La filosofia rinascimentale

Materie:Tesina
Categoria:Filosofia

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Testo

Durante il rinascimento, il sapere diventa un mezzo per conquistare il dominio di sé, per creare opere belle, per inserire la propria azione nel corso della storia prima, della natura poi.
Temi fondamentali della nuova cultura:
1. il rilievo da essa dato al valore dell’umana individualità, e conseguentemente (poiché l’individualità si radica soprattutto nell’azione) la preminenza accordata alla volontà sull’intelletto; a differenza del filosofo medievale, il filosofo del rinascimento interpreta la volontà come qualcosa di essenzialmente terreno, come capacità effettiva, posseduta dall’uomo, di inserire la propria azione nel mondo dell’esperienza. Non si indaga più l’essenza metafisica dei termini “individuo” o “volontà”, né più ci si interessa ai valori religiosi loro connessi.
2. il ritorno al mondo classico, nella letteratura, nell’arte, nelle scienza e nella filosofia, con una più vasta, profonda e spregiudicata conoscenza dei latini e con la scoperta dei greci: nasce la ricerca filologica, volta a recuperare i testi classici originali. All’amore scrupoloso per il testo si ricollega una scoperta filosofica del più alto interesse: la scoperta della prospettiva storica. Il filologo umanista si rivolge ai testi classici per studiarvi il pensiero degli antichi, per cercarvi il passato in quanto passato: il suo amore per la purezza del testo antico diventa consapevolezza della diversità fra antico e presente, cioè consapevolezza del fluire del tempo. L’uomo rinascimentale cerca il mondo passato non per riprodurlo passivamente in una situazione del tutto diversa, ma per trarne suggerimento a ideare nuove e più mature soluzioni dei problemi presenti (gli uomini del presente risultano “superiori”, per esperienza e capacità, agli uomini del passato).
3. nuovo interesse per le strutture particolari della natura e per i dispositivi tecnici diretti a dominarle e utilizzarle a vantaggio dell’uomo;
4. nuovo atteggiamento di fronte al mondo naturale (nella sua globalità), considerato non più come ombra di un mondo ideale e tanto meno come luogo di tentazione o di espiazione, ma come mobilissima realtà o, addirittura, come sede e corpo di Dio.
Protagonista del Rinascimento è il borghese che si è liberato dai pesanti legami della società feudale e non prova più il bisogno di evadere dal mondo terreno. Mira invece a conquistarselo e interpreta la stessa religione in funzione di questa conquista. Scompare, quindi, per lui ogni opposizione tra l’umano e il divino. L’ascesa a Dio assume il carattere di attuazione completa della più profonda umanità.
Caratteristiche del neoplatonismo assimilate da Ficino e Pico:
1. concezione di Dio come l’uno che raccoglie nella semplicità del suo essere gli esemplari eterni di tutti i singolo oggetti esistenti nel mondo;
2. concezione dell’anima cosmica che pervade tutto l’universo, facendo della stessa natura apparentemente inerte qualcosa di animato;
3. interpretazione del processo conoscitivo come un immergersi nell’infinito della coscienza divina.
Evento centrale della breve vita di Pico della Mirandola (1463-1494) fu l’iniziativa del fallito congresso romano che avrebbe dovuto riunire, in un’ipotesi conciliatoria, i rappresentati delle tre religioni rivelate e i più eminenti dotti di tutte le scuole di pensiero. Per preparare questo convegno Pico scrisse novecento tesi che a lui parvero racchiudere i capisaldi della sapienza universale (uomo=sintesi del mondo creato da Dio). Scopo della speculazione di Pico è la pace tra gli uomini. L’Orazione sulla dignità dell’uomo avrebbe dovuto dare inizio a quell’universale congresso di sapienti di tutte le religioni.
Pico rifiuta l’astrologia giudiziale (quella che pretende di derivare dal corso e dalla natura degli atri le vicende della vita umana): nella polemica contro l’astrologia si inquadra la coraggiosa esaltazione pichiana del valore dell’uomo, considerato non più soltanto quale microcosmo o essenza media dell’universo (Ficino: “L’anima è tale che afferra le cose superiori senza lasciare le inferiori”… “Essa…è immortale e mobile, e perciò da un lato concorda con le cose superiori, dall’altro con le inferiori” … → il posto dell’anima è al terzo gradino dell’ordinamento universale: sopra vi sono Dio e gli angeli, sotto la materia e le qualità fisiche, “homo copula mundi” [l’uomo è il termine medio, il centro, un’unità intermedia nella gerarchia del creato: perennemente superiore alle altre specie, eternamente davanti a una scelta: degradarsi sino all’animale o elevarsi sino ad una condizione angelica), ma quale creatore del proprio destino, simile a Dio e perciò “degno di rispetto e di adorazione”.
Dottrina dell’uomo camaleonte:
• Creando gli esseri del mondo, Dio diede ad ognuno una qualità specifica.
• Al momento di creare l’uomo, tutte le qualità erano già attribuite. “L’artefice desiderava che vi fosse qualcuno capace d’intendere la ragione di una così grande opera, di apprezzarne la bellezza, di ammirarne la grandezza”.
• Dio conferì all’uomo una piccola quantità di tutte le qualità. “Stabilì perciò alla fine l’ottimo Autore che a colui al quale non poteva esser dato nulla di proprio fosse comune tutto ciò che era dato ai singoli in particolare”… “potrai, secondo il tuo arbitrio, al cui potere ti ho affidato, definire la tua natura” (libero arbitrio vale all’interno del mondo creato da Dio).
• L’uomo non possiede alcuna qualità specifica.
• L’uomo può diventare qualsiasi cosa. “All’uomo che nasceva il Padre dette ogni vario seme di ogni specie di vita. Quali ciascuno avrà coltivati, quelli alligneranno e produrranno in lui i propri frutti” → uomo camaleonte (l’uomo non possiede virtù specifica ma racchiude in sé tutte le qualità di tutti gli esseri viventi).
Con Montaigne (1533-1592) ci troviamo completamente fuori dal platonismo; i problemi che lo appassionano non sono più quelli religiosi e metafisici ma innanzitutto quelli morali. A suo parere nessuna forma di conoscenza, né razionale né sensoriale, può condurci ad una verità assolutamente certa (“ Se da un lato la ragione ha il compito di controllare i dati dei sensi, dall’altro però essa stessa avrebbe bisogno di un controllo”). L’uomo saggio dubita di tutto: il dubbio è l’espressione della sua saggezza. Anche autori precedenti sostenevano l’impossibilità dell’uomo di raggiungere, con la ragione o i sensi, una conoscenza assolutamente certa; ma costoro affermavano l’esistenza di una conoscenza di altro tipo (un’intuizione mistica), proclamando dunque la superiorità della fede sulla ragione. Nulla di tutto ciò in Montaigne: nessun appello a forme sovrarazionali di conoscenza. La consapevolezza dei limiti del nostro sapere non costituisce, per lui, nulla di umiliante e di insopportabile; al contrario è la via per giungere all’autentica saggezza (“L’ignoranza che si conosce, che si giudica e che si condanna non è ignoranza totale: per esserlo bisogna che ignori se stessa”). Tale consapevolezza è la migliore garanzia di libertà: solo essa è in grado di garantirci contro la presunzione del sapere (“Ma bisogna calpestare questa sciocca vanità, e scuotere violentemente le ridicole fondamenta su cui si costruiscono queste false opinioni”, “Gli uomini dopo aver tutto saggiato e tutto sondato, non avendo trovato in quell’ammasso di scienza e in quella provvista di tante cose diverse niente di saldo e di sicuro, e nient’altro che vanità, hanno rinunciato alla loro presunzione e riconosciuto la loro condizione naturale [ignoranza]); solo essa riesce a porre il nostro animo nella condizione di piena apertura culturale (“Non c’è desiderio più naturale del desiderio di conoscenza). Dice Montaigne: “La nostra fede non è nostro acquisto, è puro dono della liberalità altrui. Non è per ragionamento o per mezzo del nostro intelletto che abbiamo ricevuto la nostra religione, è per autorità e per comandamento estraneo”. Il saggio, liberatosi dell’ipocrisia umana (“Il formalismo ci impedisce di esprimere con parole le cose lecite e naturali, e noi gli obbediamo; la ragione ci vieta di farne di illecite e cattive, e nessuno le obbedisce”), è colui che vive secondo esperienza (“Si prova per esperienza che tante interpretazione dissolvono la verità e la distruggono”; “Non credo niente con maggiore certezza di questo: che non potrò essere danneggiato dall’uso di cose alle quali sono abituato da tanto tempo”). L’atteggiamento esterno del saggio non è però altro che remissiva accettazione del mondo (“Le vite più belle sono, secondo me, quelle che si conformano al modello comune e umano”).
Più che un filosofo puro, Francis Bacon (1561-1626) volle essere un uomo politico. La sua filosofia fu in posizione antitetica nei confronti della filosofia tradizionale, identificata con la filosofia di Aristotele. L’antichità di una dottrina non è più considerato garanzia della sua solidità: “In ogni caso, la scienza si deve cercare nel lume della natura, non nelle tenebre dell’antichità”. La polemica nei confronti di Aristotele tocca essenzialmente due punti:
1. la logica; Aristotele afferma di poter dedurre il caso particolare dalle premesse generali del sillogismo me è un’illusione. Non ci dice, infatti, come sia possibile ottenere tali premesse;
2. il problema della conoscenza; la filosofia aristotelica parte infatti da un gravissimo vizio di origine; essa presume di ricavare la conoscenza del mondo dalla mente umana, invece di cercarla pazientemente nell’osservazione della natura.
La logica di Bacone (→ Novum Organon) si suddivide in due parti: la liberazione dall’errore (pars destruens) e la costruzione del sapere (pars adstruens). La prima parte è costituita dalla teoria degli idola (errori e pregiudizi):
• l’errore si fissa nell’abitudine e per questo tende a passare inosservato;
• la percezione riflette più il modo di conoscere dell’uomo che la realtà;
• la mente è metaforicamente simile ad uno specchio incantato dagli idola che possono essere:
 gli idoli della tribù: comuni a tutti gli uomini, richiedono un esame critico della stessa natura umana (es. tendenza della mente a vedere uniformità e regolarità anche ove essa non esiste affatto);
 gli idoli della spelonca: dipendo dalla natura del singolo individuo e debbono venir corretti cercando di superare le limitatezze del singolo uomo, i suoi gusti, le sue tendenze particolare, le abitudini contratte dall’educazione, dall’ambiente in cui è sempre vissuto;
 gli idoli del foro: derivano dal linguaggio che crea parole vuote per cose inesistenti e viceversa non dispone di vocaboli specifici per indicare cose effettivamente esistenti;
 gli idoli del teatro: dovuti all’influenza delle teorie filosofiche tradizionali, vengono eliminati mediante la critica del sapere tradizionale.
La parte adstruens consiste nella determinazione dei nuovi fondamenti del sapere tramite le regole dell’induzione baconiana:
1. registrare per ogni fenomeno studiato tutti i casi in cui questo fenomeno si verifica;
2. registrare tutti i casi in cui questo fenomeno non si verifica;
3. studiare i casi in cui questo fenomeno aumenta o diminuisce.
Per la critica cui sottopose l’intera eredità culturale del passato e per la lucidità con cui tentò di costruire un nuovo sistema, Renè Descartes (1596-1650) è universalmente considerato il padre della filosofia moderna. La scienza che Cartesio si propone di costruire deve indicare un metodo, un insieme di regole e di prescrizioni atte ad evitare l’errore e garantire la validità del risultato: insomma, cerca un modo per distinguere chiaramente ciò che è vero da ciò che è falso. Il suo metodo si fonda su quattro regole:
1. regola dell’evidenza: non accettare mai per vera alcuna cosa, che non sia da noi afferrabile con perfetta evidenza;
2. regola dell’analisi: scomporre le asserzioni complesse fino a giungere agli ultimi elementi che le costituiscono;
3. regola della sintesi: ricomporre gli ultimi elementi in tal modo raggiunti, sì da scoprire in qual maniera di colleghino fra loto nelle asserzioni complesse;
4. regola dell’enumerazione: percorrere con movimento continuo e ininterrotto tutte le singole verità conseguite nell’indagine, cercando di non ometterne nessuna.
Tali regole non celano nella di miracolistico; non portano automaticamente alla verità assoluta ma ci costringono ad acquistare una piena consapevolezza dei singoli passi in cui si snoda la nostra ricerca scientifica.
Il dubbio metodico (non dimostrare l’impossibilità di qualsivoglia affermazione ma rimuovere tutti i pregiudizi che ne impediscono il corretto svolgimento) diviene poi dubbio iperbolico (che coinvolge l’intera realtà). Scopo del dubbio iperbolico non è negare l’esistenza di qualsiasi verità ma enucleare proposizioni tanto semplici quanto inopinabili:
 i sensi non offrono garanzie di certezza; persino la condizione della coscienza può essere messa in dubbio perché non possiamo (nel senso che non ci sono criteri certi) avere la certezza di essere svegli (potremmo anche sognare);
 le immagini oniriche, così come la fantasia, non inventano nulla ma mescolano idee semplici: estensione, quantità, tempo; allo stesso modo le verità matematiche (2+3=5) prescindono dal fatto di essere svegli o meno;
 le matematiche sembrerebbero dunque “essere evidenti” ma se l’intera realtà fosse opera di un “genio maligno ingannatore” (→ dubbio iperbolico)? L’inganno divino potrebbe pure creare l’illusione delle verità matematiche.
 Vi è qualcosa di cui si può non dubitare? Dopo aver dubitato di tutto una sola cosa rimane non discutibile: che dubita pensa, è un essere pensante (cogito, ergo sum). Il fatto di pensare permette di affermarsi come essere pensanti, non come esseri dotati di corpo e percezioni. Questi ultimi non hanno infatti superato la prova del dubbio metodico. L’io esiste: esso è una sostanza, è imperfetto e finito e ha come attributo il pensiero.
 Riflettendo sul fatto che si dubita e che quindi l’essere non è perfetto, bisogna cercare da dove si impara a pensare a qualcosa di più perfetto di noi stessi: la fonte deve essere una natura più perfetta di noi, Dio. Solo l’esistenza di Dio come essere perfetto fornisce la garanzia reale delle verità evidenti. Proprio perché tali verità non dipendono che da Dio, Dio non è ingannatore “poiché ciò ripugna alla sua natura”.
 Potremmo ammettere che l’idea del corpo esteso provenga dall’io pensante o da Dio? No. Esiste dunque una materia che ha come peculiari caratteristiche l’estensione spaziale e il movimento.
(pari = la scommessa)
Il punto di partenza di Pascal (1623-1662) è il tremendo quesito: esiste o non esiste Dio? Di fronte ad esso, non si può che rispondere con un sì o con un no. Orbene “da quale parte inclineremo”? la ragione qui non può determinare nulla: c’è di mezzo un caos infinito (“Se c’è un Dio, egli è infinitamente incomprensibile, perché, non possedendo né parti né limiti, non ha alcuna proporzione con noi”). Mentre nei comuni giochi d’azzardo la persona che non sa o non vuole decidersi può rinunciare a giocare, qui tale rinuncia è impossibile poiché il vivere stesso, comunque si viva, coinvolge una scelta tra le due risposte. Bisogna dunque accingersi a valutare con serietà i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna delle due puntate: “se vincete guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla”. L’unico serio ostacolo che ci trattiene dallo scommettere a favore dell’esistenza di Dio è costituito dalle nostre passioni. Bisogna quindi ridurle: per sviluppare la fede è utile comportarsi come se si credesse.
Cartesio, la cui filosofia si basa sulla fede, afferma: “non posso perdonarla a Cartesio, il quale in tutta la sua filosofia avrebbe voluto poter fare a meno di Dio, ma non ha potuto evitare di fargli dare un colpetto al mondo per metterlo in moto; dopo di che non sa più che farne di Dio”.
Centrale, come in Montaigne, è il tema dell’ignoranza (unito a quello della debolezza): “Non so chi mi ha messo al mondo, né che cosa è il mondo, né chi sono io; mi trovo in una terribile ignoranza di tutte le cose”; “L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente”.
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