Karl Marx

Materie:Riassunto
Categoria:Filosofia

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Testo

Karl Marx (1818 – 1883)
Marx nacque a Treviri da famiglia ebrea, ma non fu mai educato alla fede poiché, in seguito alle leggi razziali, il padre preferì non aderire alla religione per continuare ad esercitare la professione di avvocato. Studiò a Bonn e poi Berlino, si laureò e divenne redattore della Gazzetta Renana, ma in seguito alla censura e per le sue idee rivoluzionarie, fu costretto a trasferirsi a Parigi. Qui conobbe e strinse amicizia con Engels, Proudhon e Bakunin, anarchici e precursori di quel vasto movimento che sarà il socialismo e quindi il comunismo. Nel 1848, assieme ad Engels, pubblica a Bruxelles “Il Manifesto del partito Comunista”. Espulso anche da Bruxelles si trasferì definitivamente a Londra, dove fu costretto ad accettare gli aiuti economici del compagno Engels, per mantenere la famiglia. Nel 1867 vide la stampa del primo libro de Il capitale, la sua più grande opera in tre libri (il secondo 1885, il terzo 1894). Morì a Londra e il suo epitaffio lo ricorda così:
“A colui che ha difeso i diritti dei lavoratori nelle teorie e li ha fatti valere nella pratica”. La filosofia di Marx fonda le sue basi sul fatto che non è la coscienza degli uomini a determinare la loro condizione sociale, ma è la l’ambiente sociale in cui vivono a influenzare il loro modo di pensare, agire, i loro desideri, le loro aspettative, idee, ecc.. Questa costituisce anche la prima critica al pensiero di Hegel, secondo il quale la coscienza determina ed è essa stessa la realtà. La filosofia di Marx dunque si prefigge lo scopo di attenersi a dati empirici, dando vita ad un materialismo entro il quale la coscienza è determinata dai dati reali e sensibili. Marx afferma che nelle varie epoche gli uomini sono costretti a vivere in un determinato assetto economico entro il quale producono i mezzi di sussistenza a loro necessari. La produzione dei mezzi di sussistenza diventa un atto sociale attraverso il quale ogni uomo entra in contatto con gli altri, rendendo l’economia la base dell’attività umana. La base economica e l’insieme dei rapporti di produzione, entro il quale si trova inserito l’uomo in una determinata epoca, vengono definite da Marx col nome di struttura, ossia lo scheletro economico di una data società. Tale struttura subordina ad essa una sovrastruttura costituita da tutti quegli aspetti della società non economici, ossia dall’insieme delle istituzioni giuridico, politiche, religiose, filosofiche, dall’arte, dalla cultura, ecc.. Ciò significa che l’arte, la cultura, la religione, ecc.., di un determinato popolo, in un determinato periodo, sono lo specchio di una certa struttura economica, ossia di un determinato modo di vivere i rapporti di produzione. Da qui si determina quella dipendenza della coscienza dalla realtà, punto di partenza e tesi principale del pensiero marxista. L’uomo pensa in un certo modo perché vive in un modo particolare la sua condizione reale, influenzata e condizionata dall’attività economica che deve necessariamente compiere per garantirsi la sopravvivenza. Secondo Marx i rapporti di produzione in cui si è trovato l’uomo nel corso della storia si manifestano palesemente nei rapporti di proprietà, ossia il modo in cui vengono posseduti i mezzi necessari per la produzione. Dunque nella struttura economica vengono a crearsi due classi di uomini: una che detiene i mezzi e un’altra che utilizza i mezzi altrui per produrre i beni, ossia la forza lavoro. Durante il corso della storia, dalle società primitive a quelle medioevali, a quelle coeve, si è avuta una distinzione di classi sociali che vedeva da un lato, una classe egemone, che deteneva la proprietà dei mezzi, e un’altra subordinata, costituente la forza lavoro. Secondo Marx nella sua età industriale coesistevano due classi: quella dei capitalisti e quella dei proletari: i primi detengono il capitale, le industrie, dunque i mezzi di produzione; i secondi, gli operai, costituiscono la forza lavoro. Per Marx, è legge storica universale, lo scontro continuo tra queste due classi, con l’inevitabile vittoria della prima. Per rimuovere tale ingiustizia, Marx pensa sia necessario agire nella struttura stessa del sistema economico, e non per via puramente mentale, ideologica. In questo modo, rivolgendosi ad una lettura critica dei fenomeni dell’esistenza, e non agli sviluppi teorici di essa, che sono determinati dalla realtà in cui sono contestualizzati, sviluppa quella che è definita critica della prassi, da imputare al filosofo Fuerbach. Dall’insofferenza della classe dei lavoratori, che si trova in subordinazione rispetto a quella dei proprietari, nasce quell’esigenza storica in cui una classe preme sull’altra per il cambiamento e/o la conservazione della struttura socioeconomica esistente. La classe dominante dunque tenderà a conservare lo stato di cose, sicché un cambiamento e uno sconvolgimento di sistema, non garantirebbe più loro l’accezione di dominante. Il mutamento, nel sistema capitalistico è rappresentato dunque dai proletari, che dalla posizione di svantaggio in cui si trovano, cercano di cambiare le cose. Per Marx la rivolta della classe dominata porterà all’eliminazione delle classi e della conseguente lotta di classe, con la necessaria eliminazione della proprietà privata, connaturata alla classe dominante. Secondo Marx, questo naturale e necessario movimento verso una società non più classista ed egualitaria per tutti gli uomini, porterà a quel nuovo sistema di vita e produzione dei beni definito Comunismo. Gli uomini producono beni che hanno un valore d’uso. Nel sistema capitalistico il valore d’uso diventa valore di scambio, sicché un bene non è più prodotto per la propria necessità, bensì per essere scambiato con la moneta. In questo meccanismo si avverte una forte separazione tra il prodotto e il suo uso. Per cui chi produce qualcosa non ne è proprietario in quanto vende la propria capacità lavorativa al suo datore di lavoro, che risulta il vero proprietario del prodotto dei suoi lavoratori. Il produttore reale dunque non è proprietario ne del prodotto, ne dei mezzi che servono a produrlo, creando una separazione che viene definita alienazione, che genera disinteresse per la cosa prodotta e iniquità, poiché il lavoratore viene ricompensato con un salario definito dal suo datore che non corrisponde al valore di scambio della merce prodotta. Tale iniquità nel sistema capitalistico è atta a creare quel plusvalore necessario all’imprenditore per trarre profitto dalla sua impresa, riducendo cioè al minimo i costi. In un impresa, infatti, esistono due tipologie di capitali che determinano il valore di un bene prodotto: il capitale costante, costituito dai costi delle macchine; il capitale variabile, corrispondente ai costi dei salari. Per ottenere un guadagno reale il capitalista deve creare quanto più plusvalore possibile restando nell’ambito di un prezzo determinato dal gioco della domanda e dell’offerta. Quando viene raggiunto un tetto massimo oltre il quale un prodotto non ha più mercato, è necessario ridurre le spese dal capitale variabile. L’imprenditore cercherà dunque di abbassare i salari e ridurre il numero degli operai, sostituendoli con le macchine, per cercare di ottenere plusvalore. Dunque su questa contraddizione si fonda la crisi del capitalismo: chi detiene i mezzi di produzione esaspera sempre di più la ricerca del plusvalore cercando di minimizzare le spese e massimizzare il profitto. Tale corsa al profitto ha come conseguenza l’impoverimento del proletario che si ritrova a dover produrre sempre più merce per aumentare un plusvalore di cui non sarà mai beneficiario. A fronte di una drastica e continua riduzione dei salari viene a mancare fatalmente anche la domanda, mandando in crisi di sovrapproduzione il mercato. La continua competitività del mercato e le lotte fra le varie imprese, che tenderanno a monopolizzare i rispettivi mercati a scapito dei concorrenti, porteranno, secondo Marx, a una situazione sociale in cui vi saranno pochi capitalisti e un’enorme massa di proletari sfruttati, potenzialmente distruttiva. E sarà una legge economica, non teorica come era per Hegel, a permettere alla storia di svilupparsi in un determinato modo, ossia nel comunismo. Il comunismo si presenta come estremità opposta e soluzione al sistema capitalistico. Nella società comunista non esisteranno più classi e lotte di classe, separazione tra oggetto prodotto e produttore, proprietà privata. Ne deriva che la sovrastruttura ideologica sociale verrà eliminata, tant’è che non saranno più necessari, ad esempio, ne lo Stato ne la religione. Il comunismo per Marx è una legge universale, una tappa storica obbligatoria, che non trae origine da ideali astratti, ma dall’evidenza stessa dei dati pratico empirici dell’economia. Per Marx il comunismo è la naturale e necessaria soluzione del capitalismo in un nuovo e definitivo sistema socioeconomico finalmente egualitario, dopo secoli di lotte e disuguaglianze.

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