KANT: Il problema morale: La critica della ragion pratica

Materie:Riassunto
Categoria:Filosofia
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Testo

LA FILOSOFIA COME ESERCIZIO DEL PENSIERO CRITICO (pag.502-503)
Kant rappresenta il prototipo stesso di filosofo, in quanto persona dalla vita riservata e schiva, tutta dedita all’insegnamento universitario, allo studio e alla scrittura. Egli viene rappresentato come figura per eccellenza del “professore” , in quanto, tra i filosofi moderni, è uno dei pochi ad aver esercitato unicamente il mestiere del docente universitario, da cui traeva il sostentamento. Tra i tanti aneddoti che circolano sul filosofo, vogliamo ricordare quello che lo raffigura come una persona estremamente regolare e ripetitiva, tanto che , (si dice), osservando le sue attività durante la giornata le persone regolavano i propri orologi!
Kant nasce nel 1724 in una cittadina della Prussica orientale, da una famiglia molto povera. Gli viene dato il nome di Immanuel (“Dio con noi”) perché i suoi genitori, molto religiosi, aderiscono al pietismo(un movimento all’interno del protestantesimo). L’educazione religiosa segnerà profondamente il giovane, tanto da lasciare tracce durature anche nell’adulto kant, che conserverà sempre, nella sua vita, un atteggiamento serio e responsabile. Ha soli 13 anni , quando gli muore la madre e più tardi, grazie agli aiuti finanziari dei parenti riesce ad iscriversi all’Università.
Dopo la morte del padre, per guadagnarsi da vivere, egli è costretto a fare l’istruttore, impartendo lezioni private ai giovani delle casate nobili. E, intanto, continua a studiare, allarga la sfera delle proprie conoscenze scientifiche e filosofiche e pubblica le prime opere. Nel 1755 consegue il titolo di “dottore in filosofia” e nello stesso anno si abilita all’insegnamento universitario. Obiettivo essenziale della sua attività di professore non è quello di impartire conoscenze, ma di condurli a “fare filosofia” in modo autonomo, ossia ad esercitare sempre la propria riflessione critica su tutto, in uno spirito aperto e scevro da pregiudizi. In questi anni il filosofo si dedica anche ad un’intensa attività mondana: Kant è in questi anni gentile e galante, e a dispetto della gracile e non prestante figura fisica (era basso e con una lieve gobba), molto ricercato in quanto conversatore intelligente e arguto.
IL PROGRAMMA DEL CRITICISMO (pag. 503-504)
E’ nel 1766 che kant esprime per la prima volta il suo progetto filosofico con la pubblicazione del saggio “Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica” in cui mostra come, lasciata a se stessa e priva del terreno sicuro dell’esperienza , la ragione persegua i più bizzarri e stravaganti percorsi. E’ la prima intuizione della necessità di superare la tradizione metafisica razionalistica allora in auge nelle università. A tale esito Kant arriva anche sulla base della letteratura di Hume che, come egli stesso afferma, ha avuto il merito di svegliarlo dal “sonno dogmatico” (metafisico) inducendolo a una radicale svolta filosofica. Nel 1770 accede alla cattedra di logica e metafisica. Quest’ultima inizia un decennio dopo ( quando il filosofo ha raggiunto i 57 anni) con la composizione della Critica della ragion pura: si tratta del “libro più importante che sia mai stato scritto in Europa” , ma che on viene accolto bene dal pubblico, anche a causa della difficoltà del linguaggio. A esso fanno seguito il celebre saggio breve “risposta alla domanda che cos’è l’illuminismo” e l’importante “fondazione della metafisica dei costumi” . Sono anni di intensissimo studio, segnati anche da uno stile di vita ritirato e schivo. Nel 1787 pubblica la seconda edizione della “critica della ragion pura” , ampiamente modificata, e subito dopo la “critica della ragion pratica”(1788) e la “Critica del giudizio” (1790). Nel 1795 scrive “per la pace perpetua”, un importante saggio di filosofia politica. Seguiranno poi altri scritti. La morte lo coglie nel 1804.
LA CRITICA AL RAZIONALISMO E ALL’EMPIRISMO (pag. 504-505)
La riflessione kantiana muove dalla constatazione che la metafisica, a differenza della scienza, è un campo di battaglia di opinioni differenti, tra cui, in particolare, bisogna ricordare l’opposizione tra razionalismo ed empirismo. In breve, secondo Kant, il razionalismo era dogmatico, in quanto dava per scontata la certezza delle nostre conoscenze, senza curarsi però dell’esperienza; mentre l’empirismo sfociava nello scetticismo. Per superare tale difficoltà, kant sceglie una strada mai tentata in filosofia, ossia immagina di demandare la questione a un tribunale, “il tribunale della ragione”, il quale dopo processo regolare, dovrà risolvere la controversia tra dogmatismo e scetticismo. Il verdetto sarà impietoso sia nei confronti del razionalismo (o dogmatismo), sia nei confronti dell’empirismo e dello scetticismo, a causa della loro unilateralità. Nel corso del suo autoesame, infatti, la ragione respingerà sia la tesi dell’empirismo (secondo cui non esiste altro fondamento della conoscenza se non l’esperienza sensibile e, pertanto, la conoscenza non è mai ne universale ne necessaria); sia la tesi del razionalismo (secondo cui è possibile una conoscenza a priori, che cioè trascende i limiti dell’esperienza).
In conclusione il filosofo affermerà la possibilità di una conoscenza rigorosamente universale e necessaria, oggi diremmo “scientifica”, ottenibile però sempre e soltanto nell’ambito dell’ “esperienza possibile”. L’esperienza rappresenta i limiti della ragione, circoscrivendo il campo al cui interno la nostra mente può applicare i propri concetti. Quindi ogni nostra conoscenza nasce dall’esperienza, che stimola i nostri sensi e muove l’attività dell’intelletto, anche se non si riduce a essa essendo una sintesi di esperienza e concetti; scrive il filosofo nell’ Introduzione alla Critica della ragion pura : “non c’è dubbio che ogni nostra conoscenza incomincia con l’esperienza”.
LA RIVOLUZIONE COPERNICANA IN FILOSOFIA (pag. 506)
Kant parla con orgoglio della soluzione prospettata dal proprio sistema, definito criticismo perché, secondo la derivazione etimologica dal verbo greco krìno (“io giudico”), si propone di vagliare le possibilità, i limiti e la validità delle nostre conoscenze. Si tratta di un’impresa che richiede un cambiamento di metodo e di prospettiva , “la matematica e la fisica hanno imbroccato la strada giusta” sosteneva il filosofo.
Diverso è il discorso per la metafisica, come abbiamo detto, in quanto essa non ha ancora trovato il metodo corretto. Come ritrovare anche per la metafisica quel cammino sicuro e spedito che, agli occhi del filosofo, caratterizza le scienze? Ecco la domanda a cui Kant risponde con decisione nella “Prefazione” alla seconda edizione della Critica della ragion pura.
Come nel caso della matematica e della fisica, dunque, anche per la metafisica bisogna attuare una “rivoluzione copernicana” , che ponga il soggetto conoscente in un rapporto attivo con l’oggetto. La rivoluzione copernicana prospettata da Kant consiste dunque nell’assumere l’ipotesi che possiamo conoscere con certezza le cose solo in quanto esse si presentano a un soggetto che non è puro ricettore, ma attivo organizzatore dell’esperienza: il soggetto e le sue facoltà intellettive condizionano il modo in cui gli oggetti vengono compresi, concorrono attivamente alla costituzione dell’esperienza conoscitiva. Come abbiamo detto si tratta di assumere una nuova prospettiva e un modo nuovo di affrontare i problemi della conoscenza. Per illustrare tale questione con un esempio, possiamo dire che il soggetto che conosce si comporta come colui che inforca un paio di lenti rosse, le quali gli fanno vedere tutte le cose. Le lenti, ossia le categorie a priori della conoscenza umana, presenti nel nostro intelletto, determinano il modo di vedere il mondo esterno.
Concludendo, il processo conoscitivo parte dall’esperienza sensibile: le cose del mondo sono fuori di noi e determinano, in prima istanza, la nostra percezione; ma ciò non esaurisce il suo percorso: il “modo” in cui le cose sono colte dipende dalla predisposizione del nostro intelletto, cioè dalle condizioni innate o a priori che appartengono non a questo o a quell’uomo, ma alla stessa natura umana. Come le lenti rosse determinano a priori il nostro modo di vedere le cose, e dunque anche esse se entriamo in un bosco verdeggiante, sappiamo in anticipo che gli alberi ci appariranno rossi; così le caratteristiche a priori dell’intelletto umano determinano il nostro modo di conoscere la realtà . Naturalmente, in entrambi i casi è sottointeso che le cose esistono e hanno una loro consistenza fuori di noi, perché altrimenti non potrebbero neppure apparirci.

(pag.526)

Nella critica della ragion pratica Kant affronta il problema dell’etica che, dato anche il suo profondo rigore morale, costituisce per lui un impegno non meno importante e gravoso del tema della conoscenza. Che cosa devo fare? Questo è l’interrogativo che sta alla base della riflessione sull’agire morale. Secondo kant, per trovare una risposta a tale quesito, non dobbiamo fare altro che guardare dentro di noi e ascoltare che cosa la nostra ragione pratica ci domanda. In noi, infatti, è inscritta una legge morale, che non necessita di una “dimostrazione” , ma piuttosto di una “constatazione”: essa, infatti, ci è data come un “fatto della ragione” e si impone in modo incondizionato e universale. La legge che scopriamo dentro di noi, dunque, ha il carattere del “dovere”, e proprio perché ci vincola in modo incondizionato, non può derivare dall’esperienza, ma deve senz’altro e interamente essere a priori: è un “fatto” della ragione libera e universale. Così configurata, la legge morale si presenta a noi con la forza e la chiarezza dell’imperativo categorico , il quale ci prescrive il dovere puro e semplice : “tu devi”. Se, ad esempio, mi comporto in modo virtuoso al fine di meritare il premio del paradiso, o anche per essere lodato dagli altri e ricevere onori, non agisco in modo eticamente accettabile. Kant introduce una significativa distinzione tra l’imperativo categorico della legge morale, che impone un dovere incondizionato, cioè prescrive un’azione conforme alla razionalità, e l’imperativo ipotetico che presiede normalmente all’agire degli uomini e ha la forma del “se… allora” , cioè prescrive un’azione finalizzata all’ottenimento di un obiettivo particolare. Anche se lo scopo ricercato è un “bene” , l’azione da esso motivata non è un’azione “morale”, in quanto appunto determinata da qualcosa di esterno, particolare e contingente. Le azioni autenticamente morali sono pertanto connotate da incondizionatezza e universalità (valgono per tutti e sempre). Dunque, posso vivere nel migliore dei modi possibili, ma se lo faccio per un qualsivoglia motivo (di carattere spirituale o materiale), non adempio al dovere morale.
Kant ribadisce questo concetto, in un’altra opera , in modo ancora più esplicito, dicendo che fare qualcosa “secondo” il dovere, ma non “per” dovere non ha alcun significato morale. Ad esempio, conservare la propria vita è un dovere , ma è anche un’inclinazione naturale e, pertanto, il conservarsi in vita della maggior parte degli uomini non riveste carattere morale: in questo caso essi agiscono secondo dovere e non per dovere. Ma quando, per contro, qualche avversità avesse tolto a un uomo ogni gusto della vita tanto da fargli desiderare la morte, ma egli si mantiene in vita solo per dovere, allora ci troviamo di fronte a un caso esemplare di agire morale.
IL CRITERIO DELL’UNIVERSALIZZAZIONE (pag 527)
L’etica kantiana è, dunque, un “etica del dovere” o, come viene denominata nel linguaggio tecnico dei filosofi, un’etica deontologica (in greco to deon significa “il dovere”). L’unico fatto che qualifica come morale un ‘azione è l’intenzione di colui che la compie, ossia la sua volontà di conformarsi al dovere morale. L’etica kantiana detta “formalistica” , perché non prescrive il contenuto di ciò che dobbiamo fare, si può prestare a vari fraintendimenti. Infatti, determinare quale sia il mio dovere volta per volta può risultare difficile. Kant risponde a tale obiezione con il cosiddetto principio di universalizzazione. Partendo dal presupposto che gli esseri umani sono esseri razionali, Kant sostiene che il modo per sapere se l’azione concreta che vogliamo mettere in pratica è normalmente accettabile, è quello di chiederci: “è opportuno che la mia azione sia generalizzata?” , oppure : voglio che la mia azione sia compiuta da tutti gli uomini?”. In conclusione , secondo Kant , si deve poter volere che “una massima della nostra azione diventi una legge universale: ecco (scrive Kant) il canone del giudizio morale in generale”. Occorre precisare che per Kant i principi pratici che regolano la nostra volontà si distinguono in “massime” e “imperativi”: le prime sono prescrizioni di carattere soggettivo, cioè valide per l’individuo particolare che le assume (ad esempio posso accettare la massima di moderarmi nel cibo e di non fumare, o quella di leggere ogni giorno almeno dieci pagine di un libro….), mentre i secondi sono prescrizioni oggettive, che cioè devono valere per tutti. Come abbiamo visto, per Kant la legge morale si esprime con un imperativo “categorico” , cioè incondizionato; ora bisogna precisare che nella Fondazione della metafisica dei costumi il filosofo ci fornisce tre formulazioni di tale imperativo. La prima e fondamentale formulazione afferma che bisogna agire in modo che la massima della propria volontà (ossia la regola che informa un determinato comportamento) possa sempre valere, in ogni tempo, come principio di una legislazione universale. In altre parole, possiamo capire se la regola di un comportamento è morale provando a chiederci se vorremmo che essa fosse seguita da tutti, cioè che diventasse una regola universale. La seconda afferma : “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo” . Siamo di fronte a una affermazione ritenuta fondamentale ancora oggi, perché sancisce l’appartenenza dell’uomo al “regno dei fini” , una comunità ideale di persone libere, che rispettano ciascuno la dignità dell’altro. L’uomo, dice Kant, non può mai essere trattato come strumento per il nostro egoismo o i nostri desideri. E ciò vale non solo per gli altri, ma anche nei confronti di noi stessi . La terza e ultima formulazione prescrive di agire in modo tale che “la volontà possa considerare se stessa come universalmente legislatrice”. Sviluppando un contenuto già presente nella prima formulazione dell’imperativo categorico, quest’ultima mette bene in luce come la volontà non sia schiava quando agisce a causa della legge morale : infatti, essa deve considerarsi non soltanto come passiva, ma come libera attiva che impone a se stessa la legge del proprio agire.
L’etica dell’intenzione (pag530)
Una delle caratteristiche fondamentali dell’etica Kantiana, definita anche “etica dell’intenzione” , è che essa non richiede un asola mera conformità di fatto al dovere, ma anche la convinzione interiore che è giusto fare ciò che la legge comanda. In altre parole, la morale si deva distinguere dalla legalità , che si esplica nel comportamento esteriore conforme alla legge. Generalizzando questo discorso, Kant ritiene che sia sbagliato associare l’etica alla ricerca della felicità , come sostenevano Aristotele e i filosofi antichi. La felicità, intesa come contentezza ed equilibrio della vita, infatti, dipende da una serie di circostanze esterne o interiori (la costituzione individuale, le inclinazioni soggettive , le speranze e le nostalgie individuali o collettive…) e, pertanto, se fosse assunta come finalità delle proprie azioni, farebbe venir meno i presupposti dell’incondizionatezza e dell’autonomia assoluta sui quali si fonda l’agire etico. In altri termini, poiché la felicità dipende da una molteplicità di fattori empirici, non può diventare una legge universale e non può rappresentare il motivo dell’agire morale. Con ciò Kant riconduce la moralità alla volontà libera da ogni causalità e determinazione esterna , indipendente sia dalla natura fisica sia dalla natura psicologica dell’uomo, con le sue passioni, i suoi affetti e i suoi desideri. In conseguenza di ciò la responsabilità umana trova una nuova e inedita fondazione nella ragione “depurata” da ogni commistione(sul vocabolario c’e scritto: unione, mescolanza) con la sensibilità e dunque assume una radicalità mai prima conseguita . Il principio kantiano della libertà non spinge l’uomo a negare la propria natura sensibile, in vista di un prospettiva morale tanto assoluta quanto vuota , che tenda a fuggire dalla vita e dalla società. Si profila una sorta di ambivalenza dell’uomo che da un lato è sottomesso, come ente naturale, alle leggi di natura ed è inserito nell’ordine causale che regola il piano fenomenico, e dall’altro, in quanto essere dotato di volontà, è in contatto con il mondo noumenico (dal vocabolario: che è intelligibile o conoscibile solo con la mente) dei fini e della libertà. Kant, quindi opera una trasformazione radicale dell’etica riconoscendola nel suo valore incondizionato a differenza dei filosofi del passato che avevano posto, di volta in volta, l’agire morale come orientato verso la “felicità”, il “bene, l’ “utile” , la “benevolenza verso gli altri”. Kant afferma che solo la ragione umana , nella sua universalità e incondizionatezza, può fondare una morale indiscutibile e valida per tutti: l’etica è, per lui, davvero un “fatto della ragione”.
I POSTULATI DELLA RAGION PRATICA (pag531)
La moralità, dunque , non ha altro fondamento che la ragiona umana. Neppure Dio, infatti, può essere assunto come fondamento dell’agire etico: per essere morali non è necessaria la fede in Dio. Anzi , chi agisse in vista del premio eterno o per paura del fuoco dell’inferno non agirebbe moralmente . L’agire morale non ammette altra motivazione se non l’osservanza della legge morale. Tuttavia, la morale conduce alla religione. Rovesciando l’opinione del senso comune, kant ritiene che la religione si debba fondare sulla morale, come un suo postulato egli dice, ossia una presupposizione necessaria : non si deve agire moralmente per salvarsi l’anima , ma se si agisce moralmente sarà necessario che esista Dio. Dio, dunque , non può essere dimostrato teoricamente , ma deve essere ammesso come condizione dell’agire morale : la sua esistenza, infatti , rappresenta la condizione affinché si realizzi quel sommo bene che la ragione pratica ricerca come suo senso ultimo. Il concetto di “sommo bene” racchiude in se la realizzazione della “virtù” e della “felicità” , cioè di due dimensioni che solitamente divergono. L’uomo morale è si degno di essere felice, ma non sempre lo è di fatto . E , altra considerazione importante , l’uomo morale non sempre è felice in modo proporzionato ai suoi meriti. Insomma , in questo mondo non c’è rapporto tra la vita virtuosa e la vita felice. La morale, dunque , postula l’esistenza di Dio , il quale , essendo “onnisciente” (non si inganna mai sui meriti delle persone buone) e “onnipotente” (è perfettamente in grado di far corrispondere la felicità al grado di vita virtuosa esplicata), saprà assicurare ai buoni (ai virtuosi), in proporzione ai loro meriti, in proporzione ai loro meriti, la felicità conseguente. Analogamente, sostiene il filosofo, si deve postulare anche l’immortalità dell’anima: dal momento che il “sommo bene” non può essere realizzato nel tempo limitato di questa vita terrena, si deve ammettere che l’uomo disponga di un tempo infinito , dopo la morte , per progredire verso di esso. La morale conduce dunque, inevitabilmente, alla religione, innalzandosi all’idea di un legislatore morale onnipotente , al di la dell’uomo: Dio, fine ultimo di tutto il creato. Con la dottrina dei postulati, Kant non ha inteso dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio e dell’anima immortale, ma soltanto riconoscere la necessità pratica.
L’ultimo essenziale postulato della morale , accanto a quelli di Dio e dell’immortalità dell’anima, è quello della libertà. Senza presupporre l’esistenza dell’autonomia e della libera volontà, infatti , l’imperativo morale non avrebbe senso. S e in me è inscritto l’imperativo categorico del “dovere” è necessario anche che io “possa” realizzare ciò che esso ordina : “tu devi”, dunque “tu puoi” . E’ grazie alla libertà che l’uomo può essere definito un essere morale e può essere ascritto al regno dei fini.
La rivoluzione riporta l’agire morale nel centro stesso dell’uomo, nella sua ragione e volontà, libere da ogni condizionamento.

UN DOVERE MORALE (PAG. 583)
La pace non è solo un bene da preservare per l’utilità degli affari e dei commerci, ma anche un dovere morale degli uomini in quanto esseri ragionevoli. Le più stringenti argomentazioni in tale senso le dobbiamo a Kant. Ed è per questo che “la ragione, dal suo trono di suprema potenza morale legislatrice, scrive il filosofo, condanna in modo assoluto la guerra come procedimento giuridico ed eleva invece a dovere immediato lo stato di pace”. La guerra è la triste condizione “normale” dello “stato di natura” , dove non esiste un tribunale che possa giudicare secondo il diritto. Ma una volta che si sia costituito lo Stato, essa non ha più senso, perché per definizione gli stati non sono altro che la regolazione del conflitto mediante il diritto e al giustizia . Una guerra tra due stati, poi, è assurda e insensata in quanto tra di essi non sussiste un rapporto di subordinazione (da superiore a inferiore) : essa non può portare altro che alla distruzione di entrambe le parti e alla soppressione di ogni diritto, dando luogo “alla pace perpetua unicamente sul grande cimitero del genere umano” . Ma Kant si spinge oltre e sostiene che il diritto cosmopolitico, si fonda sul diritto di ospitalità, ossia sul diritto dello straniero che arriva sul territorio altrui di non essere trattato ostilmente , se si comporta pacificamente e rispetta le leggi del paese ospite. Tale diritto, infine, si basa a sua volta su un diritto di visita spettante a tutti gli uomini in virtù del possesso comune della terra , sulla quale, “essendo sferica , gli uomini non possono disperdersi all’infinito , ma devono da ultimo tollerarsi nel vicinato, nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra ”.

Per porre fine alle guerre di religione (pag.585)
L’abate Saint-Pierre dedicò tutta la sua vita al problema della pace tra i popoli cristiani. Le sue Memorie per rendere la pace perpetua in Europa , più volte riviste e ristampate , contengono idee e suggerimenti di carattere concreto e realistico. Egli teorizza un’unione dei Paesi europei, tutti riconducibili alla tradizione cristiana , che , grazie alla pace e reciproca tolleranza, potranno prosperare ed essere in grado di contrastare le aggressioni da parte degli Stati musulmani . “Mio proposito-egli scrive- è quello di suggerire i mezzi che consentano di rendere perpetua la pace tra tutti gli stati Cristiani” . Egli cerca la pace perpetua perché , senza diplomazia e la creazione di una Assemblea internazionale permanente composta dai rappresentanti di tutti gli stati europei, “i principi cristiani dovranno aspettarsi una guerra pressochè perpetua, destinata a essere interrotta di tanti in tanto da trattati di pace, trattati che sono piuttosto puri e semplici armistizi con i quali non si potrà fare altro che prendere atto della quasi completa parità delle forze, e della stanchezza e dello stremo dei combattenti giacchè altrimenti, una tal guerra potrebbe esser conclusa solo con la totale rovina del vinto”.
L’attuale assetto politico istituzionale è precario e sempre esposto al pericolo bellico. E’ sulla base di tale analisi che l’autore ritiene che un male così grave e radicato, come la guerra, richieda rimedi nuovi in grado di risolvere il problema alle radici. Di qui la proposta di una Assemblea permanente, composta dai rappresentanti di tutti gli Stati europei , ognuno dei quali sia rappresentato non in proporzione all’estensione o alla popolazione , ma in base alla sua condizione giuridica di Stato. Tutti gli Stati, dunque, dovrebbero avere in questo Congresso dell’unione europea il medesimo numero di rappresentanti.
Di qui , dunque, la necessità di dar vita all’Unione europea, che formalmente nascerà dopo che tutti i sovrani avranno firmato il trattato di unione con lo scopo principale di salvaguardare la pace e favorire i commerci. Chi rifiuterà di aderirvi dovrà essere considerato nemico comune e messo al bando. Anche la Russia, che professa la religione cristiana , dovrebbe essere invitata a entrare nell’Unione, per la tranquillità e la sicurezza della società in generale. Per quanto riguarda i musulmani confinanti con l’Europa - turchi , tunisini…- resta fermo che l’Europa per avere con loro la pace e commerci sicuri, potrebbe stipulare con essi un analogo trattato , con tutte le garanzie previste per gli Stati dell’Unione.
L’Unione europea
L’Unione così sottoscritta dai sovrani cristiani europei dovrà considerarsi permanente e perpetua. Il principale effetto di tale alleanza sarà quello di mantenere ogni cosa nello stato in cui si trova al momento del trattato. Per conservare la pace si cercherà di eliminare sul nascere i pretesti di guerra, primo tra tutti la pretesa di uno Stato di ingrandirsi a danno di un altro Stato. Il fine dell’Unione, infatti, è quello di conservare ciascun sovrano nella medesima condizione in cui si trova al momento in cui sottoscrive il trattato e , di conseguenza , nei medesimi rapporti con gli altri sovrani. Saint-Pierre aveva pensato di estendere tale progetto a tutti gli Stati della terra, ma tale progetto era pieno di difficoltà e fu abbandonato.

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