Kierkegaard: l'antipositismo storico

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia

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Testo

Antipositivismo filosofico: Kierkegaard

La struttura di fondo del movimento decadente risiede nel capovolgimento operato rispetto alle prospettive scientifico-razionalistiche del Positivismo. Da un punto di vista strettamente filosofico, la tematica esistenziale sollevata da Kierkegaard ha il valore di anticipazione diretta nei confronti dei più importanti contenuti decadenti, anche se la sua opera non ebbe influenze dirette sugli sviluppi del primo Decadentismo, e un incontro tra la sua filosofia e la letteratura si ebbe solo (in maniera esplicita) con Kafka.
Kierkegaard ha il merito di riportare l’attenzione sull’individuo, dopo che la filosofia hegeliana aveva finito per ridurlo a semplice fenomeno dell’Idea, e il Positivismo lo stava riducendo a semplice strumento di conoscenza. Kierkegaard afferma che l’esistenza è al di sopra dell’intelletto, e che l’individuo è irriducibile nella sua essenza di peccato-libertà-angoscia; è modernissima la sua convinzione che l’angoscia è l’essenza della personalità, il fondamento della serietà esistenziale. L’angoscia costituisce l’uomo in quanto uomo, e la vera conoscenza non è di nozioni esterne all’uomo, ma di consapevolezza della propria interiorità.
Di fronte al riduzionismo psicologico operato dai positivisti, per cui l’uomo non è che un fascio di sensazioni di diverso tipo casualmente e provvisoriamente aggregate, Kierkegaard riafferma la scoperta romantica dell’Io-essenza, caricando l’individuo, condannato a una libertà senza scampo, di enormi responsabilità ontologiche. Al centro ritorna il dramma dell’uomo, che non può essere superato attraverso la scienza; l’angoscia, il male, il peccato sono condizioni dell’esistenza, e la differenza tra l’esistere dell’uomo e una condizione superiore di felicità, può essere colmata solo dalla fede, per intervento della grazia.
Come appare chiaramente, oltre ad una tematica di estremo interesse per la letteratura decadente (l’angoscia, la solitudine, la libertà, il nulla, la morte), la filosofia di Kierkegaard propone gli elementi di un sostanziale irrazionalismo, nel rifiuto di ogni fiducia nel valore dell’intelletto come strumento di spiegazione del mondo e di salvezza dell’uomo. Contemporaneamente risultano valorizzate le componenti volontaristiche, dal momento che l’individuo è richiamato all’impegno morale del dover essere se stesso, contro ogni tipo di abbandono alla vita mondana. I razionalismi invece trascurano ogni dover essere nella fiducia che l’uomo si realizzi completamente nella conoscenza. Tale atteggiamento volontaristico potrebbe sembrare contrario a tanti aspetti della civiltà decadente così piena di atteggiamenti nichilistici, di rifiuto, di abbandono agli impulsi e agli automatismi psichici, di masochismo. In realtà la filosofia di Kierkegaard non è moralistica, perché non assegna dei contenuti specifici esterni all’uomo: il dover essere se stessi è un invito all’autorealizzazione al di fuori di ogni modello. E tutte le più varie esperienze letterarie del Decadentismo sono contrassegnate da questo tormento dell’autenticità, nell’abbandono di ogni rapporto moralistico con qualsiasi valore prestabilito e nell’accettazione della nuda esistenzialità, nel suo carico di miserie, angoscia e morte.

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