Il pragmatismo: la ragione come strumento

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Categoria:Filosofia

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2. Il pragmatismo: la ragione come strumento

2.1 Caratteri generali

Il pragmatismo rappresenta il primo contributo originale degli Stati Uniti d’America alla filosofia occidentale. Si tratta della tendenza di considerare come fondamentale, per la scelta e l’adozione di una dottrina filosofica, non già la sua astratta e teoretica verità, ma la sua pratica utilità per la vita dell’individuo e della società nel suo insieme: per utilità si intende la capacità di una dottrina di valere come guida della condotta pratica dell’uomo nei confronti delle cose, degli altri uomini e di Dio. La cerchia ristretta dei problemi in cui si era mossa sino allora la filosofia a americana era stata appunto delimitata da questo immanente e inespresso criterio pragmatico, che aveva indotto molti pensatori a trascurare o a dichiarare oziosi problemi la cui soluzione in un senso o nell’altro non comportasse un mutamento qualsiasi nell’atteggiamento degli uomini di fronte alla vita.
L’ideale classico della “vita teoretica”, cioè della vita dedita esclusivamente alla contemplazione della verità e aliena da ogni mescolanza con gli interessi, i bisogni e le esigenze della comune umanità, era rimasto estraneo alla filosofia americana; il pragmatismo non fa altro che sanzionare e giustificare tale estraneità.
La caratteristica fondamentale del pragmatismo è pertanto quella di essere orientato verso il futuro anziché verso il passato o il presente: cioè fondare la validità di una dottrina non già sulle prove che sono state addotte in suo favore, ma su quelle che si possono addurre; non già sulla sua capacità di interpretare il passato, ma su quella di prevedere, progettare, controllare gli eventi futuri e in particolare il comportamento dell’uomo. Questo orientamento distingue il pragmatismo dal classico empirismo inglese col quale, per molti aspetti, è strettamente imparentato. L’esperienza di cui parlava l’empirismo è un patrimonio concluso, che si può sistemare in modo esauriente e definitivo.
L’esperienza del pragmatismo è la previsione e l’anticipazione degli sviluppi o dell’utilizzazione possibile di tutte le nostre conoscenze. Pertanto la “verità” è tale perché è suscettibile di un uso qualsiasi nell’esperienza futura. La previsione di quest’uso, la determinazione dei suoi limiti, delle sue condizioni e dei suoi effetti costituisce il significato pragmatico di una verità. In questo senso, la tesi fondamentale del pragmatismo è che ogni verità è una regola d’azione, una norma per la condotta futura: per “azione” e per “condotta futura” si intende ogni specie e forma di attività sia conoscitiva che pratica, sia morale che estetica o religiosa.
Il pragmatismo americano si concretizza in due correnti fondamentali (pragmatismo metodologico e pragmatismo metafisico) che, pur partendo dal comune presupposto della strumentalità del conoscere, intendono in modo diverso il legame conoscenza-azione. Queste due forme di pragmatismo sono profondamente diverse, perché la prima – tra i cui esponenti ricordiamo Peirce e Dewey – mette capo ad un razionalismo sperimentalistico e fallibilistico, vicino ai procedimenti della scienza, mentre il secondo, con James e Schiller, sfocia in un irrazionalismo a sfondo metafisico, religioso e politico. Dewey fu uno dei principali esponenti del pragmatismo: la sua filosofia è ben nota come strumentalismo.

2.2 John Dewey: il pensiero filosofico

Il pragmatismo, nella sua originale versione dello “strumentalismo” di John Dewey, ottenne vastissima risonanza e diffusione, divenendo uno dei movimenti più significativi della filosofia del Novecento.
Prendendo spunto da tesi illuministiche (la ragione ha il compito di dare stabilità al mondo naturale e sociale), naturalistiche (vi è una piena continuità tra il mondo biologico e quello spirituale), e in modo particolare dal pensiero di Pierce - che per primo aveva formalizzato l’istanza pragmatistica del carattere strumentale della ragione – lo strumentalismo deweyano si caratterizza anzitutto per la polemica contro la ben consolidata tendenza della filosofia a negare il carattere transitorio e instabile dell’esperienza.
La tradizione filosofica ha cercato di depurare i caratteri propri dell’esperienza attraverso una sua “semplificazione” e “sofisticazione”. Elaborando teorie dogmatiche assolute, è giunta a considerare reale solo ciò che è ordinato, razionale e teorico: questa è appunto ciò che Dewey definisce “fallacia filosofica”. L’empirismo inglese, è criticato per la riduzione dell’esperienza alla sola conoscenza di un oggetto da parte di un soggetto ad esso staticamente separato e contrapposto. Dewey invece introduce un concetto globale di esperienza che comprende l’intero mondo dell’uomo, da quello dei sentimenti e delle azioni, a quello della conoscenza e della moralità. Nulla cade fuori dall’esperienza, neppure l’errore, il rischio, il dubbio, la paura; anche tali fattori di instabilità fanno la loro parte nella vita umana, e la filosofia deve tenerne conto. Tutti i nostri atteggiamenti e azioni sono da intendersi come uno sperimentare, che riguarda sempre qualcosa che va oltre noi stessi: perciò al di là di ogni rigido dualismo, occorre partire dal riconoscimento che tutti gli aspetti della realtà, sono in una relazione dinamica.
Ispirandosi all’evoluzionismo darwiniano, Dewey fa propria la tesi secondo cui la natura va vista come un insieme di interazioni vitali tra individui e ambiente, secondo un rapporto sempre nuovo di reciproco scambio. Come avviene in natura, anche nel mondo umano gli individui instaurano un rapporto pratico con l’ambiente, al fine di trovare soluzioni efficaci contro l’instabilità e la precarietà costitutive del vivere. Per indicare questa relazione, Dewey usa il termine “transazione”, che nei suoi ultimi scritti viene applicato al mondo dell'economia e degli affari. Qui la transazione indica il rapporto che viene a instaurarsi tra un compratore e un venditore che non esistono però l'uno indipendentemente dall'altro:il compratore è tale perché esiste un venditore e viceversa. L’interesse di Dewey nei confronti dell’ambito economico deriva dall’influenza del suo tempo: egli si trova immerso in una società che vive una smisurata crescita tecnologica e scientifica, che pertanto presenta un rapporto immediato con l’economia statunitense.
Secondo Dewey, la stessa intelligenza umana agisce in modo strumentale: è una sorta di funzione operativa che, sviluppandosi in stretto rapporto con l’esperienza, è spinta costantemente a trovare soluzioni alle situazioni problematiche. Il compito della logica strumentalistica è quello di approntare una serie di tecniche intelligenti per «trasformare una situazione nella quale si abbiano esperienze caratterizzate da oscurità, dubbio, conflitto, quindi disturbate, in una situazione che sia chiara, coerente, ordinata e armoniosa». Tale “trasformazione” è possibile applicando ad ogni problema, esistenziale o scientifico che sia, i cinque momenti dell’indagine: 1) riconoscimento della “situazione problematica” e prima ipotesi di risoluzione («previsione operativa»); 2) intellettualizzazione del problema; 3) osservazione ed esperimento; 4) rielaborazione intellettuale dell’ipotesi iniziale; 5) applicazione pratica («verificazione»).

2.3 Il carattere politico della filosofia deweyana

John Dewey ha cercato, nella propria riflessione filosofica, una maggiore apertura ai problemi sociali; egli è considerato un filosofo “completo” in quanto, essendo immerso nelle trasformazioni scientifiche e tecnologiche che hanno attraversato il suo tempo, si è preoccupato di sviluppare un "sapere critico" da mettere direttamente nelle mani dei cittadini per educarli a un controllo reale. Dewey oppone una visione realistica e concreta della dinamica tecnologica e dei meccanismi di innovazione, che non vanno demonizzati ma messi nelle mani di quelli che ne saranno i principali beneficiari. La sua filosofia è improntata a un antidogmatismo che non dà tregua alla pigrizia mentale e al conservatorismo. E' una raffinata forma di "fallibilismo", appresa dalla pratica scientifica che è in sé cooperativa e aperta, e applicata a ogni pratica sociale, ogni sfera dell'attività umana - morale, arte, educazione - compresa la capacità stessa di affrontare i problemi sociali e tecnologici che si presentano con modalità sempre nuove.
Anche il versante più propriamente "politico", cui è dedicato il volume, è improntato a questa visione dinamica della società, della vita, della cultura. La riflessione sulle istituzioni va sottoposta al metodo «sperimentale», e da ciò dipende la visione non «formale» della democrazia di Dewey. Le capacità innovative della democrazia dipendono dalla sua capacità di includere un numero sempre maggiore di soggetti nella gestione diretta dei problemi che li riguardano. Altre forme politiche - l'aristocrazia, o la tecnocrazia, o il socialismo quando, come nel caso sovietico, finisce per ricadere in esse sono sbagliate dal punto di vista della razionalità e dell'approccio cognitivo. Promuovono visioni "false" o razionalizzazioni inadeguate dei problemi. Una partecipazione reale, guidata da una informazione libera e trasparente, può dare invece sostanza a un liberalismo che si cura innanzitutto di formare individui non manipolabili e capaci di pensare da sé. Questa è l'essenza del suo liberismo e del suo individualismo democratico.
In ambito politico Dewey è uno strenuo difensore del valore e dei metodi della democrazia. Essa costituisce infatti la più coerente traduzione politica della concezione deweiana della realtà e dell'esperienza. Come nella natura l'individuo è in continua interazione con l'ambiente, così nella democrazia ognuno collabora con le proprie forze al benessere della totalità e riceve a sua volta sostegno dal corpo collettivo. Dewey non si nasconde, tuttavia, che nelle democrazie esistenti, anche in quella americana,non sempre l'interazione tra individuo e totalità si è sviluppata in modo equilibrato(come del resto avviene anche nella natura):spesso i gruppi sociali più elevati traggono vantaggi maggiori dagli apporti che danno alla vita sociale, mentre i ceti inferiori finiscono con il lavorare a vantaggio di pochi. La responsabilità di questa situazione è in gran parte attribuibile, secondo Dewey, al liberalismo classico, che ha indissolubilmente connesso la difesa della libertà politica con quella della libertà economica (cioè il liberalismo con il liberismo).Contro questa concezione, Dewey difende invece una forma di liberalismo radicale, che garantisce l'effettiva libertà dello Stato, senza per questo comportare l'adozione di modelli socialistici o comunistici della società. Alle riflessioni sulla democrazia è anche connessa la pedagogia di Dewey, che ebbe grandissima fortuna non solo negli USA, ma anche in Europa.

2.4 Educazione, scienza e democrazia

Secondo Dewey l’ “educazione è il metodo fondamentale del progresso e dell’azione sociale” e “l’insegnante è impegnato non solo nell’educazione degli individui, ma nella formazione della giusta vita sociale”.
La “giusta vita sociale” non può essere un ideale statico e fisso. Dewey contrappone all’idea di una “società pianificata” l’idea di una “società continuamente pianificatesi”. Contro il vecchio liberalismo individualistico Dewey vuole promuovere un nuovo liberalismo che non teme gli interventi anche radicali in campo economico e politico, ma si sforza nello stesso tempo, contro il collettivismo comunista, di lasciare il massimo di iniziativa e di autonomia all’individuo ed alle sue libere e molteplici forme associative. Il controllo sociale sulle strutture economiche e politiche deve comunque venir ampliato e perfezionato: il più urgente e drammatico problema del mondo contemporaneo è di aver messo in mano all’uomo le formidabili armi e tecniche produttive rese possibili dal progresso scientifico verificatosi in alcuni campi, senza che un pari progresso nel campo delle scienze umane e sociali renda possibile l’applicazione anche qui di una tecnica opportuna, capace di sanare conflitti, di eliminare le ingiustizie, di far superare i pregiudizi e le ostilità di razza, religione, nazione e classe sociale.
L’estensione del metodo scientifico al campo dei problemi umani è, secondo Dewey, l’unico mezzo di evitare che l’uomo soccomba allo squilibrio verificatosi fra il progresso scientifico che ha rivoluzionato certi campi e la stasi relativa che si verifica nel dominio sociale e politico. Infatti il metodo scientifico non è moralmente indifferente e neutrale; al contrario, in quanto metodo scientifico vero e proprio, distinto dalle semplici tecniche applicative, è metodo della comunicazione, della tolleranza, dell’apertura mentale, della prontezza a riconoscere il proprio errore, della disposizione a comprendere le idee degli altri senza imporre le proprie. In altri termini l’atteggiamento scientifico, inteso come atteggiamento aperto e comprensivo, scevro da pregiudizi, e pronto a saggiare e a mutare le proprie idee a contatto con l’esperienza, si identifica con la razionalità democratica, ossia con un metodo di coesistenza basato sulla libera discussione, sul pluralismo e sull’autocorreggibilità. A sua volta la democrazia, per Dewey, non è soltanto una tecnica politica, ma anche un ideale umano e sociale, e precisamente l’ideale di una partecipazione sempre più vasta degli individui alla vita comunitaria e alla relativa discussione dei “piani di vita” che devono guidare i popoli.

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