La reazione antipositivistica, lo spiritualismo e la filosofia di H. Bergson

Materie:Riassunto
Categoria:Filosofia

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Testo

7. LA REAZIONE ANTIPOSITIVISTICA, LO SPIRITUALISMO E LA FILOSOFIA DI H. BERGSON

La reazione anti-positivistica
I presupposti teorici del Positivismo:
1. non c’è altra realtà al di fuori del fatto naturale e altra conoscenza al di fuori della scienza
2. fra i fatti ci sono delle leggi che sono immutabili
Con questi presupposti è impostile giustificare i valori umani (estetici, morali, religiosi) ecco che allora spunta una corrente polemica detta anti-positivismo. Ma negando che la scienza sia l’unica conoscenza possibile implica che la filosofia abbia a che fare con un’altra realtà. Perciò il problema di queste filosofie antipositivistiche è quello di definire il compito della scienza.

Caratteri dello spiritualismo
Lo spiritualismo è la prima reazione al Positivismo.
1. la coscienza: questa corrente riconosce il compito della filosofia nella descrizione e spiegazione dei dati della coscienza
2. i sentimenti, gli ideali morali e religiosi

BERGSON

Tempo, durata e libertà
Tempo della scienza:
• Quantitativo e omogeneo: è fatto di istanti differenti solo quantitativamente
• Reversibile: un esperimento può essere ripetuto infinite volte
• Discontinuo: fatto di momenti distinti l’uno dall’altro
• Astratto, esteriore e spazializzato. Ha come simbolo la collana di perle (tutte uguali e distinte fra loro)
• Costruzione formale di tipo fisico-matematico
Tempo della vita:
• Qualitativo ed eterogeneo: è fatto di istanti diversi anche qualitativamente (“5 min possono sembrare un’eternità”)
• Irreversibile: fatto di momenti irripetibili
• Continuo: fatto di momenti che si sommano fra di loro
• Concreto, interiore e si identifica con la durata reale. Ha come simbolo il gomitolo (continua a mutare e cresce su sé stesso)
• Coincide con il fluire autocreativo della coscienza: ogni momento, pur essendo il risultato di tutti quelli precedenti, è assolutamente nuovo rispetto agli altri
Ogni sentimento non ha causa poiché la vita spirituale è libera. Dal momento in cui c’è una passione, tutta l’anima si identifica con essa; e dire che l’anima è determinata da un sentimento è = che dira che si determina da sé ed è quindi libera.

Spirito e corpo: materia e memoria
In Materia e memoria Bergson studia i rapporti fra spirito e corpo, distinguendo fra:
• Memoria: si identifica col nostro passato che ci segue, tutt’intero, in ogni momento
• Ricordo: il ricordo-immagine è la materializzazione di un evento passato. Materializzazione che non sempre avviene e che spiega come la coscienza, pur essendo memoria, non sia necessariamente ricordo. Quella che noi chiamiamo comunemente memoria (= il ricordo-immagine) è solo una piccola parte della memoria complessiva (= la memoria pura). Il cervello trasforma in ricordo-immagine solo ciò serve all’azione e la maggior parte del passato rimane nell’inconscio. Ecco quindi che la memoria è più oblio che ricordo.
• Percezione: agisce come un filtro dei dati

Lo slancio vitale
Evoluzione creatrice. Per Bergson la vita è sempre creazione, imprevedibilità e nello stesso tempo conservazione integrale ed automatica dell’intero passato.
La vita non segue una linea di evoluzione unica, ma si sviluppa come un fascio di steli, creando direzioni divergenti fra le quali si divide il suo slancio originario. Lo slancio vitale, conservandosi lungo le linee di evoluzione, è la causa profonda delle variazioni.
Tutto ciò, se esclude il disegno prestabilito di ogni teoria finalistica, esclude pure che l’evoluzione sia avvenuta per cause meccaniche; tutte le cose dell’universo sono quindi contingenti (cioè si realizzano ma non sono strettamente necessarie). Tale è la vita dell’individuo e della natura; ma le sorti dell’una e dell’altra sono diverse:
• Noi non possiamo vivere che una sola vita, perciò tutte le altre strade sono vicoli ciechi
• La natura invece conserva tutte le strade e crea diverse specie che si evolvono separatamente
La prima biforcazione fondamentale è quella tra:
• Pianta: capacità di fabbricare le sostanze organiche con sostanze minerali
• Animale: capacità di locomozione

Istinto, intelligenza e intuizione
• Istinto: facoltà di utilizzare strumenti organizzati (gli organi corporei)
• Intelligenza: facoltà di fabbricare strumenti artificiali, essa si rappresenta chiaramente solo ciò che è solido, discontinuo, immobile, ed è perciò caratterizzata da una incomprensione naturale per il movimento, il divenire e la vita
• Intuizione: è il ritorno dell’intelligenza all’istinto, è un istinto divenuto disinteressato, consapevole di se stesso. Ad esempio l’intuizione estetica, che da luogo all’arte, ma l’intuizione dovrebbe essere l’organo di una metafisica della vita e non di una cosa in particolare come l’arte. Si può concepire tuttavia una ricerca filosofica orientata nello stesso senso dell’arte ma che abbia per oggetto la vita in generale così si costituirà l’organo adatto per la comprensione della vita: la metafisica

Il riso, la società e la vita nella teoria della comicità di Henri Bergson
1. Un'idea antica: il riso ha una funzione sociale. Bergson afferma che se il riso è un gesto che appartiene a pieno titolo al comportamento umano, allora deve essere lecito domandarsi qual è il fine che lo anima. Ora, per comprendere il fine cui mira un comportamento si deve in primo luogo far luce sulle occasioni in cui accade. Vi sono almeno tre punti:
1. Il riso scaturisce solo di fronte a ciò che appartiene direttamente o indirettamente all'ambito propriamente umano. L'uomo è un animale che fa ridere.
2. Per ridere di una piccola disgrazia altrui dobbiamo far tacere per un attimo la pietà e la simpatia, e porci come semplici spettatori
3. Il riso è un'esperienza corale: ridiamo meglio quando siamo insieme ad altri, ed il riso è spesso il cemento che tiene unito un gruppo di persone.
La nota che accomuna queste tre osservazioni generali: il riso sembra essere strettamente connesso con la vita sociale dell'uomo, con il suo essere un animale sociale. Possiamo allora far convergere i tre punti in un'unica tesi: "II "comico" nasce quando uomini riuniti in un gruppo dirigono l'attenzione su uno di loro, facendo tacere la loro sensibilità, ed esercitando solo la loro intelligenza".
3. Il riso ed il diavolo a molla. Per far luce sul motivo che ci spinge a ridere prendiamo l’esempio del gioco del diavolo a molla: il comportamento rigidamente meccanico applicato a ciò che è vivente suscita la comicità. Ciò di cui ridiamo è, per Bergson, tutto ciò in cui l'immaginazione scorge una sorta di meccanicizzazione della vita.
4. Il riso come castigo sociale. Ma qual è il fine del riso? Il riso - avevamo osservato - deve avere una funzione sociale, e sorge - aggiungiamo ora – dalla constatazione di una sorta di contraddizione: ciò che dovrebbe comportarsi in modo libero e vivo sembra assoggettare i suoi gesti a leggi meccaniche. Al riso spetta dunque il compito di sanare questa contraddizione, richiamando quella parte della società che è colpevole di un comportamento rigido e ostinato ad un atteggiamento più elastico, ad uno stile di vita più duttile e desto. Il riso è quindi un castigo sociale.
Di questa funzione sociale del riso, la commedia è per Bergson un'espressione esemplare, poiché stringe un rapporto strettissimo con la comicità morale. Le passioni spesso si prendono gioco di noi e subordinano tutte le nostre azioni ad un unico meccanismo. Di qui la forma di tante commedie che hanno per protagonisti non già individualità ben determinate, ma personaggi tipici, marionette dietro alle quali traspare la passione che li domina. Ma di qui anche il fine che si prefìggono: correggere, ridendo, i costumi.
Vi è tuttavia una seconda ragione che spinge Bergson a dedicare tanto spazio alle considerazioni
sulla commedia, ed è propriamente il carattere per così dire teatrale della comicità. Infatti per ridere dobbiamo vedere i gesti in cui la riduzione dell'uomo a cosa si fa spettacolo. Il riso sorge così come un gesto che per strappare la vita dalla sua negazione implica una momentanea sospensione della vita stessa: È dunque una contemplazione della vita volta a sanare i pericoli che la mettono in forse.
5. Il riso e la metafisica bergsoniana. Se il riso è un gesto sociale che appartiene alla forma di vita propria dell'uomo, allora deve esistere qualcosa come un addestramento al riso, inoltre se il riso è un castigo sociale, allora si deve aggiungere che talvolta sembra castigare anche là dove non ce n'è alcun bisogno. Non solo: di un vizio morale come l'avarizia o la gelosia, noi non sempre ridiamo, poiché il riso chiede che il vizio da castigare non ci coinvolga troppo da vicino e ci permetta di mantenere la posizione dello spettatore.
In secondo luogo, tuttavia, Bergson attira la nostra attenzione sul fatto che uno stesso vizio - l'avarizia, per esempio - può talvolta suscitare il riso, talvolta il nostro disprezzo. Ora, la diversità
della reazione non dipende solo dalla gravita della colpa, ma soprattutto dal modo in cui questa si
palesa. Gli eroi tragici ci rivelano il loro carattere nelle azioni. Il personaggio comico invece si rivela nei gesti. Nell'azione la persona intera è in gioco, nel gesto una parte isolata della persona si
esprime all'insaputa dell'intera personalità. Il gesto è una sorta di irruzione improvvisa dell'inconscio nella vita desta.
Ma se il comico si esprime nel gesto, anche il riso è a sua volta un gesto sociale di cui si deve sottolineare l'immediatezza: non bisogna dunque stupirsi se non ha tempo di osservare sempre dove tocca.
Così, accanto alla tesi secondo la quale il riso sorge come prodotto di un'antica abitudine sociale,
Bergson viene sempre più chiaramente sostenendo che "il riso è semplicemente l'effetto di un
meccanismo datoci dalla natura". Ed in questa prospettiva, il problema di un addestramento al riso non si pone. Se dunque Bergson non si impegna sul terreno delle considerazioni sociologiche è proprio perché intende rispondere alla domanda sulle origini del riso sul terreno di una autentica metafisica della vita: l'anima comunica qualcosa al corpo e l'immaterialità che passa così nella materia è ciò che si chiama grazia. Ma la materia resiste e si ostina. Laddove la materia riesce a far crassa esteriormente la vita dell'anima, irrigidendone il movimento ed ostacolandone la grazia, ottiene dal corpo un effetto comico.
Il riso è sì un castigo sociale, ma le sue origini non appartengono alla società, ma alla vita stessa e debbono essere quindi viste sullo sfondo della lotta tra lo slancio vitale e l'inerzia della materia.

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