Narciso e Boccadoro

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Testo

Hermann Hesse
Narciso e Boccadoro
( Caratterizzazione dei personaggi
Abate Daniele: “Egli era generalmente amato e non aveva nemici; per lui tutto era bontà;egli poteva essere un santo, ma certo un dotto non era. Possedeva quella semplicità che è saggezza, ma il suo latino era modesto, e il greco non lo sapeva affatto”.
Padre di Boccadoro: “Era un signore maturo, dal volto preoccupato e un po’ contratto”. Voleva a tutti i costi che suo figlio, Boccadoro, entrasse nel convento.
Lisa: “Quella giovane donna con il vestito azzurro stinto, con il fazzoletto rosso legato intorno ai capelli neri, un viso abbronzato dal sole estivo.
Aveva la vita snella e le anche robuste”.
Con lei passò la prima notte d’amore.
Contadina (86-89): “Ella aveva labbra forti ed assetate, denti forti e brillanti, braccia forti, arrossate dal sole; ma sotto il collo e giù nella persona era bianca e tenera. Parole ne sapeva poche, ma in fondo alla sua gola cantava una musica dolce e allettatrice”.
Lidia: Ella aveva diciotto anni; con i suoi dolci capelli biondi, con la sua infantilità e con la sua tenerezza aveva incantato Boccadoro.
Si sarebbe concessa a lui soltanto dopo il matrimonio, ma Boccadoro, avendo uno spirito da ricercatore vagabondo, era contrario.
Giulia: “Ella aveva appena sedici anni; agli inizi si chiudeva tutta, fiera per timidezza”. Pio cominciò a interporsi tra la sorella, Lidia, e Boccadoro.
“Poteva mostrare una freddezza e un’avversione esagerata, ma nei momenti d’oblio poteva mostrare ammirazione e cupida curiosità”.
“Era provocante e perturbatrice la bella e capricciosa creatura che Boccadoro considerava più bella di Lidia”.
Gianni: “Quel ragazzo con quegli occhi azzurri chiari, con quel viso di buon ragazzo impacciato e con i denti brillanti, aveva un animo buono e gentile con tutti, ma non avrebbe mai ceduto il suo coltello”.
Vittore: “Era un perticone avventuroso, dall’aspetto fra il prete e il brigante. Si presentò come un goliardo vagante, quantunque l’età dello studente l’avesse passata da un pezzo.
Quest’uomo dalla barbetta guzza” ne fece passare di tutti i colori a Boccadoro; non ci si poteva fidare di lui; all’improvviso poteva cercare di ucciderti per una moneta d’oro.
Fu lui il primo ad essere assassinato da Boccadoro.
Nicola: “Quell’uomo che, nella testa severa e già un po’ incautina e nelle mani d’artefice, dure ma nobili e vive, possedeva così meravigliose forze magiche. Aveva uno sguardo scrutatore, inesorabilmente acuto.
Egli possedeva molta pazienza, molto studio e riflessione, molta modestia e conoscenza del dubbio valore d’ogni lavoro umano vi stavano scritti, ma anche fede nel proprio compito”. Di lui ti colpivano gli occhi azzurri chiari; Proprio lui diede a Boccadoro, naturalmente come apprendista e non come maestro artigiano, il suo primo lavoro.
Elisabetta: “Era una bellissima fanciulla bionda, coi capelli illuminati. Era una figura imponente, alta quasi come suo padre (il maestro Nicola), ma se ne stava tutta pudica e inaccessibile come in una campana di vetro e non rivolgeva mai una parola a nessuno.”
Roberto: “Uomo ancor giovane, in veste e cappello da pellegrino. Aveva la residenza sul lago di Costanza.
Voleva fare un pellegrinaggio a Roma. Colta l’occasione della morte del padre, egli partì spinto dalla voglia di girare il mondo. Sapeva un po’ di latino, ma non era la dottrina la meta delle sue aspirazioni, bensì la contemplazione e l’esaltazione all’ombra della volta di una chiesa. Ottimo compagno, ma uomo molto pauroso. Incontrata la peste e vista una compagna di viaggio (Lena) morire per essa, fuggì da tutti e da tutto”.
Lena: “Questa bella fanciulla aveva un volto luminoso e sorridente; Con i capelli color bruno, era una cara compagna timida e inesperta, ma tutt’amore. Molto previdente, aveva trovato in Boccadoro un ottimo compagno”.
Assieme a loro c’era Roberto, un ottimo falegname, ma una persona troppo paurosa. Ella morì di peste, dopo che un uomo nella foresta gli aveva fatto violenza.
Rebecca: “Era un pochino pazza questa giovane ebrea dai capelli neri e dagli occhi ardenti. Aveva dolci palpebre intelligenti, belle spalle, un collo bianco e un piccolo piede. Tutti quanti avevano dato la colpa della peste agli ebrei, aveva visto morire tutti i suoi cari, e per niente al mondo avrebbe fatto qualcosa di piacevole; Boccadoro s’attardò con ella due giorni”.
Maria: “Era una bimba di quindici anni, una creatura quieta e malaticcia con dei begli occhi, ma con un difetto all’articolazione del femore, che la faceva zoppicare”. Ella ospitò Boccadoro nella casa dei genitori, in svariate situazioni.

Agnese: “Era una donna alta e biondissima, con gli occhi azzurri curiosi e un po’ freddi, membra solide ed energiche e un viso florido, spirante di gioia di godimento e di potenza, sicurezza di se e curiosità dei sensi all’erta. Boccadoro la vide per la prima volta, mentre si ergeva sul cavallo bruno un po’ altera e imperiosa, abituata al comando ma non chiusa e in atteggiamento difensivo: sotto i suoi occhi un po’ freddi vibravano narici mobili, aperte a tutti i profumi del mondo, e la bocca grande e carnosa sembrava fata per prendere e per dare.
Era ricca di sensi e di anima, accessibile a tutte le tempeste, delicata e selvaggia, esperta di passioni per antica eredità di sangue”.
Fu l’ultima donna con cui Boccadoro stette veramente, e fu per lei che rischiò la vita.
Narciso: “Narciso era un fanciullo prodigio, un bel giovane dal greco elegante, dall’inappuntabile contegno cavalleresco, dallo sguardo calmo e penetrante di pensatore, dalle labbra severe e ben disegnate.
Gli eruditi amavano in lui la straordinaria conoscenza del greco, quasi tutti la nobiltà e la finezza, molti ne erano innamorati per la sua taciturnità, il suo dominio sopra se stesso, le sue maniere eccessivamente compite urtavano taluni.
Questo giovane dagli occhi scuri aveva un particolare legame con l’abate Daniele.
Sentivano tra loro un’affinità e un’attrazione reciproca più forte che verso tutti gli altri ospiti del convento”.
Narciso trovò un ottimo compagno in Boccadoro, in lui scovò l’anima affine, benché sembrasse l’opposto in tutto.
Pensava a Boccadoro costantemente, desiderava farselo amico, avrebbe voluto attirarlo a se, guidarlo, illuminarlo, accrescerne le sue forze e portarlo alla fioritura.
Il loro rapporto fu sempre moto profondo; i loro animi erano in sintonia perfino quando Boccadoro vagabondava tra la peste e le donne.
Fu proprio Narciso che lo salvò dalla morte, fu proprio lui l’ultimo pensiero di Boccadoro mentre la sua vita si spegneva.

Boccadoro: Lo possiamo definire il personaggio principale dl romanzo di Herman Hesse.
“Quando entrò nel convento fu sorpreso da due persone: l’abate Daniele e Narciso. Il primo gli sembrava quasi un santo, ed avrebbe voluto offrirgli i sui servigi. Narciso era la sua fonte ispiratrice. Benché fossero gli opposti, quanto desiderò essergli amico.
Questo ragazzino dagli occhi azzurri non aveva né fratelli né sorelle, solo un padre e un vago ricordo della madre.
Quel vago ricordo si ingrandiva ogni volta che stava presso una donna. Ognuna di esse lo attraeva, lo appassionava, lo inteneriva, e in tutte loro ritrovava la madre.
Boccadoro incontrò anche compagni di viaggio: uno lo uccise, l’altro fuggì.
Nonostante avesse incontrato da vicino la morte, tramite la peste che lo circondò e la condanna a morte, egli morì felice nel convento di Mariabronn.
Il suo amico Narciso gli stette sempre vicino, se non con il corpo, con la mente e le preghiere.
Boccadoro sperimentò la vita e attraverso l’arte la sintetizzò. Aveva imparato a conoscere i volti dell’uomo, aveva compreso il mistero che stà dietro ciascuno di noi.
Voleva lasciare qualcosa che durasse più della sua vita, che cosa meglio di un opera d’arte , magari la madre del mondo, che magari avesse avuto le sembianze della sua defunta madre?
Abbellì il convento con le sue opere, diventò un maestro d’arte, ma morì con il suo più grande sogno.
Personaggi minori: Frate portinaio, Adolfo, Corrado, Everardo, le due ragazze della sua prima scappata, Padre Anselmo, madre di Boccadoro, Kuno, Dama, Francesca(2), Max, Betta, Eric, e Padre Antonio.
( Riassunto
Tutta la storia ha inizio nel convento di Maribronn, quando, una mattina, un distinto signore, introduce il figlioletto alla carriera monastica.
Questi era Boccadoro, uno splendido ragazzino dagli occhi azzurri, molto gentile e affezionato.
Subito fu ammagliato da due persone: Narciso e l’abate Daniele. Divenne subito molto amico di tutti, ma specialmente di Narciso, il giovane insegnante che tanto lo intrigava.
Tutto sembrava facile, ma una notte, spinto da alcuni compagni, usci dal convento con essi per incontrarsi con delle ragazze. Da quella notte tutto cambiò. Mentre Narciso nei pensieri dell’amico, Boccadoro non prestava più attenzione a nulla, il suo animo era travagliato da enormi pensieri, tanto grandi che un giorno svenne.
Curato da padre Anselmo, un giorno ebbe da sbrigare un commissione nel bosco da parte di qust’ultimo; nella foresta incontro una giovane fanciulla (Lisa): da lì cominciò il suo futuro da vagabondo.
Tornato in convento salutò Narciso, e la notte stessa partì con la giovane Lisa. Passò una stupenda notte d’amore con lei, ma quando ella lo abbandonò, egli continuò a vagabondare da solo. Nella foresta cominciò a pensare a sua madre, a Narciso e a tutta la sua giovinezza. Approdato in un villaggio, fu ospite di una casa di contadini. Lì conobbe la moglie del padrone, che la notte gli dimostrò tutta la sua ospitalità. Il mattino seguente ripartì, e dopo lunghi giorni di viaggio, approdò in un castello.
Qui venne ben accolto, e per ricambiare l’ospitalità, aiutò il padrone con il latino.
Nel castello si innamorò di due giovani fanciulle: Lidia e Giulia.
La prima sembrava ricambiasse il suo amore, mentre la seconda era più timida. Boccadoro cercava di accattivarsele entrambe, ma la prima si sarebbe concessa a lui soltanto dopo il matrimonio, mentre la seconda lo respingeva con cattiveria.
Il padrone accortosi di questo gioco di seduzione, scacciò il vagabondo dal castello.
Ripreso il vagabondaggio, incontrò Vittore, quest’uomo non gli sembrava di animo gentile come voleva far credere di essere; infatti la notte tentò di uccidere il povero Boccadoro che nel difendersi lo uccise.
Impaurito e sconvolto approdò in una chiesa dove per la prima volta vide un opera del maestro Nicola; da quell’istante l’arte entrò in lui.
Andò alla ricerca di questo maestro d’arte. Trovato in una città non tanto lontana, subito chiese se poteva esser un suo apprendista.
Il maestro non accettò subito, bensì lo mise alla prova, che Boccadoro superò. Ricominciò a vagabondare in cerca di ispirazioni. Aveva in mente di realizzare la madre del mondo, Eva, con le sembianze della madre. Lungo il viaggio incontrò Roberto che a lungo gli fu compagno di viaggio.
Incontrarono la peste ed una compagna: Lena.
Per un po’ di tempo si stabilirono nella foresta, ma quando uno sconosciuto ferì Lena che morì di peste, Roberto fuggì e Boccadoro si ritrovò di nuovo solo.
Ritornò dal maestro Nicola, (durante il viaggio di ritorno era stato anche con Rebecca: una giovane ebrea sola) ma venne a sapere che anche lui era morto.
Si innamorò di Agnese, che era l’amante del padrone della città; una notte fu scoperto e condannato a morte, ma, a sorpresa, l’amico Narciso lo salvò.
Ritornò in convento dove morì stanco, ma felice.
(Commento
La storia, ambientata in Germania nell’alto medioevo, ha come protagonista una amicizia: quella tra Narciso e Boccadoro. Questa si svolge in una quarantina d’anni, da quando Boccadoro entra nel convento e fa della religione lo scopo della sua vita, a quando muore dopo aver vagabondato per anni passando di situazione in situazione.
Egli fu un gran seduttore, un uomo al servizio dell’arte, un eroe, ma anche un assassino.
Imparò, così, a conoscere l’arte muta dell’amore e della morte; la incontrò con la peste, nel castello vescovile e nel ruscello, ma nel suo destino c’era scritto che poteva morire solamente accanto all’amico Narciso.
Questo testo mi ha appassionato molto, le parole e le descrizioni non sono affatto pesanti, ogni cosa è descritta dentro e fuori, l’armonia tea gli elementi, è la caratteristica principale del romanzo.
Per me il racconto è una riflessione sulla vita, e l’esistenza dell’uomo, sui diversi modi di viverla, incarnati in due personaggi opposti, ma molto legati: Narciso e Boccadoro.
Il primo è un pensatore, un erudito, un uomo che ha scelto la vita monastica e lo studio; il secondo un “vagabondo d’onore”, uno che ha ricercato nel mondo l’immagine della madre dell’uomo, ma che ha trovato la disperazione di questo nell’essere legato ai vincoli dettati dalla società, la stessa che trovò negli ebrei un capro espiatorio contro la peste.
Fondamentalmente questo romanzo ci ha aperto gli occhi sulla VERITA’ dell’uomo, sul suo eterno ed inutile soffrire e godere delle proprie emozioni.

Curatola Michele II^ c

Hermann Hesse
Narciso e Boccadoro
( Caratterizzazione dei personaggi
Abate Daniele: “Egli era generalmente amato e non aveva nemici; per lui tutto era bontà;egli poteva essere un santo, ma certo un dotto non era. Possedeva quella semplicità che è saggezza, ma il suo latino era modesto, e il greco non lo sapeva affatto”.
Padre di Boccadoro: “Era un signore maturo, dal volto preoccupato e un po’ contratto”. Voleva a tutti i costi che suo figlio, Boccadoro, entrasse nel convento.
Lisa: “Quella giovane donna con il vestito azzurro stinto, con il fazzoletto rosso legato intorno ai capelli neri, un viso abbronzato dal sole estivo.
Aveva la vita snella e le anche robuste”.
Con lei passò la prima notte d’amore.
Contadina (86-89): “Ella aveva labbra forti ed assetate, denti forti e brillanti, braccia forti, arrossate dal sole; ma sotto il collo e giù nella persona era bianca e tenera. Parole ne sapeva poche, ma in fondo alla sua gola cantava una musica dolce e allettatrice”.
Lidia: Ella aveva diciotto anni; con i suoi dolci capelli biondi, con la sua infantilità e con la sua tenerezza aveva incantato Boccadoro.
Si sarebbe concessa a lui soltanto dopo il matrimonio, ma Boccadoro, avendo uno spirito da ricercatore vagabondo, era contrario.
Giulia: “Ella aveva appena sedici anni; agli inizi si chiudeva tutta, fiera per timidezza”. Pio cominciò a interporsi tra la sorella, Lidia, e Boccadoro.
“Poteva mostrare una freddezza e un’avversione esagerata, ma nei momenti d’oblio poteva mostrare ammirazione e cupida curiosità”.
“Era provocante e perturbatrice la bella e capricciosa creatura che Boccadoro considerava più bella di Lidia”.
Gianni: “Quel ragazzo con quegli occhi azzurri chiari, con quel viso di buon ragazzo impacciato e con i denti brillanti, aveva un animo buono e gentile con tutti, ma non avrebbe mai ceduto il suo coltello”.
Vittore: “Era un perticone avventuroso, dall’aspetto fra il prete e il brigante. Si presentò come un goliardo vagante, quantunque l’età dello studente l’avesse passata da un pezzo.
Quest’uomo dalla barbetta guzza” ne fece passare di tutti i colori a Boccadoro; non ci si poteva fidare di lui; all’improvviso poteva cercare di ucciderti per una moneta d’oro.
Fu lui il primo ad essere assassinato da Boccadoro.
Nicola: “Quell’uomo che, nella testa severa e già un po’ incautina e nelle mani d’artefice, dure ma nobili e vive, possedeva così meravigliose forze magiche. Aveva uno sguardo scrutatore, inesorabilmente acuto.
Egli possedeva molta pazienza, molto studio e riflessione, molta modestia e conoscenza del dubbio valore d’ogni lavoro umano vi stavano scritti, ma anche fede nel proprio compito”. Di lui ti colpivano gli occhi azzurri chiari; Proprio lui diede a Boccadoro, naturalmente come apprendista e non come maestro artigiano, il suo primo lavoro.
Elisabetta: “Era una bellissima fanciulla bionda, coi capelli illuminati. Era una figura imponente, alta quasi come suo padre (il maestro Nicola), ma se ne stava tutta pudica e inaccessibile come in una campana di vetro e non rivolgeva mai una parola a nessuno.”
Roberto: “Uomo ancor giovane, in veste e cappello da pellegrino. Aveva la residenza sul lago di Costanza.
Voleva fare un pellegrinaggio a Roma. Colta l’occasione della morte del padre, egli partì spinto dalla voglia di girare il mondo. Sapeva un po’ di latino, ma non era la dottrina la meta delle sue aspirazioni, bensì la contemplazione e l’esaltazione all’ombra della volta di una chiesa. Ottimo compagno, ma uomo molto pauroso. Incontrata la peste e vista una compagna di viaggio (Lena) morire per essa, fuggì da tutti e da tutto”.
Lena: “Questa bella fanciulla aveva un volto luminoso e sorridente; Con i capelli color bruno, era una cara compagna timida e inesperta, ma tutt’amore. Molto previdente, aveva trovato in Boccadoro un ottimo compagno”.
Assieme a loro c’era Roberto, un ottimo falegname, ma una persona troppo paurosa. Ella morì di peste, dopo che un uomo nella foresta gli aveva fatto violenza.
Rebecca: “Era un pochino pazza questa giovane ebrea dai capelli neri e dagli occhi ardenti. Aveva dolci palpebre intelligenti, belle spalle, un collo bianco e un piccolo piede. Tutti quanti avevano dato la colpa della peste agli ebrei, aveva visto morire tutti i suoi cari, e per niente al mondo avrebbe fatto qualcosa di piacevole; Boccadoro s’attardò con ella due giorni”.
Maria: “Era una bimba di quindici anni, una creatura quieta e malaticcia con dei begli occhi, ma con un difetto all’articolazione del femore, che la faceva zoppicare”. Ella ospitò Boccadoro nella casa dei genitori, in svariate situazioni.

Agnese: “Era una donna alta e biondissima, con gli occhi azzurri curiosi e un po’ freddi, membra solide ed energiche e un viso florido, spirante di gioia di godimento e di potenza, sicurezza di se e curiosità dei sensi all’erta. Boccadoro la vide per la prima volta, mentre si ergeva sul cavallo bruno un po’ altera e imperiosa, abituata al comando ma non chiusa e in atteggiamento difensivo: sotto i suoi occhi un po’ freddi vibravano narici mobili, aperte a tutti i profumi del mondo, e la bocca grande e carnosa sembrava fata per prendere e per dare.
Era ricca di sensi e di anima, accessibile a tutte le tempeste, delicata e selvaggia, esperta di passioni per antica eredità di sangue”.
Fu l’ultima donna con cui Boccadoro stette veramente, e fu per lei che rischiò la vita.
Narciso: “Narciso era un fanciullo prodigio, un bel giovane dal greco elegante, dall’inappuntabile contegno cavalleresco, dallo sguardo calmo e penetrante di pensatore, dalle labbra severe e ben disegnate.
Gli eruditi amavano in lui la straordinaria conoscenza del greco, quasi tutti la nobiltà e la finezza, molti ne erano innamorati per la sua taciturnità, il suo dominio sopra se stesso, le sue maniere eccessivamente compite urtavano taluni.
Questo giovane dagli occhi scuri aveva un particolare legame con l’abate Daniele.
Sentivano tra loro un’affinità e un’attrazione reciproca più forte che verso tutti gli altri ospiti del convento”.
Narciso trovò un ottimo compagno in Boccadoro, in lui scovò l’anima affine, benché sembrasse l’opposto in tutto.
Pensava a Boccadoro costantemente, desiderava farselo amico, avrebbe voluto attirarlo a se, guidarlo, illuminarlo, accrescerne le sue forze e portarlo alla fioritura.
Il loro rapporto fu sempre moto profondo; i loro animi erano in sintonia perfino quando Boccadoro vagabondava tra la peste e le donne.
Fu proprio Narciso che lo salvò dalla morte, fu proprio lui l’ultimo pensiero di Boccadoro mentre la sua vita si spegneva.

Boccadoro: Lo possiamo definire il personaggio principale dl romanzo di Herman Hesse.
“Quando entrò nel convento fu sorpreso da due persone: l’abate Daniele e Narciso. Il primo gli sembrava quasi un santo, ed avrebbe voluto offrirgli i sui servigi. Narciso era la sua fonte ispiratrice. Benché fossero gli opposti, quanto desiderò essergli amico.
Questo ragazzino dagli occhi azzurri non aveva né fratelli né sorelle, solo un padre e un vago ricordo della madre.
Quel vago ricordo si ingrandiva ogni volta che stava presso una donna. Ognuna di esse lo attraeva, lo appassionava, lo inteneriva, e in tutte loro ritrovava la madre.
Boccadoro incontrò anche compagni di viaggio: uno lo uccise, l’altro fuggì.
Nonostante avesse incontrato da vicino la morte, tramite la peste che lo circondò e la condanna a morte, egli morì felice nel convento di Mariabronn.
Il suo amico Narciso gli stette sempre vicino, se non con il corpo, con la mente e le preghiere.
Boccadoro sperimentò la vita e attraverso l’arte la sintetizzò. Aveva imparato a conoscere i volti dell’uomo, aveva compreso il mistero che stà dietro ciascuno di noi.
Voleva lasciare qualcosa che durasse più della sua vita, che cosa meglio di un opera d’arte , magari la madre del mondo, che magari avesse avuto le sembianze della sua defunta madre?
Abbellì il convento con le sue opere, diventò un maestro d’arte, ma morì con il suo più grande sogno.
Personaggi minori: Frate portinaio, Adolfo, Corrado, Everardo, le due ragazze della sua prima scappata, Padre Anselmo, madre di Boccadoro, Kuno, Dama, Francesca(2), Max, Betta, Eric, e Padre Antonio.
( Riassunto
Tutta la storia ha inizio nel convento di Maribronn, quando, una mattina, un distinto signore, introduce il figlioletto alla carriera monastica.
Questi era Boccadoro, uno splendido ragazzino dagli occhi azzurri, molto gentile e affezionato.
Subito fu ammagliato da due persone: Narciso e l’abate Daniele. Divenne subito molto amico di tutti, ma specialmente di Narciso, il giovane insegnante che tanto lo intrigava.
Tutto sembrava facile, ma una notte, spinto da alcuni compagni, usci dal convento con essi per incontrarsi con delle ragazze. Da quella notte tutto cambiò. Mentre Narciso nei pensieri dell’amico, Boccadoro non prestava più attenzione a nulla, il suo animo era travagliato da enormi pensieri, tanto grandi che un giorno svenne.
Curato da padre Anselmo, un giorno ebbe da sbrigare un commissione nel bosco da parte di qust’ultimo; nella foresta incontro una giovane fanciulla (Lisa): da lì cominciò il suo futuro da vagabondo.
Tornato in convento salutò Narciso, e la notte stessa partì con la giovane Lisa. Passò una stupenda notte d’amore con lei, ma quando ella lo abbandonò, egli continuò a vagabondare da solo. Nella foresta cominciò a pensare a sua madre, a Narciso e a tutta la sua giovinezza. Approdato in un villaggio, fu ospite di una casa di contadini. Lì conobbe la moglie del padrone, che la notte gli dimostrò tutta la sua ospitalità. Il mattino seguente ripartì, e dopo lunghi giorni di viaggio, approdò in un castello.
Qui venne ben accolto, e per ricambiare l’ospitalità, aiutò il padrone con il latino.
Nel castello si innamorò di due giovani fanciulle: Lidia e Giulia.
La prima sembrava ricambiasse il suo amore, mentre la seconda era più timida. Boccadoro cercava di accattivarsele entrambe, ma la prima si sarebbe concessa a lui soltanto dopo il matrimonio, mentre la seconda lo respingeva con cattiveria.
Il padrone accortosi di questo gioco di seduzione, scacciò il vagabondo dal castello.
Ripreso il vagabondaggio, incontrò Vittore, quest’uomo non gli sembrava di animo gentile come voleva far credere di essere; infatti la notte tentò di uccidere il povero Boccadoro che nel difendersi lo uccise.
Impaurito e sconvolto approdò in una chiesa dove per la prima volta vide un opera del maestro Nicola; da quell’istante l’arte entrò in lui.
Andò alla ricerca di questo maestro d’arte. Trovato in una città non tanto lontana, subito chiese se poteva esser un suo apprendista.
Il maestro non accettò subito, bensì lo mise alla prova, che Boccadoro superò. Ricominciò a vagabondare in cerca di ispirazioni. Aveva in mente di realizzare la madre del mondo, Eva, con le sembianze della madre. Lungo il viaggio incontrò Roberto che a lungo gli fu compagno di viaggio.
Incontrarono la peste ed una compagna: Lena.
Per un po’ di tempo si stabilirono nella foresta, ma quando uno sconosciuto ferì Lena che morì di peste, Roberto fuggì e Boccadoro si ritrovò di nuovo solo.
Ritornò dal maestro Nicola, (durante il viaggio di ritorno era stato anche con Rebecca: una giovane ebrea sola) ma venne a sapere che anche lui era morto.
Si innamorò di Agnese, che era l’amante del padrone della città; una notte fu scoperto e condannato a morte, ma, a sorpresa, l’amico Narciso lo salvò.
Ritornò in convento dove morì stanco, ma felice.
(Commento
La storia, ambientata in Germania nell’alto medioevo, ha come protagonista una amicizia: quella tra Narciso e Boccadoro. Questa si svolge in una quarantina d’anni, da quando Boccadoro entra nel convento e fa della religione lo scopo della sua vita, a quando muore dopo aver vagabondato per anni passando di situazione in situazione.
Egli fu un gran seduttore, un uomo al servizio dell’arte, un eroe, ma anche un assassino.
Imparò, così, a conoscere l’arte muta dell’amore e della morte; la incontrò con la peste, nel castello vescovile e nel ruscello, ma nel suo destino c’era scritto che poteva morire solamente accanto all’amico Narciso.
Questo testo mi ha appassionato molto, le parole e le descrizioni non sono affatto pesanti, ogni cosa è descritta dentro e fuori, l’armonia tea gli elementi, è la caratteristica principale del romanzo.
Per me il racconto è una riflessione sulla vita, e l’esistenza dell’uomo, sui diversi modi di viverla, incarnati in due personaggi opposti, ma molto legati: Narciso e Boccadoro.
Il primo è un pensatore, un erudito, un uomo che ha scelto la vita monastica e lo studio; il secondo un “vagabondo d’onore”, uno che ha ricercato nel mondo l’immagine della madre dell’uomo, ma che ha trovato la disperazione di questo nell’essere legato ai vincoli dettati dalla società, la stessa che trovò negli ebrei un capro espiatorio contro la peste.
Fondamentalmente questo romanzo ci ha aperto gli occhi sulla VERITA’ dell’uomo, sul suo eterno ed inutile soffrire e godere delle proprie emozioni.

Curatola Michele II^ c

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