero che non vi avevano partecipato, che le case erano saltate in aria da sole perché contenevano delle munizioni. Entrambi mentivano. Goring, infatti al processo di Norimenrga, confermo’ che era stato lui a volere il bombardamento dicendo che era stato un esperimento e cinicamente aggiunse “perfettamente riuscito”. Anche gli italiani non erano affatto estranei: tre bombardieri italiani avevano partecipato al grande crimine.
A meno di due mesi dal giorno in cui Picasso aveva tracciato il primo schizzo, dopo numerose evoluzioni, la grande tela di Guernica era pronta. Le reazioni immediate del pubblico furono confuse, e i pareri della stampa divisi sul terreno politico. I critici di destra non esitarono a condannare l’opera, mentre i critici di sinistra la sostennero, anche se qualcuno fra loro avrebbe preferito un dipinto che fosse un’esplicita chiamata alle armi. Quelli che ne apprezzarono subito la vera natura furono gli intellettuali di molti paesi, i quali riconobbero nel quadro una grande opera d’arte circa gli orrori del fascismo e della guerra. In ogni caso il suo effetto sulle migliaia di persone venute a visitare l’esposizione fu sconvolgente anche per coloro che non erano in grado di penetrarne il significato. Via via che col passare del tempo il pubblico acquistava una maggiore familiarità con quel linguaggio, l’opera veniva riconosciuta come una durevole protesta contro la guerra, tale da rimanere valida anche dopo che la causa per la quale era nata era stata sconfitta.
Ciò che differisce Guernica dai grandi dipinti del passato è sostanzialmente il fatto che per essa Picasso trovo’ un linguaggio universale, diverso da quello tradizionale che avevano utilizzato i grandi pittori del passato. Mediante questo linguaggio l’artista raggiunge un’immagine trascendentale ed eterna, non ci viene presentato infatti l’orrore di un evento reale particolare, piuttosto una tragedia universale, resa viva dall’immediatezza con la quale è rappresenta. E’ per questo che la forza di Guernica, emblema di tutte le tragedie della guerra, continuerà a crescere.
A proposito del simbolismo di Guernica, simbolismo più’ volte interpretato dalla critica, Picasso non amava dare spiegazioni, si limita a dire:” La mia produzione non è simbolica, solo Guernica lo è... In essa vi è un appello al popolo, un senso deliberatamente propagandistico”.
Nonostante le critiche, Guernica viene portata in tournèe a beneficio della Spagna repubblicana, ed esposto prima a Londra ed infine a New York, dove rimane fino alla morte del generale Franco, per volontà dello stesso artista, che lo destinava alla Spagna solo nel momento in cui questa avesse ritrovato la libertà democratica. Oggi Guernica è esposta al museo del Prado di Madrid.
INGLESE
Ernest Hemingway
Ernest Hemingway was born in Illinois in 1899. Ernest was the second of six children, he spent his childhood haunting and fishing in the Great Lake region with his father, a doctor.
In 1917 worked as a reporter for “The Kansas City Star”; this was a great step forward in his career as a writer. In the following year he partecipated in the first world war, as an ambulance driver on the italian front; here he was wounded and received a silver medal and decoration from the Italian government. Back in the United States, he got a job as a foreign correspondent and in 1922 he settled in Paris where he joined a group of expatriate writers, called ”The lost generation”, in this group we can find writers such as Scott Fitzgerald, James Joyce, Ezra Pound, and Gertrude Stein.
In 1937 he travelled to Spain as a war correspondent for an American news agency. This experience was recorded in one of his best work For Whom the Bell Tolls.
In 1944, during the Second World War, he travelled trough Europe with the Allies as a war correspondent.
In 1953 he won the Pulitzer Prize with The Old Man and the Sea; the following year he won the Nobel Prize for Literature.
Towards the end of his life, Hemingway suffered from Hypertension, diabetes and acute depression; he feared physical decline and commited suicide in 1961. His best works are: Fiesta, Death in the afternoon, The Green Hills of Africa, Farewell to Arms, perhaps the best novel ever written on the First World War, For Whom the Bell Tolls, and the Old Man and The Sea.
For Whom the Bell Tolls
Ernest Hemingway is certainly one of the most important writers of this century. The central experience of Hemingway’s life was the First World War which made him understand that the only chance of escaping the horror of death was in some manly qualities: strenght, sexual power, lack of sentimentalism and the ability to react. Consequently his style is essential, primitive, characterised by a simple syntax, and colloquial. There is very little in introspection, or analysis of personsal feelings and sensation, but Hemingway’s prose creates great emotion in the reader.
For Whom the Bell Tolls is considered by many critics as Hemingway’s masterpiece, but it ‘s also still celebrated as one of the best war novels of all time.
When the Spanish Civil War began in 1936, Hemingway wrote articles to raise money for the republicans. In 1937 he traveled to Spain to cover the war for an American Agency. Only a few months after his arrival, Hemingway announced to the literary world that he was working on a new novel, its subject was the Spanish Civil War.
He took the title from a sermon written by the english Poet John Donne(1572-1631).
“No man is an Island, entire of itself; every man is a piece of the Continent, a part of the main; if a Clod be washed away by the Sea, Europe is the less, as well as if a Promontory were, as well as if a Manor of thy friends or of thine own were; any man’s death diminishes me, because I am involved in Mankind; And therefore never send to know for whom the bell tolls; it tolls for thee”.
This passage highlights the relationship between individual and society; it express a view of reality which denied the identification of the individual with an island and saw him in relation to the universe as a part of mankind. This is the central theme in For Whom the Bell Tolls.
For Whom the Bell Tolls is: a great love story, a tense story of adventure in war, and the tragedy of Spanish peasants fighting for their lives. But above all it is about death. The time of the story is 1937, the action takes place in the woods sourrounding the city of Segovia. The plot is simple, Robert Jordan, a young American International Brigader, is ordered to blow up the bridge. He must get help from the guerrillas who live in Franco's territory. The bridge must be destroyed at the precise moment when a big republican offensive begins. If the bridge can be destroyed, the offensive may succeed. If the offensive succeeds, the struggle of the human race against fascism maybe advanced a step. The courage of the Spanish peasants is linked to the fate of all mankind.
These men know they may will be killed. Jordan senses it when he hears the orders. The general senses it when he gives them. So does Pablo, the guerrilla leader, when Jordan asks his help. So does Pilar, a gypsy: she reads doom in Jordan's palm, in the first pages of the book, but she doesn’t tell him the truth.
The greatness of this book is the greatness of these people, infact they knows that they may will die, but they decide to go on. They decide to go on because they have realized that “no man is an island”, they fight for all the mankind.
In this book all the story develops in 3 days, in these 3 days the protagonist Robert Jordan has a short but intense story with a girl, Maria. Maria represents the Spain, and so the reason for wich Robert fight and will die.
At the end Robert manage to blow up the bridge but the cost is very high, he loses his life.
For Whom the Bell Tolls, unlike other novels of the Spanish Civil War, is told not in terms of the heroics and dubious politics of the International Brigades, but as a simple human struggle of the Spanish people. The bell in this book tolls for all mankind.
ITALIANO
Beppe Fenoglio (1922-1963)
Beppe (Giuseppe) Fenoglio nasce nella capitale economica delle Langhe, ad Alba (Cuneo), il 1 marzo 1922 da Amilcare e Margherita Faccenda.
Nonostante l’estrazione modesta della sua famiglia, i genitori gestiscono una macelleria nella zona delle vecchie case intorno al Duomo, arriva a frequentare il Liceo. Qui incontra due insegnanti di gran valore: il professore di filosofia, Pietro Chiodi, e quello d’italiano, Leonardo Cocito, entrambi antifascisti e partigiani combattenti. Agli anni del tanto amato liceo risale la sua fortissima passione per la lingua e la letteratura inglese e americana: per James, Lawrence, Conrad, Yeats, Coleridge e Shakespeare.
In seguito s’iscrive alla Facoltà di Lettere di Torino, ma per la chiamata alle armi interrompe gli studi universitari, senza mai più riuscire poi a conseguire la laurea. Nel 1943 frequenta un corso per allievi ufficiali; quindi viene trasferito a Roma, da dove, dopo l’armistizio dell’8 settembre, riesce a tornare ad Alba.
Qui si arruola tra i partigiani, prima in un gruppo comunista, poi, nell’estate del ’44, in formazioni monarchiche, nei cosiddetti «azzurri» o «badogliani», e precisamente nel reparto di Enrico Martini Mauri e di Piero Baldo. Negli ultimi mesi di guerra è ufficiale di collegamento con la missione inglese di stanza nel Monferrato. Nel corso della lotta armata sulle colline i suoi genitori vengono arrestati per rappresaglia dai fascisti, ma poi rilasciati.
Dopo la liberazione, ritorna, e per sempre, nella sua amatissima Alba. Solamente nelle Langhe, Fenoglio, il gentleman-writer dal carattere duro e ostinato, ritroso e selvatico, ritrova e riconosce intero se stesso e il mondo. S’impiega pertanto come procuratore presso un’azienda vinicola, la ditta Marenco: lavoro che fino alla fine non vorrà mai abbandonare. «Se andassi da un’altra parte, confessa a sua madre, non troverei più il tempo per scrivere». Infatti, è proprio all’indomani della guerra che Fenoglio inizia a dedicarsi alla narrativa. Molti dei suoi manoscritti sono vergati sul retro delle carte commerciali della ditta.
La sua vita si svolge così, tra gli affetti familiari, nel 1960 sposa Luciana Bombardi e nel 1961 nasce la figlia Margherita, e il lavoro d’ufficio, la passione per lo sport e la dedizione alla scrittura.
Il suo esordio letterario, tuttavia, non è affatto facile. Nel 1949 l’editore Einaudi rifiuta la sua prima raccolta Racconti della guerra civile; e l’anno successivo Elio Vittorini, sempre per Einaudi, gli consiglia di sacrificare il romanzo La paga del sabato per ricavarne due racconti. Solamente nel 1952 Vittorini gli pubblica, nella collana di narrativa «I gettoni» di Einaudi, la raccolta di racconti I ventitré giorni della città di Alba. Poi, nel 1954, sempre nella stessa collana, esce il romanzo breve, centrato sul mondo delle Langhe, La malora.
L’anno successivo viene pubblicata, sulla rivista «Itinerari» con il titolo La ballata del vecchio marinaio, la traduzione di The Rime of the Ancient Mariner, di S.T. Coleridge, ristampata nel 1964 (e poi nel 1966) da Einaudi. Deluso dalla sfavorevole accoglienza della critica e dalle riserve espresse da Vittorini su La malora, rompe con Einaudi e nel 1959 pubblica presso Garzanti il romanzo Primavera di bellezza, per il quale nel ’60 gli viene assegnato il Premio Prato.
Nel 1962, inoltre, vince il Premio Alpi Apuane per il racconto Ma il mio amore è Paco, apparso sul n.150 di «Paragone». E proprio in Versilia dove è andato a ritirare il premio, per la prima volta, in modo acuto ed allarmante si fa sentire il male che presto lo condurrà alla morte.
Nella notte tra il 17 e il 18 febbraio 1963 Fenoglio muore a Torino per un cancro ai polmoni.
Nello stesso 1963 viene edita, insieme con Una questione privata, la raccolta di racconti Un giorno di fuoco, che ottiene il Premio Puccini-Senigallia. Lo stesso volume viene riedito nel 1965, ma con il titolo Una questione privata.
Postumi appaiono, inoltre, Frammenti di romanzo su «Cratilo» (luglio 1963), Aloysius Butor su «45° Parallelo» (1964) e L’affare dell’anima su «Fenoglio inedito» (1968). Dai manoscritti, raccolti ad Alba in un apposito Fondo Fenoglio, che tanti problemi filologici e critici hanno sollevato, sono stati ricavati anche altri volumi: Il partigiano Johnny, vincitore del Premio Prato (1968) e La paga del sabato (1969).
Ed ancora sono usciti Un Fenoglio alla prima guerra mondiale (1973), La voce nella tempesta (1974), riduzione teatrale del romanzo di Emily Brontë, Wuthering Heights (Cime tempestose) e Il vento nei salici (1982), traduzione di The Wind in the Willows di Kenneth Grahame.
Nel 1978 è stata pubblicata, infine, presso l’editore Einaudi l’edizione critica delle sue Opere, diretta da Maria Corti.
Stile
I romanzi e i racconti di Fenoglio sono caratterizzati da una narrazione rapida, essenziale, tutta azione, concentrata in scene fortemente “visive” di impatto immediato. Il linguaggio è asciutto, secco e nervoso. Completamente diverso dalle altre opere è il partigiano Johnny che presenta un linguaggio prezioso, ricco di forzature espressive e termini inglesi. La semplicità della scrittura, tuttavia si accompagna a una forte intensità emotiva.
L’esperienza della guerra partigiana è raccontata in modo asciutto e preciso e con molta ironia. I personaggi di Fenoglio vivono la Resistenza come avventura umana, senza agganciarsi ad un preciso riferimento ideologico. Nei romanzi di Fenoglio manca ogni intento celebrativo della Resistenza, la guerra civile è descritta come un racconto epico in cui i protagonisti sono eroi classici. Tutti i suoi protagonisti sono chiare proiezioni dell’autore, studenti universitari arruolati nelle formazioni partigiane “azzurre”, imbevuti di cultura inglese. Infine il nemico nei romanzi di Fenoglio cessa di essere demonizzato, si preferisce comprenderlo nelle sue più intime motivazioni.
Riassunto di “Una questione privata”
La storia è ambientata nel paesaggio boscoso del nord Italia, precisamente ad Alba, dove Milton, insieme ad altri partigiani si scontra con gli schieramenti dei fascisti. Milton è uno dei pochi veterani della brigata dei partigiani Badogliani, ed è il protagonista della storia. Prima di diventare partigiano si era innamorato di Fulvia, una ragazza di Torino rifugiatasi ad Alba. Tutto ha inizio quando Milton viene a sapere dalla custode del casolare di Fulvia (quest’ultima nel frattempo era ritornata a Torino) che la stessa aveva avuto una storia d’amore, molto piu’ intensa della sua, con Giorgio, un suo amico che attualmente militava con lui fra i partigiani. Milton rimane scioccato da questa rivelazione e decide di andare in cerca di Giorgio per conoscere tutta la verità. Dopo aver cercato alla base e in paese Milton viene a sapere che Giorgio era stato catturato dai fascisti, cosi’ decide di cercare un ostaggio con cui poterlo scambiare. Non trovando ostaggi nelle altre brigate dei partigiani, Milton decide di dirigersi verso Santo Stefano per catturarne uno. Giunto a Santo Stefano si ritrova nel bel mezzo di un combattimento ed è costretto a rifugiarsi in una fattoria, dove gli viene dato del cibo. Viene poi a sapere dalla padrona della fattoria che un sergente fascista abitualmente si recava da una loro vicina per degli incontri amorosi. Milton dopo aver studiato un semplice piano alcuni giorni dopo cattura il sergente, ma poco dopo è costretto ad ucciderlo perchè cerca di fuggire. Milton ormai scoraggiato di poter conoscere la verità decide di tornare al casolare di Fulvia per saperne di piu’ dalla custode, ma proprio nei pressi di questo incappa in una squadra fascista che dopo un prolungato inseguimento lo uccide.
Commento critico a “Una questione privata”
Beppe Fenoglio ebbe uno scambio epistolare con Gina Lagorio. Quelle lettere sono state poi importanti per risolvere la questione delle opere postume dello scrittore piemontese. Di Una questione privata, uscito postumo nel 1963, Gina Lagorio fa in un suo saggio monografico uno studio dettagliato e appassionato.
Fenoglio morì il 18 febbraio 1963; due mesi dopo usciva da Garzanti Un giorno di Fuoco. Nel settembre dello stesso anno si aveva la seconda edizione; nell’aprile 1965 l’opera apparve con il titolo mutato: Una questione privata. Le prime due edizioni ponevano infatti l’accento su quello che era considerato generalmente il più bello dei racconti fenogliani; la terza dava rilievo invece al racconto lungo o romanzo breve che era stato pubblicato insieme ai racconti.
Probabilmente l’editore non aveva previsto il successo incondizionato che arrise invece a Una questione privata, da molti considerata fin dal suo apparire l’approdo ultimo e insieme l’apice toccato dall’arte dell’albese.
[…], come è indubbio oramai che Una questione privata è incompiuta (l’abbiamo pubblicata, avverte l’introduzione, per interessamento e cura degli «amici»), altrettanto fuori discussione è l’altezza di poesia con essa raggiunta da Fenoglio.
Una questione privata è il titolo che Fenoglio usava, parlandone con la moglie, per illustrare la storia di Milton, che è una storia a sé, senza interferenze con altre dell’epopea partigiana con cui Fenoglio continuava idealmente a convivere senza staccarsene mai del tutto e basterebbe osservare come si avvicendino, nei suoi racconti, le storie contadine a quelle epiche. Anche se idealmente Milton rientra nella stessa grande epopea, e dietro di lui si avvertono Raoul e Johnny (i protagonisti rispettivamente de Gli inizi del partigiano Raoul in I ventitré giorni della città di Alba e de Il partigiano Johnny), la storia raccontata in Una questione privata è conchiusa in un giro tutto suo, è veramente la privata ossessione di Milton, che s’inserisce, attingendone sangue vivo, e dandogliene, nella storia di tutti.
[...] il «classico» Fenoglio ci ha dato, con la storia di Fulvia e di Milton, uno degli amori più disperatamente romantici della nostra narrativa, una storia classicamente raccontata per maturità di stile, ma di una passione contenuta in cerchi sempre più stretti intorno a un’immagine di donna, che è insieme affermazione di vita e desiderio di assoluto; la storia di un’ossessione che finisce col farsi destino, ostinata, patetica e struggente, come la poesia solo può esserlo.
L’alternarsi delle vicende reali con quelle solo rievocate e sognate è l’elemento determinante della straordinaria liricità e drammaticità insieme della storia di Milton: ed è anche la chiave per capirne il senso profondo, giustificazione prima ed assoluta del suo fascino.
La tecnica del flash-back che Fenoglio aveva già altre volte usata da maestro ne La Malora segna qui uno dei due versanti su cui si regge la storia di Milton: Milton partigiano, uomo d’azione, è circondato da cose visibili, spesso spiacevoli, grevi, pesanti, ossessive, come il fango, la pioggia e la brutalità della guerra; Milton pensiero, anima, cuore, sogni, Milton invisibile, è affacciato su quell’altro versante, pieno di musica e di luci, dolcemente e dolorosamente riflesso in un volto di donna.
Milton ha bisogno dell’amore di Fulvia per accettare la vita, ma ne ha bisogno anche per accettare la morte. L’ambiguità di questo amore è l’ambiguità della storia di Milton, e il suo senso profondo, perché offre della realtà due facce: una del sogno romantico conservato intatto, nella memoria e nel cuore; l’altra del tradimento forse perpetrato, che sconvolge la mente e il sangue.
[...], quando Milton insegue la sua verità, insegue anche il suo disperato bisogno di sapere se dietro tutto il marcio che la vita gli dispiega intorno, si può essere ancora uomini in un pensiero d’amore condiviso con abbandonata certezza. La corsa di Milton è la sua agonia, in una dimensione che non è solo quella delle colline, ma di tutta la vita, con la sua rabbia e la sua potenza di amore, ed è ritmata nel fango e nel vento, tangibile e concreta, ma è anche la più carica di simboli non terrestri che ci sia stato dato d’incontrare nelle pagine del dopoguerra.
Anche per questo, la questione privata supera i limiti della storia di Milton, e si carica di simboli universali che le fanno superare insieme le formule ufficiali del realismo nel cui ambito Fenoglio si trovò ad assolvere la sua parte di testimone di una generazione tribolata: per questo facciamo nostro, a conclusione dell’esame di un’opera che ci pare segnare il culmine dell’impegno letterario di Fenoglio, il giudizio di Italo Calvino (prefazione alla seconda edizione de Il sentiero dei nidi di ragno, 1964):
Una questione privata è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo scritta, serbata per tanti anni limpidamente nella memoria fedele, e con tutti i suoi valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché.
Calvino, oltre a centrare le ragioni poetiche di Una questione privata, assegna al libro un compito storico ben preciso: quello di concludere una stagione narrativa, delle più cariche di ragioni civili e umane e letterarie (la stagione della narrativa della Resistenza, o più largamente neorealistica) «il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va da Il sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata».
Zani Stefano
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