il mito nella filosofia

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Testo

IL MITO

Le leggi scritte come espressione di condizioni di vita umane e non di comandamenti divini; una vita economica e politica dinamica e non statica; l'ambiente della città come forma di vita, tipica della società dell'uomo, non opposta ma distinta dall'ambiente "naturale" che è lo scenario comune anche ad altre forme di vita, il dibattito; la critica; una mentalità che non si accontenta della tradizione e non ne accoglie passivamente le forme culturali (il mito, la religione), ma ne ricerca sempre e comunque una spiegazione, il perché: ecco alcuni importanti elementi che rappresentano le condizioni ambientali di quel fenomeno storico che fu la "nascita" della filosofia e della scienza greche. È in quest'ambiente infatti che maturano e poi rapidamente si sviluppano quella nuova mentalità e quella nuova forma culturale che chiamiamo appunto "filosofia" e " scienza ".
5. La cultura in Grecia "prima" della filosofia: dal mito alla scienza?
Abbiamo appena accennato al mito ed alla religione. Un'altra vecchia tesi di alcuni storia della filosofia era quella del graduale passaggio dal mythos al logos (ragione), o dalla religione alla filosofia. Questa tesi vedeva un naturale e progressivo svolgimento, un naturale trasformarsi della mentalità che si era espressa nei racconti mitici sugli dei e sull'origine del mondo e dell'universo in una mentalità piú razionale e "logica" quale si esprime, appunto, nella filosofia e nella scienza. Senonché, gli studiosi piú attenti a questo problema della nascita della filosofia hanno giustamente criticato sia l'astratta contrapposizione, sia il meccanico passaggio da una mentalità mitica ad una mentalità filosofica e scientifica. Innanzitutto, è molto difficile, se non impossibile, isolare le "qualità" fondamentali caratterizzanti il mito, data l'enorme diversità tra i complessi di miti e la difficoltà di metterli a confronto l'uno con l'altro. Il mito (dalla parola greca mythos = racconto) è una particolare forma di racconto che ad un certo punto è divenuta tradizionale sia perché possedeva delle notevoli doti narrative, sia perché era portatrice di un messaggio importante per la vita, e in particolare per la vita nell'ambito di un certo tipo di società. Questa è in effetti l'unica caratteristica comune nell'enorme varietà dei racconti: il loro essere quasi un commento ad ogni aspetto importante della vita: un commento nel quale di volta in volta (e persino nello svolgersi e modificarsi di uno stesso mito) si inseriscono i riflessi di preoccupazioni e di interessi che cambiano. In secondo luogo, se è vero che i miti in genere sono l'espressione di tipi di società fondati sulla tradizione, cioè di società illetterate, che non conoscono la scrittura, è anche vero che il passaggio da una cultura prevalentemente orale ad una civiltà basata sulla scrittura non fu un passaggio brusco, un "salto" netto tra due mentalità opposte. È vero che, in Grecia, a circa un secolo dalla scoperta dell'alfabeto (sec IX a.C.), già si hanno forme letterarie di notevole livello e qualità - i poemi omerici, i poemi di Esiodo -, ma è anche vero che tutti i primi testi letterari dell'antica Grecia non sono probabilmente altro che "trascrizioni" in versi o in prosa di opere nate per l'ascolto, con tutte le caratteristiche cioè di composizioni destinate ad un uditorio e non a lettori: opere quindi che esigevano una presa immediata e diretta sul pubblico piú che attenzione e vigilanza critica da parte di questo. Ed è anche vero, infine, che uno dei piú grandi filosofi della Grecia, Platone, si serviva proprio del mito, ed anzi creò addirittura dei miti nuovi egli stesso, ancora nel IV secolo, quando cioè la nuova forma culturale della "filosofia" era ormai già affermata.
Non è esatto quindi affermare che il mito sia l'espressione tipica di una mentalità primitiva propria solo delle società selvagge: l'idea di uomini che vivono obbedendo solo ad impulsi casuali e ad associazioni mentali mitiche o mistiche è stata dimostrata falsa dagli antropologi a partire dalla fine del secolo scorso. Anche se vivono in società molto semplici, primitive, gli uomini pensano abbastanza sistematicamente, cioè secondo un sistema preciso di connessioni e di relazioni: il fatto importante è appunto non confondere questa loro logica con altri tipi di logica e, soprattutto, di non pretendere che la loro logica sia la stessa di quella propria di società diverse, posteriori o piú evolute o - peggio ancora - della nostra di oggi. Da un lato quindi non è esatto affermare una netta separazione tra miti e ragione, perché i miti sarebbero completamente irrazionali: nella forma stessa in cui ci sono pervenuti, essi sono, tra l'altro, proprio il risultato di un lungo processo di organizzazione e di sistemazione durato secoli e non la registrazione di una serie di fatti e di immagini casuali. Inoltre, e specialmente in società che non conoscono la scrittura, i miti rappresentano un mezzo importante di discussione, di persuasione, di comunicazione; rappresentano cioè proprio un sistema organizzato di conoscenza e di risposte, piú o meno coerenti, ma comunque funzionali alla soluzione dei problemi pratici propri di quegli uomini che in quel mondo vivevano ed agivano. Dall'altro lato non è esatto, di conseguenza, affermare che la filosofia alle sue origini non fu altro che una "razionalizzazione" dei miti, perché la fIlosofia e la scienza greche furono molto di piú che la semplice eliminazione degli elementi soprannaturali dei miti o una loro spersonalizzazione, cioè l'eliminazione del carattere antropomorfico tipico deI racconto mitico.
Quanto abbiamo fin qui detto può bastare a dare al giovane lettore un'idea della complessità dei rapporti che uniscono i miti e la filosofia nell'antica Grecia: dire di piú a questo punto significherebbe soltanto dare una definizione nostra di ciò che furono il mito, la filosofia e la scienza in Grecia. Ma dare qui le nostre definizioni significherebbe contravvenire a quel principio metodologico cui abbiamo accennato prima e che crediamo valido, e cioè di non avanzare soluzioni ai problemi posti prima di aver offerto tutti gli elementi sui quali appunto quelle soluzioni sono basate. Sarà quindi nel corso della esposizione delle nuove forme filosofiche di cultura che metteremo in luce di volta in volta quegli elementi, e sarà quindi solo nel corso dello studio e dell'acquisizione di quegli elementi che il giovane sarà in grado di sciogliere tutta la serie di problemi che fin qui gli abbiamo prospettato. Quello che è importante, per ora, è appunto che egli non si faccia un'idea semplicistica del passaggio da un epoca e da una cultura a?filosofiche o pre?filosofiche ad un'epoca e ad una cultura nelle quali la filosofia nasce e fiorisce: non si faccia cioè né l'idea di un "salto" o di un solo "passo cruciale" nella nascita di quel tipo di pensiero e di mentalità che chiamiamo filosofici, né l'idea di un progresso continuo e pacifico da una mentalità "alogica" ed "irrazionale " ad una nuova mentalità "logica" e "razionale". L'apparire e l'evolversi della filosofia in Grecia furono, come ogni processo storico, un processo estremamente articolato e complesso, nel quale le idee originali le situazioni politiche, le preoccupazioni sociali, le idee religiose, i racconti del mito, ebbero tutti una loro funzione e giocarono tutti un proprio ruolo. Ed in questo processo, come in ogni processo storico, alcune tappe, alcuni personaggi, alcune idee che a prima vista sembravano rappresentare delle battute d'arresto, si dimostrano invece estremamente fecondi ed innovatori; mentre altri, che a prima vista sembravano rappresentare un progresso, si dimostrarono invece fortemente conservatori e legati a tradizioni già superate o in via di superamento.

«Come può un artista rappresentare in modo pittorico un ’attività intellettuale come la filosofia? Nella Scuola di Atene Raffaello sceglie di raffigurare una serie di attività basate sulla comunicazione e sulla razionalità, svolte da un certo numero di filosofi maschi adulti sullo sfondo di uno splendido edificio in una giornata di sole. Le cinquantotto figure che occupano questo spazio architettonico, impressionante per grandiosità, fasto e sobrietà, sono tutte impegnate proprio in ciò che i filosofi tendono a fare: leggere, scrivere, fare lezione, discutere, dimostrare, fare domande, ascoltare, riflettere. Se questa ci appare una scelta ovvia, lo è semplicemente perché l’immagine dell ’affresco di Raffaello si è profondamente impressa nel nostro immaginario visivo collettivo, come dimostra l’esistenza di parecchie copie, di parodie molto diffuse e di citazioni in alcuni casi sfacciate,in altri estremamente sottili. Non è affatto sorprendente che una notte a Wilhelm Dilthey sia capitato di sognare la Scuola di Atene: è necessario uno sforzo di immaginazione storica per comprendere che quella di Raffaello non fu una scelta inevitabile, neanche probabile,per rappresentare la filosofia nel primo decennio del XVI secolo - ma che, al contrario, la Scuola di Atene si basa su una concezione di fondo senza precedenti nell’arte europea».«La prima domanda che probabilmente si pone chi guarda la Scuola di Atene è: che cosa rappresenta esattamente questa immagine? E poiché persino l'esame più superficiale rivela inequivocabilmente che il dipinto mostra alcuni uomini impegnati in varie attività all'interno di un edificio, sembra naturale riformulare immediatamente questa prima domanda nel seguente modo: chi sono quegli uomini e precisamente che cos'è che stanno facendo?» «Mai è descritta una simile scena: in un'ampia sala ci troviamo di fronte a una folta schiera di filosofi e discepoli completamente immersi nelle loro caratteristiche occupazioni; un primo e più vasto gruppo disposto secondo un ordine simmetrico, come un coro silenzioso, intorno a una coppia centrale di figure che conversano; un secondo gruppo più esiguo e autonomo, intento a risolvere problemi e a dibattere questioni sulla natura e i fenomeni celesti; e un terzo, anch'esso indipendente e ristretto, di cui nonostante tutti gli sforzi è difficile accertare l'ambito intellettuale, che include anche un giovane di sorprendente bellezza». Glenn W. Most, Leggere Raffaello. La Scuola di Atene e il suo pre-testo, pp. 95, Einaudi, 2001. L'affresco si trova nella Stanza della Segnatura in Vaticano.

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