Rousseau

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Testo

Jean-Jacque Rousseau
Vita e opere
Se è vero che l’Illuminismo francese è il movimento di idee che più di ogni altro rappresenta la coerenza dei principi filosofici che, a partire dal Settecento, degnano l’epoca moderna, è anche vero che l’opera di Rousseau ne esprime l’eterogeneità e le contraddizioni. Se l’Enclyclopédie è il manifesto di un’epoca che si è ormai lasciata alle spalle i grandi sistemi seicenteschi e si dedica alla contemplazione collettiva di un sapere distinto in rami ma unitario alla radice, l’opera di Rousseau è il manifesto individuale, e solitario, della critica verso i valori culturali dominanti.
Nono solo Rousseau elabora in modo del tutto originale i temi diffusi tra i filosofi suoi contemporanei, ma ne rovescia sostanzialmente le domande: alla questione sull’origine della disuguaglianza sociale egli risponde con un’analisi delle possibilità di uguaglianza; alla tesi relativistica della diversità dei costumi contrappone la tesi della morale universale; alla dottrina del diritto naturale oppone quella del contratto sociale.
Allo stesso modo, i suoi scritti sono spesso concepiti come reazioni polemiche agli scritti di altri; la Lettera sugli spettacoli è una risposta alla Ginevra” di D’Alambert; il Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini e il Contratto sociale rispondono al Diritto naturale di Diderot.
Le “contrapposizioni di Rousseau sono innumerevoli, perché esse costituiscono la logica intrinseca di tutta la sua opera, fino a raggiungere il nucleo della sua vita personale, tutta condotta tra incontri e abbandoni, slanci e rifiuti, vagabondaggi, esili, ritorni.

Nacque a Ginevra il 28 giugno 1712. Figlio di un orologiaio, ebbe un’educazione disordinata. Nel 1728 fuggì da Ginevra, dov’era apprendista presso un artigiano incisore, e dopo numerose peripezie (fece tra l’altro il cameriere a Torino) trovò rifugio presso Madame de Warenes che gli fu madre, amica e amante, ed esercitò un influsso decisivo sulla sua vita. Nel suo soggiorno presto questa signore, Aux Charmettes nelle vicinanze di Chambéry, poté leggere ed istruirsi e trascorrere i soli anni felici della sua vita. Nel 1741 si domiciliò a Parigi, dove entrò qualche anno più avanti in relazione con i filosofo, specialmente con Diderot. Fu appunto recandosi a visitare Diderot, che era stato arbitrariamente chiuso i carcere, che Rousseau legge (1749) nel “Mercuri de France” il tema proposto dall’Accademia di Digione per un concorso: “Il progresso delle scienze e delle arti ha contribuito al miglioramento del costume?”. Rousseau stesso più tardi descrisse in una lettera (II Lettera a Malesherbes, 12 gennaio 1762) l’illuminazione che si fece in lui in quel momento e che decise dell’orientamento della sua dottrina. Il Discorso sulle scienze e le arti, pubblicato un anno dopo (1750), gli procurò un grande successo. La società brillante di Parigi era pronta ad accoglierlo, ma il temperamento timido, scontroso e sospettoso del filosofo non era fatto per le relazioni sociali. Aveva conosciuto nel 1745 un donna grossolana ed incolta, Thérèse Lavasseur, che più tardi sposò e dalla quale non si separò fino alla morte. Dopo essere tornato per qualche tempo a Ginevra, dove le sue stranezze e la sua scontrosità gli fecero molti nemici, si fissò di nuovo a Parigi in una casa che Madame d’Epinay aveva messo a disposizione presso la foresta di Montmorency; ed in seguito fu ospite del Maresciallo di Luxemburg nel suo castello di Montmorency (1758-1762). In questo periodo scrisse e pubblicò le sue opere fondamentali: la Nuova Eloisa, il Contratto Sociale e .. Dopo la pubblicazione di quest’ultima opera (1762), che fu condannata come empia, Rousseau fu costretto a fuggire dalla Francia. Cacciato da vari luoghi, accettò nel 1765 l’ospitalità che Hume gli offriva in Inghilterra; ma si mise presto in urto anche con lui che accusò di cospirare con i suoi nemici. Ritornato a Parigi, egli condusse l’esistenza inquieta e tormentata descritta nei Sogni di un viandante solitario. Fu infine accolto ad Ermenonville dal Marchese di Girardin e qui morì il 2 luglio 1778.
Nell’opera di Rousseau l’entusiasmo e l’oratoria prevalgono di gran lunga sul ragionamento e la dimostrazione. È perfino lecito dubitare (e si è spesso dubitato) se i vari aspetti del suo pensiero si lasciano ricondurre ad una certa coerenza che garantisca l’unità della sua personalità di filosofo. Da un lato (nei Discorsi e nella Nuova Eloisa) Rousseau sia banditore di un individualismo radicale per il quale l’uomo non può né deve riconoscere altra guida che il suo sentimento interiore. Dall’altro lato (nel Contratto sciale) bandisce un conumitarismo radicale per il quale l’individualismo è interamente sottoposto alla volontà generale del corpo politico. In quelle opere, egli considera la società umana come una costruzione artificiosa che limita o distrugge la spontaneità della vita umana; in questa, egli pone lo stato civile al di sopra dello stato naturale e né fa vedere i vantaggi. Questo contrasto, a prima vista insuperabile, può forse essere eliminato o risolto da un chiarimento dei rapporti che intercedono, secondo Rousseau, tra lo stato naturale e lo stato attuale dell’uomo.
La “differenza” della filosofia di Rousseau da quella dei suoi contemporanei è da lui stessa proclamata come una dolorosa diversità personale. Il problema fondamentale della sua teoria filosofica – l’innocenza originaria degli uomini di fronte alla corruzione della civiltà – corrisponde al suo problema esistenziale: la purezza dell’uomo Jean-Jacques di fronte a un ambiente sociale ipocrita e ostile. Nella sua opera, l’autobiografia sentimentale è costantemente intrecciata alle riflessioni speculative.
La commistione del livello speculativo e analitico con quello personale e sentimentale offre una delle possibili chiavi che danno ragione dei paradossi teorici tanto spesso rilevati dalla critica nell’opera di Rousseau. Letteratura, filosofia, autobiografia sono così intrecciate tra loro, nei loro contenuti e nello stile, da rendere difficile dare un’interpretazione univoca delle sue idee. I contemporanei di Rousseau discussero delle sue contraddizioni e dei suoi paradossi, odiandolo e amandolo.
In Francia bisognerà aspettare il nostro secolo per avere un pieno riconoscimento della solidità teorica di Rousseau, mentre in Germania già Kant lo riconobbe come il fondatore dell’etica moderna. I critici di oggi continuano a discutere degli stessi paradossi.

La filosofia di Rousseau
Già nel primo Discorso sulle scienze e sulle arti Rousseau presenta il modello storico che costruirà lo schema di tutte le sue riflessioni: contro l’ottimismo dell’idea di progresso degli illuministi, Rousseau descrive l’azione di corruzione esercitata dallo sviluppo della civiltà – e quindi delle scienze e delle arti sulla vita morale degli uomini.
Dalla comparazione tra mondo greco-romano e mondo moderno Rousseau ricava la dimostrazione del progressivo passaggio dalla semplicità dei costumi e dall’autenticità delle relazioni sociali alla corruzione, l’egoismo, l’ipocrisia, la perdita di libertà, la disuguaglianza.
Nel secondo Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza Rousseau sviluppa lo stesso tema attraverso un’ipotesi metodologica estrema, quella della distinzione tra “uomo naturale” e “uomo sociale”. All’idea condivisa dai razionalisti di un’origine “naturale” delle relazioni sociali, Rousseau oppone un’idea che l’uomo sociale non abbia più nulla di naturale.
Rousseau si spinge fino a descrivere concretamente, e letteralmente, lo sviluppo storico che dallo stato di natura, semplice ed autentico, portò l’uomo allo stato sociale, corrotto e artificiale. Gli immagina che questo sviluppo si articola in tre stadi.
Lo stato di natura - il primo stadio di questo sviluppo - fu il tempo in cui gli uomini vivevano isolati senza socialità, soddisfatti nei loro bisogni perché privi di interessi irrealizzabili, autentici nel loro naturale “amor di sé” e nel loro rapporto immediato con le cose. Il secondo stadio fu il tempo dello stato selvaggio: gli individui si associarono in gruppi, nacquero il primo linguaggio, le passioni i conflitti, dettati, questi, non dal leggi ma da passioni come la paura e la vendetta, pur mitigate dalla pietà naturale. Il terzo stadio fu quello della civilizzazione che ebbe origine dalle prime tecniche e dalle prime forme di lavoro agricolo, quindi dalla recinzione della proprietà; in questo stadio “l’amor di sé” si trasformò in “amor proprio” e da questo derivarono la disuguaglianza, la sopraffazione degli uni sugli altri, la schiavitù, l’ingiustizia.

Decisivi, nello sviluppo storico tracciato da Rousseau, sono i passaggi da uno stadio all’altro, che, secondo Rousseau, avvennero a causa di eventi esterni, catastrofi ambientali che spinsero gli uomini ad associarsi. Le cose, tuttavia, sarebbero potute andare diversamente; questa annotazione, apparentemente di dettaglio, porta invece con sé importanti conseguenze teoriche.
In primo luogo, è dall’idea di “casualità” storica che dipende la critica di Rousseau alla dottrina giusnaturalistica del diritto naturale: per Rousseau i principi del diritto non sono intrinsechi alla natura umana, ma la loro origine dipende anche dall’intervento di eventi esterni; pertanto, istituzioni sociali come la proprietà, la famigli e lo Stato non hanno legittimità di fondamento ma sono discutibili, criticabili e sovvertibile.
A tale critica mira l’ipotesi storica di Rousseau: la sviluppo in tre stadi da lui descritto è più una finzione metodologica che una ricostruzione mitologica della storia umana; tale finzione serve non tanto proporre un’interpretazione della generi della socialità, quanto a mettere in discussione l’ordine sociale esistente.
Il modello storico scelto da Rousseau per illustrare la sua teoria filosofica è nella stessa forma già critico. L’illuminismo è l’epoca della spiegazioni storiche: Turgot indica tre stadi di sviluppo della civiltà, Voltaire quattro epoche, Condocert dieci. Tutte queste spiegazioni propongono modelli di progresso storico positivo. Rousseau contrappone un modello regressivo: la storia è una serie di eventi che agiscono in modo negativo, degradando progressivamente l’uomo. Prendendo di mira la visione ottimistica della società conservatrice della borghesia illuminata, Rousseau denuncia l’ingiustizia e l’oppressione della società reale.
Se già negli articoli di economia politica scritti per l’Encyclopédie Rousseau marcava il suo dissenso dalle idee più diffuse tra gli illuministi, è nel Discorso sulle scienze e sulle arti e in quello Sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza che egli elabora in modo compiuto l’orizzonte del suo pensiero politico; questo si basa fondamentalmente, da un lato, sull’intenzione di criticare – decostruendo i fondamenti - la società esistente, dall’altro sull’intenzione di considerare - ricostruendone i fondamenti - la società politica a patire dal suo “cuore” morale.

L’idea del “funeste hasard”, dell’intervento accidentale e funesto di fattori esterni sullo sviluppo della civiltà umana, introduce a un altro dei temi importanti della filosofia di Rousseau: il tema etico della natura del male.
Contro l’idea hobbesiana dell’uomo cattivo per istinto, Rousseau afferma che, se la progressiva socialità – e quindi la corruzione degli uomini – derivano anche da eventi accidentali, ciò dimostra che la degradazione non è intrinseca alla natura dell’uomo e che l’uomo è originariamente innocente.
Per Rousseau, lo stato di innocenza è uno stato virtuale di possibilità; all’origine l’uomo non è né buono né cattivo, è “perfettibile”.
Nello stato di natura – come nell’infanzia – il comportamento umano è anteriore alla moralità, ma ha in sé disposizioni spontanee alla compassione e alla benevolenza. È la nozione di “pietas”: nello stato selvaggio gli uomini hanno anche passioni positive, come la ripugnanza istintiva a veder soffrire un proprio simile e la propensione istintiva a veder godere un proprio simile. Pietà, eros, felicità sono possibilità naturali degli uomini.
Qui tuttavia comincia a delinearsi il paradosso di Rousseau. Da un lato Rousseau dice che la perfettibilità dell’uomo è solo possibile, non necessariamente determinata dal progresso; infatti il progresso sociale così come si è realizzato non ha perfezionato ma corrotto l’immediatezza naturale degli uomini. D’altra parte Rousseau dice che tale perfettibilità si può produrre comunque nel rapporto con gli altri, nella socialità; infatti, l’originaria innocenza può divenire virtù, cioè comportamento consapevolmente buono, se la disposizione naturale alla reciprocità diviene alta coscienza dei sentimenti comuni.
Tale paradosso si comprende alla luce dell’intenzione apologetica di Rousseau. La critica della società esistente è correlata alla proposta della sua ricostruzione morale; per rifondare l’ordine sociale e politico bisogna ripartire dalla sua genealogia e riscoprire la “sorgente”, ancora viva dei sentimenti individuali, della capacità di relazione autentica e immediata con gli altri. Allo stato attuale, in un mondo ormai governato dall’”apparire” e non più dall’”essere”, tale riscoperta è di ordine morale, proviene cioè da una scelta etica, libera e cosciente. Questa è la “ragione” che Rousseau contrappone alla razionalità illuministica: un sentimento interiore, individuale, della ragione comune.

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  1. rousseau

    discorso sulle scienze e le arti rousseau


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