Kant

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia

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Testo

KANT
Affronta il problema della scienza (critica della ragion pura); il problema della morale (critica della ragion pratica); della finalità e della bellezza (critica del giudizio).
ILLUMINISMO TEDESCO:
Non si caratterizza per i contenuti, in nuovi problemi o temi originali, bensì nel metodo, nella forma logica in cui i temi e i problemi sono fatti valere. Questo metodo sarà chiamato METODO DELLA RAGION FONDANTE.
L’Illuminismo tedesco ha una minore politicità e radicalità; sviluppa una tecnica filosofica razionale che porta alla formazione di un metodo della ragione fondante. È un metodo di analisi razionale cauto ed insieme deciso che avanza dimostrando la legittimità di ogni passo e cioè la possibilità intrinseca dei concetti di cui si avvale.
Questo metodo procede dimostrando ad ogni passo il fondamento dei suoi concetti nella loro possibilità. La coincidenza del fondamento e della possibilità è la caratteristica di tale metodo che ritiene fondato (=giustificato) un concetto quando se ne possa dimostrare la possibilità (mancanza di contraddittorietà interna).

Kant è un illuminista tedesco con profondi interessi per la scienza e per la filosofia.
Si distinguono due periodi:
-
- Periodo precritico.
- Periodo critico.

Il momento della svolta si può dare:
A. Nel 1769 (periodo della grande luce) e pubblicazione della dissertazione del ’70.
B. Il primo testo completamente connotato dalla nuova filosofia del 1781 “La critica della ragion pura” (1ª edizione dove lascia spazio ad interpretazioni di tipo idealistico – metafisico; nella 2ª edizione del ’87 rivede parte del testo in direzione più razionalistica).
PERIODO PRECRITICO:
PRIMO PERIODO – LABORATORIO KANTIANO
Arriva fino al 1760-62
L’interesse prevalente è per la scienza.
Uno tra i testi più importanti è “La storia naturale universale e teoria dei cieli” del ’55; si pone la problematica della formazione dell’intero sistema cosmico (formato a partire da una nebulosa primitiva e conformandosi alle leggi newtoniane s’è formato l’universo attuale. Sposa dunque la spiegazione meccanicistica. (La teoria è stata poi strutturata scientificamente dal modello matematico proposta da La Place).
Tratta poi anche di logica.
Nel ’59 elabora uno scritto “Sull’ottimismo” dove sposa la teoria di Leibniz.

SECONDO PERIODO
Periodo che va dal ’62 al ’69 (o al ’81, v. sopra).
Nel ’62 Kant si torva a leggere Hume. Tutte le sue certezze metafisiche cadono. Hume lo ha “risvegliato dal sonno dogmatico”.
È dunque forte il suo interesse filosofico. Condanna l’impostazione metafisica della filosofia passata.
Nel ’62 “Falsa sottigliezza delle quattro figure sillogistiche”, dove critica la logica formale di tipo aristotelico. Nega il processo induttivo.
Nel ’63 scrive: “L’unico argomento possibile per una dimostrazione dell’esistenza di Dio”, dove critica le consuete dimostrazioni metafisiche di Dio ed eventualmente si ritaglia un’unica dimostrazione. Per spiegare l’esistenza del contingente si deve postulare l’esistenza di Dio.
Sempre nel ’63 tratta di logica e matematica; critica poi la logica formale. Per Kant un conto è l’opposizione logica (dove non esiste il contrario); un altro è l’opposizione reale (l’opposto è possibile).
Tratta in maniera critica di metafisica; afferma che deve cambiare radicalmente statuto; non deve indagare sui fondamenti dell’essere (ontologia), ma sui primi fondamenti della nostra conoscenza (gnoseologia).
Nel ‘65 “Notizia sull’indirizzo delle sue lezioni”, dove sostiene che l’importante non è sapere la filosofia, ma sapere filosofare.
Nel ’65 scrive “Sogno di un visionario chiariti con i sogni della metafisica”. È importante perché contiene il primo abbozzo di CRITICISMO KANTIANO. Sostiene che la metafisica debba arrivare ad essere scienza dei limiti della ragione umana. Il compito è dunque fissare i limiti oltre i quali la ragione non può indagare.
PERIODO CRITICO:
Nel ’69 (anno della grande luce), Kant sostiene che lo spazio ed il tempo non costituiscono realtà ontologiche assolute (non sono condizioni oggettive del darsi la realtà), bensì sono le nostre forme conoscitive.
In “De Mundi Sensibilis” fa una prima distinzione:
A. Conoscenza sensibile;
B. Conoscenza intellettuale/intelligibile.
A. Noi siamo essenzialmente passivi. L’oggetto della conoscenza è il fenomeno (ciò che appare). È necessario distinguere la materia della conoscenza (l’oggetto della conoscenza) e forma della conoscenza (ciò che ordina la materia sensibile).
B. In questa conoscenza siamo più attivi. Ci permette di arrivare alla conoscenza dell’oggetto in sé per sé.
Le forme della conoscenza sensibile sono lo spazio ed il tempo. Ne parla in termini di intuizione:
INTUIZIONE PURA SENSIBILE → la forma (lo spazio ed il tempo)
INTUIZIONI SEMPLICI → ciò che è stato ordinato, che è stato oggetto di sensazione.
Tra il ’70 ed il ’81 sviluppa il pensiero critico.
Nel ’81 si rende conto che per l’uomo non è possibile alcuna conoscenza intellettuale. Solo Dio conosce la realtà in se per se.
Nel ’83 scrive i “Prolegomeni” (= trattazione preliminare), dove ripresenta la questione affrontata nella “Critica della ragion pura”.
Nel ’85 scrive “Fondazione della metafisica dei costumi”.
Nel ’88 scrive “Critica della ragion pratica”.
Nel ’90 scrive “Questione del giudizio estetico teleologico”.
CRITICISMO:
Criticare significa giudicare, distinguere, valutare… Vuol dire indagare programmaticamente circa il fondamento di un’esperienza umana qualsiasi, chiarendone le possibilità (le condizioni che ne permettono l’esistenza), la validità (se l’esperienza ha titoli di legittimità), i limiti (i confini della validità).
La filosofia di Kant si inserisce in uno specifico momento nel quale viene messo in discussione il valore della scienza dopo Hume. Kant è portato a cercare una nuova legittimazione della scienza moderna.
La filosofia kantiana si interroga su:
* I fondamenti del sapere → Ragion pura;
* I fondamenti della morale → Ragion pratica;
* I fondamenti dell’estetica → Critica del giudizio.
Kant vuole andare oltre al risultato scettico di Hume, oltre l’empirismo. Cerca di non soffermarsi solo sull’individuazione dei meccanismi conoscitivi, ma cerca di individuare le condizioni possibilitanti (vuole portare davanti al tribunale della ragione la ragione stessa).
PROBLEMA GENERALE DELLA “CRITICA DELLA RAGION PURA”:
È un esame critico generale delle possibilità, delle validità e dei limiti che la ragione umana possiede in virtù dei suoi elementi puri a priori.
Cerca di esaminare la ragione in se per se, prima che essa sia applicata. Bisogna fare un’indagine intorno alla matematica ed alla fisica perché dopo Hume hanno perso legittimità sul piano filosofico. L’indagine riguarda poi anche la metafisica per individuarne i limiti.

Com’è possibile conoscere? Quali sono le caratteristiche del nostro sapere?
Com’è possibile conoscere scientificamente?
Come sono possibili la matematica e la fisica in quanto scienza?
È possibile la metafisica in quanto scienza? Se no, perché l’uomo continua a farla?
(Si dà scienza quando la conoscenza ha un valore universale e necessario ed è produttiva, portando a nuove conoscenze).
Com’è possibile un giudizio universale, necessario produttivo di nuove conoscenze?
Com’è possibile un giudizio sintetico a priori?
Su cosa si fonda il giudizio sintetico a priori?
→ Che cos’è l’incognita “x” su cui si basano i giudizi sintetici a priori?
RAZIONALISMO:
Giudizio deduttivo dimostrativo, analitico a priori.
Procede da un’affermazione/teoria generale verso momenti o affermazioni particolari senza aver bisogno di esperienza empirica.
Pregi: necessità logica delle affermazioni (l’affermazione logica conclusiva è coerente con le premesse).
Limite: incapacità di produrre nuove conoscenze.
Rischio: scarso aggancio con la realtà.
EMPIRISMO:
Giudizio empiristico induttivo, sintetico a posteriori.
Procede da molteplici casi particolari verso principi, affermazioni di carattere generale. Necessita di far ricorso alla conoscenza empirica.
Pregi: capacità di produrre nuove conoscenze (è fecondo).
Limite: ipoteticità delle conoscenze.

⇒ Queste due correnti filosofiche falliscono quando vogliono fare scienza.
Per Kant, se si dà la scienza, si deve dare un giudizio che sia universale e necessario, sintetico a priori.
Il giudizio analitico a priori si fonda sui principi logici; il giudizio sintetico a posteriori è fondato sull’esperienza. Il giudizio sintetico a priori si fonda, invece, sul soggetto umano e cioè sulle modalità conoscitive dell’uomo.
L’uomo garantisce l’universalità e la necessità del sapere. L’esperienza garantisce la sinteticità.
MODALITÀ CONOSCITIVE:
Già nella dissertazione c’è la distinzione tra materia e forma del conoscere. Lo spazio ed il tempo non sono realtà assolute, ma modalità che fanno sì che la realtà appaia davanti a noi.
RIVOLUZIONE COPERNICANA:
Nel processo conoscitivo c’è un soggetto che vuole conoscere un oggetto. Il soggetto si fa una rappresentazione dell’oggetto, arrivando ad un concetto.
Fino ad ora tutti hanno pensato che il soggetto si doveva adeguare all’oggetto.
Per Kant, invece, l’oggetto si adegua alle forme conoscitive. Sceglie questa ipotesi perché forse così s’individua una possibilità conoscitiva.
PARTIZIONE DELLA “CRITICA DELLA RAGION PURA”
La filosofia critica è definita filosofia trascendentale.
Kant chiama trascendentale ogni conoscenza che non ha a che fare con gli oggetti, ma con il nostro modo di conoscerli, in quanto si deve dare la possibilità di conoscerli a priori. Trascendentale perché non punta alla conoscenza, ma alla forma.
La “Critica della ragion pura” si può dividere in:
1. Dottrina degli elementi: per individuare gli elementi puri a priori.
2. Dottrina del metodo: per individuare il metodo.
Nella prima parte individua tre gradi di conoscenza:
* ESTETICA TRASCENDENTE: conoscenza sensibile (fonda le scienze matematiche).
* LOGICA TRASCENDENTE ANALITICA: conoscenza dell’intelletto (fonda la scienza)
DIALETTICA: possibile conoscenza razionale (metafisica).
ESTETICA TRASCENDENTE:
Per estetica s’intende sensazione.
È una dottrina che studia la struttura o il modo conoscitivo sensibile.
La sensazione è la pura modificazione o affezione che il soggetto riceve per opera dell’oggetto.
La sensibilità è la facoltà di ricevere le sensazioni.
L’intuizione è la conoscenza immediata dell’oggetto (possibile, per Kant, solo con l’intuizione sensibile).
L’oggetto dell’intuizione è il fenomeno. Nel fenomeno, Kant distingue:
 Materia → Data da singole sensazioni quindi sempre a posteriori.
 Forma → Non dà sensazioni o esperienze, ma viene dal soggetto.

L’intuizione empirica è la conoscenza concreta sensibile nella quale sono concretamente contenute le sensazioni.
L’intuizione pura è la forma che ci permette di arrivare a conoscenze empiriche (spazio e tempo).
Si va alla ricerca della modalità a priori che permette la conoscenza sensibile.
Lo spazio è la forma del senso esterno (si dà coesistenza degli oggetti).
Oss.: per Kant è più importante il tempo rispetto allo spazio perché mentre il primo include ciò che è stato nel passato e ciò che è adesso, nel secondo ci sono solo le cose che sono ora. Non è ogni cosa che è nel tempo ad essere anche nello spazio, ma è ogni cosa ad essere nello spazio ad essere nel tempo.
Il tempo è la forma/intuizione del senso interno (determina l’ordine di successione).
Gli oggetti si danno perché vengono intuiti. L’estetica trascendentale mostra che lo spazio ed il tempo rappresentano forme pure a priori per questo tipo di conoscenza. Per mostrare questo, Kant segue due tipi di esposizioni:
a. ESPOSIZIONE METAFISICA → insussistenza delle teorie passate.
b. ESPOSIZIONE TRASCENDENTALE → per mostrare che lo spazio ed il tempo sono modalità a priori.
a. Kant suddivide le altre concezioni dello spazio e del tempo in tre categorie:
1. Visione empirista: lo spazio ed il tempo come frutto di esperienza (a posteriori)
Kant: lo spazio ed il tempo non sono frutto di esperienza ma sono dei presupposti per fare esperienza.
2. Visione oggettivista/assoluta: per Newton lo spazio ed il tempo sono entità assolute (a priori).
Kant: se fossero entità a se stanti, allora lo spazio ed il tempo dovrebbero esistere anche se nulla ci fosse. Ma come si fa a concepire qualcosa che senza l’oggetto reale sarebbe tuttavia reale?
3. Visione concettualistica/relazionistica: lo spazio ed il tempo sono concetti che servono ad esprimere relazioni tra le cose in successione e coesistenza.
Kant: contro Leibniz dice che lo spazio ed il tempo non sono concetti, non hanno una natura discorsiva in quanto essi sono di natura intuitiva.
b. Vuole dimostrare che si danno conoscenze che, dallo spazio e dal tempo, danno nuove conoscenza.
Kant parte dalla matematica. Questa è a priori per tutti, ma non è conoscenza analitica, bensì è sintetica (infatti aggiunge nuove conoscenze).
Bisogna dimostrare che si dà una conoscenza sintetica a priori che uso lo spazio ed il tempo in sua funzionalità.
La matematica dimostra che il tempo è una forma conoscitiva perché essa si basa su un’intuizione pura del tempo e della successione.
La geometria dimostra sinteticamente a priori l’intuizione pura dello spazio perché non fa ricorso dell’esperienza.
→ Perché le matematiche, pur essendo nostra costruzione, valgono anche per la natura?
* Galileo per la sua epistemologia realista, sosteneva che Dio, creando, geometrizza; postula così una struttura ontologica di tipo matematico.
* Per Kant gli oggetti dell’esperienza fenomenica, essendo entità nello spazio e nel tempo, possiedono già una configurazione geometrica e aritmetica. Le matematiche possono venire così applicate proficuamente alla natura.
→ I teoremi di tipo euclideo valgono per l’intero mondo fenomenico.
* Questa è una assolutizzazione della matematica e della geometria euclidea. Implica che lo spazio dell’esperienza coincide con lo spazio euclideo. Quando si scopriranno nuove geometrie nel ‘800, l’epistemologia kantiana mostrerà tutti i suoi limiti.
ANALITICA TRASCENDENTE:
La logica di Kant è di tipo trascendente; con essa si va alla ricerca delle forme pure a priori che permettono di pensare, di distinguere gli oggetti. L’obiettivo è la ricerca di queste forme.
“Senza sensibilità, nessun oggetto sarebbe dato. Senza l’intelletto, nessun oggetto sarebbe pensato”.
“Le intuizioni senza concetti sono cieche”.

I concetti svolgono una funzione specifica: permettono di ordinare il molteplice, di unificare il molteplice sotto una visione comune. Non sono delle intuizioni, bensì sono funzioni.
L’intelletto è la facoltà di giudicare. Noi pensiamo attraverso i concetti. L’intelletto usa i concetti per unificare il molteplice. → Pensare = giudicare. Deduzione fisica delle categorie.
Ci sono tante forme di pensiero quante le forme del giudizio. Ci si rifà alla tradizione:
1.
1. QUANTITÀ:
1.a. Universali
1.b. Particolari
1.c. Singolari
2. QUALITÀ:
2.a. Affermativi
2.b. Negativi
2.c. Infiniti
3. RELAZIONE:
3.a. Categorici
3.b. Ipotetici
3.c. Disgiuntivi
4. MODALITÀ:
4.a. Problematici
4.b. Assertori
4.c. Apodittici

Le categorie di Aristotele erano leggi della mente e anche leggi della realtà. Le categorie avevano dunque un valore dal punto di vista della logica e ontologico.
Per Kant le categorie (o concetti puri a priori) sono solo le forme di pensiero.
Se pensare coincide con il giudicare, ci saranno altrettante 12 forme di categorie.
1.
1. QUANTITÀ:
1.a. Unità
1.b. Pluralità
1.c. Totalità
2. QUALITÀ:
2.a. Realtà
2.b. Negazione
2.c. Limitazione
3. RELAZIONE:
3.a. Dell’inerenza e sussistenza
3.b. Della causalità e dipendenza
3.c. Della comunanza
4. MODALITÀ:
4.a. Possibilità – impossibilità
4.b. Esistenza – inesistenza
4.c. Necessità – consapevolezza

DEDUZIONE TRASCENDENTALE:
Cosa garantisce che le 12 categorie siano le più adeguate per pensare alla realtà, al molteplice? Per la risposta a questo quesito ci viene incontro la deduzione trasc.
La DEDUZIONE fa riferimento alla tradizione giuridica perché mette in risalto la dimostrazione, la legittimità di diritto di una pretesa di fatto. L’uomo usa le categorie, secondo Kant, ma questo non significa che siano le più adeguate.
Il problema è: perché le categorie pur essendo forme soggettive della nostra mente pretendono di valere anche per gli oggetti (per una natura che, materialmente, non è l’intelletto a creare)?
Kant prima di tutto afferma che:
1. L’unificazione del molteplice non deriva dalla molteplicità stessa, ma da un’attività sintetica.
2. Bisogna distinguere tra unificazione (il processo di sintesi) e l’unità stessa (il principio in base al quale si fa un’unificazione).
Ci deve essere qualcosa, insomma, in grado di fare l’unificazione. Kant denomina questa “entità” con “IO PENSO”, detta anche “l’unità sintetica della percezione”. Questa è una struttura mentale tipica e comune a tutti gli uomini.
3. L’attività del “io penso” si manifesta attraverso i giudizi.
4. I giudizi si basano sulle categorie.
5. Gli oggetti non possono venir pensati senza venire categorizzati. Il molteplice, unificato, non può venire che sintetizzato dalle 12 categorie.
→ La natura fenomenica obbedisce alle forme (a priori) del nostro intelletto.
I concetti puri a priori dell’intelletto costituiscono in oggetti del concetto i fenomeni dell’esperienza.
Conoscere coincide dunque con categorizzare, individuare le regole tra i fenomeni.
L’io penso è la condizione universale di ogni esperienza possibile. Non è una realtà psicologica, bensì un’identica struttura mentale/formale del pensare di un soggetto empirico, in quanto è fondamento di ogni sintesi a priori che connette due oggetti tra loro, e che presuppone un’altra sintesi/struttura mentale con la quale colleghiamo le rappresentazioni degli oggetti tra loro in noi.
→ L’io penso è il fondamento di due sintesi grazie al quale le categorie diventano articolazioni, specificazioni di un unico principio categorizzante.
SCHEMATISMO TRASCENDENTE:
Il problema, questa volta, è che i concetti costituiscono delle dimensioni distinte dall’intuizione; un conto è il pensiero, un conto è la realtà fenomenica.
Per Kant, se il rapporto c’è, ci deve essere un elemento mediatore.
Per trovare la soluzione, ricorre a schemi trascendentali, ovvero determinazioni a priori del tempo; una sorta di traduzione delle categorie in termini di TEMPO.
In sostanza, cogliamo il molteplice perché traduciamo i concetti puri a priori dell’intelletto in termini temporali. Es.: che cos’è la sostanza? È qualcosa che permane nel tempo. Causalità: successione. Necessità: una cosa si dà sempre.
Se il tempo condiziona gli oggetti, l’intelletto, condizionando il tempo, condiziona gli oggetti stessi.
Gli schemi trascendenti si danno attraverso un’immaginazione produttiva. Quest’ultima è un’arte celata nel profondo.
→Per Kant nello schematismo si dà la condizione dell’uso delle categorie attraverso principi. Questi sono regole dell’uso oggettivo delle categorie attraverso gli schemi.
L’IO “LEGISLATORE DELLA NATURA”
Per Kant l’uomo è arrivato a formattare la realtà con quelle modalità conoscitive tipiche dell’uomo. Da un punto di vista formale, quindi, si può dire che l’io è legislatore della natura.
→ SUPERAMENTO DELLO SCETTICISMO HUMIANO. Si può parlare di scienza come qualcosa che sfugge al probabile perché io sono garante dell’universalità e necessità.
AMBITI DI USO DELLE CATEGORIE E IL “NOUMENO”
Prima il Nous comporta l’intuire, il cogliere la realtà.
Ora, per Kant, assume due accezioni, una positiva ed una negativa:
A. Il noumeno non potrebbe essere altro che l’oggetto dell’intuizione intellettuale che l’uomo, però, non può avere. Solo Dio quindi può parlarne.
B. È una sorta di concetto limite perché serve per ricordare che si dà un limite alla nostra conoscenza che è di tipo fenomenico. Non è possibile affermare che oltre a questo limite ci siano dei fenomeni. Non si può nemmeno affermare che ci sia una causa dei fenomeni perché le categorie si possono applicare solo sui fenomeni, non su qualcosa che non è dato.
Il Noumeno è quindi qualcosa di enigmatico. Ricorda solo che c’è questo limite della nostra conoscenza.

⇒ Anche la fisica ha assunto i caratteri di universalità e necessità tali da poterla chiamare scienza.
DIALETTICA TRASCENDENTE
Inizia la seconda parte della logica dove affronta la conoscenza di tipo razionale. Si indaga intorno alla conoscenza dell’infinito, dell’assoluto, tipica della metafisica.
Ogni grado conoscitivo ha una sua materia ed una sua forma. Per questo grado, però non c’è la materia (non si fa esperienza dell’infinito) e come forme pure a priori vengono utilizzate quelle della conoscenza dell’intelletto.
La nostra ultima illusione è riunire le esperienze finite (condizionate) in una unica di tipo incondizionato.
Quando cerchiamo di chiudere in un incondizionato tutti i condizionati interni, arriviamo all’ANIMA (psicologia razionale).
Se si chiudono i condizionati del senso esterno, ci si illude di arrivare alla spiegazione del COSMO, del mondo (cosmologia razionale).
Se vengono chiusi i condizionati interni ed esterni, si arriva a DIO (teologia razionale).
Nella parte catartica della “Critica della Ragion pura” Kant si propone di individuare gli errori di quando facciamo metafisica.
La Ragione è in pratica l’intelletto che tende ad utilizzare le proprie forme in un ambito iperfisico, incondizionato. È anche la facoltà di sillogizzare che si distacca dall’esperienza. Proprio per questo Kant individua per ogni forma di pensiero di relazione un’idea:
Categoria
CATEGORICO
IPOTETICO
DISGIUNTIVO
Idea
ANIMA
MONDO
DIO
IDEA DI ANIMA:
Dà luogo alla psicologia razionale.
Per Kant arriviamo all’idea di anima attraverso un paralogismo (ragionamento errato). Applichiamo, infatti, al “io penso”, che non è oggetto di esperienza, la categoria di sostanza. Questo è un errore strutturale perché si applica una categoria a qualcosa di cui non abbiamo fatto esperienza.
IDEA DI COSMO:
La pseudo scienza che si viene a formare grazie a questa idea è la cosmologia razionale.
Kant dice che anche dell’universo non si fa esperienza. Cercando di spiegare l’universo, si va a creare delle teorie contrapposte tra loro, senza che, però, sia possibile scioglierne l’enigma che le separa → antinomia (nomos = legge).
Ci sono quattro tesi sull’universo, ognuna con una sua antitesi:

TESI
ANTITESI
Il mondo ha un inizio ed è finito
Il mondo non ha né inizio né fine
Ci sono parti non ulteriormente divisibili
Non ci sono parti ultime
La causalità non è l’unica legge. L’uomo è quindi libero di agire e tutto non è determinato
Tutto accade secondo leggi della natura
C’è un essere necessario, una causa delle cose
Non è necessario ricorrere alla causa prima (Dio)
Le tesi (tipiche dei razionalisti) contengono parti piccole dell’universo. Le antitesi (degli empiristi) hanno un concetto troppo vasto dell’universo.
→ Illegittimità dell’idea del cosmo.
L’IDEA DI DIO:
La scienza formata dallo studio di questa idea è la teologia razionale.
Tradizionalmente, nella storia della filosofia, le prove dell’esistenza di Dio si possono riassumere in:
1. Prova ontologica;
2. Prova cosmologica;
3. Prova fisico-teleologica;

1. Kant “distrugge” questa prova perché per affermare l’esistenza di Dio non è lecito fare un salto dal piano del pensiero a quello dell’esperienza. L’esistenza di Dio non possiamo derivarla per via intellettiva, ma si deve constatare per via empirica.
2. La prova cosmologica risale a Dio, sostenendo che Egli è la causa prima del cosmo. È la ragione dell’universo.
Per Kant, il primo errore commesso in questo ragionamento, sta nel fatto che si sta applicando la categoria di causalità a qualcosa che non reale. Oltre a questo, se affermiamo che si dà una causa prima, non significa dire che questa è esistente. Se facciamo questo collegamento, invece, si ricade nella causa ontologica (la causa prima non deve essere per forza Dio).
3. Questa prova fa leva sull’armonia dell’universo, il quale non si può dare senza un ente creatore, senza Dio.
Per Kant, ad un primo livello sostiene che non è detto che dal caos non si possa determinare l’ordine. Ad un livello successivo afferma che per l’armonia dell’universo non si dà un creatore, ma solo un architetto, un demiurgo platonico che ordina il mondo, ma non è creatore di nulla. Se si fa coincidere la causa ordinante con la causa creatrice si ricade nella prova cosmologica.

⇒ La metafisica non è una scienza.
LA DOTTRINA DEL “COME SE”:
La questione da risolvere è il perché l’uomo è portato a fare metafisica.
Per Kant cerchiamo di legare i fenomeni, individuando delle leggi, perché siamo portati a cercare una spiegazione ultima (anche se questa non si troverà mai). In pratica facciamo come se tutti i fenomeni dipendessero da un essere supremo, perché così siamo portati a cercare delle leggi nella realtà contingente. Senza l’idea di trovare un “perché ultimo” delle cose, non saremo indotti a cercare di spiegare gli eventi fenomenici.
Le idee non hanno un uso costitutivo, perché non portano a nuove conoscenze, ma regolativo, perché il loro scopo è indurre a conoscere.
L’intelletto, invece, ha un uso costitutivo perché ordina la realtà con i concetti (legislatori della natura), scopriamo le leggi della natura, il concetto dell’oggetto.

CRITICA DELLA RAGION PRATICA:
IL TEMA DELLA MORALE:
Se nella Critica della Ragion Pura si tratta di verificare la possibilità di una conoscenza, che traesse la sua legittimità universale non già dagli oggetti, bensì dalle forme a priori del soggetto, nella Critica della Ragion Pratica si tratta di indagare sulla possibilità di una legge morale la cui universale validità, anziché essere inserita in una dimensione metafisica/religiosa, sia determinata dalla facoltà soggettiva dell’uomo.
→ Il problema gnoseologico consisteva nella ricerca delle condizioni a priori (soggettive) di una conoscenza valida oggettivamente; il problema morale consiste nella ricerca delle condizioni a priori di un agire valido universalmente.

La ragione umana non è solo teoretica; non è solamente funzionale alla conoscenza. È anche pratica, perché capace di determinare la volontà e l’agire umano.
Intitola il testo “Critica della Ragion Pratica” perché non si tratta di criticare la ragione pratica in sé per sé, nella sua forma pura, bensì di criticare la ragione quando si fa troppo empirica, nel concreto (e qui erra).

Per Kant la legge morale è un fatto; si dà. Bisogna, però, cercarne le sue condizioni di possibilità. Anche qui Kant esegue una rivoluzione copernicana. Il valore della morale non lo cerca in un oggetto, bensì nel soggetto umano.

La legge morale è distinta dalla necessità fisica, dalla legge universale, perché l’uomo può sfuggire alla necessità morale (mentre non può sfuggire alle leggi fisiche).
Kant distingue questi principi che determinano l’agire:

MASSIME
(con valore soggettivo)

PRINCIPI
PRATICI
IPOTETICO (“Se vuoi…devi…”)
(valgono nel caso in cui si cerca di raggiungere un determinato obiettivo)
IMPERATIVO
(con valore oggettivo)
CATEGORICO (“Devi…perché devi…”)
(valgono in assoluto, a prescindere dal fine)

Regole di abilità → seguendo le regole si raggiunge un determinato fine
Ipotetici
Consigli di prudenza → visto che il fine da raggiungere è ampio, non è detto che si riesca a raggiungere seguendo determinate regole.

Tra i principi pratici, quello che potrebbe rappresentare la legge morale è un imperativo categorico (vale sempre e per tutti).
CARATTERISTICHE DELLA LEGGE MORALE:
1. IMPERATIVITÀ INCONDIZIONATA, CATEGORICITÀ.
2. PUREZZA (O DISINTERESSE) → si fa un’azione non per raggiungere un determinato risultato, ma perché è un vero atto morale.
3. FORMALITÀ → un atto morale non dice cosa è giusto fare, ma come viene fatto.
→ Non tutto ciò che ritentiamo morale in realtà lo è.
4. AUTONOMIA → l’azione non è dettata dall’alto; bisogna essere Autonomi (Auto Nomos = la legge me la diamo io).
Questa caratteristica coinvolge anche la libertà, la quale richiama la questione del fondamento della legge morale.
FORMULAZIONE – DEFINIZIONE DELLA LEGGE MORALE:
A. “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso come principio di una legislazione universale”. Esprime la pura forma della legge morale.
B. “Agisci in modo da considerare l’umanità sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre, anche come fine e non semplice mezzo”. In questa c’è, però, un richiamo al fine, e Kant non vuole che nella formulazione, per la regola della purezza, sia richiamato il fine.
C. “Agisci in modo che la volontà, con la sua massima, possa considerarsi come universalmente legislatrice rispetto a se medesima”. In questa c’è un richiamo alla volontà, che però non è ancora libera ed autonoma.
RIVOLUZIONE COPERNICANA MORALE:
Anche in campo etico Kant individua come fondamentale l’uomo. La condizione di un atto morale sta nel soggetto, non nell’oggetto.
FONDAMENTO DELLA MORALE:
La morale è un fatto della ragione che comporta il dovere per il dovere. Dalla coscienza del dovere nasce la coscienza della libertà (è presupposta dal dovere). Quindi, la condizione senza la quale non si può dare morale è la LIBERTÀ dell’uomo. La libertà è causa essendi (ne permette l’esistenza) della legge morale.
La legge morale è la causa conoscendi (conoscente) della libertà.
Kant considera la libertà in termini di postulato, perché non si può dimostrarne l’esistenza, ma è necessaria per spiegare la morale.
Essere liberi significa essere indipendenti dalle leggi naturali, non ci sono vincoli necessari. Si creano due dimensioni dell’uomo: quella fenomenica (vincolato alle leggi di natura) e quella noumenica.
La libertà è l’indipendenza dal meccanicismo causale. È anche, in termini positivi, come per Rousseau, la capacità di darsi leggi, capacità di autodeterminarsi, con la rinuncia a qualsiasi eteronomia.
Tutte le volontà esterne compromettono l’autonomia. I motivi materiali che determinano la volontà (e quindi compromettono l’autonomia) possono essere:
1. Soggettivi/empirici
1.a. Esterni → dovuti per esempio all’educazione.
1.b. Interni → per esempio sulla base del sentimento fisico oppure morale.
2. Oggettivi/razionali
2.a. Esterni → volontà di Dio.
2.b. Interni → Idea di perfezione.
Anche il bene ed il male non si danno a priori, ma a posteriori, rispetto alla morale. Non sono concetti, il bene ed il male, che fondano la morale, bensì è la morale che dice cosa è bene o male.
LA TIPICA DEL GIUDIZIO:
Come stabilire quando un’azione è morale?
Per Kant l’unico criterio per scoprire se si dia un atto morale è trasformare (a livello teorico) in termini naturali ciò che è legge morale.
ANTINOMIE:
Bisogna agire non per ottenere un fine, ma perché è giusto fare così. Allora chi si merita la felicità, non la raggiunge mai. Non c’è coincidenza tra esseri morali ed esseri felici. Per essere morali bisogna raggiungere la santità (in ogni azione bisogna essere morali). → Antinomie tra virtù e felicità.
Kant, per sfuggire a questa antinomia, ricorre a due postulati:
1. Deve esistere un’anima immortale. Perché solo se di dà questa, è possibile un progresso infinito verso la virtù, verso la sensibilità.
2. Bisogna dare un DIO che commisuri la virtù alla felicità. Sarebbe una contraddizione essere virtuosi senza essere felici.
Per Kant la morale fonda la religione. Dalla morale si dà l’esigenza dell’anima e si postula l’esistenza di Dio.
La morale per Kant si distingue anche dalle altre morali, le quali ricorrevano all’oggetto esterno.
Il razionalismo, pur fondando la morale sulla ragione, l’aveva fatta dipendere dalla metafisica. Fanno, infatti, coincidere la ragione con l’universo e un atto è morale quando si conforma con la natura. Kant sostiene che la morale si può fondare solo sull’uomo e sulla dignità dell’essere razionale.
Gli empiristi, pur sganciando la morale dalla metafisica, l’avevano connessa al sentimento. Kant afferma che la morale si fonda solo sulla ragione e non sul sentimento, non sull’esperienza. Il sentire, infatti, è troppo fragile e soggettivo.
→ Anche in sede etica, il moralismo kantiano nasce misurandosi in maniera critica di queste due posizioni.
C’è una diversità tra il primo postulato (la libertà) e gli altri due (anima e Dio), perché il primo postulato dice che esiste la libertà (non possiamo negarne l’esistenza), mentre gli altri due sono condizioni ipotetiche necessarie per risolvere l’antinomia.
PRIMATO DELLA RAGION PRATICA:
È un primato sulla ragione teoretica, in quanto ammette proposizioni che non possono essere ammesse nel solo uso teoretico della ragione (anima e Dio). In questo ambito bisogna fermarsi al puro agnosticismo (non si può fare un discorso scientifico).
CRITICA DEL GIUDIZIO:
Con “giudizio” non si fa riferimento al giudizio – oggetto, bensì è inteso come facoltà del giudicare.
In C.R.P. si scopre l’io come essere fenomenico sotto al dominio della necessità, della legge di natura.
In C.R.Pr. con l’essere morale si scopre la dimensione noumenica, della libertà.
Si scoprono così due dimensioni dell’uomo.
Il compito che Kant si propone della C.d.G. è di trovare un’unità di questi due mondi dell’uomo, senza cadere in contraddizione (non cercando una sintesi tra le due, ma cercando di pensare a queste due realtà non in contraddizione tra loro).
Tra i due mondi, Kant dice che ci deve essere una relazione tra i due mondi, perché la morale deve applicarsi nella realtà fenomenica. Ci deve essere un fondamento dell’unità tra il sovrasensibile e ciò che contiene il concetto di libertà.
Kant ipotizza una terza facoltà (il giudicare), strettamente legata al SENTIMENTO (peculiare facoltà mediante la quale l’uomo fa esperienza della finalità).
Il giudizio permette l’attribuzione di un soggetto ad un predicato. È la facoltà di sussumere (prendere sopra di sé) il particolare nell’universale (è la facoltà di pensare il particolare contenuto nell’universale).
Si creano così due tipi di giudizi:
1. Giudizio determinante, quando è presente sia il particolare, sia l’universale. Attraverso questo g. si determina la realtà. È il giudizio sintetico a priori. Il particolare (molteplice sensibile) viene strutturato secondo le categorie (si inserisce il particolare nelle categorie che sono universali).
2. Giudizio riflettente, quando si dà il particolare ma non l’universale, che va quindi ricercato. Dal riscontro che abbiamo con il g. determinante, andiamo alla ricerca di una nuova categoria, attraverso il quale si può pensare questo mondo non in contraddizione con la libertà dell’uomo. Questo giudizio è catalizzato da un mondo di sentire le relazioni tra le cose, il sentire finalistico.
Il sentire finalistico è una categoria che permette di pensare alla realtà. Non è un giudizio con un valore costitutivo, ma regolativo. Il concetto di fine non è teoretico, ma risponde ad un bisogno strutturale; non è “forma mentis” (non fa parte del patrimonio intellettuale), ma ne facciamo esperienza. Permette di pensare al mondo fenomenico ed alla realtà morale non in contraddizione.
Per Kant, quindi, facciamo esperienza della finalità, ma su quali esperienze?
 Riflettendo sul BELLO → giudizio riflettente estetico;
 Riflettendo sull’ORDINAMENTO DELLA NATURA → giudizio riflettente teleologico
GIUDIZIO ESTETICO:
Si arriva al bello attraverso un giudizio di gusto (è la valutazione e la commisurazione dell’immagine dell’oggetto preso in esame, rispetto al sentimento di piacere/dispiacere del soggetto). S’instaura così una relazione tra soggetto ed oggetto.
Il giudizio di gusto non è logico, ma propriamente estetico perché non riferisce la rappresentazione ad un oggetto mediante l’intelletto per la conoscenza (non è un giudizio conoscitivo), ma mediante l’immaginazione (la riferisce al soggetto ed al suo sentimento di piacere/dispiacere).
→Il gusto è quindi la facoltà d’indagare intorno al bello.
CARATTERISTICHE DEL BELLO:
Kant sembra richiamarsi ai quattro gruppi di categorie dell’analitica trascendente.
1) Bello “è l’oggetto di un piacere senza interesse”. (qualità)
2) Bello “è ciò che piace universalmente senza concetto”. Deve essere, quindi condiviso, da tutti. Non è un’universalità oggettiva, ma è soggettiva (è dovuta da un sentire). (quantità)
3) La bellezza “è la forma della finalità di un oggetto in quanto questo è percepito senza la rappresentazione di uno scopo”. Si dà bellezza, quindi, quando c’è una finalità senza scopo. Si dà finalità quando, vedendo un’armonia, si è portati ad ipotizzare un fine. Non si può, però, scoprire una volontà che abbia voluto quel fine. (relazione)
4) Bello “è ciò che è riconosciuto come l’oggetto di un piacere necessario”. Si dà il bello quando tutti i soggetti non possono che essere d’accordo sul bello. (Modalità)
FONDAMENTO DEL BELLO:
Teoria del libero gioco delle facoltà:

intelletto

immaginazione

L’intelletto ha una funzione predicatrice perché cala le categorie nella dimensione del tempo con gli schemi trascendenti forniti dall’immaginazione. Non c’è, quindi, un libero gioco delle facoltà.

intelletto

immaginazione

Per quanto riguarda il bello, c’è uno scambio reciproco di attività tra intelletto e immaginazione e c’è, quindi, un libero gioco delle facoltà. L’intelletto non detta le sue regole all’immaginazione. La produzione di immagini libere dell’immaginazione non urta con la regolarità dell’intelletto. Nasce così un’armonia delle facoltà.

Si dà fondamento del bello quando c’è un libero gioco delle facoltà dell’intelletto e dell’immaginazione.
→ Si dimostra così l’universalità della soggettività intorno al bello. Tutti gli uomini, infatti, vanno incontro al libero gioco delle facoltà a partire dall’oggetto reale.
RIVOLUZIONE COPERNICANA ESTETICA:
Il bello non è una qualità oggettiva ed ontologica, ma nasce dal rapporto tra oggetto e soggetto. Anche qui si va contro i razionalisti ed i sensisti.
Il bello è sentimento di piacere.
IL SUBLIME:
Non si dà a partire dal sentimento di piacere, ma su base dialettica del piacere/dispiacere. Mentre il bello ha a che fare con la forma, l’armonia, l’ordine, il sublime ha a che fare con ciò che non ha forma, l’infinito, l’illimitato.
Ci sono due tipi di sublime:
* Matematico → in relazione a ciò che è illimitatamente grande.
* Dinamico → rispetto a ciò che è infinitamente potente.
Per Kant, il sublime è ciò che per il fatto di potere solo pensare, attesta (dimostra) una facoltà dell’animo superiore ad ogni misura dei sensi. Con il sublime, quindi, al dispiacere della ragione, si contrappone il piacere dell’immaginazione (mostra dal punto di vista morale la superiorità del pensiero.
IL GENIO:
Al bello naturale vi si arriva in modo diretto; il bello artistico può essere viziato dai concetti dell’intelletto.
L’artista è colui che, con la sua ispirazione, è portato a comportarsi come la natura. Il genio è quindi una disposizione innata dell’anima, per mezzo della quale la natura dà la regola dell’arte.
GIUDIZIO TELEOLOGICO:
Con il giudizio estetico si aveva che fare con una finalità soggettiva. Ora abbiamo a che fare con una finalità oggettiva, perché, in questo tipo di giudizio, si analizza la relazione con la Natura.
Se si osservano le grandi manifestazioni della natura, c’è un richiamo all’armonia che rimanda all’idea di una finalità (senza che sia possibile individuarne lo scopo, l’artefice).
Per Kant la finalità complessiva della natura potrebbe essere l’uomo. La natura permetterebbe all’uomo di manifestare la sua libertà nel teatro del mondo. La finalità della natura è quindi creare un essere che, pur essendo fenomenico, possa, però, manifestare la sua libertà.

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