L'evoluzione del concetto di divinità

Materie:Tesina
Categoria:Filosofia

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Testo

Chiarvesio Mattia n° 2 Udine, 11-02-2006
A. sc. 2005/2006 4^ A st

L’EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI DIVINITA’

L’uomo, fin da quando è stato dotato della ragione, ha sempre creduto nell’esistenza di un essere superiore ad esso, che sia in grado di spiegare tutto ciò che non si riesce a comprendere razionalmente.
Esaminando le religioni precristiane, se ne individuano due principali, che caratterizzano le maggiori civiltà antiche: la religione egizia e quella greca.
Una delle caratteristiche essenziali della religiosità egizia riguarda l'adorazione per gli animali; quasi tutte le antiche divinità egizie presentano caratteristiche zoomorfe: gli dei venivano infatti raffigurati con un aspetto umano dalla testa animale, come Anubi (lo sciacallo). Un'altra peculiarità della mitologia egizia è il politeismo. Erano adorate decine di divinità, anche se il Sole fu sempre al centro di una venerazione particolare perché probabilmente rappresentava meglio degli altri l’essere superiore.
La mitologia greca (chiamata anche olimpica in quanto il monte Olimpo era indicato come residenza degli dei) è caratterizzata dalla presenza di molti dei che vivono una vita senza interferenza diretta con la realtà dell'uomo e sono pensati con comportamenti simili dalla società umana: essi si differenziano da essa solamente per la loro immortalità e in quanto possiedono alcuni poteri sopranaturali.
La principale analogia tra queste due culti è che sono entrambe politeiste; già durante il periodo ellenico, però, nasce l’idea dell’esistenza di un unico essere divino che racchiude in se tutti i poteri di quella moltitudine di dei che avevano caratterizzato i le professioni precedenti: ciò viene sostenuto da Platone e da Aristotele.
Platone identifica questo essere con il “Demiurgo”, a cui però non assegna un ruolo di creatore, ma solamente di ordinatore del “caos” in cui era immersa a physis.
Aristotele, pur assegnando il ruolo di divinità ad un unico essere, si allontana completamente dalla visione platonica, affermando l'esistenza di un essere divino, definito "motore immobile", che è causa dell'unità e del fine della natura. Questa entità è perfetta ed è perciò l'aspirazione di tutte le cose del mondo, poiché tutti gli enti desiderano essere partecipi della perfezione. Pur non essendo creatore del mondo, l’essere divino è pensiero del pensiero, in quanto l’unico oggetto del suo pensiero può essere solo lui stesso, e causa prima e finale; Aristotele concepisce un Dio che si rapporta con l’uomo, anticipando il cristianesimo, anche se l’essere divino aristotelico si differenzia da Dio cristiano perché egli è oggetto d’amore ma non ama.
Tra i filosofi precristiani può essere inserito anche Plotino che, pur essendo vissuto nel III sec d.C., non ha ancora interiorizzato i principi del cristianesimo. Egli elabora la figura dell’Uno, un essere che si può definire solo in base alla teologia negativa, e cioè affermando ciò che egli non è. L’Uno emana la realtà da se stesso per sovrabbondanza d’essere e da esso tutto nasce e può esservi ricondotto tramite un processo ascensionale e purificatore chiamato “estasi”. Egli rappresenta la perfezione non raggiungibile dall’uomo, la potenza, l’infinitezza; pure l’Uno plotiniano, però, non entra in contatto con l’uomo.
Si giunge dunque ora ad esaminare la figura del Dio ebraico-cristiano; il primo filosofo della scolastica (così è appunto chiamata la teologia medioevale) è Agostino che, assimilando la concezione cristiana, afferma che Dio può essere conosciuto sulla base della ragione, che però deve essere completata dalla fede: il rapporto tra fede e ragione può essere dunque espresso dalle formule “credo ut intelligam” (“si crede per intendere”) e “intelligo ut credam” (si intende per credere”). Si crede per intendere significa che la ragione da sola non può raggiungere la verità: la ragione umana, infatti, non può spiegare tutto, è limitata, e si richiede la fede come potenziamento del sapere. E’ necessario perciò ammettere la necessità di ricorrere alla fede. D’altra parte è anche vero che s’intende per credere: infatti, ammessa con la fede la verità rivelata, nasce l’esigenza di comprenderla, fin dove è possibile, con la ricerca filosofica; la fede non esclude quindi la ragione. La ragione convalida e chiarifica la fede in quanto, per credere saldamente senza mai cedere a dubbi, è necessario anche comprendere. Agostino, perciò, incentra la sua riflessione sul metodo con il quale l’uomo può convertirsi ed individua due diverse fasi di questo processo: 1. la risposta umana al dono di amore e di fede di Dio e la grazia che deve essere donata da egli all’uomo; 2. il pentimento della persona, che riconosce davanti a Dio gli errori commessi.
Ad Agostino si oppone Tommaso, che riporta la fede su un piano superiore alla ragione, affermando che dove la ragione e la filosofia non possono proseguire la ricerca inizia il campo della fede e il lavoro della teologia; filosofia e teologia devono essere però complementari, perché sono volte entrambe a dimostrare la stessa verità.
Facendo ricorso alle categorie aristoteliche di potenza e di atto (prima e seconda via), al concetto di essere necessario ed essere contingente (terza via), ai gradi di perfezione (quarta via) e alla presenza di dell’intelligenza ordinatrice negli esseri privi di conoscenza (quinta via) Tommaso fornisce, tramite la ragione, 5 prove dell'esistenza di Dio. Non riesce a spiegare però razionalmente come Dio possa essere contemporaneamente Uno e Trino. La principale differenza tra filosofia e teologia sta nella interpretazione di questo concetto: attraverso la ragione si può provare l’esistenza di Dio, ma il mistero fondamentale della fede, ovvero che Dio è Trinità in un unico essere, può essere spiegato solo dalla fede.
Sia in Agostino che in Tommaso si nota che il rapporto tra Dio e l’uomo è reciproco ed è quest’ultimo, in quanto inferiore, a mettere i limiti a questo rapporto. L’uomo può non accettare la fede che gli è stata donata da Dio oppure rispondere alla chiamata dando tutto sé stesso. Questa è l’idea dell’Homo pontifex: l’uomo è in un rapporto diretto, intimo e personale con Dio, in cui non devono interferire terzi soggetti come la Chiesa.

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