Le Confessioni di S.Agostino

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Testo

“Le Confessioni”
“Quando cammini e vedi le orme “Non puoi cadere se
di un solo paio di piedi non pensare sei sulle tue ginocchia...”
che Dio t’abbia abbandonato... Anonimo
Egli ti ha in braccio”
Detto cinese
Tra le file interminabili dei filosofi accalcatisi con il loro pensiero sulle pagine dei nostri quaderni scolastici, Sant’Agostino è palesemente quello che ha potuto usufruire dello strumento in assoluto più valido nel suo lungo cammino di maturazione carnale e spirituale: le Sacre Scritture. La sua intensa e voluta ricerca della sapienza potrebbe apparire come una seconda navigazione platonica, per cui - con immane fremito intellettuale - egli avrebbe scoperto ciò che dà senso alla sua esistenza e a quella di tutte le altre cose. Ma Agostino, sebbene con i dovuti travagli che si convengono ad un adeguato percorso di redenzione cristiana, si è semplicemente arreso ad una Sapienza a lui nascosta fin dai tempi più remoti, e sorprendentemente rivelata nella Persona e nelle parole di Gesù Cristo, il Creatore e Signore del cielo e della terra.
Ovviamente Agostino, quale grande dottore della Chiesa, offre ancora oggi utili spunti nella doverosa, seppur eternamente parziale, comprensione della natura divina e dell’uomo, ma perfino per lui, modello estremo di cristiano perfetto, non sarebbe stato possibile addentrarsi così profondamente nei tuttora irrisolti misteri che circondano la vita con la sola forza della sua mente: Agostino è stato potentemente guidato dall’Intelletto superiore e sovraumano dell’Altissimo che l’ha condotto, direi quasi forzatamente, verso la salvezza.
Gesù Cristo, in una delle sue parabole di certo più famose, ha paragonato la sua Parola ad un seme: questo piccolo chicco possiede già in sé, come atto della spiga, la forza per germogliare ed è quindi qualcosa di vivo e capace allo stesso tempo di donare vita a chiunque ne faccia un uso intelligente. Nel leggere “Le Confessioni”, ho sentito di poter paragonare la parabola suddetta alla conversione di Agostino poichè trovo che in lui si sia pienamente realizzata la divina vitalità della Parola di Dio, capace di conquistare ogni uomo, anche colui che gli oppone grande resistenza.
Sebbene non sia detto esplicitamente, possiamo intuire già dai primi capitoli che fin da piccolo Agostino aveva avuto contatto con la Parola. Potremmo infatti leggere nel capitolo undici del primo libro delle Confessioni:
“Avevo udito parlare sin da fanciullo della vita eterna, che ci fu promessa mediante l’umiltà del Signor Dio nostro, sceso fino alla nostra superbia…”
e più avanti:
“Dunque allora io credevo, come mia madre e tutta la casa, eccettuato soltanto mio padre”
Dalla dettagliata narrazione che il Santo compie riguardo alla sua infanzia, apprendiamo poi con facilità che egli conduceva una vita simile a tanti normali fanciulli di quel tempo, immerso in una famiglia come abbiamo già visto “quasi credente” con tutte le svogliatezze e i desideri che la maggior parte dei bambini ancora oggi manifesta.
Passando avanti, l’adolescenza agostiniana, presa da tanti curati di oratorio nei loro ritiri come emblema di uno stile di vita comune a tanti adolescenti, è caratterizzata da un distacco dalla fede e di conseguenza dalla Parola. Agostino cercava fin da allora, incessantemente, la vera essenza della vita terrena, ma nell’intemperanza caratteristica dell’età giovanile, trovava peccaminosa e passeggera felicità nei piaceri carnali e nella ricerca delle glorie umane. Eppure Dio guardava e pazientava, come il nostro autore stesso commenta con evidente affetto filiale; del resto, le sue strade erano e restano infinite... tanto infinite da affidare al grande Cicerone e al suo trattato “Ortensio” il compito di svegliare Agostino dal suo torpore morale, spirituale ed intellettuale. In men che non si dica Agostino si sorprese all’ombra della sua stessa meschinità e cominciò a manifestare il desiderio di approfondire la conoscenza di quella “Suprema Creatura Onnipotente” che aveva fino ad allora ignorato, ma che era sicuro lo avesse da sempre protetto. Non era ancora arrivato a conoscere Dio per mezzo dell’ unica e vera fonte, la Bibbia, ma, tramite la filosofia, cominciò a volgere il suo passo per arrivare alla casa del Padre, che con amorevole occhio continuava a scrutarlo nella Sua immensa prodigalità.
In seguito alla lettura dell’ “Ortensio”, il nostro confuso e titubante Agostino si propose di rivolgere la sua attenzione alle Sacre Scritture, “per vedere come fossero” e se dicessero, o meno, la verità riguardo a Dio. Il suo primo incontro con la Parola non fu sicuramente assai costruttivo o gratificante proprio perché, intento ad una peculiare analisi stilistica, Agostino non ne seppe cogliere la vera essenza salvifica e marcatamente divina . Sentiamolo raccontato dalle sue parole:
”Ebbi l’impressione di un’opera non degna della maestà tulliana ”
E non possiamo certo dar torto al “povero” Agostino se consideriamo la sua formazione: a lui, che si fregiava del titolo di grammatico e retore finissimo, la Bibbia, ad una prima distratta lettura, dovette sembrare una storiella per bambini, come a colui che, cercando la vera sapienza nei paroloni e nella quantità di sinonimi, non garba di certo il sentirsi parlare di Adamo ed Eva che mangiano una mela e vengono cacciati dal paradiso terrestre... per non parlare dei Vangeli stessi, che, per la loro semplicità, fanno gioire gli stessi studenti di greco quando devono tradurre qualche passo.
Eppure è piaciuto a Dio salvare l’uomo con la stoltezza della predicazione e a noi altri non è chiesto di arrossire a causa della esigua varietà stilistica del Vangelo: esso, infatti, è la Potenza di Dio che salva chiunque l’accoglie ed è appositamente fatto per coloro che anelano ad una fonte di saggezza pura ed accessibile. Agostino non concepì subito che proprio ov’è la debolezza per gli uomini, in quello stesso luogo dimora la potenza di Dio, ma lo avrebbe capito presto, tanto da diventare egli stesso maestro di Sapienza divina e nostro padre nella fede.
La prima deludente lettura delle Sacre Scritture lo portò tra “uomini orgogliosi e farneticanti, carnali e ciarlieri all’eccesso”, ovvero i manichei. Questa gente non solo rifiutava totalmente l’Antico Testamento - secondo la teoria della sostituzione, per cui il Nuovo Testamento cancellerebbe e sostituirebbe l’Antico Testamento - ma dava un’interpretazione distorta dei Vangeli e delle lettere di Paolo, tanto che Mani (il fondatore del manicheismo) si definiva “Apostolo di Cristo” e “ il paracleto che doveva venire”. Senza dubbio, il modo di propinare menzogne di questi falsi profeti era affascinante, soprattutto per chi come l’ingenuo Agostino era alla ricerca dell’eccelsa e splendente genesi delle cose che lo circondavano e che lo componevano, ma ancora una volta bisogna ricordare che a Dio è piaciuto rivelare la Sua verità ai “fanciulli d’animo”, non ai “sepolcri imbiancati” di questo mondo, cosi come viene esposto nel quinto libro dell’opera sua dall’Agostino convertito, in occasione del ricordo del suo incontro con il vescovo manicheo Fausto.
In seguito, la Provvidenza condusse Agostino fino a Milano, città in cui incontrò il grande vescovo Ambrogio. Agostino iniziò quivi a frequentare i sermoni domenicali del Vescovo, dapprima sicuramente attratto dalla loro forma estetica, ma poi, addentrandosi nei contenuti, così semplici eppure colmi di verità, comprese il loro significato e la loro importanza. E fu proprio grazie a sant’Ambrogio che Agostino ebbe un altro significativo incontro, questa volta senza dubbio più fruttifero, con la Parola di Dio. Il Vescovo milanese, infatti, guidò Agostino in una lettura spirituale (e non letterale) dei passi dell’Antico Testamento, sicché quest’ultimo poté convincersi della verità nascosta dietro i testi della Legge e dei Profeti, incominciando a detestare coloro che deridevano gli autori sacri dell’antica alleanza, cioè quelli con cui aveva condiviso, fino alla giovinezza, ambiente e pensiero. L’incontro con il Nuovo Testamento e con la finale rivelazione di Gesù Cristo non può che passare per l’Antico Testamento, poiché Cristo non è venuto ad abolire la Legge Antica o i Profeti, ma a dare loro giusto compimento. La speciale meditazione dell’Antico Testamento condusse finalmente Agostino ad accettare di entrare nella Santa Chiesa Cattolica come catecumeno.
Era però ancora troppo lontano dal conoscere “la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità” del mistero del Cristo vivente: tanto che il Signore volle fargli concludere il suo iter spirituale con l’attenta considerazione del Nuovo Testamento, a cui sarebbe stato condotto dalla lettura dei testi neoplatonici, mezzi ancora secondari, ma senza dubbio di grande aiuto per la tanto desiderata ascesi celeste alla Sapienza Suprema.
I testi filosofici lo indussero ad una più vigile considerazione dei Vangeli, soprattutto delle lettere paoline. Grazie alle letture anticotestamentali mediate dalla sapienza di Ambrogio, scomparvero dalla sua mente i dubbi di incompatibilità e di contrasto tra la Legge e i Profeti nei confronti dei Vangeli e delle epistole neotestamentali. In questo modo poté assaporare a pieno la frugalità e assieme la sublimità del messaggio di Cristo. La Parola è in se stessa potente, ma al contempo dallo stile assai essenziale, cosicchè chi l’ascolta non può vantarsi di averla compresa, ma può solo arrendersi ad una evidenza che schiaccia il vecchio uomo, assoggettato dai vizi della carne, e porta a nuova fioritura un essere completamente ristorato e rinnovato, plasmato a Sua immagine e somiglianza.
Oramai il seme della Parola aveva fatto presa sicura nella terra fertile del cuore d’Agostino, ma egli aveva bisogno di quel soffio vitale che fà la differenza tra cristiani tiepidi e carenti nella fede e vere “torce” ardenti di saggezza e potenza divina. Fu così che un giorno, sconsolato a causa della sua accidia, mentre stava piangendo, dalla casa vicina udì una voce che diceva: “Prendi e leggi”. Egli interpretò come provvidenziale questo nuovo invito a scontrarsi con la Parola di Dio. Si gettò così sui testi di San Paolo e, aprendo a caso il Libro, vide balzare ai suoi occhi il versetto tredici del tredicesimo capitolo della lettera ai Romani che dice:
”Non nelle crapule e nell’ebbrezza, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo, né assecondate la carne nelle sue concupiscenze”.
Questa volta il saccente Agostino lasciò il posto al piccolo fanciullo che era in lui, ansioso di mutare le sue abitudini perverse per trovare finalmente la vera fonte di vita. Agostino è una dimostrazione vivente che quando mente, anima e cuore si imbattono gloriosamente nella Parola, questa è davvero più tagliente di una spada che lacera la vecchia pelle, affinchè l’anima dimori nella “grande gioia e letizia” dello Spirito Santo.
Nel libro IX Agostino narra in modo toccante, aiutato da un nuovo vigore, certo non suo, di come riuscì ad eliminare dalla sua vita i vizi, i peccati, le ambiguità, la ricchezza e tutto quello che poteva separarlo o distrarlo da quel Dio misericordioso e buono con il quale aveva ormai deciso di trascorrere il resto della propria esistenza. Ma la Parola, dopo essere stata ascoltata, capita e vissuta, non può che diventare preghiera, la più sincera e amorevole espressione d’amore che un credente possa rivolgere al Cristo.
Così Agostino incontra il sacro libro dei Salmi che lo porta verso la più grande delle consapevolezze: avere fede in Dio porta necessariamente alla salvezza fisica, mentale e spirituale del cristiano.
“Quali grida, Dio mio, non lanciai verso di te leggendo i salmi di Davide, questi canti di fede, gemiti di pietà contrastanti con ogni sentimento di orgoglio! […] Ardevo dal desiderio di recitarli”.
In particolare, Agostino si sofferma sul salmo quattro, nel quale egli, con una sensibilità biblica sorprendentemente spiccata, rilegge la sua storia di fede e loda il Signore per la sorte beata che gli ha concesso, rattristandosi per coloro che invece erano lontani dalla luce di Cristo, poveri miserabili persi nei tetri cunicoli della loro stessa ambizione e cupidigia.
Salmo 4
1 Quand’io grido rispondimi o Dio
della mia giustizia;
quand’ero in pericolo tu m’hai
liberato;
abbi pietà di me ed esaudisci la mia
preghiera!
2 O figli degli uomini, fino a quando si
farà oltraggio alla mia gloria?
Fino a quando amerete vanità e
andrete dietro a menzogna?
3 Sappiate che il Signore si è scelto
uno ch’egli ama
il Signore m’esaudirà quando griderò
a Lui.
4 Tremate e non peccate;
sui vostri letti ragionate in cuor vostro
e tacete.
5 Offrite sacrifici di giustizia,
e confidate nel Signore.
6 Molti van dicendo: “Chi ci farà
vedere la prosperità?”
O Signore, fa risplendere su di noi la
luce del tuo volto!
7 Tu m’hai messo in cuore più gioia
di quella che essi provano
quando il loro grano e il loro mosto
abbondano.
8 In pace mi coricherò e in pace
dormirò
perché tu solo, o Eterno,
mi fai abitare in sicutà.
Agostino, da cristiano finalmente fedele e completo, ricevette il Battesimo per le mani del vescovo Ambrogio nella notte di Pasqua del 387.
Per quanto immutabile, stabile, incorruttibile e veritiera, la Sacra Scrittura, pur accendendo vivamente il desiderio di scrutare il volto del Signore, non presuppone purtroppo la conoscenza perfetta. Agostino se ne accorse con suo sommo dispiacere. Solo per dono della Grazia di Dio, assieme a sua madre, ricevette più in là il prezioso dono della contemplazione, cioè per un breve istante potè cogliere l’eterna Sapienza, osservando ripieno di Spirito Santo le fattezze del Signore Gesù così come le vedremo il giorno ultimo.
Da qui il nostro Agostino comincia un’interessante e sentita disquisizione su molti dei misteri a cui l’uomo ha sempre cercato di dare una risposta. Secondo il Santo, l’uomo è in se stesso un misero paradosso: desidera per tutta la vita di trovare la perfetta felicità, ma riesce solo ad appagarsi in modo temporaneo e limitato; desidera la piena verità, stabilmente e definitivamente posseduta e sviluppa solo incerte e volubili opinioni; desidera di compiere fino in fondo il bene trovandosi così spesso proclive al male; brama, infine, ardentemente la pace e la tranquillità, ma i suoi dubbi lo conducono solo in un luogo d’inquetudine.
L’essere umano quasi mai supera con le sue forze questo circolo vizioso di non poter non desiderare quello che poi non può ottenere: Agostino sostiene che solo la grazia di Cristo ci salva e ci libera da questo intricato insieme di vicoli ciechi. E ciò perché l'uomo da solo non è in uno stato di natura integra e autosufficiente, ma è di natura decaduta: la natura umana è come ferita, motivo per cui l'intelligenza di ogni uomo non pensa come dovrebbe, cogliendo il vero, e produce errori e incertezze che “naturalmente” non ci dovrebbero essere; da parte sua, la volontà non è stabile nel volere il bene, ma si piega al male per effetto della carne. La ferita, volendo risalire alle origini, risulta prodotta da quello spiacevole episodio che sta all'inizio della storia umana, la disobbedienza di Adamo ed Eva, e che viene universalmente definito quale “peccato originale”, così come fa intendere Agostino negli ultimi tre capitoli delle Confessioni.
Viene così battuta in breccia ogni pretesa moralistico-farisaica: l'uomo non riesce ad essere buono, basandosi sulle sue sole forze. Lo può essere solo accettando con tutto il cuore l'aiuto di Cristo, nella Chiesa.
In questo modo, si delinea come pienamente umano un atteggiamento di umiltà verso se stessi, perché non si sfugge alla fragilità, e di non-giudizio verso gli altri, perché si è tutti imperfetti. Conseguentemente risulta impraticabile una visione della realtà umana che divida in buoni e cattivi, con i primi che riuscirebbero ad essere coerenti in virtù di una loro energia positiva, e i secondi che sarebbero da puntare a dito come malfattori e farabutti, perché infrangono delle leggi. Secondo Agostino, il vero punto di discrimine etico non è tra chi osserva le regole e chi non le osserva, ma tra chi mendica con cuor sincero la grazia, riconoscendosi non-autosufficiente e riconoscendo la sua condizione di estrema precarietà, e chi si ritiene erroneamente autonomo, come i farisei, i quali si vedevano giusti, solo perché osservavano (o dicevano di osservare) quelle regole che si erano ritagliati su misura per i loro comodi.
In generale l'uomo invece non è affatto autosufficiente: segnato dal peccato originale, è chiamato alla comunione con Dio, in Cristo. Questa non-autosufficienza la si vede anche in campo conoscitivo: è solo Cristo, infatti, che consente alla conoscenza umana di raggiungere uno stato di certezza e di stabile verità per grazia e attraverso redenzione e perdono.
Che l'uomo fluttui nell'incertezza e nell'assenza di riferimenti veritativi assoluti lo si può capire anche da una riflessione filosofica che Agostino opera nel suo Contra Accademicos, in cui egli stesso fa appello ad evidenze constatabili da tutti, anche dai non credenti:
“Se anche dovessimo dubitare di tutte le verità che si riferiscono al mondo esterno, se anche dubitassimo di tutto, almeno dell'atto del dubitare, almeno dell'esistenza di me, soggetto che dubito, non potrei dubitare. So almeno questo, che io esisto. Ma sapere che esisto aggiunge una seconda certezza, quella appunto che, oltre che esistente, io sono conoscente. E infine io, esistente e conoscente, posso scegliere che cosa pensare o fare, dunque sono anche volente”
Esistere, Conoscere, Volere sono dunque le prime tre certezze, che segnano il superamento del dubbio. E' dunque il soggetto, l'io, nella sua realtà ontologica, il dato di certezza primo, e nelle prime tre certezze di cui trova requie l'io, si rispecchia a mio avviso la stessa Trinità: Padre, Origine dell'essere, Figlio, Verbo che fa conoscere ilPadre, e Spirito Santo, Amore infinito che muove verso la Volontà divina.
Basandosi sulle sue sole forze conoscitive naturali, l'uomo non andrebbe però molto lontano: gli manca un "centro di gravità permanente", che gli consenta di giudicare in modo stabile e adeguato la realtà che è oggetto della sua esperienza.
Mutevole e instabile: tale è la realtà del mondo sensibile; come mutevole e instabile è la stessa anima umana, lo stesso io e la sua mente, che deve continuamente ricredersi sulle cose, cambiando opinione con facilità, e restando preda di un turbinio di ipotesi, piuttosto che camminando, con pacificata sicurezza, sulla via maestra di una verità assoluta.
Tale è la condizione dell'uomo, e Agostino ha il merito di riconoscerne con chiarezza la non-auspicabilità: non si può certo dire che sia un vantaggio fluttuare nell'incertezza. Ma in tale condizione si rimane finché non si è aiutati, appunto, da qualcosa di superiore: Colui che vede tutto con perfetta e stabile chiarezza, Cristo, accorda alla mente umana un po' di tale chiarezza, rendendo possibile giudicare in modo nitido e sicuro.
Così come dice Sant’Agostino, ancora Cristo consente all’ affettività umana di sottrarsi alla grettezza di un amor sui come misura ultima di tutto, e di tuffarsi nella buona avventura dell'amor Dei, che supera l'amore egoistico a sè, pur essendo l'unico a fare il proprio vero bene.
La Sua grazia, ricevuta per nostro libero arbitrio, lievita la nostra natura, decaduta in seguito al peccato originale, e ci rende capaci di bene, superando appunto il male (come progetto sulla vita), che tanto aveva angosciato Agostino prima della conversione.
E’ sempre Cristo che dà senso al tempo, permettendogli di essere non più dispersa molteplicità, sciame informe di vuota apparenza, ma sensata unità raccolta nell’attesa della beata eternità redenta.
Quella del tempo, del resto, è una dimensione molto sentita da Samt’Agostino: tutto è instabile, provvisorio. Questa vita non dà tregua, non si può mai in essa riposarsi definitivamente: da un lato, il tempo è contrassegno della finitudine dello uomo, disperso e come disgregato nelle molteplicità degli instanti che si susseguono inesorabilmente, per cui esso è indizio della drammaticità della vita, di un suo non-autopossesso: è inconsistente.
“Il passato non è più, il futuro non è ancora, il presente stesso non è che un attimo inafferrabile, senza spessore, sfuggente”.
D'altro lato, la coscienza del tempo indica una elevazione dell'uomo sopra la molteplicità dispersa degli istanti; sintetizzando il molteplice, egli si avvicina all'eterno presente di Dio: il tempo è distensio animi, l'animo si dilata ad abbracciare l'estensione altrimenti desolatamente disgregata della successione temporale (in te, anime meus, tempora metior).
Come per tutte le grandi opere che la letteratura ci consegna - ma mai come per Le Confessioni - è dovuto, a parer mio, un impiego strettamente personale: meditando le espressioni più malagevoli, inducendo così se stessi ad una ripetizione silenziosa o, più semplicemente, come io stessa ho fatto, a rivedere tra le righe della conversione agostiniana, la propria storia, operando doverosi e fruttiferi confronti e cercando di mutare, per quel che si può, la propria esistenza.
***
Merenda Elisabetta
II E

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