I sensi e il loro significato

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Testo

I SENSI E IL LORO SIGNIFICATO
Se parliamo di sensi ci verrebbe subito in mente il significato scientifico che viene loro dato, ossia le strutture presenti nell'uomo e in altri animali, attraverso le quali il corpo riceve informazioni dall'ambiente interno ed esterno e predispone le reazioni più opportune.
Ma in che modo i sensi ci mettono in contatto con il mondo? Si potrebbe dire che essi sono quasi delle finestre d'accesso sul mondo e, guardando al contrario, sono delle vie d'accesso del mondo stesso dentro di noi. I sensi ci mettono in rapporto con la realtà in maniera differenziata. Ciascuno di essi ci dà specifiche conoscenze che noi alla fine integriamo costruendo in qualche modo la realtà. Questa può essere definita una maniera diretta che ciascuno può sperimentare.
Poi c'è una maniera così detta indiretta, attraverso la quale i sensi ci danno accesso alla conoscenza, e ce ne accorgiamo ad esempio relazionandoci con le opere d'arte. L'arte ha la caratteristica, di cui spesso ci si dimentica, di avere un tramite sensibile utilizzando il colore, le linee (la pittura), i suoni (la musica) e lo spazio (la danza). Ed è proprio ciò che accade con San Tommaso dipinto dal Caravaggio che incredulo infila il suo dito dentro la ferita del costato di Cristo.
Marcel Proust (scrittore francese), ha detto che noi incameriamo conoscenze sensibili, ma anche pensieri e li accumuliamo come lastre fotografiche non sviluppate, che successivamente rielaboriamo mediante l'intelligenza rendendole attuali nel nostro vivere.
Io credo che uno dei compiti del nostro modo di stare nel mondo sia quello di vedere, sentire, toccare per avere un'esperienza più ricca, più significativa, in buona sostanza usare i sensi, soprattutto quelli che nella nostra tradizione sono stati più trascurati. In passato si è privilegiato la vista e l'udito trascurando, forse perché troppo soggettivi o imprecisi, i sensi come il tatto, l'olfatto e il gusto. Ma qual'è il vero motivo? Beh, probabilmente perchè in primis la vista è quella più vicina al relativismo, quella che ci trae meno in inganno perché più oggettiva. Il senso della vista è quello che ci permette di relazionarci con gli altri, ma allo stesso tempo “ci tiene a distanza”da questi, permettendoci di conoscere ancor prima di toccare la cosa stessa. D'altro canto, vi sono i cosi detti “sensi minori”, oggetto tuttavia di rivalutazione. Attraverso il tatto, ad esempio, si materializza ciò che la vista ci aveva già fatto notare. Ed ecco perchè è il senso che conferma quello che la ragione cerca di farci capire. Oppure l'olfatto, che ci permette di percepire ciò che chimicamente esiste, ma non è possibile vedere. Basta ricordare che essi sono i primi sensi che consentono al neonato di relazionare con il mondo per mezzo della madre, che cerca con il tatto e riconosce con l’odore.
Chiaro esempio dell'utilizzo dei sensi è nuovamente San Tommaso: contrariamente al pensiero sensista egli, non fidandosi del senso principale, quello visivo, per essere sicuro di non cadere nella “trappola ingannatrice” dell'immagine ha proprio bisogno di “toccare con mano”. Il tatto come unico mezzo per mettersi in relazione con il mondo, per scoprire la verità e per creare quel rapporto tra conoscenza sensibile e linguaggio (unico modo per arrivare alla vera conoscenza)

Accanto ai cinque sensi catalogati come classici, in realtà ne esistono tanti altri, come quello dell'equilibrio o del calore corporeo, che potrebbero diventare il settimo, e l'ottavo senso. Il sesto senso, in origine il “senso comune”, aveva un significato diverso da quello che intendiamo oggi: era il miscelatore dei cinque sensi, che faceva sì che un'arancia fosse un oggetto con un odore, con sapore, con un colore, una forma e così via. Se prendiamo in esame il pensiero di Pitagora, ci rendiamo conto che egli ha reso traducibili alcuni sensi, la vista e l'udito, in termini di concetto, e ha reso i concetti traducibili in termini di vista e di udito. Faccio un esempio: attraverso una costruzione geometrica di due triangoli, con due bisettrici opportune, io riesco a stabilire la lunghezza di quelle corde, poniamo di chitarra, che noi oggi chiamiamo «do, mi, la». Che operazione ha fatto dunque Pitagora? Ha espresso ciò che è intelligibile, perchè matematicamente dimostrabile, in ciò che è visibile e in ciò che è udibile. Infatti la musica, fatta di proporzioni, è sempre stata considerata un'applicazione della matematica. Il cosi detto razionalismo dell'Occidente, che nasce proprio con Pitagora, ha fatto sì che il mondo che noi vediamo e che noi sentiamo fosse traducibile in termini di idee, e che le idee potessero, a loro volta, applicarsi al mondo dell'esperienza, purchè avessero una forma precisa.

La conoscenza sensibile è stata la pietra dello scandalo della filosofia occidentale. Per un tempo lunghissimo si sono combattute due teorie opposte: la prima secondo la quale tutte le nostre esperienze, le nostre conoscenze derivano dai sensi; la seconda invece per cui la mente o il pensiero o le idee hanno una loro autonomia a prescindere dai sensi.
Si parte da una tradizione molto antica che va da Epicuro a Lucrezio fino ai materialisti francesi del Settecento, in base alla quale tutte le nostre conoscenze erano originate dall’elaborazione dei messaggi che ci forniscono i sensi. Successivamente si è aggiunta un'altra facoltà: l'immaginazione che manipola i dati sensibili, li mette insieme; per arrivare all'intelletto che produce non più elementi concreti, ma entità astratte, ciò che noi chiamiamo appunto idee. Questo ci ha portato alla separazione tra ciò che percepiamo con i sensi, che è sempre qualcosa di preciso e individualizzato, rispetto a quello che pensiamo, che è sempre qualcosa di astratto. Gli studiosi di comportamento animale hanno fatto questo esperimento: se ad un pulcino appena uscito dall'uovo viene mostrata una sagoma di cartone nero che rappresenta la figura di un falco, quello, pur non avendone avuto esperienza prima, si spaventa a morte; mentre invece, se gli si fa vedere una sagoma di cartone dall'immagine più rassicurante di chiocciola, quello non si spaventa. La teoria di innatismo, cioè che esistono delle conoscenze che non ci derivano dai sensi, è diventata oggi plausibile poichè sappiamo che il codice genetico contiene informazioni e che queste informazioni non sono semplicemente impresse dall'esterno attraverso la visione sensibile, ma è qualche cosa che ci permette in un certo modo di decifrare la nostra esperienza a cominciare appunto da un patrimonio che è anche genetico. Si parte dall'idea che ciò che è nell'intelletto una volta era stato nei sensi. Al che un filosofo contemporaneo aveva aggiunto «tutto vero, tranne che l'intelletto stesso, il quale nei sensi non c'è mai stato, e quindi non lo si può dedurre dai sensi». Quello su cui probabilmente i sensisti hanno ragione è il fatto che un'esperienza, chiusa in se stessa ci rende ciechi, sordi, muti e così via.

A questo punto verrebbe spontanea la domanda del che cosa intendiamo noi per esperienza che, nella sua forma più semplice possibile può essere intesa come l'insieme delle informazioni sulla realtà acquisite dai sensi.
Il filosofo greco Aristotele intese l'esperienza come una conoscenza di casi particolari, distinguendola dall'arte e dalla scienza, che implicano una conoscenza dell'universale e delle cause. Nella filosofia moderna il problema dell'esperienza acquista un ruolo di primo piano nella teoria della conoscenza, specialmente dei filosofi empiristi. In generale i fautori dell'empirismo sostennero la priorità dell'esperienza sensibile sul ragionamento deduttivo. Francesco Bacone identificò nell'esperienza, illuminata da un metodo di tipo induttivo, il fondamento di ogni tipo di conoscenza scientifica; Locke intese l'esperienza come la fonte delle nostre idee, sia delle idee di sensazione (che si riferiscono alle cose esterne), sia delle idee di riflessione (che si riferiscono agli eventi mentali). Ma ciò che maggiormente caratterizza il pensiero moderno, a partire da Galileo Galilei, è l'aprirsi di una divaricazione fra l'esperienza comune dei sensi e l'esperienza scientifica, intesa come esperimento da condurre secondo precise regole metodiche e considerata in relazione agli aspetti di tipo esclusivamente quantitativo dei corpi.
Infine, per Immanuel Kant l'esperienza è la fonte di ogni possibile conoscenza umana, ma essa non coincide con la nozione che ne avevano i filosofi empiristi. Infatti, l'esperienza degli oggetti (che Kant concepì come fenomeni) è possibile solo grazie all'azione coordinata di intuizione sensibile e intelletto. Nella Critica della ragion pura Kant tentò di stabilire, mediante una scomposizione analitica del processo conoscitivo, quali fossero le strutture, e soprattutto le condizioni, che rendono possibile sia l'esperienza della vita quotidiana, sia quell'esperienza più rigorosa che è per noi l'esperienza scientifica.
Secondo Kant, «per spiegare il mondo della nostra esperienza, sia quotidiana sia scientifica, occorre individuare le forme della nostra facoltà conoscitiva che sono a priori, cioè che non derivano dall'esperienza stessa». Si tratta in primo luogo delle "forme a priori" del senso interno ed esterno, ossia delle intuizioni pure dello spazio e del tempo, intesi come le condizioni soggettive della nostra conoscenza sensibile: lo spazio è la forma a priori dei fenomeni del senso esterno, il tempo è la forma a priori dei fenomeni del senso interno. Tuttavia, perché possa sorgere un'esperienza coerente, occorre che i dati sensibili siano integrati e unificati dalle funzioni o categorie dell'intelletto: il mondo dell'esperienza non ci si presenta infatti come un complesso di dati sensibili che hanno fra loro semplici rapporti di successione temporale o di coesistenza spaziale, ma come un complesso articolato di cose, dotate di plurime qualità e collegate secondo molteplici relazioni.
Se prendiamo nuovamente in esame Tommaso, il santo trasforma tale oggetto in esperienza tattile del corpo risorto di Cristo. Essa viene tradotta con l'incredulità di San Tommaso stesso, il quale si trova in un “bivio” che lo porterà a dover scegliere di mettere o no il dito sulla piaga, a voler conoscere o meno la chiara verità. Ma non sarà il dito l'oggetto della sa esperienza, bensi l'ipotesi; attraverso questultima, accompagnata dallo stupore, si potrà arrivare ad una supposizione: se il Cristo è realmente risorto, allora la sua sarà una vera ferita, la stessa ferita che lo porterà alla morte, all'interno della quale solo un miracololo lo potrà salvare.
Ed è proprio in quest punto che si differenzia la mente umana dagli altri esseri viventi. Cimmatti utilizza l'esempio del gatto per sottolineare la supremazia dell'uomo “per il gatto quella stessa ferita non avrebbe condotto alla stessa esperienza.. proprio perchè egli non è in grado di formulare ipotesi di alcun tipo..”
E' l'ipotesi che induce ad esplorare il costato del Cristo, alla ricerca di nuove esperienze sempre più articolate che, differenziandosi dall'esperienza sensibile superficiale del gatto, porta l'uomo ad una sempre maggiore conoscenza di sè e del mondo che lo circonda, nella speranza di raggiungere, un giorno, la propria verità.

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