Idee bibliche fondamentali aventi particolare rilevanza filosofica

Materie:Riassunto
Categoria:Filosofia

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Idee bibliche fondamentali aventi particolare rilevanza filosofica
[da Reale-Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, La Scuola, Brescia,. Vol. I , pagg.288-301 con tagli e aggiunte]
1. La portata rivoluzionaria del messaggio biblico
La Bibbia si presenta come parola di Dio e, come tale, il suo messaggio è oggetto di fede. La verità che dalla Bibbia ci parla è una verità rivelata e non una verità scoperta autonomamente dalla ragione umana ed è una verità che va accettata per l’autorità della sua origine divina e non discussa in un dialogo razionale. Tuttavia, pur non essendo una “filosofia” nel senso greco del termine, la visione generale della realtà e dell’uomo che la Bibbia ci presenta, in quanto concerne alcuni contenuti essenziali di cui si occupa anche la filosofia, contiene una serie di idee fondamentali che hanno rilevanza anche filosofica. Si tratta di idee che si sono ormai incorporate alla tradizione culturale dell’Occidente e, pertanto, non solo per i credenti ma anche per i non credenti, la diffusione del messaggio biblico ha cambiato la storia.
Vediamo di enucleare le principali idee bibliche aventi rilevanza filosofica e di metterle in raffronto prospettico e strutturale con la precedente visione dei Greci.
2. Il monoteismo
I Greci furono sempre politeisti: nella sfera del divino facevano rientrare una pluralità di entità, di forze, di manifestazioni, a differenti gradi e livelli gerarchici. Solo con la diffusione del messaggio biblico nell’Occidente si impone la concezione del Dio uno e unico. Con questa concezione del Dio unico, infinito in potenza, radicalmente diverso da tutto il resto, nasce una nuova e radicale concezione della trascendenza e crolla dunque qualsiasi possibilità di considerare come “divina”, nel senso forte del termine, qualsiasi altra cosa. Anche i massimi pensatori greci, Platone e Aristotele, avevano considerato come “divini” (o addirittura come Dei) gli astri, e Platone aveva chiamato “Dio visibile” il cosmo e “Dei creati” gli astri e, nelle Leggi, aveva dato avvio a quella religione cosiddetta “astrale”, basata proprio su tali presupposti. La Bibbia recide in tronco ogni forma di politeismo screditandola in quanto idolatria e anche qualsiasi compromesso di quel genere. Nel Deuteronomio si legge: “E quando alzerai gli occhi verso il cielo e vedrai il sole, la luna, le stelle, cioè tutto l’esercito del cielo, non lasciarti trascinare, non prostrarti innanzi ad essi e non rendere loro un culto…”. La unicità del Dio biblico comporta una trascendenza assoluta, che pone Dio come totalmente altro, radicalmente diverso, da tutte le cose in modo impensabile per la cultura greca.
3. Il creazionismo
Relativamente al problema dell’”origine degli esseri” la filosofia greca aveva proposto diverse soluzioni: da Parmenide che risolveva il problema stesso con la negazione di ogni forma di divenire, ai Pluralisti, che parlavano di “riunione” o “combinazioni” di elementi eterni (radici di Empedocle, semi di Anassagora, atomi di Democrito), a Platone, che parlava di un Demiurgo e della sua attività formatrice della materia originaria eterna su modello delle eterne idee, ad Aristotele, che parlava dell’attrazione di un Motore immobile che mette in movimento un cosmo eterno, agli Stoici, che proponevano una forma di monismo panteistico, a Plotino, che parlava di una “processione” metafisica di gradi discendenti dall’Uno alla materia.
Il messaggio biblico, invece, parla di creazione, fin dall’inizio: “In principio Dio creò il cielo e la terra…” E lo creò mediante la sua parola: Dio “disse” e le cose “furono”. E come tutte le cose del mondo, Dio creò direttamente anche l’uomo: “Dio disse: “Facciamo l’uomo”…” E Diò non usò alcunché di preesistente – come il Demiurgo platonico – né si avvalse di “intermedi” della creazione. Egli produsse tutto dal nulla.
Dal nulla hanno origine tutte le cose, senza distinzione. Dio crea senza costrizione e necessità alcuna, liberamente, ossia con un atto di volontà, a motivo del bene. Egli produce le cose come un “dono” gratuito. Il creato è dunque qualcosa di intrinsecamente positivo. La Bibbia insistentemente, parlando della creazione, sottolinea: “E Dio vide che ciò era buono”. La concezione platonica del Timeo, che sostiene che il demiurgo plasmò il mondo a motivo del bene, è qui presentata in forma radicalizzata dal momento che il Dio della Bibbia crea dal nulla anche la materia la quale, pertanto, perde la caratteristica negativa che aveva in Platone.
4. L’antropocentrismo
Presso i Greci la concezione antropocentrica ebbe una portata estremamente limitata. Ne troviamo tracce nei Memorabili di Senofonte, che sono una eco di idee socratiche, e, successivamente, troviamo sviluppi di queste idee nello stoicismo. Ma la cifra del pensiero greco non fu l’antropocentrismo bensì il cosmocentrismo. Uomo e cosmo sono strettamente congiunti e mai contrapposti radicalmente – anche perché il cosmo è per lo più concepito come una grande essere vivente, dotato anch’esso di anima, come l’uomo. E, per quanto grandi possano essere stati i riconoscimenti della dignità e della grandezza dell’uomo, fatti dai Greci, essi si inscrivono sempre in un generale contesto cosmocentrico. L’uomo, nella visione ellenica, non è la realtà più alta del cosmo, e per questo, secondo Aristotele, è una scienza più alta la fisica (che studia la natura e il cielo) che non l’etica (che studia la vita umana): “Vi sono molte altre cose per natura più divine e perfette dell’uomo, come, per restare alle più visibili, gli astri di cui si compone l’universo” (Aristotele, Etica Nicomachea, VI,7).
Nella Bibbia per contro più che come un momento del cosmo, ossia come una cosa fra le cose del cosmo, l’uomo è visto come creatura privilegiata di Dio, fatta “ad immagine e somiglianza” di Dio stesso, e quindi dominatore e signore di tutte le altre cose create per lui. Nel Genesi si legge: ”Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e su tutte le fiere e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” E il Salmo 8 dice in maniera paradigmatica: “Quando contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato; che mai è l’uomo?, mi dico, perché ti ricordi di lui? E i figlio dell’uomo: perché ti interessi di lui? E invece, lo hai reso poco meno di Dio; di gloria e splendore lo hai coronato. Lo hai fatto signore delle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi: pecore e armenti tutti quanti, perfino le bestie selvatiche, gli uccelli dei cieli e i pesci che corrono i sentieri del mare”.
Secondo molti interpreti, la civiltà della scienza e della tecnica che si è diffusa nell’Occidente, deriva direttamente dalla secolarizzazione dell’originario messaggio religioso contenuto nella Bibbia e non fa altro che realizzarlo fino in fondo: il dominio incontrastato dell’uomo su di una natura desacralizzata rispetto all’antica religione pagana e, proprio con ciò, messa a disposizione dello sfruttamento e della signoria umana.
5. Il Dio nomoteta e la legge morale come comando divino
Il Greco aveva inteso la legge morale come la legge della natura stessa: una legge che si impone, ad un tempo, a Dio e all’uomo, in quanto non è stata posta da Dio, ma ad essa Dio stesso è vincolato. Il concetto di un Dio nomoteta, di un Dio che dà la legge morale, è estraneo a tutti i filosofi greci.
Per contro, il Dio biblico dà all’uomo la legge come “comando”. Dapprima la dà direttamente ad Adamo ed Eva con la proibizione di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male. Successivamente, con i nuovi patti che viene stipulando con gli uomini e il popolo eletto d’Israele e con i dieci comandamenti “scritti” e consegnati a Mosé sul monte Sinai, Dio si riconferma sempre nomoteta.
La virtù (il bene morale supremo) diventa l’ubbidienza ai comandamenti di Dio e questa coincide con la santità, virtù che risultava invece collocata in secondo piano nella visione greca. Il peccato (il male morale supremo) diventa, per contro, una disubbidienza a Dio e, quindi, si dirige contro Dio, in quanto va contro i suoi comandamenti. Dice il Salmo 119: “Insegnami o Jahvè la via dei tuoi decreti e la custodirò fino alla fine. Dammi intelligenza e custodirò la tua legge e la osserverò con tutto il mio cuore. Indirizzami sul cammino dei tuoi precetti perché in essi mi compiaccio”. E nel Salmo 51 leggiamo: “Contro di te, contro di te solo ho peccato e ho commesso il male ai tuoi occhi”.
Anche nel Nuovo Testamento troviamo lo stesso messaggio. La vita di Cristo, la sua passione e morte, si svolgono per intero sotto il segno del fare la volontà del Padre che lo ha mandato. Lo scopo supremo della vita, l’amore di Dio, è fatto coincidere col fare la volontà di Dio, col seguire Cristo che, a sua volta, ha attuato a perfezione quella volontà.
Poiché l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, deve sforzarsi in tutti i modi di assimilarsi a Lui. Nel Levitico si legge: “Non dovete contaminarvi. Poiché il vostro Dio sono io, Jahvè, che vi ha fatto uscire dalla terra d’Egitto per essere vostro Dio: voi quindi sarete santi some io sono santo”.
Anche il Greco parlava di “assimilazione” a Dio, ma riteneva di poterla e doverla raggiungere con l’intelletto, con la conoscenza. L’uomo più vicino a Dio è il saggio e il filosofo o, in altra forma, l’adepto delle religioni misteriche, che è stato iniziato ai segreti divini e ne è venuto a conoscenza. La Bibbia addita invece nella volontà lo strumento dell’assimilazione a Dio. Assimilarsi a Dio, santificarsi, significa fare la volontà di Dio, volere il volere di Dio. Ed è proprio questa capacità di fare liberamente la volontà di Dio che pone l’uomo al di sopra di tutte le cose. L’antico intellettualismo greco resta in tal modo interamente capovolto in un nuovo volontarismo. “Volere di Dio” è la legge morale e “volere il volere di Dio” è la virtù propria dell’uomo. La buona volontà (il cuore puro) diventa la nuova cifra dell’uomo morale.
6. La Provvidenza personale
Platone aveva parlato del Demiurgo come di una divinità che modella e poi governa il mondo ma Aristotele ignorò questo concetto così come la maggior parte dei filosofi greci eccetto gli Stoici. Ma la Provvidenza stoica si riferisce al cosmo nel suo complesso e coincide con il Fato, non essendo altro che l’aspetto razionale della Necessità con cui il “Logos” produce e governa tutte le cose. Invece la Provvidenza biblica non solo viene esercitata da un Dio che è persona (e non astratta razionalità) ma si dirige oltre che sul creato in generale anche e in particolare sugli uomini: sul popolo d’Israele, eletto da Dio, e sui singoli uomini: e proprio sui più umili e sui più bisognosi e sugli stessi peccatori (si ricordino le parabole del “figliol prodigo” e della “pecorella smarrita”).
Nell’Antico Testamento il senso di totale fiducia nella Provvidenza divina è presente, per esempio, nel Salmo 91: “Col dire: “Il Signore è il mio rifugio” hai preso l’Altissimo a tua difesa: non ti accadrà alcun male, né flagello alcuno si avvicinerà alla tua dimora; perché ai suoi angeli ha dato per te ordine di custodirti in tutti i suoi passi. Essi ti porteranno in palmo di mano, perché non inciampi il tuo piede nella pietra. Camminerai sul leone e sulla vipera e calpesterai il leoncello e il serpente. Essendo a me affezionato, Io lo scamperò, lo trarrò in salvo perché riconosce il mio Nome. Appena m’invoca Io lo esaudirò, sarò con lui nell’avversità, lo libererò e lo farò onorato. Lo farò pago di lunga vita e partecipe della mia salute”
Ecco uno dei passi più famosi e significativi al riguardo, tratto dal Vangelo di Matteo:
“Non vi affannate per la vostra vita, di quel che mangerete, né per il vostro corpo, di che vi vestirete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano né mietono né raccolgono in granai, eppure il padre celeste li nutre! Non valete voi più di essi? E chi di voi, affannandosi, può aggiungere un cubito solo alla lunghezza della sua vita? E per il vestito, di che vi affannate? Osservate i gigli del campo, come crescono: non lavorano né filano, ma vi dico che neppure Salomone [re d’Israele nel X sec.a.C.], in tutta la sua gloria, fu mai vestito come uno di essi. Se, dunque, Dio veste così l’erba del campo, che oggi è e domani si butta nel forno, quanto di più farà per voi, gente di poca fede? Non vi affannate, dunque, e non dite: “che cosa mangeremo?” o “che cosa berremo?” p “di che cosa ci vestiremo?”. Di tutto questo si preoccupano i pagani, ma il vostro Padre celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate innanzitutto il suo regno e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in sovrappiù. Non vi affannate dunque per il domani; il domani si affannerà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”(Matteo, 6,25-34)
.E con altrettanta efficacia scrive Luca: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto. Chiunque infatti chiede, riceve; chi cerca trova; a chi picchia sarà aperto” (Luca, 11,9-11).
E’ questo un messaggio di sicurezza totale, che era destinato a travolgere le fragili sicurezze umane che i sistemi dell’età ellenistica avevano costruito, giacché nessuna sicurezza può essere assoluta se non discende dall’Assoluto.
7. Il peccato originale, sue conseguenze e suo riscatto
Anche il peccato originale – come ogni peccato – è disubbidienza e, precisamente, è la disubbidienza del comando originario di non mangiare il frutto “dell’albero della conoscenza del bene e del male”. La radice di tale disobbedienza è stata la superbia dell’uomo, il non tollerare limitazione alcuna, il non volere avere i vincoli del bene e del male (dei comandi) e, quindi, di voler essere come Dio. Dio aveva detto: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne dovete mangiare, altrimenti morirete”. La tentazione del maligno insinua: “No, non morirete! Anzi, Dio sa che nel giorno in cui voi ne mangerete si apriranno i vostri occhi e diverrete come Dei, conoscitori del bene e del male”. E alla colpa di Adamo ed Eva, che cedono alla tentazione trasgredendo il comando divino, consegue, come punizione divina, la cacciata dal Paradiso terrestre con le relative conseguenze. Fanno così ingresso nel mondo il male, il dolore e la morte, l’allontanamento da Dio.
E’ importante notare che il racconto del peccato originale, pur essendo presente nel Genesi (I, 26-3) all’inizio della Bibbia, nel giudaismo non assume una funzione essenziale. Il peccato di Adamo è, per gli ebrei, un peccato essenzialmente personale che ha certamente conseguenze sui suoi discendenti ma che non incrina in modo irreparabile il rapporto uomo-Dio. Secondo l’Antico testamento Jahvè stringe di sua iniziativa ben quattro alleanze con gli uomini: con Adamo e con l’umanità da lui discendente, con Noè e con l’umanità postdiluviana, con Abramo e con i suoi discendenti, con Mosé e con le dodici tribù di Israele liberate dalla schiavitù in Egitto. L’umanità nei primi due casi e il popolo eletto d’Israele negli ultimi due rompono e trasgrediscono continuamente i patti e Jahvé è un Dio buono e provvidente proprio perché, ciò nonostante e pur castigando duramente l’umanità e Israele (la cacciata dall’Eden per Adamo, il diluvio universale e lo sterminio dell’intera umanità ai tempi di Noè, la distruzione della torre di Babele e la confusione delle lingue degli uomini, la schiavitù in Egitto e le vicende storiche di Israele), offre sempre di nuovo l’alleanza con l’umanità ed il suo popolo eletto.
E’ invece con il cristianesimo e, più ancora che nei quattro Vangeli, nelle Lettere di Paolo che il peccato originale viene assumendo una posizione assolutamente centrale nella religione cristiana. Come sottolinea Paolo nella Lettera ai Romani, infatti, “per opera di un solo uomo [Adamo] il peccato entrò nel mondo e attraverso il peccato la morte; così la morte passò su tutti gli uomini, perché tutti peccarono” (Lettera ai Romani, 5.12). Dal peccato originale e da tutte le sue conseguenze l’uomo da solo non avrebbe mai potuto salvarsi. E come un dono gratuito fu la creazione, un dono fu l’antica “alleanza” sancita e più volte tradita dall’uomo, un dono, il più grande di tutti, fu anche il riscatto: Dio si è fatto uomo e con la sua passione e morte ha riscattato l’umanità dal peccato e con la resurrezione ha sconfitto la morte stessa, conseguenza del peccato. Scrive Paolo in un brano tanto celebre quanto di difficilissima comprensione:” Non sapete forse che tutti noi che fummo battezzati in Cristo Gesù, fummo battezzati nella sua morte? Fummo, col battesimo, sepolti con lui nella morte, affinché come Cristo fu risuscitato da morte dalla potenza gloriosa del Padre, così noi pure vivessimo di una vita nuova. Se infatti siamo diventati un essere solo con lui nella somiglianza della sua morte, lo diventeremo altresì nella somiglianza della sua resurrezione; poiché, sappiamo bene, il nostro vecchio uomo fu crocefisso con Lui, affinché fosse distrutto il corpo dominato dal peccato e noi non si fosse più schiavi del peccato. Ora chi è morto è affrancato dal peccato. Se con Cristo siamo morti, crediamo che con lui parimenti vivremo, ben consci però che Cristo, una volta resuscitato dai morti, più non morrà, non avendo più la morte alcun dominio su di lui. Chi è morto, è morto al peccato una volta per sempre: e chi vive, vive ormai per Dio. Così pure voi consideratevi morti al peccato, ma vivi per Dio in Cristo Gesù. Il peccato, dunque, non regni più nel vostro corpo mortale così da piegarvi alle sue voglie, né vogliate offrire le vostre membra quali armi d’ingiustizia al servizio del peccato; offrite invece a Dio voi stessi, come vivi risorti dalla morte, donate le vostre membra quali armi di giustizia al servizio di Dio. Poiché il peccato non eserciterà più il suo dominio sopra di voi, non essendo voi sotto la legge, ma sotto la grazia” (Lettera ai Romani, 6. 1-14).
8. La nuova dimensione della fede
La filosofia greca aveva svalutato la fede o credenza (pistis) dal punto di vista conoscitivo. Essa, come risulta dalla “teoria della linea” platonica, riguardava le cose sensibili, mutevoli, ed era, quindi, una forma di opinione (doxa). Proprio Platone, per la verità, la rivalutava come componente del mito ma, nell’insieme, l’ideale della filosofia greca è l’epistéme, la conoscenza scientifica stabile e indubitabile. E tutti i pensatori greci additavano nella conoscenza la virtù per eccellenza dell’uomo e la realizzazione dell’essenza dell’uomo stesso. Il nuovo messaggio cristiano richiede all’uomo proprio un trascendimento di questa dimensione, capovolgendo i termini del problema e ponendo la fede al di sopra della scienza.
Il che non significa che la fede non abbia un suo valore conoscitivo: ma si tratta di un valore conoscitivo di natura del tutto differente rispetto alla conoscenza della ragione e dell’intelletto, e comunque si tratta di un valore conoscitivo che si impone solo a chi possiede la fede. Come tale, essa costituisce una vera e propria provocazione rispetto all’intelletto e alla ragione.
Tale provocazione è ben chiarita da paolo nella Prima lettera ai Corinzi: “La predicazione della croce è certamente una follia per coloro che si perdono, ma per coloro che sono sulla via della salvezza, per noi, essa è la forza di Dio. Sta infatti scritto: “Distruggerò la saggezza dei saggi e rigetterò l’intelligenza degli intelligenti”. Dov’è il sapiente? Dov’è il letterato? Dov’è il sofista di questo secolo? Non ha forse Dio reso folle la saggezza di questo mondo? Dacché, infatti, il mondo non seppe con la sua saggezza conoscere Dio nelle manifestazioni della sapienza divina, Dio si compiacque di salvare i credenti mediante la stoltezza della predicazione. E dato che i Giudei reclamano miracoli e i Greci vanno in cerca di sapienza, noi [cristiani], all’opposto, predichiamo un Cristo crocefisso, oggetto di scandalo per i Giudei e di follia per i pagani, ma per quelli che sono chiamati, siano essi Giudei o Greci, un Cristo che è potenza di Dio e sapienza di Dio. Poiché la follia di Dio è più sapiente degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini...E io, o fratelli, quando venni da voi, non venni ad annunziarvi la testimonianza di Dio con elevatezza di eloquio o di sapienza; infatti mi proposi di non saper altro in mezzo a voi all’infuori di Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocefisso. Mi presentai a voi in uno stato di debolezza, di timore e di tremore; e la mia parola e la mia predicazione non si appoggiava sugli argomenti persuasivi della saggezza umana, bensì sulla efficacia dimostrativa dello Spirito e della potenza divina affinché la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio. Noi esponiamo, sì, la sapienza ai cristiani perfetti; non però la sapienza di questo mondo e dei prìncipi di questo mondo votati alla distruzione. Esponiamo una sapienza di Dio velata dal mistero, sapienza rimasta occulta, che Dio, prima dell’origine dei tempi, preparò per la nostra gloria; sapienza che nessuno dei prìncipi di questo mondo conobbe, poiché non avrebbero messo in croce il Signore della gloria, se l’avessero conosciuta” (Prima lettera ai Corinzi 1, 18-2,8).
Da questo messaggio eversivo di tutti gli schemi tradizionali nasce addirittura una nuova antropologia (del resto largamente anticipata già dal Vecchio Testamento). L’uomo non risulta più semplicemente “corpo” e “anima” (dove per anima si intende ragione e intelletto), cioè a due dimensioni, ma a tre dimensioni: “corpo”, “anima” e “spirito”, dove lo spirito è esattamente questa partecipazione al divino tramite la fede, l’apertura dell’uomo alla divina Parola e alla divina Sapienza che lo riempie di una nuova forza e gli dà in un certo senso una nuova statura ontologica. La nuova dimensione della fede è dunque la dimensione dello Spirito in senso biblico. I Greci avevano conosciuto la dimensione del nous, non quella del pneuma. Sarà questa, invece, la dimensione dei Cristiani.
Uno dei problemi più delicati è quello di stabilire se la fede sia un dono gratuito che il cristiano principalmente riceve dall’alto oppure se sia una virtù che egli deve sforzarsi personalmente di risvegliare in sé e coltivare.
9. L’Eros greco, l’amore (agàpe) cristiano e la grazia
Il pensiero greco, in uno dei suoi vertici più significativi, ha creato, soprattutto con Platone, la mirabile teoria dell’eros. Ma Eros non è Dio, perché è desiderio di perfezione , tensione mediatrice che rende possibile la salita dal sensibile al soprasensibile, forza che tende ad acquistare la dimensione del divino. L’Eros greco è mancanza e possesso in una strutturale connessione intesa in senso dinamico e, perciò, è forza acquisitiva ed ascensiva, che s’accende soprattutto alla luce della bellezza.
Di ben altra natura è il nuovo concetto biblico di “amore” (agàpe) L’amore non è in primo luogo “salita” dell’uomo, ma “discesa” di Dio verso gli uomini. Non è “acquisto”, ma “dono”. Non è qualcosa di motivato dal valore dell’oggetto cui si dirige ma, al contrario, qualòcosa di spontaneo e gratuito.
Mentre per il Greco è l’uomo che ama, e non Dio, per il Cristiano è soprattutto Dio che ama, e l’uomo può amare nella dimensione del nuopvo amore solo operando una radicale rivoluzione interiore e assimilando il proprio comportamento a quello di Dio.
L’amore cristiano è veramente senza limiti, infinito: Dio ama gli uomini fino al sacrificio della Croce; ama l’uomo anche nelle sue debolezze. Anzi, soprattutto in questo l’amore cristiano rivela la sua sconcertante grandezza: nella proporzione fra il dono e il beneficiario di questo dono, il che significa nella assoluta gratuità di tale dono.
Nel comandamento dell’amore Cristo riassume l’essenza dei comandamenti della legge nel suo complesso. Leggiamo nel Vangelo di Marco questa precisa risposta che Cristo diede alla domanda di uno scriba il quale voleva sapere quale fosse il primo dei comandamenti: “Il primo è:…Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e tutte le tue forze. Il secondo è questo: Ama il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento maggiore di questi” (Mc,12, 29-31).
E la illimitatezza dell’agàpe cristiana è espressa da queste ulteriori precisazioni che si leggono nel Vangelo di Matteo: “Avete udito che fu detto: Amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico. Io però vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, il quale fa levare il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se, infatti, amate coloro che vi amano, quale ricompensa avrete? Forse non fanno lo stesso anche i pubblicani [appaltatori dei servizi statali, soprattutto tributari]? Voi, dunque, siate perfetti come il Padre celeste è perfetto” (Mt.5, 43-48).
Questo passo della Prima lettera di Giovanni riassume molto bene l’intero arco delle tematiche dell’agàpe cristiana: “amiamoci l’un l’altro, perché l’amore è da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. L’amore di Dio si è manifestato così: Dio inviò il Figlio suo, l’unigenito, nel mondo, affinché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: noi non amammo Dio, ma egli ci amò e inviò il Figlio suo a espiare i nostri peccati. Carissimi, se Dio amò noi così, noi pure dobbiamo amarci scambievolmente. Nessuno ha mai contemplato Dio: se ci amiamo scambievolmente, Dio dimora in noi e il suo amore in noi è giunto a perfezione. Conosciamo poiché noi dimoriamo in Lui e Lui in noi, per averci egli fatto dono del suo Spirito” (1 Gv, 4. 7-13).
E la Prima lettera ai Corinzi di Paolo contiene il più esaltante inno dell’agàpe del nuovo amore cristiano: “Qualora io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho l’amore, sono un bronzo risonante o un cembalo squillante. E qualora avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e se avessi tutta la fede al punto da trasportare le montagne, se non ho l’amore, non sono nulla. E se distribuissi, per sfamare i poveri, tutti i miei beni, anzi se donassi il mio corpo al fuoco, se non ho l’amore, a nulla mi serve. L’amore è paziente, l’amore è benigno, non porta invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, nulla fa di sconveniente, non cerca il suo interesse, non si irrita, non serba rancore per il male, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra del trionfo della verità; tollera tutti, crede a tutti, tutto sopporta. L’amore non verrà mai mano. Invece, se son le profezie, svaniranno; se è il dono delle lingue, cesserà; se è la scienza, diverrà inutile. Poiché possediamo la scienza e abbiamo la profezia in modo ben imperfetto, e quando verrà ciò che è perfetto, l’imperfetto sparirà. Quando ero bambino, parlavo da bambino e da bambino pensavo e ragionavo; ma dacché sono diventato uomo, mi sono disfatto di ciò che era infantile. Ebbene noi vediamo ora come in uno specchio, in un’ombra; allora, invece, vedremo faccia a faccia. Adesso io conosco imperfettamente, ma allora conoscerò appieno, come sono conosciuto. Al presente rimangono quindi queste tre cose: la fede, la speranza, l’amore: ma tra queste la più grande è l’amore” (Prima lettera ai Corinzi 13. 1-13).
10. La rivoluzione dei valori operata dal Cristianesimo
Il messaggio cristiano ha segnato senza dubbio la più radicale rivoluzione dei valori nella storia umana. Addirittura un filosofo violentemente critico nei confronti del cristianesimo come F. Nietzsche (1844-1900) ha parlato di un totale sovvertimento dei valori antichi, sovvertimento di cui il ”discorso della montagna” è la programmatica formulazione. Leggiamo nel Vangelo di Matteo: ”Beati i poveri in ispirito, perché ad essi appartiene il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché possederanno la terra.
Beati gli affamati e gli assetati di giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché ad essi appartiene il regno dei cieli.
Beati siete voi, quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno e diranno, mentendo, ogni male contro di voi per causa mia. Gioite ed esultate, perché la vostra ricompensa è grande nei cieli; cozxì, infatti, perseguitarono i profeti che vi hanno preceduto” (Mt. 5. 3-12).
E nel Vangelo di Luca:
“Beati voi poveri, perché vostro è il regno dei cieli.
Beati voi che adesso avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi che adesso piangete, perché sarete lieti.
Beati sarete quando gli uomini vi odieranno, quando vi metteranno al bando e quando vi insulteranno e proscriveranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Gioite, in quel giorno, ed esultate , poiché allora la vostra ricompensa sarà grande in cielo; così, infatti, i loro padri trattavano i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione!
Guai a voi, che adesso siete saziati, perché avrete fame.
Guai a voi, che adesso ridete, perché sarete in lutto e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini dicessero bene di voi: è così, infatti, che i loro padri trattavano i falsi profeti.
Ma a voi che ascoltate dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano; benedite coloro che vi maledicono, pregaste per coloro che vi calunniano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi l’altra, e a chi ti prende il mantello non impedire di toglierti la tunica” (Lc, 6. 20-29).
Secondo la nuova tavola dei valori bisogna tornare alla semplicità e alla purezza del bambino, perché colui che è il primo secondo il giudizio del mondo sarà l’ultimo secondo il giudizio di Dio, e viceversa. Scrive Matteo: “In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Chi dunque è il più grande nel Regno dei cieli?” E Gesù, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi cambiate e non diventate come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli. Il più grande nel Regno dei cieli è chi si fa piccolo come questo bambino; e chi accoglie, nel mio nome, un bambino come questo, accoglie me” (Mt. 18. 1-5). Scrive Marco: “Sedutosi, Gesù chiamò i dodici e disse loro: Chi vuol essere primo sia l’ultimo e di tutti il servo” (Mc, ).
L’umiltà diventa in tal modo una virtù fondamentale del Cristiano: la via stretta che dà accesso al Regno dei cieli. E anche questa era una virtù totalmente sconosciuta all’uomo Greco. Cristo dice addirittura: “Chi vuol seguirmi rinneghi se stesso e prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Poiché chi vuol salvare la sua vita la perderà, ma chi perderà la sua vita per causa mia la salverà”. E questo era, per il filosofo greco, semplicemente incomprensibile. Anche l’ideale supremo del saggio ellenistico che aveva compreso la vanità del mondo e di tutti i beni “esterni” e del “corpo”, ma che in sé medesimo poneva la certezza suprema e si proclamava ultimo, viene, di conseguenza, sgretolato. Questo ideale dell’uomo greco, che aveva creduto in sé più che in tutte le cose esteriori con estrema fermezza, era stato, indubbiamente, un nobile ideale; ma il messaggio evangelico lo dichiara ormai illusorio e in maniera categorica. Non solo la salvezza non può venire dalle cose, ma nemmeno da sé medesimi: “senza il mio aiuto – dice Cristo – non potrete fare nulla” (Gv, 15. 5). Paolo sigilla il capovolgimento del pensiero antico in uno splendido passo della Seconda lettera ai Corinzi. Dopo aver pregato Dio tre volte, perché Dio allontanasse da lui una grave afflizione che lo umiliava, ebbe questa risposta: “Ti basti la mia grazia, perché la mia potenza si mostra appieno nella debolezza”. Perciò, conclude Paolo, “molto volentieri, preferisco gloriarmi delle mie debolezze, affinché Cristo collochi in me la sua dimora”(Seconda lettera ai Corinzi, 12. 9).
11. L’immortalità dell’anima dei Greci e la resurrezione dai morti dei Cristiani
Il concetto di “anima” è una creazione greca: Socrate ne fa l’essenza dell’uomo, Platone ne dimostra con prove razionali l’immortalità, Plotino ne fa una delle tre ipostasi metafisiche. Certamente la psyché è una delle figure teoretiche che meglio contrassegnano la cifra del pensiero greco e la sua impostazione metafisica. Si ricordi che gli stessi Stoici, pur facendo aperta professione di materialismo, ammettevano una sopravvivenza dell’anima (sia pure fino al termine della successiva conflagrazione cosmica). Il Greco, insomma, dopo Socrate, ha additato nell’anima l’essenza vera dell’uomo, non ha saputo pensare se stesso se non in termini di corpo e di anima, e tutta la tradizione platonico-pitagorica e lo stesso Aristotele (e quindi la maggior parte della filosofia greca) hanno ritenuto l’anima per sua natura immortale.
Il messaggio cristiano ha proposto il problema dell’uomo in termini completamente diversi. Nei testi sacri, il termine “anima” non ricorre nelle accezioni greche. Il Cristianesimo non nega che, con la morte dell’uomo, sopravviva qualcosa di lui, anzi parla espressamente dei morti come accolti “nel seno di Abramo”. Tuttavia il Cristianesimo non punta affatto sulla immortalità dell’anima, ma sulla “resurrezione dei morti”. E’, questa, una delle cifre della nuova fede. E la resurrezione implica il ritorno alla vita anche del corpo.
Proprio questo doveva costituire un gravissimo ostacolo per i filosofi greci: era assurdo che quel corpo che da essi era visto come “ostacolo” e fonte di ogni negatività e di ogni male (dell’errore in campo gnoseologico e dei vizi in campo etico), quel corpo dovesse rinascere.
La reazione di alcuni Stoici ed Epicurei al discorso tenuto da Paolo all’Areopago [colle a nord-ovest dell’Acropoli] in Atene è quanto mai eloquente. Essi ascoltarono Paolo finché parlò di Dio. Ma quando parlò di resurrezione dei morti non gli permisero di continuare a parlare. Ci viene riferito negli Atti degli Apostoli: “All’udire parlare di resurrezione dei morti, parte si mise a ridere, parte disse: Su questo argomento ti ascolteremo un’altra volta”. Così Paolo dovette lasciare la loro assemblea” (Atti degli Apostoli, 17. 32).
E Plotino (204-270 d.C.), nella rinnovata prospettiva della metafisica del platonismo, scriveva in aperta polemica con questa credenza cristiana : “…quanto di anima è nel corpo non è altro che anima addormentata: e il vero risveglio consiste nella resurrezione – quella vera resurrezione che è dal corpo, non col corpo. Poiché risorgere con un corpo equivarrebbe a cadere da un sonno in un altro, a passare, per così dire, da un letto ad un altro. Ma il vero levarsi ha qualcosa di definitivo: non da un corpo solo ma da tutti i corpi i quali sono proprio radicalmente contrari all’anima: onde spingono la contrarietà fino alla radice dell’essere. Ne dà prova sinanche il loro divenire, il loro scorrere, il loro sterminio, che non rientra certo nell’ambito dell’essere”.
Invece, molti pensatori cristiani, dal canto loro non ritennero la dottrina del Fedone e dei Platonici negatrice della propria fede ma, al contrario, cercarono di accoglierla come chiarificatrice. Quello della mediazione fra la tematica dell’anima e la tematica della resurrezione dei morti con l’inserimento della nuova tematica dello Spirito costituirà uno dei temi maggiormente dibattuti nella riflessione filosofica dei Cristiani con differenti esiti.
12. Il nuovo senso della storia e della vita dell’uomo
I greci ebbero una concezione essenzialmente ciclica e astorica del tempo che implicava la eterna ripetizione delle vicende naturali e delle stesse vicende umane. Questo è vero tanto per la teoria stoica della conflagrazione e palingenesi cosmica, che prevede l’eterno ritorno di tutte le cose, quanto per la concezione aristotelica, secondo la quale la civiltà umana viene periodicamente distrutta da inondazioni. Queste ultime, tuttavia, giungono solo alle pendici dei monti cosicché i pastori, le popolazioni meno acculturate che vivono in montagna, si salvano e, sulla base della memoria delle precedenti civiltà, conservata nella forma del mito, ricominciano l’evoluzione umana.
La temporalità di cui è intriso il messaggio biblico è invece rettilinea e storica. Rettilinea, perché il tempo secondo la Bibbia ha avuto un inizio assoluto con la creazione e si svolge verso una fine altrettanto assoluta con il Giudizio universale e l’avvento del Regno di Dio. Storica, perché tale svolgimento è scandito da eventi decisivi, unici e irripetibili (il peccato originale, la caduta, l’alleanza con Israele, ecc.). In effetti, il messaggio biblico è profondamente storico: il Dio biblico, infatti, è trascendente ed eterno ma interviene nel tempo di cui è creatore e signore assoluto.
La storia sacra ha un inizio ed una fine laddove il pensiero antico, quando si è raffigurata la perfezione umana, l’ha collocata generalmente alle origini dei tempi, come un’età aurea seguita da una progressiva e naturale decadenza. La perfezione che la Bibbia colloca alle origini nel giardino edenico (Genesi, 2), invece, viene perduta a seguito del peccato dell’uomo, non a seguito di un naturale processo di evoluzione cosmica, e, da allora, la storia è in vista della “fine dei giorni” (Isaia, 2,2). Questa “fine” è insieme la minaccia del giudizio divino sul mondo peccatore e l’attesa impaziente di una nuova epoca di giustizia e di felicità che introdurrà nuovamente in terra la perfezione edenica. Alla fine dei tempi, il Signore Dio “non giudicherà secondo le apparenze, né deciderà secondo quanto sente dire, ma giudicherà i deboli con giustizia e darà giusta sentenza ai poveri della terra; percuoterà il violento con la verga della sua bocca e con il soffio delle sue labbra farà morire l’empio. La giustizia cingerà i suoi fianchi e la fedeltà fascerà i suoi reni. Allora il lupo abiterà con l’agnello, la pantera si sdraierà con il capretto: vitello e leone pascoleranno assieme, otto la custodia di un bimbo. La mucca e l’orso pascoleranno insieme e insieme riposeranno i loro piccoli, pure il leone e il bue mangeranno l’erba. Il lattante giocherà presso la buca della vipera e il bambino svezzato allungherà la mano nel rifugio dei rettili. Non si farà più male, non si farà più guasto su tutto il monte mio santo, perché il paese sarà pieno della conoscenza del Signore, come il fondo del mare è pieno di acqua”.(Isaia, 11, 3-9)
Il cristianesimo mantiene la visione rettilinea e storica del tempo propria del giudaismo introducendovi però un decisivo cambiamento. Fin dall’inizio della sua predicazione, Gesù proclama che “i tempi sono compiuti e il Regno di Dio è vicino” (Mc 1. 15), coronando così l’attesa giudaica del ritorno del Messia. La fine verso la quale i tempi erano orientati è ormai giunta. Con Gesù l’evento decisivo del tempo si è ormai verificato, pur non avendo ancora portato tutti i suoi frutti. Gli ultimi tempi non sono più soltanto attesi ma già cominciati. Il Cristiano vive in questa estrema tensione tra l’eternità e il tempo, tra il presente e il futuro. Il Regno di Dio non è più qualcosa che sta soltanto nel futuro, che va semplicemente atteso. I cristiani sono già stati liberati dal mondo presente e il mondo avvenire è già iniziato con la resurrezione di Cristo, che darà luogo al rinnovamento generale. Con Cristo il Regno di Dio è già presente, pur dovendo ancora compiersi. Esso è prossimo e, insieme, giù qui, non è di questo mondo eppure comincia ora e qui sulla terra.

Il peccato originale dà luogo a una condizione di “alienazione” (= difformità) dal modello ideale dell’uomo pensato e voluto da Dio
“Col peccato l’uomo, quasi ritenendosi l’unico vero signore, rompe la comunione col suo Creatore e tenta di sottrarsi alla sua legge. Questa ribellione non è senza conseguenze: l’atto del peccato (peccato attuale), spegnendo la vita divina, genera uno stato di difformità permanente dall’ideale umano pensato da Dio, cioè uno stato morale di peccato. Colui che non possiede più la vita divina in se stesso, non è più conforme a Cristo, modello di ogni uomo, e perciò è costituito in una condizione obiettiva di ingiustizia”. Il peccato priva “tutti gli uomini della loro somiglianza col Figlio di Dio”. Il peccato originale non è un peccato personale ma una difformità del nostro essere che, se non è cancellata dalla grazia di Cristo, spinge l’uomo a proseguire sulla strada della colpa (Biffi, Io credo, Jaka Book, Milano, 71-72).
Con il peccato l’uomo “ha perduto la vita divina e quindi la somiglianza con Cristo” (Biffi 72). Il peccato, privando l’uomo della vita divina, si chiama “peccato mortale” (Biffi, 73).
TESTI DI AGOSTINO SUL PECCATO
Il peccato, la dannazione del genere umano, la grazia salvifica, la predestinazione
“Le pene eterne sembrano dure e ingiuste al modo di pensare dell’uomo; perché nella condizione mortale delle sue facoltà gli manca quel senso dell’altissima e purissima saggezza che gli potrebbe far intendere la grandezza del crimine commesso nella prima prevaricazione. Tanto ampio era il godimento umano della fruizione di Dio, altrettanto grande è stata la sua iniquità nell’abbandonarla, così da diventare meritevole di un male eterno, avendo distrutto in sé un bene che poteva essere eterno. Da qui è venuta tutta intera la massa dannata del genere umano, perché il primo che si rese colpevole di questo crimine, fu punito insieme con tutta quanta la sua discendenza, che era in lui come la propria radice, così che nessuno è esente da quel castigo giusto e meritato, se non ne è liberato da una grazia misericordiosa e gratuita. Cosicché, il genere umano si divise in modo tale da rendere palese in alcuni [= gli eletti e i salvati] ciò che può la grazia misericordiosa e negli altri [= i dannati] ciò che può una giusta vendetta” (Agostino, De civitate dei, XXI, 12).
“Ora il regno della morte ha talmente prevalso sugli uomini che un giusto castigo li farebbe precipitare tutti nella seconda morte, la cui durata è eterna, se una grazia divina immeritata non ne liberasse un certo numero. Da allora avvenne che, tra tante e così grandi nazioni sparse per tutta la terra, malgrado la diversità dei riti e dei costumi, nell’immensa varietà delle lingue, delle armi e degli abiti, non poterono esistere se non due forme di società umane che noi abbiamo potuto a buon diritto, secondo le nostre Scritture, chiamare le due città” [= la civitate homini dei dannati e la civitate dei degli eletti](Agostino, De civitate dei, XIV,1).
“La grazia di Dio non è concessa secondo i nostri meriti, dal momento che la vediamo attribuita non solo senza che uno abbia meritato precedentemente in senso buono, ma anche dopo che abbia meritato numerose volte in senso cattivo. Anzi, possiamo costatare che proprio in questo modo viene data ogni giorno. Chiaramente, un volta che è stata data, allora cominciamo ad acquisire anche meriti nel bene, ma sempre attraverso di essa; infatti, se essa ci si sottrae, l’uomo cade, non innalzato, ma abbattuto dal libero arbitrio” (Agostino, De gratia et libero arbitrio).
Calvino e il riproporsi del pessimismo teologico agostiniano nella Riforma
“Il Signore, una volta, ha deciso, nel suo consiglio eterno e immutabile, quali uomini voleva ammettere alla salvezza e quali lasciare in rovina. Quelli che Egli chiama alla salvezza diciamo che li riceve per la sua misericordia gratuita, senza alcun riguardo per la loro dignità. Al contrario, l’ingresso nella vita [eterna] è precluso a tutti quelli che Egli vuole abbandonare alla condanna; e ciò accade per un suo giudizio occulto e incomprensibile, per quanto giusto ed equo” (Calvino, Institution de la religion chrétienne, 1541, 7).
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