Kant

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia

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Testo

IMMANUEL KANT (1724-1804)
In Kant confluiscono 3 correnti: l'esigenza di concretezza dell'empirismo, le esigenze formali e sistematiche del razionalismo e lo spirito critico dell'Illuminismo. Il compito della filosofia fino a Kant era stato quello di essere una metafisica dell'oggetto o dell'essere. Kant, invece, demolisce la presunzione metafisica del pensiero e colloca l'io al centro della conoscenza e dell'azione; in questo modo prepara l'avvento di una nuova metafisica dell'io o del soggetto, cioè quella corrente filosofica che verrà dopo Kant e che si chiamerà idealismo.
Se la filosofia non può illudersi di conoscere l'essere in sé, il bene assoluto, il bello assoluto può chiarire, però, le ragioni di questa sua impotenza metafisica e può anche indagare quali sono le condizioni a priori, cioè trascendentali delle nostre attività conoscitive e pratiche che le rendano possibili e universalmente valide.
La filosofia di Kant si chiama CRITICISMO e rappresenta la maturità della ragione. Infatti Kant ha portato la ragione davanti al tribunale della ragione stessa per stabilirne le possibilità e i limiti. Kant vide in questi termini la situazione generale del pensiero: la fisica si era costituita come scienza rigorosa, ma la cultura empiristica si era conclusa con lo scetticismo di Hume.
La metafisica come scienza razionale del trascendente era il campo della controversia, anche se l'animo umano non può fare a meno di porsi queste domande; la moralità che era minacciata anch'essa dallo scetticismo. Da qui scaturiscono i 3 compiti che Kant assegna alla filosofia: dimostrare, contro lo scetticismo di Hume, la validità obiettiva del sapere scientifico; dimostrare che quelle stesse ragioni che convalidano il sapere nei limiti dell'esperienza escludono la possibilità di una metafisica come scienza, anche se ne confermano la legittimità come esigenza umana e come disposizione dell'anima; attingere alla coscienza morale degli ideali per delineare un mondo trascendente che soddisfi l'esigenza metafisica.
Il Razionalismo (ragione - idee innate - deduttivo - problema Anima, Mondo, Dio - dogmatismo) e l'Empirismo (esperienza - no idee innate - induttivo - problema esistenza - scetticismo) erano giunti a conclusioni inconciliabili. Kant rivela che il Razionalismo ha costituito sistemi ideali coerenti che rappresentano mondi possibili, ma non è riuscito a dimostrare nulla sulla effettiva realtà di questi mondi: parte da pretese, ma che esse abbiano valore oggettivo è un'affermazione dovuta ad un arbitrario dogmatismo. Quindi per Kant è giusta l'istanza empiristica che parte dai dati dell'esperienza, ma Kant si rifiuta di ammettere che l'esperienza si riduca ad un insieme di impressioni sensoriali perché queste si presentano secondo lui in un contesto ordinato. L'Empirismo afferma che non si può uscire dalla sfera del probabile e quindi finiva nello scetticismo. Kant accoglie dunque l'esperienza come organo che rivela la realtà, però la sottopone ad una critica per scoprire in essa una ragione che le dia una struttura universale e necessaria. Il contrasto tra Razionalismo ed Empirismo si configura nella contrapposizione logica tra giudizio analitico a priori e giudizio sintetico a priori.
Per Kant conoscere è giudicare e giudicare è affermare qualcosa di qualcos'altro. Il giudizio analitico è affermare esplicitamente nel predicato ciò che è già contenuto implicitamente nel concetto che fa da soggetto. I giudizi analitici sono universali e necessari, cioè a priori, sono esplicativi, ma non estensivi della conoscenza. I giudizi sintetici sono quelli in cui il predicato aggiunge qualcosa di nuovo rispetto al concetto che fa da soggetto. I giudizi sintetici presuppongono l'esperienza e sono a posteriori, ma non sono universali e necessari, sono estensivi, ma incapaci di costruire una scienza se per scienza si intende la conoscenza delle leggi dei fenomeni, cioè dei rapporti universali e necessari. L'ideale del conoscere, per Kant, è quello costituito da giudizi che siano estensivi e sintetici e insieme universali e necessari, quindi rispondenti a condizioni non derivabili dall'esperienza e cioè a priori. Per Kant, dunque, I GIUDIZI SONO SINTETICI A PRIORI e costituiscono la scienza, cioè una conoscenza fatta di esperienza e di ragione che si arricchisce sempre di nuovi dati, ma che è anche capace di conferire a questi dati un ordine razionale, universale e necessario.
Dobbiamo vedere, a questo punto, come sia possibile un giudizio sintetico a priori: la soluzione del problema è data da Kant attraverso la RIVOLUZIONE COPERNICANA. La filosofia tradizionale parte dal presupposto che ci sia un ordinamento naturale già costituito, cioè un sistema di leggi inerenti alla realtà che è compito della scienza e dell'uomo scoprire e un ordine dentro di noi che è quello delle idee. Per confrontare questi due ordini, cioè quello delle idee che è in noi e quello delle cose fuori di noi, bisognerebbe averli presenti tutti e due, mentre la mente conosce solo le idee che ha in sé. Quindi, per Kant, bisogna ammettere che l'ordine naturale è formato dall'attività dell'intelletto, siamo noi che lo costruiamo e lo condizioniamo. Indipendentemente dalla nostra costruzione, l'ordine non esiste: esso è formato dall'intelletto che secondo le sue leggi costitutive, cioè a priori, indipendentemente dall'esperienza, e quindi universali e necessarie, sintetizza i dati che riceve attraverso la sensibilità. Questa teoria è chiamata teoria della rivoluzione copernicana perché, come Copernico aveva posto l'eliocentrismo al posto del geocentrismo, così Kant ritiene che l'io sia al centro della conoscenza e dell'azione in quanto è IL SUO INTELLETTO CHE COSTRUISCE L'ORDINE DEL MONDO PERCHÉ SINTETIZZA I DATI CHE RICEVE DALL'ESPERIENZA MEDIANTE LE FORME A PRIORI (CATEGORIE).
"CRITICA DELLA RAGION PURA"
Quest'opera si divide in tre parti: l'estetica trascendentale in cui Kant si pone il problema se la MATEMATICA sia una scienza oppure no; l'analitica trascendentale in cui si pone il problema se la FISICA sia una scienza oppure no; la dialettica trascendentale in cui si pone il problema se la METAFISICA sia una scienza oppure no.
La scienza è possibile se è formulabile mediante giudizi sintetici a priori.
L'ESTETICA TRASCENDENTALE
In questa parte Kant ricerca le condizioni a priori della sensibilità e vuole stabilire se la matematica sia una scienza, ossia formulabile mediante giudizi sintetici a priori.
Nella nostra esperienza noi abbiamo una materia, cioè la sensazione, e dei rapporti spazio-temporali che costituiscono la forma di questa materia. SPAZIO E TEMPO SONO LE FORME A PRIORI DELLA SENSAZIONE.
La sensazione si presenta "hi et nunc" (qui e ora), quindi noi intuiamo le cose nello spazio e nel tempo.
Il senso interno intuisce le cose nel tempo, il senso esterno nello spazio. Poiché le rappresentazioni del senso esterno rientrano anche loro nella coscienza e sono modificazioni del senso interno, si può dire che il tempo è la forma generale di tutti i fenomeni; spazio e tempo sono dunque forme a priori della sensibilità, cioè INTUIZIONI PURE che non derivano dalle sensazioni, anzi le condizionano.
Tempo e spazio condizionano l'oggettività delle matematiche. I giudizi della matematica sono sintetici a priori: il matematico non potrebbe costruire le sue figure geometriche se non intuisse lo spazio ideale nella sua assolutezza, cioè a priori, né potrebbe compiere la più semplice delle operazioni aritmetiche se non intuisse il tempo, cioè una successione ideale entro la quale aggiungere o togliere unità. Le matematiche sono dunque possibili come scienze oggettive, ma il loro valore è soltanto fenomenico, cioè non si estende oltre i limiti della conoscenza.

L'ANALITICA TRASCENDENTALE.
La sensazione collocata nello spazio e nel tempo è definita intuizione. L'intuizione è dunque la prima sintesi del processo conoscitivo, però non c'è autentica conoscenza se non nell'atto dell'intelletto. L'atto essenziale dell'intelletto è il giudizio (con cui si predica qualcosa di qualcos'altro). L'atto del giudicare presuppone concetti, ma non concetti empirici, bensì concetti puri, ossia CATEGORIE, che condizionano lo stesso funzionamento dell'intelletto e non trovano nessun contenuto nell'esperienza.
Le categorie per Kant sono REGOLE DI FUNZIONAMENTO DELL'INTELLETTO, modi del predicare, cioè del collegare tra loro le intuizioni o concetti che sono diversi da quelli di Aristotele: per Aristotele le categorie erano logiche e avevano valore logico e ontologico, cioè del pensiero e della realtà, mentre per Kant sono 12 e hanno solo VALORE LOGICO.
Kant riunisce in 4 gruppi i diversi giudizi possibili:
a) GIUDIZI SINGOLARI (unità)
1. QUANTITÁ b) GIUDIZI PARTICOLARI (pluralità)
c) GIUDIZI UNIVERSALI (totalità)
a) GIUDIZI AFFERMATIVI (realtà)
2. QUALITÁ b) GIUDIZI NEGATIVI (negazione)
c) GIUDIZI INFINITI (limitazione)
a) GIUDIZI CATEGORICI (sostanza & accidente)
3. RELAZIONE b) GIUDIZI IPOTETICI (causa – effetto)
c) GIUDIZI DISGIUNTIVI (reciprocità)
a) GIUDIZI PROBLEMATICI (possibilità)
4. MODALITÁ b) GIUDIZI ASSERTORI (esistenza)
c) GIUDIZI APODITTICI (necessità)
La sintesi intellettiva di materia (intuizione) e forma a priori (categorie) è il vero oggetto della conoscenza: le categorie non sono dunque oggetti ma condizioni della funzione oggettivante dell’intelletto. Se le intuizioni a priori della sensibilità (spazio & tempo) condizionano la possibilità della matematica come scienza, le categorie condizionano la possibilità della fisica, i cui giudizi sono anch’essi sintetici a priori. Dunque per Kant è trascendentale ogni elemento a priori che non è né materia né oggetto di conoscenza, ma forma della materia e condizione dell’oggetto. (la sostanza, per esempio, per i Razionalisti era una cosa esistente in sé e per sé, Kant, invece, afferma che è una categoria, cioè uno dei 12 modi di funzionamento dell’intelletto)
L’Io trascendentale. Se il soggetto pensante si riducesse al complesso dei suoi fatti psichici, il sapere scientifico sarebbe possibile. Le nostre rappresentazioni sono materia di conoscenza solo se sono unificabili, cioè oggettivabili e questa unificazione esige che l’Io conservi la sua “IDENTITÀ DI AUTOCOSCIENZA”. Quindi solo riconoscendo questa identità e riferendo ad essa le rappresentazioni, l’Io può stabilire tra queste dei rapporti, e unificarle in un oggetto. Kant chiama “Io penso” o “Io trascendentale” questa identità perché accompagna tutte le intuizioni. L’Io come autocoscienza originaria è percezione trascendentale: non è quindi l’Io empirico (singolo uomo) ma l’Io trascendentale che condiziona la vita psicologica dell’Io singolo. La sua è un’identità e si rivela nell’atto di unificare e sintetizzare una molteplicità.
Lo schematismo trascendentale. Una grande aporia (=contraddizione) sembra scaturire dalla gnoseologia kantiana: sensibilità e intelletto sembrano eterogenei, tanto da rendere problematica la mediazione tra intuizioni e concetti; dobbiamo chiederci come sia possibile un loro accordo, cioè come il particolare possa essere universalizzato e le sensazioni essere ridotte a concetti e, d’altra parte, come l’universo possa essere particolarizzato. È necessaria una facoltà intermedia che renda possibile l’opera mediatrice e che Kant chiama “IMMAGINAZIONE PURA A PRIORI”: questa è una facoltà mediatrice che agisce inconsapevolmente determinando e conformando le percezioni, in modo che risultino quali “prefigurazioni di concetti”. Sono questi i cosiddetti “schemi trascendentali”, prodotti da questa facoltà mediatrice tra sensibilità e intelletto, che è omogenea da un lato con il fenomeno, dall’altro con le categorie.
LA DIALETTICA TRASCENDENTALE.
La matematica e la fisica sono valide entro i limiti dell’esperienza, cioè per tutto ciò che può cadere sotto i nostri sensi. Il compito della filosofia critica sembra concludersi qui, nel riconoscimento che nessun’0altra conoscenza è possibile al pensiero umano. Le metafisiche, però, esistono di fatto e presumono di avere una validità oggettiva. È necessario sottoporre ad esame critico (=di giudizio) questa presunzione per vedere se possano esistere anche di diritto. Questo è il compito della “Dialettica Trascendentale” che con la ”Analitica Trascendentale” forma la logica trascendentale. Nella “Dialettica Trascendentale” la ragione arriva al massimo della sua autocoscienza in quanto comprende e dimostra non solo le sue condizioni a priori, ma anche i suoi limiti. Gli oggetti del conoscere sono i fenomeni e il fenomeno è sintesi di materia e forma: se parliamo di fenomeni, dobbiamo parlare anche di “COSE IN SÉ”. Poiché il conoscibile è soltanto il sensibile, l’inconoscibile è il puro pensabile: il “NOUMENO”. Questo è il limite della conoscenza. La ragione dimostra che la conoscenza può essere solo fenomenica. La metafisica, come scienza, è dimostrata impossibile nel momento stesso in cui si dimostra che è possibile la scienza dei fenomeni.
Le metafisiche, però, esistono di fatto anche se sono illegittime e testimoniano una vocazione dell’uomo e quindi una dimensione del suo spirito.
Kant chiama RAGIONE questo aspetto del pensiero umano che si illude di conoscere le “cose in sé”. I problemi affrontati dai metafisici di ogni tempo sono Anima, Mondo e Dio e questi sarebbero la sintesi suprema della ragione. Anima, Mondo e Dio non possono essere sintesi perché manca l’elemento materiale che è richiesto affinché le forme a priori rimangano vuote. Kant le chiama “IDEE DELLA RAGIONE” in quanto non sono né intuizioni, né concetti, ma pure nozioni pensate, cioè noumeni. I noumeni, per Kant, sono dei principi regolativi del pensiero, la loro funzione è quella di mantenere l’intelletto consapevole del valore fenomenico delle sue conoscenze.

Critica della psicologia razionale. L’Anima è l’oggetto della psicologia razionale, cioè di quella parte della metafisica che studia il soggetto in sé. L’Anima, prima di Kant, era considerata il substrato di tutti i fatti psichici e veniva perciò definita come “SOSTANZA SPIRITUALE SEMPLICE INDIPENDENTE DAL CORPO, IMMORTALE”. La sostanza, per Kant, è una categoria che può essere applicata solo ai fenomeni, mentre qui è usata dalla ragione per sostanzializzare l’Io. L’asserzione della psicologia razionale “l’Anima è una sostanza” non è un giudizio possibile, ma un “PARALOGISMA”, cioè un falso ragionamento, una sofisticazione della ragione pura, che usa la categoria di sostanza in modo trascendente. L’immortalità dell’Anima è indimostrabile quanto la moralità; per credere nell’immortalità sarà necessario rifarsi alle esigenze morali. La posizione di Kant, dunque, è l’agnosticismo.
Critica della cosmologia razionale. Con il termine Mondo si intende la totalità delle manifestazioni fenomeniche. La cosmologia razionale presume di fare di questa idea un oggetto di conoscenza, ma la ragione è destinata, nella cosmologia, ad oscillare tra le proposizioni antitetiche, cioè a precipitare nelle “ANTINOMIE”. Si ha un’antinomia quando il pensiero non può dare un’unica soluzione inequivocabile, ma oscilla tra una tesi e un’antitesi. Kant individua 4 antinomie. Le prime due sono chiamate matematiche, le seconde due dinamiche.
TESI
1. Il Mondo è finito nel tempo e nello spazio
ANTITESI
1. Il Mondo è infinito nel tempo e nello spazio
(il Mondo come totalità è un fenomeno che cade entro l’ambito delle nostre esperienze, ma è una pura idea pensata)
2. Ogni sostanza composta nel mondo consta di parti semplici e non esiste in nessun luogo se non il semplice.
2. Nessuna cosa composta nel mondo consta di parti semplici.
(la divisibilità all'infinito affermata dall'antitesi è legittima quando non presume di valere oltre l'ambito fenomenico: ogni cosa sperimentale è condizionata dallo spazio e solo come fenomeno spaziale è divisibile all'infinito, illegittima è la presunzione di elevare tale divisibilità sul piano metafisico)
3. La causalità, secondo le leggi di natura, non è la sola da cui possano essere derivati i fenomeni del mondo. È necessario ammettere, per la spiegazione di questi, anche la libertà.
3. Non c'è nessuna libertà, ma tutto nel mondo accade secondo le leggi della natura.
(in questa antinomia si esprime una situazione esorbitante dalle condizioni della conoscenza possibile, ma a differenza delle antinomie matematiche, la terza offre una soluzione possibile se ammettiamo due ordini di realtà, uno noumenico e uno fenomenico: la libertà, in questo caso, può essere attribuita al primo, la causalità al secondo.
4. Nel mondo c'è qualcosa che, o come sua parte, o come sua causa, è un essere assolutamente necessario.
4. In nessun luogo esiste un essere necessario, né nel mondo, né fuori dal mondo, come sua causa.
(anche la quarta antinomia è superabile se attribuiamo la necessità di Dio al mondo noumenico e la contingenza al livello fenomenico)
Critica della teologia razionale. Noi pensiamo Dio come unità assoluta che comprende la totalità dei fenomeni. finché ci limitiamo a pensare quest'idea, nessun errore è possibile. L'errore è inevitabile quando la ragione crede di dimostrare l'esistenza di Dio. Nella storia della teologia le prove più famose dell'esistenza di Dio sono l'argomento ontologico di S. Anselmo e le 5 vie di S. Tommaso. Kant riduce le 5 prove tomiste a due fondamentali: la COSMOLOGICA, che, dall'esistenza delle cose contingenti, conclude all'esistenza di un essere necessario; e la TELEOLOGICA (o fisico - teologica), che, dalla finalità, dall'ordine, dalla bellezza della natura, arriva all'esistenza di Dio come ordinatore del tutto. Nel confutare le prove, Kant dimostra che la teleologia rimanda alla cosmologia e che questa presuppone, a sua volta, l'argomento ontologico di S. Anselmo: perciò la demolizione della prova anselmiana ha valore definitivo. Secondo Anselmo l'idea di Dio presuppone necessariamente tutti gli attributi della perfezione, e perciò anche l'esistenza; Kant obbietta che l'idea di Dio, in quanto pensata, implica solo i predicati logici che la costituiscono e che l'esistenza non è uno di questi. La proposizione "Dio esiste" per Anselmo sarebbe un giudizio analitico a priori, per Kant, invece, il giudizio esistenziale è sintetico a priori: che una cosa esista vuol dire che essa, già pensata come possibile nel concetto, è anche data nella realtà. Altri dati, per noi, non esistono se non quelli percettivi, e, poiché Dio è fuori dall'esistenza possibile, non può essere provato esistente.
"CRITICA DELLA RAGION PRATICA"
La conoscenza del mondo noumenico ci è preclusa, non possiamo dimostrarne l'esistenza, ma non possiamo nemmeno escludere che possa esistere e che quindi le relative idee (Anima, Mondo e Dio) possano GIUSTIFICARSI per una via diversa.
Se non esiste altra conoscenza che quella dei fenomeni, di noi stessi possiamo conoscere solo i nostri stati fenomenici. Poiché gli elementi del mondo sono collegati da una connessione causale, anche le nostre azioni volontarie dovrebbero essere concepite all'interno di questo determinismo (o meccanicismo) causale. Questa conclusione, però, è incompatibile con le esigenze della moralità: per agire moralmente occorre che la volontà sia LIBERA, altrimenti non potremmo attribuire responsabilità all'azione dell'uomo.
Per Kant è un fatto indubbio che la moralità esista, perciò vuole esaminarne le CONDIZIONI A PRIORI e gli elementi costitutivi. Kant prescinde dalla ricerca del contenuto della legge morale perché il contenuto cambia secondo l'esperienza, varia secondo lo spazio e il tempo storico e ricerca, invece, il fondamento dell'universalità della legge morale: cioè i principi a priori (universali e necessari) della legge morale. La coscienza ci attesta che noi siamo soggetti ad alcune leggi, diverse dalle leggi fisiche, che si chiamano "IMPERATIVI" e comandano una certa condotta. L'attività pratica ha il suo inizio in un impulso, ma l'uomo, che è dotato di ragione, può prendere posizione contro lo stimolo ed inibirlo. L'uomo possiede una VOLONTÀ che è perciò RAGIONE PRATICA che si propone fini di cui è consapevole. La ragione, che è legislatrice in campo conoscitivo, è tale anche in campo morale: sulla ragione, infatti, si fonda la LEGGE MORALE, che è a priori, universale e assoluta, e si distingue dalle massime pratiche, le quali, dato che hanno un contenuto determinato, rappresentano le condizioni storiche e ambientali dell'individuo. Invece, le azioni comandate dalla legge morale hanno valore indipendente da tutti i fatti che possono accadere e sono comandate dalla RAGIONE. La ragione si esprime attraverso una legge che prende la forma di un imperativo. Kant fa una distinzione tra imperativi ipotetici e imperativo categorico. Gli imperativi ipotetici sono quelli che comandano un'azione come mezzo per raggiungere un fine; se il fine è possibile l'imperativo si chiama problematico e prescrive regole di abilità; se il fine è reale l'imperativo si definisce assertorio e offre solo consigli di prudenza. L'imperativo è categorico quando non è il mezzo per un fine ma è fine a sé stesso e lega la volontà incondizionatamente, perciò è apodittico in quanto impone di necessità una legge alla quale bisogna obbedire anche contro le proprie inclinazioni sensibili. L'imperativo categorico è uno solo ed è l'imperativo della moralità perché è nel carattere della moralità esigere una subordinazione assoluta senza altra considerazione di utilità o di premio. Solo allora l'atto è morale, quando si compie unicamente per il dovere; l'imperativo categorico deve essere espressione solo della "VOLONTÀ BUONA", e la volontà è buona indipendentemente dal raggiungimento di un fine (per es.: basta che sia buona l'intenzione). La volontà è buona ha il carattere della razionalità, che è quello dell'universalità e necessità. L'imperativo categorico è perciò precetto universale e necessario della ragion pratica: esso non può essere che formale, infatti ogni contenuto empirico ne limiterebbe il valore, ed è formale perché scaturisce dalla forma stessa della ragione. L'imperativo categorico è unico, è il "TU DEVI", ma si può esprimere attraverso 3 formule:
1. "Agisci solo secondo quella massima che la tua volontà possa elevare a legge universale", vale come principio di legislazione oggettiva ("opera in modo che il criterio della tua condotta possa elevarsi…);
2. "Agisci in modo da trattare l'umanità sempre come fine, mai come mezzo"; si fonda qui la dignità della persona e l'unità spirituale dell'umanità;
3. "Agisci in modo che la tua volontà possa essere considerata come istituente una legislazione universale"; fonda l'autonomia della sfera etica: la volontà buona ha in se stessa la sua legge e non soggiace a nessuna volontà superiore.
La volontà di Kant è dunque FORMALE per il carattere della legge che rifiuta ogni contenuto ed ha valore obbligante; è RIGORISTICA in quanto esclude qualsiasi compromesso con fini edonistici, utilitaristici o empirici ed esige che il dovere venga compiuto in nome della pura legge del "DOVERE PER IL DOVERE"; è AUTONOMA perché non è subordinata a nessuna teologia o metafisica.
I postulati della ragion pratica. La vita morale non è possibile se l'uomo non è libero (altrimenti non potremmo attribuire responsabilità): se l'imperativo categorico impone di necessità il suo "tu devi", vuol dire che egli può. D'altra parte la libertà non è oggetto di conoscenza: dove c'è conoscenza c'è un rapporto di causa - effetto; la causalità è una categoria dell'intelletto e quindi ha nell'esperienza sensibile la sua conferma, mentre la libertà, essendo una pura idea della ragione, no può avere questa conferma sperimentale.
Nella prima critica Kant aveva dichiarato superabile l'antinomicità postulando l'esistenza di due mondi: fenomenico e noumenico, e riferendo al primo la causalità ed al secondo la libertà. Dei due mondi, solo il primo poteva essere conoscibile, l'altro rimaneva pensabile, ma non impossibile. La libertà, che rappresentava una pura possibilità nelle conclusioni della prima critica diventa, nella "Critica della ragion pratica", una condizione necessaria alla possibilità della moralità stessa: come tale essa è un postulato.
Allo stesso modo anche le altre due idee della ragione, e cioè l'immortalità dell'anima e l'esistenza di Dio, trovano nell'ambito della moralità la loro piena giustificazione, cioè diventano POSTULATI. L'immortalità dell'anima diventa oggetto di fede morale, infatti è dovere della volontà buona conformarsi alla legge morale (legge del "dovere per il dovere"): la conformità completa della volontà alla legge morale sarebbe la SANTITÀ. Ma la santità può essere trovata solo in un processo all'infinito poiché l'uomo è anche istinto, sentimento, irrazionalità: allora è doveroso postulare un'esistenza che continui all'infinito, cioè l'immortalità. Il postulato dell'immortalità dell'anima, teoreticamente indimostrabile, compie una funzione morale: solo se crediamo nella nostra immortalità, le nostre aspirazioni non sono contraddittorie.
L'esistenza di Dio è il terzo postulato. Benché l'uomo agisca con volontà buona e debba operare disinteressatamente, noi riconosciamo che la GIUSTIZIA non è possibile se alla VIRTÙ non è congiunta la FELICITÀ come suo premio. Ma nella vita terrena non è possibile, però, raggiungere il "SOMMO BENE", cioè la sintesi di virtù e felicità, a causa della natura umana. È dunque moralmente necessario postulare l'esistenza di Dio, cioè di un essere perfetto, che GARANTISCA l'ordine morale del mondo, cioè l'attuazione del sommo bene.
Così le tre idee della ragione che in sede teoretica erano illusioni trascendentali, sono, sul piano morale, l'espressione della volontà buona. Entro questi limiti Kant può parlare di un "PRIMATO DELLA RAGION PRATICA SULLA RAGION PURA": la ragione speculativa non ha il diritto di trascendere i limiti dell'esperienza e di dare una soluzione ai problemi metafisici, la ragione pratica, invece, ha il dovere di postulare l'esistenza di quella realtà noumenica che la conoscenza aveva dichiarato inaccessibile.

Morale e religione. La religione nasce dalla morale ed ha nella morale il suo fondamento; la morale, a sua volta, deve integrarsi nella fede religiosa. Nella vita religiosa, intesa come comunione di spiriti, come chiesa invisibile, unione di volontà buone, l'umanità raggiunge il punto più alto di spiritualità. Quel "regno dei fini" che gli uomini in quanto esseri ragionevoli costituiscono idealmente, trova nell'organizzazione religiosa la sua espressione visibile. Nel Nuovo Testamento, Kant scopre tutti gli elementi della religione morale. Cristo è l'incarnazione del principio del bene, il modello vivente della perfezione morale. Dio è l'essere perfetto, legislatore della chiesa in visibile ed universale. Ma gli uomini organizzarono una chiesa visibile, concepirono la religione più come un culto che come l'adempimento dei doveri morali. Per Kant la religione deve essere ricondotta alla sua essenza morale: perciò la vera chiesa è quella invisibile, formata da tutti quelli che, indipendentemente dalla confessione religiosa, vivono ed agiscono secondo quella fede (questa è la sua autentica cattolicità).
"LA CRITICA DEL GIUDIZIO."
(teoria del "come se")
Nella prima critica si individuarono le condizioni a priori della conoscenza del mondo fenomenico (il principio di causalità come la più importante delle categorie, da cui deriva il meccanicismo o il determinismo). Nella seconda critica si sono individuate le condizioni trascendentali dell'attività morale; ci sono due mondi, quello sensibile della necessità e della conoscenza scientifica e quello morale della libertà e dello spirito. Kant si chiede se no sia possibile formulare un principio sintetico superiore per cui il mondo fenomenico sia compreso nel regno della libertà. Accanto alla facoltà del conoscere e del volere c'è una terza facoltà umana che è quella del SENTIMENTO. Questa superiore unità sintetica per essere valida deve fondarsi sull'esistenza di una forma razionale di sentimento, cioè di una attività sentimentalmente universale e necessaria. Ci si chiede dunque se siano possibili sentimenti a priori. Forma a priori del sentimento è per Kant una forma particolare di giudizio che chiama RIFLETTENTE, per distinguerlo dal giudizio determinante. Il giudizio determinante sottostà alle leggi dell'intelletto e costituisce il sapere scientifico. Nel giudizio riflettente, invece, non determiniamo il fenomeno nella sua connessione necessaria con altri fenomeni, ma lo consideriamo dal punto di vista del fine, come se fosse costituito in funzione di una finalità da attuare. Il giudizio riflettente non è espressione dell'attività conoscitiva e pratica, ma del sentimento. La finalità di un oggetto può essere rappresentata in due modi:
1. da un punto di vista SOGGETTIVO, COME SE gli oggetti si costituissero in vista del sentimento di piacere che suscitano in noi e in questo caso il giudizio si chiama ESTETICO;
2. da un punto di vista OGGETTIVO, COME SE gli oggetti si costituissero in vista della realizzazione di un proprio disegno interno e il giudizio allora è teleologico.
GIUDIZIO DETERMINANTE GIUDIZIO RIFLETTENTE:
(conoscenza) (fine) - estetico (sogg.)
- teleologico (ogg.)
Giudizio estetico. Il giudizio estetico ha a che vedere con il fine della bellezza, è un giudizio di gusto, il cui principio non è nel conoscere o nel volere, ma nel sentimento. Il bello è ciò che piace, ma il piacere è puro, disinteressato e vale per tutti. Il carattere della bellezza è di essere una finalità senza fine, una finalità formale: si esclude qualunque fine determinato, utilitaristico o etico che sia, e la finalità consiste nel puro aspetto formale, cioè nell'accordo delle parti in un tutto armonico, che è connesso con il sentimento di piacere. Il bello, infine, è ciò che è riconosciuto come piacere necessario: chi dichiara una "bella", pretende che ciascuno debba dichiararla bella. Le facoltà spirituali dell'uomo si dispiegano in un libero gioco in cui fantasia ed intelletto si intrecciano ed armonizzano, ed il sentimento estetico è la conoscenza di questo libero gioco. Diciamo "bella" una cosa, perché in occasione della sua rappresentazione avvertiamo in noi un libero accordo delle nostre facoltà spirituali; è "come se" si presentasse a noi per realizzarlo. Il bello suscita in noi un senso di "calma contemplazione"; diverso è il sublime che suscita un senso di commozione. Esso è dato dal libero contrasto di fantasia e ragione (es. la vista del cielo o del mare). Da un lato ci sgomenta perché incombe sulla nostra sensibilità, dall'altro, in quanto suggerisce l'idea di infinito che risponde alle superiori esigenze della ragione, ci infonde entusiasmo. Noi chiamiamo sublime lo spettacolo che ha occasionato il nostro sentimento, ma è sublime solo l'emozione dell'uomo che avverte la sua dignità di essere razionale, superiore ai limiti del sensibile. Il sublime è matematico quando è connesso alla visione di una grandezza infinita; dinamico quando nasce al contatto di una forza infinita. Questo ci rende consapevoli della nostra finitezza fenomenica, ma anche di possedere, come esseri morali, un valore noumenico che trascende ogni forza della natura. Questa teoria del sublime sarà cara ai Romantici.
Giudizio teleologico. La conoscenza che il sapere scientifico può offrirci è la concezione meccanicistica che è valida per i fenomeni nei limiti dell'esperienza, ma non per la cosa in sé. Con il giudizio teleologico Kant ricerca nel finalismo della natura l'integrazione dei concetti meccanicistici. Il giudizio teleologico è un giudizio riflettente come quello estetico e la sua validità è estranea al sapere scientifico: infatti sul piano della conoscenza non possiamo introdurre principi di finalità; sul piano della moralità invece abbiamo il dovere di agire e giudicare finalisticamente. Il concetto di finalità nasce dunque sul piano etico. Se noi non tendessimo ad un fine non potremmo giudicare la natura finalisticamente: giudicando teleologicamente le cose, organismi, eventi, proiettiamo su di essi la nostra capacità di agire secondo fini e li interpretiamo "come se" fossero anch'essi polarizzati verso uno scopo razionale. Il giudizio teleologico, interpretando la vita organica come espressione di una finalità che subordina le parti all'unità del tutto, intende integrare la spiegazione meccanicistica che si rivelava insufficiente. Per quanto la scienza ci raffiguri un universo soggetto al determinismo, noi come persone morali, dobbiamo credere in una natura che collabori con noi, che sia orientata verso le stesse finalità, che sia ostacolo al nostro impegno morale, ma ostacolo dialettico, cioè mezzo per un'elevazione.

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