La filosofia della prima metà del Novecento: l'esistenzialismo

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Testo

SCHEMA DI FILOSOFIA
Esistenzialismo: SARTRE, SIMONE de BEAUVOIR e SCUOLA di FRANCOFORTE
INDICE
• CONTESTO STORICO: La filosofia della prima metà del Novecento
• L’ESISTENZIALISMO: - Quadro introduttivo
- Caratteri generali
• SARTRE: - L’essere e il nulla
- Le tre ek-stasi
- L’esistenzialismo umanistico
- La collettività e il gruppo
- L’impegno politico
• SIMONE de BEAUVOIR: - La differenza tra sessi
- La condizione della donna
• La SCUOLA di FRANCOFORTE: - Caratteri generali
- Horkheimer
- Adorno
- Marcuse
• TESTI: - L’esistenzialismo è un umanesimo – SARTRE
- Il secondo sesso – De BEAUVOIR
- Le nuove forme di controllo – MARCUSE
- La Perdita dell’aura – BENJAMIN

Burrello Jacopo
Coppo Silvia
Fiorelli Giorgia
Gangheri Alessandro
Zoppolato Alice

CONTESTO STORICO: La filosofia della prima metà del Novecento
Il polo della cultura in questo periodo è Parigi dove vi sono gli esuli russi, gli americani attratti dall’anticonvenzionalismo e dall’atmosfera bohemienne e gli esuli tedeschi, italiani, spagnoli e ebrei. Anche Vienna è un centro molto importante in cui si afferma un nuovo rigore etico nell’esercizio dello stile e un nuovo orientamento razionalistico nella scienza e nella filosofia. Non mancano le polemiche all’industrializzazione e all’alienazione della metropoli capitalistica con l’ipocrisia del dominio di classe mascherato da liberalismo. La repubblica di Weimar è un laboratorio culturale dove avviene una revisione globale del valore della tradizione culturale tedesca.
I paesi di lingua anglosassone appaiono abbastanza isolati e nei suoi istituti culturali di massa prevale un certo conformismo ideologico e la cultura si ritrova schiacciata fra l’esaltazione idealistica dei valori socio - politici e religiosi e le esigenze di una riflessione immediatamente spendibile e operativa nel contesto sociale.
Ci sono alcune tendenze innovatrici di conio novecentesco come il neopositivismo, il marxismo, l’esistenzialismo, la fenomenologia. C’è, nel neopositivismo, una più accentuata attenzione ai problemi della legittimità e coerenza del linguaggio scientifico.
L’esistenzialismo non rappresenta una vera e propria corrente, né una scuola ma è un clima che permea l’ambiente culturale tedesco ed europeo tra il 1910 e la seconda guerra mondiale. Le sue origini si hanno in Kierkegaard, Dostoevskij, Kafka, Ibsen, Strindberg e nell’espressionismo. La visione del mondo esistenzialistica consiste nella comune accentuazione di alcuni temi tipici: la responsabilità individuale, l’angoscia della morte, la colpa, il fallimento, la solitudine, la critica della massificazione, irripetibilità dell’individuo, la contrapposizione tra l’autenticità dell’esistenza che si comprende in base a ciò che le è più proprio e l’inautenticità dell’esistenza dispersa nella quotidianità e nell’abitudinarietà.
La prospettiva teoretica marxista comincia a venire assunta come una vera e propria filosofia all’altezza della problematizzazione della filosofia contemporanea, si parla di austro-marxismo e marxismo occidentale in cui figurano autori come Korswch e Benjamin, a cui si affianca la scuola di Francoforte. Il marxismo occidentale si pone innanzitutto come soluzione delle aporie non solo politiche ma anche teoriche della cultura borghese; esso ambisce a denunciare le unilateralità del neokantismo, dello storicismo e della filosofia dei valori. Il marxismo francese ha avuto una preponderante influenza sull’esistenzialismo e su gran parte della cultura francese.
La fenomenologia di Husserl, nata dall’esigenza di una rigorosa fondazione scientifica della filosofia, si caratterizza tuttavia per la sua proposta di una razionalità intuitiva e descrittiva che va al di là dei modelli delle scienze esatte. Gli allievi di Husserl diedero vita e un vasto “movimento fenomenologico” che si orientò per lo più in senso realistico e ontologico, superando la prospettiva trascendentale del maestro.
La filosofia di Heidegger è al centro del dibattito internazionale dagli anni venti a oggi; essa ha costituito una parte fondamentale nella formazione del clima esistenzialistico europeo.
L’ESISTENZIALISMO
Quadro introduttivo
Caratteri generali
Con il termine esistenzialismo o filosofia dell’esistenza si indica un indirizzo filosofico che assume come tema l’analisi dell’esistenza, intesa come lo specifico modo di essere dell’uomo nel mondo.
Spesso l’esistenzialismo è poi designato come filosofia della crisi, perché sviluppandosi tra le due guerre, tende ad esprimere il disagio e lo smarrimento degli intellettuali di quel periodo di fronte alla realtà.
L’esistenzialismo si differenza poi a livello nazionale e ciò ci permette di individuare singole scuole nazionali:
- ESISTENZIALISMO TEDESCO: gli autori più rappresentativi sono Barth, Heidegger e Jaspers. Viene considerato il punto di riferimento dell’esistenzialismo europeo ed è legato alla rinascita Kierkegaardiana. Utilizzano raffinati strumenti di analisi, la fenomenologia di Husserl uniti ad un metodo ed una strutturazione assi rigorosa.
- ESISTENZIALISMO FRANCESE: questo movimento si rifà invece allo spiritualismo di Pascal ed è caratterizzato dalla grande capacità di diffusione letteraria grazie ai suoi principali esponenti Sartre, Camus, senza dimenticare Marcel.
- ESISTENZIALISMO RUSSO: i suoi esponenti furono Berdjaev, Sestov, Chomjakov e Dostoevsky, che si distinsero anch’essi per la loro capacità di diffusione letteraria.
- ESISTENZIALISMO ITALIANO: parte da presupposti più filosofici e sarà pesantemente influenzato dall’esistenzialismo tedesco e da quello francese. I principali esponenti sono Abbagnano e Paci.
Considerando l’elevata differenziazione a livello sia nazionale che teorico è difficile definire profilo filosofico generale; in ogni caso possiamo individuare alcune delle tesi esistenzialiste più diffuse:
1. La prima è quella proposta da Sartre secondo cui l’essenza precede l’esistenza. In base a tale definizione la filosofia dell’esistenza si caratterizza come rovesciamento della tradizionale metafisica dell’essere al quale era sempre stato dato il primato assoluto.
2. Secondo una tesi opposta, sostenuta da Heidegger e Jaspers l’esistenzialismo è viceversa una filosofia dell’essere.
3. Secondo una terza ed ultima tesi sostenuta da Abbagnano in Italia l’esistenzialismo è invece quella filosofia che pone al centro l’idea di possibilità e quindi di libertà dell’uomo.
Parlando di esistenzialismo si possono poi cogliere molte altre differenziazioni.
Si può parlare di esistenzialismo positivo e di uno negativo (ad esempio per quegli autori che attraversano una fase pessimistica o una ottimistica o entrambe, come Sartre). Quello negativo si intende nel senso di nichilista e fatalista ed è diffuso soprattutto in Germania probabilmente per l’influenza che aveva avuto la filosofia distruttiva di Nietzche. Quello positivo viceversa voleva accostarsi con fiducia ed ottimismo all’umanesimo della scienza e della tradizione moderna.
Possiamo poi parlare ancora di esistenzialismo ateistico ed esistenzialismo religioso. Il primo comprende heidegger, Sartre e Camus, che non concepivano una presenza divina nella realtà, mentre il secondo includeva invece Jaspers e Marcel, che avevano conciliato l’esistenzialismo con la dimensione cristiana. Il riferimento alla dimensione religiosa non costituisce però l’appoggio ad un’ideologia che dà certezze assolute: non è una scelta di fede ma una scommessa, una scelta politica e sociale mirata alla costruzione di un’esistenza migliore all’interno della realtà.
Come avevamo prima anticipato sono ancora due i filoni ideologici da notare: da una parte il richiamo e la rinascita della filosofia di Kierkegaard, dall’altra il movimento fenomenologico di Husserl.
Il richiamo a Kierkegaard sta nella nuova attenzione che si dà al singolo, alla dimensione individuale e alle scelte che l’uomo fa di fronte alla realtà, mentre la fenomenologia di Husserl consiste nel focalizzare l’attenzione sull’ambito coscienza – fenomeno (vedi contesto storico).
Infine tra tutte le differenziazioni assunte dall’esistenzialismo, quella tra esistenzialismo di sinistra o di destra, è probabilmente la più sviante.
Quello di sinistra risente più dell’influenza della cultura tedesca e in esso sono più accentuati gli atteggiamenti di rivolta nei confronti della tradizione filosofica; c’è inoltre una sensibilità più acuta per la drammaticità dell’esistenza e una marcata propensione verso una conclusione pessimistica.
L’esistenzialismo di destra è invece una corrente francese che si ricollega più direttamente allo spiritualismo e assume uno sguardo decisamente meno polemico rispetto alla tradizione filosofica. Ai toni pessimistici si sostituisce un fiducioso ottimismo, con l’intento di richiamare l’uomo all’impegno sociale e politico e facendolo riflettere sul rapporto che lega la sua esistenza alla realtà.
SARTRE
L’essere e il nulla
L’ambiente francese fornisce un territorio fecondo all’esistenzialismo grazie alla diffusa filosofia di Bergson, che già accentuava il lato personale, riflessivo e soggettivo della concezione filosofica stessa. Infatti se l’esistenzialismo tedesco è il punto di riferimento, sicuramente quello francese è il più diffuso soprattutto grazie alla capacità dei suoi esponenti nella diffusione mediatica e letteraria.
Soprattutto a Sartre si deve la popolarità assunta del termine esistenzialismo ed è proprio lui a scrivere nel 1946 “L’esistenzialismo è un umanesimo”, scritto con l’intento di rispondere alle accuse marxiste alla sua dottrina della libertà, nel quale rivendica per il proprio esistenzialismo un nuovo significato di tipo umanistico.
Nel 1943 scrive invece “L’essere e il nulla” esprimendo i primi motivi dell’esistenzialismo Sartriano, di tipo negativo e pessimistico. In esso egli si propone di indagare sia il fenomeno dell’essere che l’essere del fenomeno.
Lui dice che dell’essere si può solamente dire che è, che è in sé e che è ciò che è. Non vi è un fondamento dell’esistenza dell’essere, che dunque è contingente, inesplicabile e assurdo. Fatto questo primo ragionamento, passa a distinguere l’essere in sé, che riposa su se stesso, (massiccio, immobile e opaco) astratto senza alcuna prova che esso esista, dall’essere per sé, che assume il significato di coscienza.
Ma poiché tutto ciò che esiste deve essere secondo lui in sé, vuol dire che il per sé coincide con il nulla, nel senso che esso risulta essere negativo, mutevole e contingente. L’uomo porta dunque in sé il nulla.
Le tre ek-stasi
Per cercare di liberarsi ed uscire da questa dimensione negativa l’uomo passa attraverso le tre ek–stasi (uscire fuori).
- La prima ek-stasi è quella della coscienza. Tramite essa l’uomo cerca, attraverso la scissione dell’in sé, di raggiungere l libertà. Ma la condanna al fallimento è inevitabile: infatti la libertà ti pone di fronte a delle scelte, m come può l’uomo scegliere in assenza di criteri oggettivi? Ciò gli provoca angoscia e infelicità.
- La seconda ek-stasi è l’essere per altri. Se infatti l realtà non ha senso noi possiamo comunque costruire qualcosa di migliore con l’aiuto degli altri. Non si è più soli di fronte alla realtà, ma anche questa nuova dimensione è condannata: infatti se noi cerchiamo appoggio e sostegno negli altri, in realtà noi li strumentalizziamo per raggiungere i nostri scopi, togliendo loro la libertà faticosamente conquistata.
- La terza ek-stasi è quella in cui l’uomo decide di diventare Dio, ossia un essere in sé e per sé, per superare i suoi limiti e la dimensione contingente umana. Ma anche in questo caso viene sconfitto in quanto l’uomo non può raggiungere l dimensione divina in quanto non gli appartiene.
Da queste molteplici sconfitte deriva il pessimismo Sartriano che lo porta a definire l’uomo come una “passione inutile” e a scrivere le due opere “La nausea” e “Il muro”.
L’esistenzialismo umanistico
Siamo alla svolta tra periodo negativo e positivo. Sartre si avvicina alla dottrina umanistica, predicando l’impegno politico e la partecipazione sociale. Si afferma il modello di intellettuale engagé, che deve con il suo lavoro cercare di influenzare l realtà stessa. L’opera simbolo di questo periodo è “l’esistenzialismo è un umanesimo”, in essa Sartre risponde anche alle accuse da parte del determinismo marxista: egli afferma che l’individuo non è semplicemente determinato dalla situazione economica sociale e politica, ma che nel tempo egli progredisce. Inoltre non concepisce la storia come predeterminata in modo indipendente e autonomo dalle scelte degli individui e dà importanza alla dimensione dell’uomo stesso e della sua esistenza all’interno della realtà.
La collettività e il gruppo
Un altro concetto di questa nuova fase è quello di collettività: Sartre, dando comunque spazio alla dimensione individuale, distingue il concetto di serie da quello di gruppo, affermando che mentre il primo indica quella categoria di persone che sono condizionate e determinate dalla società in cui vivono, il secondo raggruppa quegli individui coscienti, che sono liberi e progettuali. Ciò che li unisce non è la condivisione di uno scopo quanto il processo dinamico attraverso il quale essi si sono formati (dunque le esperienze e i valori comuni). Per illustrare questo possiamo fare l’esempio di un tram: al suo interno la collettività che tutti i giorni lo prende non è unita da uno scopo comune ma dal fatto che tutti, tutti i giorni, devono prendere il tram in questione. Secondo Sartre la funzione di un gruppo è creare la libertà attraverso l’impegno politico.
L’impegno politico
Sartre non si stanca mai nel criticare il marxismo burocratizzato, il capitalismo, il colonialismo occidentale. Contro l’antiumanesimo egli riafferma che è il soggetto il vero protagonista della storia e che l’individuo non è predeterminato ma libero di compiere le sue scelte. In questa prospettiva Sartre predica a tutti i suoi contemporanei l’impegno sociale e politico per cercare di migliorare tutti la realtà e la stessa dimensione dell’esistenza umana.
TESTO – L’esistenzialismo è un umanesimo
In questo testo Sartre afferma che il termine esistenzialismo è ormai diventato di moda ma che non è facilissimo darne una definizione esaustiva. Lui inizia a dire che “l’esistenza precede l’essenza”, e che quindi la dimensione individuale ed esistenzialista è più importante di quella dell’essenza di ogni singolo oggetto.
Fa questo tramite l’esempio di un artigiano che fabbrica un tagliacarte, per cui secondo lui l’essenza, ossia le conoscenze necessarie per costruire il tagliacarte, sono precedenti, all’esistenza, ossia alla costruzione del tagliacarte stesso; quindi fa il parallelismo con Dio che”fabbrica” l’uomo: anche in questo caso l’essenza, l’idea di creare l’uomo, precede l’esistenza.
Per questo motivo Sartre elimina il concetto di Dio, fondando un esistenzialismo ateo nel quale è l’esistenza a precedere l’essenza; nel quale sono più importanti la realtà umana e la dimensione individuale.
Quindi Sartre passa a definire il principio dell’esistenzialismo, secondo cui “l’uomo non è altro che ciò che si fa”, ossia che l’individuo è il prodotto delle sue scelte e che non è assolutamente vero che esso sia socialmente condizionato (come affermava il determinismo marxista). L’uomo sarà ciò che vorrà essere, ciò che ha progettato di divenire. Il fatto che l’uomo sia libero non comporta il fatto che egli sia anche in grado di scegliere sempre nel modo migliore: l’uomo risulta essere responsabile delle sue azioni.
L’esistenzialismo nonostante sia, secondo Sartre ateo, si oppone energicamente al laicismo perché pensa che non si possano eliminare dei valori a priori. Inoltre non ci può essere alcun bene a priori in unto non è scritto da nessuna parte che il bene esista, che bisogna essere onesti, non mentire: secondo Sartre l’uomo è troppo umano per percepir la dimensione trascendente, dunque tanto vale eliminare Dio e tutti quegli altri concetti che sono definiti a priori.
Dostoevsky diceva se Dio non esiste tutto è permesso: di qui parte l’esistenzialismo; l’uomo è abbandonato a se stesso, non ha nulla cui ancorarsi e non è determinato ne condizionato. Non vi è determinismo, l’uomo è libero, è responsabile delle sue scelte, anche se non ha fondamenti oggettivi su cui basarsi. Da questo deriva l’angoscia che domina l’esistenza umana: secondo Sartre l’uomo è condannato ad essere libero.
SIMONE de BEAUVOIR
La differenza tra sessi
La differenziazione fra i sessi divenne, negli ultimi decenni del Novecento, un problema filosofico; la filosofia aveva infatti, fino a questo momento, la differenziazione sessuale come una variante secondaria e accidentale rispetto all’universalità e alla neutralità del soggetto pensante.
La donna, esclusa dall’ambito politico, sociale e del sapere, non aveva avuto accesso ai luoghi della produzione culturale; è solo agli inizi del Novecento che le donne iniziano a essere visibili rivendicando il diritto al voto, al lavoro e all’istruzione. La battaglia per l’emancipazione femminile e quindi l’assunzione di una relativa uguaglianza fra i sessi comporta l’assunzione, da parte delle donne, dell’universo maschile che diventa un “modello” cui adeguarsi. Si fa strada l’esigenza di affermare la positività della propria differenza per poter creare un “essere al mondo” proprio e più libero e autonomo. La presa di coscienza dei problemi e delle tematiche relative all’emancipazione portano a dover rileggere arte, storia, letteratura, scienze e filosofia da un punto di vista femminile. La differenza di genere diventa quindi una nuova categoria analitico -interpretativa con cui pensare di nuovo le forme del sapere.
La condizione della donna
Le donne entrano quindi nel campo filosofico come soggetto interrogante e ciò comporta uno cedimento. È Simone de Beauvoir che attua una vera e propria rottura con il libro “Il secondo sesso”. Essa afferma che entrambi i sessi hanno un’autonomia, ma che questa viene evocata nel caso della donna solo per provare la sua inferiorità o per dare una spiegazione alla sua esclusione. La donna si pone come soggetto parziale già dal fatto che con la parola uomo si designa l’intero genere umano come se il maschio realizzasse in sé tutta l’umanità. La donna si determina e si differenzia solo in relazione all’uomo: egli è l’Assoluto, il Soggetto, lei è l’Altro. L’idea costante è che la donna sia un essere incompleto, privo delle qualità che consentono l’esistenza autonoma e un’imparzialità di giustizio. Ma “donna non si nasce, lo si diventa”: l’essere donna non è cioè un destino, ma il frutto di un complesso sistema, dettato dal potere patriarcale, di obblighi, di condizionamenti. È solo superando il dato corporeo, più che adattandovisi, che l’essere umano diventa soggetto. La libertà si afferma a partire da una situazione data alla quale essa però sfugge: divenire se stessi è un progetto, non la realizzazione di una natura.

TESTO – Il secondo sesso
Nel testo Simone de Beauvoir di chiede innanzi tutto che cosa si intenda per donna e le interpretazioni sono:
- tota mulier in utero (= tutta la donna sta nell’utero): la femminilità viene vista come semplice “secrezione delle ovaie” e vi è una perdita di naturalità e una visione della donna solo dal punto di vista riproduttivo, come un semplice “serbatoio” di ovuli;
- appartenenza di razza: il genere umano è diviso in due uomini e donne, come i neri o gli ebrei la donna viene designata come una razza, determinati caratteri rendono la donna tale, viene sottolineato un certo determinismo come nella concezione di razza;
- negazione della differenziazione: alcuni femministi ritengono che uomo e donna siano uguali e appartenenti in ugual misura al genere umano, ciò toglie ogni tipo di caratterizzazione ai sessi;
- netta differenziazione: uomo e donna sono totalmente diversi per fisiologia, andatura, carattere, occupazioni, ecc.;
- un uomo mancato: la donna viene vista come incompleta, un essere che pensa con l’utero (“dici così perché sei donna”) mentre il maschio pensa con il cervello e non con le palle la donna non è in grado di non pensare con l’utero.
Se una donna vuole definirsi per prima cosa dice “Sono una donna”, l’uomo invece è sottinteso che sia tale, non ha bisogno di precisarlo.
Inoltre con la parola “uomo” si designa tutto il genere umano, l’uomo rappresenta sia il polo positivo che quello negativo, è l’Assoluto, la donna invece viene solo designata come polo negativo, ogni determinazione le è imputata in guisa di limitazione. Mentre la donna pensa una cosa solo perché è donna non viene attribuito nulla di particola all’uomo che diviene quindi un modello da seguire.
L’uomo definisce la donna non in quanto tale ma in relazione a se stessi, la donna, anche volendolo, non riesce a pensarsi senza l’uomo mentre l’uomo può pensarsi senza donna, la donna rappresenta per l’uomo solo il sesso e la riproduzione, è un essere inessenziale, l’Altro. Nelle società primitive c’era già l’alterità, l’Uno e l’Altro, ma non aveva significato sessuale; l’alterità è la categoria fondamentale del genere umano, se una persona non è del mio paese essa diventa l’Altro e nei suoi confronti c’è una specie di ostilità,ma se vado in un altro paese sono io ad essere l’Altro e a venire visto con sospetto. Gli individui e i gruppi sono quindi costretti a riconoscere la reciprocità del loro rapporto, ma questo non accade fra i sessi in cui la donna ha assunto un ruolo passivo e subordinato.
Solitamente la passività e la subordinazione sono date dall’ineguaglianza numerica, ma questo non può valere per il genere femminile, in quanto le donne non sono una minoranza. La subordinazione è avvenuta e basta, nulla la giustifica da un punto di vista storico o sociale, non è la conseguenza di nulla e anche se la donna appare come inessenziale non ha fatto nulla per tornare all’essenziale. Spesso sono le stesse donne che si auto-escludono, esse non dicono”noi” ma si designano esse stesse come “donne” non affermandosi quali soggetti.
L’azione delle donne è sempre stata un movimento simbolico, non hanno mai “strappato” nulla all’uomo, si sono limitate a ricevere; non hanno i mezzi concreti per raccogliersi in unità, vivono disperse fra gli uomini e sono legati ad alcuni di essi (padre, marito) più che alle altre donne (non c’è una coscienza femminile), inoltre non sono un gruppo perché non hanno un passato o tradizioni in comune come invece hanno i gruppi etnici come gli Ebrei o le persone di colore.
Il legame che unisce la donna ai suoi oppressori non paragonabile a nessun altro,neanche in sogno la donna può immaginare di sterminare gli uomini, lo schiavo invece può immaginare di uccidere il padrone. C’è una stretta interdipendenza fra uomo e donna ma la necessità biologica (sesso e prole) non ha riscattato socialmente la donna. Anche se la donna ha dei diritti nel costume non vi è la loro espressione concreta; uomini e donne sono come due caste ma il passato è stato fatto dagli uomini e il mondo appartiene ancora ad essi che non mettono in dubbio i loro diritti, cosa che invece le donne iniziano a fare. Rifiutare di essere l’Altro, rifiutare la complicità con l’uomo significherebbe per loro rinunciare a tutti i vantaggi che porta con sé l’alleanza con la casta superiore: l’uomo-sovrano proteggerà materialmente la donna-vassalla e penserà a giustificarne l’esistenza.
La donna non ha quindi i mezzi concreti per rivendicare se stessa come soggetto perché quando l’uomo la designa come l’Altro trova in lei una complicità profonda.
Gli uomini hanno sempre ostentato la soddisfazione che provano nel sentirsi re della creazione (Dio è uomo, il maschio è stato creato per primo, ecc.) e hanno trasformato in diritto la loro supremazia, sostenendo che la subordinazione della donna è “voluta dal cielo e utile alla terra”, così l’uomo si è sentito autorizzato a creare le regole senza interpellare la donna.
La rivoluzione industriale ha portato uno spauracchio per l’uomo che ha visto la donna partecipare alla vita lavorativa e per porre freno a una possibile presa di coscienza ha sembrato affidargli “l’uguaglianza nella differenza”.
Se un individuo o un gruppo è tenuto in condizione di inferiorità esso diventa di fatto inferiore, le donne vivono in una situazione che apre loro il minor numero di possibilità. Gli uomini ricavano molti benefici dal fatto di essere gli oppressori: anche il più umile degli oppressori si sente superiore agli oppressi, così il più idiota dei contadini bianchi si sentirà orgoglioso di non essere uno “sporco negro”, così il più mediocre degli uomini si sente un semi-dio di fronte alle donne (nessuno di fronte alle donne è più aggressivo, arrogante e sdegnoso di un uomo insicuro della propria virilità).
L’argomento preferito dai femministi è che la donna è stata creata dopo Adamo che quindi diviene solo una specie di abbozzo, dio prova e che Dio ha raggiunto la perfezione nella donna, non essendo soddisfatto dell’uomo.
Nessun problema umano si può affrontare senza l’uso di categorie, ma purtroppo nessuna descrizione, pur pretendendosi obiettiva, è priva di uno sfondo etico.
Spesso si analizza la situazione della donna dal punto di vista del bene pubblico ma non bisogna confondere l’interesse privato con la felicità che spesso viene vista dal punto di vista del ruolo sociale (la massaia è più felice dell’operaia) ma con ciò la felicità diviene schiavitù. Il punto di vista che Simone de Beauvoir vuole adottare è quello esistenzialista, ogni soggetto si pone concretamente come trascendenza (trascendere = superare) attraverso una serie di finalità (=progetto), esso attua la sua libertà solo nel continuo passaggio ad altre libertà; la sola giustificazione dell’esistenza presente è la sua espansione verso un avvenire indefinitamente aperto. La donna, pur essendo una libertà autonoma, si scopre e si sceglie come contrapposizione, come non-uomo. Simone de Beauvoir conclude dicendo che non si porrà la sorte dell’individuo in termini di felicità ma in termini di libertà e ciò non avrebbe senso se si pensasse che sulla donna pesi un destino fisiologico, psicologico o economico.
La SCUOLA di FRANCOFORTE
Caratteri generali
La Scuola di Francoforte trae origine dall’Istituto per la ricerca sociale, fondato da un gruppo di intellettuali marxisti nel 1922; esso divenne il primo organismo universitario tedesco dichiaratamente marxista. Tale scuola fu tipica della Repubblica di Weimar, ma con l’avvento del nazismo venne trasferita prima a Ginevra, poi a Parigi ed infine negli Stati Uniti, dove diventerà sede delle nuove avanguardie.
Sotto la direzione di Max Horkheimer la ricerca dell’Istituto fu finalizzata a interpretare la realtà sociale e l’analisi di questa alla luce dei concetti hegelo- marxiani sulla società, la totalità e le contraddizioni di essa. Si trattava di costruire una teoria critica che fosse capace di elaborare un’effettiva interpretazione dei fatti empirici della realtà;tale teoria mirava a salvaguardare la libertà dell’individuo dall’autorità esercitata su di esso, a livello sociale e psicologico, dalle istituzioni della società di massa contemporanea. In quel periodo infatti non si riusciva, ad esempio, ad analizzare i totalitarismi attraverso le categorie interpretative esistenti: per esempio, i conservatori inglesi vedevano il potere sovietico marxista come un “travestimento” del potere borghese e delle classi dirigenti, non si teneva conto, però, che il marxismo aveva origine socialista e non lasciava libertà economica, applicava anzi una politica interventista tesa ad influenzare gli industriali.
L’Istituto utilizzava apporti da tre fonti principali:
• La psicanalisi, per quanto riguarda l’analisi della società e della civiltà dal punto di vista meta-psicologico(es. il Super-io della civiltà o l’identificazione tra il leader politico e la massa) e non dal punto di vista terapeutico.
• Le scienze sociali, dalla tradizione neokantiana (Weber:il potere carismatico,le forme di condizionamento e la crisi della democrazia) e le scienze umane.
• Il marxismo non ortodosso, quindi rispetto alle alienazioni sociali.
Gli autori principali di questa Scuola furono Horkheimer, Adorno, Marcuse, Reich e Benjamin.
Horkheimer
Direttore ufficiale ed esponente maggiore della Scuola di Francoforte, Horkheimer combatte la sociologia di impostazione weberiana a favore di una nuova teoria critica volta a ricostruire la realtà sociale inserendola in un contesto storico - culturale ben definito, del quale denuncia il carattere alienante. Horkheimer sviluppa una sociologia dialettica in grado di applicare un’attività conoscitiva che partecipi al processo di trasformazione della società, criticando la pretesa neutralità della ragione “oggettiva”, che era stata alla base delle filosofie da Platone a Hegel. A quest’ultima viene sostituita una ragione “soggettiva”, affermata attraverso le filosofie empiristiche, illuministiche e positivistiche, la quale risulta incapace di assumere una posizione critica nei confronti della realtà e della società industriale moderna (tali teorie vengono sviluppate nella “Dialettica dell’Illuminismo”, scritta in collaborazione con Adorno)
Tale atteggiamento rivoluzionario viene affievolito dalla situazione storico socio-economica della Germania postbellica, fino a trasformarsi in un atteggiamento pessimistico influenzato dalla metafisica shopenaueriana: viene sviluppato un rifiuto del marxismo, una critica dell’esistente in nome della trascendenza e una riflessione sulla società tedesca nel dopoguerra.
Adorno
Le conoscenze filosofiche di Adorno si formano in un ambiente neokantiano, per poi allontanarsi prima in direzioni esistenzialistiche poi critico-marxiste, con un’attenzione continua alle manifestazioni della cultura di massa.
Nella “dialettica dell’illuminismo” egli teorizza l’illuminismo come corrente culturale simbolo della civiltà occidentale, caratterizzata dal dominio razionale dell’uomo sulla natura, che egli capovolge il dominio dell’uomo sull’uomo. Egli considera la modernità produttrice di alienazione a livello economico (sistemi capitalistici) e spirituale, in cui la scienza rappresenta una forma di razionalità strumentale che ha dato vita a un sistema totalitario privatore della libertà stessa dell’uomo. Nella successiva fase filosofica degli anni 50-60 egli sviluppa una critica materialistica delle “filosofie dell’originario”, quali lo scientismo positivistico, la fenomenologia husserliana e l’ontologia heideggeriana; ad esse contrappone una concezione rinnovata della dialettica, vista non più come “positiva”, che presuppone l’identità di reale e razionale, ma come dialettica negativa, materialistica, che afferma la non identità di reale e razionale.
La filosofia si configura perciò come l’ultima forma di coscienza critica, capace di non lasciarsi assimilare all’esistente.
Marcuse
Gli studi di Marcuse (1898-1972) iniziano sotto l’influenza della filosofia di Husserl e Heidegger successivamente alla salita al potere del nazismo, è costretto ad emigrare negli USA dove pubblica un’opera su Hegel in cui libera la filosofia di quest’ultimo dall’accusa di accettazione acritica dell’esistente. La ragione e il metodo dialettici di Hegel vengono interpretate come rivoluzionarie, poiché interpretati in termini di critica e negazione del dato. Dopo la guerra Marcuse sviluppa una complessa critica della società industriale contemporanea, utilizzando strumenti concettuali desunti da Marx e da Freud. Nel testo “Eros e civiltà” il pensiero di Freud si incontra infatti con quello di Marx, in quanto entrambi criticano la repressione degli istinti (che Marcuse identifica con la pulsione sessuale, rifacendosi appunto alle teorie freudiane) e mirano alla liberazione delle pulsioni interiori dell’uomo. Marcuse riconosce inoltre l’esistenza di una repressione addizionale dovuta alla disuguaglianza e all’oppressione provocate dalla struttura classista della società. La liberazione da questa è possibile grazie agli sviluppi tecnologici del capitalismo, con la creazione di una società socialista fondata sulla ricchezza e sull’abbondanza, non identificabile né con il “socialismo reale” né con la “società del benessere”. Nel testo “L’uomo ad una dimensione” egli annulla ogni capacità critica dell’uomo riducendola ad una sola dimensione, rendendo impossibile il riferimento alla classe operaia di tipo tradizionale come soggetto rivoluzionario, poiché del tutto integrata nelle forme di produzione e di consumo alienata propria delle classi dirigenti capitaliste.
TESTO – Le nuove forme di controllo
TESTO – La perdita dell’aura

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