I filosofi del '600 e l'Illuminismo

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Testo

BLAISE PASCAL
Il pensiero di Cartesio costituisce la più i portante esperienza filosofica del Seicento, cui si rifanno per svilupparla o criticarla, una fitta schiera di pensatori.
Tra coloro che la criticarono spicca Blaise Pascal, che pur accettando il metodo razionalistico nella scienza, considera la ragione incapace di comprendere la realtà e il senso della vita, ritenendo che solo il cristianesimo possa aiutare a capire quel “ mostro incomprensibile” che è l’uomo.
Per giustificare la sua tesi, Pascal fa un’analisi della condizione umana, dell’inquietudine dell’anima, della ricerca della felicità, del senso del mistero e della morte, della ricerca di Dio e dell’accettazione o del rifiuto della fede.

VITA E OPERE. PORT ROYAL E IL GIANSENISMO
Pascal nacque a Clermont nel 1623. I suoi primi interessi furono diretti alla matematica e alla fisica. A sedici anni compose il Trattato delle sezioni coniche, a 18 anni inventò una macchina calcolatrice. Anche quando sentì la vocazione religiosa, non abbandonò mai il suo interesse per la scienza: la teoria della roulette, il calcolo delle probabilità ed altre invenzioni lo impegnarono negli anni della maturità.
Quando sentì la vocazione religiosa, entrò a far parte della comunità religiosa di Port Royal, i cui membri, senza regole religiose predeterminate, si dedicavano alla meditazione, allo studio e all’insegnamento. In particolare essi condividevano le idee del vescovo Giansenio, secondo il quale il peccato originale ha tolto all’uomo la libertà del volere e lo ha reso incapace di fare del bene e indirizzato naturalmente al male. Dio solo concede a pochi eletti, per i meriti di Cristo, la grazia della salvezza. Le teorie di Giansenio si opponevano alla morale ecclesiastica, ed in particolare gesuitica, secondo la quale la salvezza è sempre alla portata dell’uomo, se vive secondo gli insegnamenti della Chiesa.
Il giansenismo suscitò una vivace reazione negli ambienti ecclesiastici e fu condannato con una bolla del Papa Innocenzo X; Pascal, allora, compose 18 lettere in difesa del giansenismo e contro le teorie dei gesuiti. Quindi si dedicò ad una grande opera “ Apologia del cristianesimo” che non completò perché morì a 39 anni.

IL PROBLEMA DEL SENSO DELLA VITA E LO SCHEMA DEL FILOSOFARE PASCALIANO
Secondo Pascal, la questione più importante per l’uomo ‘ capire qual è il senso della propria vita. Pascal considera mostruoso che gli uomini, occupati nelle mille attività quotidiane, si disinteressino di questo problema e polemizza contro i filosofi che non pongono tale problema al centro delle loro ricerche. Lo studio dell’uomo, di Dio e dell’anima sono i soli che meritano attenzione; tutto il resto è “inutile curiosità “.

I LIMITI DELLA MENTALITA’ COMUNE: IL DIVERTISSEMENT O LO STORDIMENTO DI SE
Pascal ritiene che l’atteggiamento comune della maggior parte degli uomini nei confronti di questi importanti problemi esistenziali sia quello del “divertissement” che non vuol dire esattamente divertimento, bensì distrazione, dimenticanza a causa delle mille occupazioni di ogni giorno.
Il “divertimento” è una fuga da se stessi, dalla propria infelicità, dai propri dubbi ed interrogativi, dalla noia, fuga che si realizza con l’occuparsi in mille altre attività.
Da questo desiderio di fuga derivano il gioco, la guerra, la conversazione, le cariche elevate che sono cercate non perché si pensa che diano la felicità, ma perché distraggono dal pensare. Per cui noi, secondo Pascal, non cerchiamo le cose ma la ricerca delle cose, non viviamo nel presente ma in attesa del futuro.
Naturalmente, il divertimento non porta la felicità, anzi ci fa chiudere gli occhi e ci conduce alla morte senza accorgersene. L’uomo deve aprire gli occhi e riflettere sulla sua condizione.

I LIMITI DEL PENSIERO SCIENTIFICO: LO SPIRITO DI GEOMETRIA E LO SPIRITO DI FINEZZA
Pur essendo uno scienziato, Pascal è convinto che la scienza abbia numerosi limiti: il primo limite deriva dall’esperienza che è sempre qualcosa di limitato che frena i poteri della ragione.
Il secondo limite è dato dalla indimostrabilità di alcuni principi e concetti fondamentali come quelli di spazio, tempo e movimento.
Dove poi la ragione dimostra la sua incapacità è nel campo dei problemi esistenziali. Alla ragione scientifica, Pascal oppone la comprensione istintiva o meglio il cuore , capace di intuire i problemi profondi dell’esistenza.
Quest’antagonismo tra ragione e cuore viene espresso con il binomio “esprit de geometrie” ed “esprit de finesse”. Lo spirito di geometria è la ragione scientifica che ha per oggetto le cose esteriori. Lo spirito di finezza ha per oggetto l’uomo e si fonda sul sentimento e sull’intuito. Lo spirito di geometria ragiona con l’intelletto, lo spirito di finezza comprende intuitivamente. Lo spirito di finezza serva anche per comprendere concetti geometrici come quelli di spazio, tempo e infinito. Solo intuitivamente posso sentire che , nello spazio, vi sono 3 dimensioni o che i numeri sono infiniti. Lo spirito di finezza ha per oggetto il mondo degli uomini, lo spirito di geometria il mondo della natura.
Di fronte agli interrogativi umani, la scienza è impotente e inutile. In conclusione, la cosa più importante per l’uomo non è la scienza, ma la conoscenza di se stessi. Dice Pascal: Bisogna conoscere se stessi: anche se non si arriva a conoscere la verità, serve a regolare la propria vita e non vi è nulla di più giusto.
I LIMITI DELLA FILOSOFIA
I FILOSOFI E IL PROBLEMA DI DIO
A differenza della scienza, la filosofia si pone i massimi problemi esistenziali e filosofici ma non li risolve. Infatti i filosofi si sono chiesti quale sia il senso dell’esistenza ed hanno cercato di dimostrare l’esistenza di Dio ma non vi sono riusciti; l’ordine della natura e la meraviglia del creato, infatti, di per sé, non dimostrano l’esistenza di Dio. Ma se è difficile dimostrare l’esistenza di Dio, è altrettanto difficile dimostrare che Dio non esiste.
I FILOSOFI E LA CONDIZIONE UMANA
Nello stesso modo, la filosofia è incapace di spiegare la natura e il senso dell’esistenza umana. Per Pascal, l’uomo si trova in una posizione intermedia nell’ordine delle cose tra il tutto e il nulla così come nella scala della conoscenza si può dire che l’uomo conosca e non conosca perché non si trova né in una completa ignoranza né in una totale saggezza.
Questa situazione esistenziale mediana determina nell’uomo uno scarto tra le sue aspirazioni e la realtà e, quindi, uno stato di frustrazione.
D’altro lato, se nell’uomo c’è questa spinta verso la verità assoluta, verso il bene totale, vuol dire che in lui vi è la vocazione verso un ordine superiore di grandezza e , nello stesso tempo, la consapevolezza della propria miseria è già un segno di grandezza.
L’essenza dell’uomo per Pascal sta proprio in questa contemporanea presenza di miseria e di grandezza.
I FILOSOFI ED I PRINCIPI PRATICI
Secondo Pascal, il fallimento della filosofia avviene anche in un altro settore : quello dei principi pratici e politici. Infatti gli uomini non sono stati capaci di determinare le regole del vivere comune e del comportamento perché per gli uomini comuni il bene sta nelle ricchezze o nel divertimento o nelle cose materiali. Per i filosofi, invece, il sommo bene consiste o nella virtù o nella ragione o nella vita attiva ecc.
LA META FILOSOFIA DI PASCAL E LA RAGIONEVOLEZZA DEL CRISTIANESIMO
Di conseguenza, secondo Pascal , l’unica vera filosofa è una sorta di meta filosofia consapevole dei limiti della filosofia . Ma la filosofa resta sempre fondamentale perché spinge a cercare altrove la risposta ai propri interrogativi e precisamente in quella superiore forma di conoscenza che è la religione. Secondo Pascal, tra tutte le religioni, l’unica vera è quella cristiana perché fornisce risposta al problema dell’uomo e si accorda con la nostra condizione:infatti, quando la religione cristiana parla della caduta dal paradiso terrestre a causa del peccato originale, spiega la condizione esistenziale dell’uomo. Come un sovrano decaduto che, in esilio conserva il ricordo degli antichi splendori ed è tormentato dalla nostalgia, così l’uomo, avendo perduto dopo Adamo, la verità, il bene e la felicità, ne avverte la mancanza e soffre per la loro nostalgia. Nello stesso tempo, il Cristianesimo è conforme alla ragione perché riesce a chiarire ciò che la ragione non chiarisce.
LA SCOMMESSA SU DIO
Per mostrare la ragionevolezza della fede, Pascal utilizza il celebre argomento della scommessa, il quale afferma che l’uomo deve scegliere se vivere come se Dio ci fosse o vivere come se Dio non ci fosse. Se la ragione non può aiutarlo, tanto vale che valuti quale sia la scelta più conveniente; si tratta di un gioco, di una scommessa nella quale bisogna considerare da un lato la posta e dall’altro i vantaggi o le perdite.
Ora, chi scommette sull’esistenza di Dio, se guadagna , guadagna tutto e se perde, non perde nulla. In altre parole, l’uomo ha interesse a scommettere sull’esistenza di Dio perché, in caso di perdita , perderà solo dei beni materiali, come i piaceri mondani, e, in caso di vincita, vincerà quel bene infinito che è Dio e la beatitudine eterna.
Nello stesso tempo, Pascal ammette che non si può credere a comando ; ci si può aiutare prendendo le abitudini della fede come pregare, andare alla messa ecc.
DALLA RAGIONE ALLA FEDE: IL CUORE E DIO
Nonostante, il cristianesimo spieghi alcuni dati della condizione umana , secondo Pascal non significa che sia completamente riportabile alla ragione e che si fondi completamente sulla ragione.
Anzi secondo Pascal tra ragione e fede in certi casi vi è passaggio ma in altri vi è anche rottura e salto perché la logica della fede sorpassa e trascende la ragione. Il suo organo autentico non è la ragione ma il cuore che sente Dio.
Pascal ritiene, poi, che la fede sia un dono di Dio e non un dono del ragionamento.
RICERCA UMANA E CONTRADDIZIONE DIVINA: LA CONTRADDIZIONE DI FONDO DI PASCAL
Questa concezione fa sì che la concezione di Pascal sia fondamentalmente ambigua: da un lato sembra dare grande importanza alla scelta razionale della fede e dall’altro proclamando che la fede è solo un dono di Dio e non anche una conquista dell’uomo sembra mettere in forse l’impegno personale. Anche sulla grazia e sul libero arbitrio, le sue opinioni sono più vicine al protestantesimo perché afferma che le azioni dell’uomo sono determinate dalla grazia di Dio che influisce sulla volontà degli uomini.
Pascal lascia capire, poi, che i segni attraverso i quali Dio si manifesta, pur essendo davanti a tutti, acquistano in realtà rilevanza solo per quelli che avendo già in sé la grazia sono predisposti a raccoglierli. In questo modo, quasi si avvicina alla teoria della predestinazione propria del calvinismo.

BARUCH DE SPINOZA
Nacque ad Amsterdam nel 1632 da un famiglia ebrea che era stata costretta ad abbandonare la Spagna per l’intolleranza religiosa di quel paese. Fu educato nella comunità israelitica di Amsterdam ma a 24 anni fu espulso da essa e scomunicato per eresia.
Qualche anno dopo abbandonò Amsterdam e si stabilì in un villaggio presso Leyda, dove trascorse il resto della sua vita dedicandosi al mestiere di ottico, grazie al quale ottenne una certa fama prima di raggiungere la celebrità come filosofo. Condusse una vita molto modesta e tranquilla.
La sua prima opera fu un Trattato su Dio e su l’uomo e sulla felicità che andò perduto e fu ritrovato e pubblicato nell’800. Nel 1663 fu pubblicato l’unico libro che uscì con il suo nome , i Principi di filosofia cartesiana, in cui riassumeva la filosofia di Cartesio per un suo scolaro.
Qualche anno dopo pubblicò anonimo il Trattato teologico – politico, che venne subito condannato sia dalla Chiesa protestante che dalla Chiesa Cattolica e Spinoza dovette impedire che venisse pubblicata la traduzione in olandese. Qualche anno dopo terminò la sua opera fondamentale , l’Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, ma non lo pubblicò per evitare la condanna, L’opera fu pubblicata solo qualche anno dopo la sua morte insieme ad altre opere inedite.

LE FONTI E IL CARATTERE DEL SISTEMA
Nel pensiero di Spinoza – il cui tema principale è l’identificazione di Dio con la Natura – confluiscono temi e fonti diverse. La critica ha identificato diverse fonti nel suo pensiero tra cui la teologia giudaico – cristiana, il pensiero cartesiano, la filosofia neoplatonica. A queste occorre aggiungere la rivoluzione scientifica galileiana che rappresenta il retroterra senza cui non si comprenderebbe il concetto del Dio – Natura.
Infatti, la caratteristica di base del pensiero di Spinoza è la sintesi tra la tradizionale visione metafisica del mondo e la nuova scienza.
Un’altra caratteristica di Spinoza è il suo rapporto con la civiltà cristiana occidentale; Spinoza è il primo filosofo a rifiutare la concezione cristiana di Dio, dell’uomo e del mondo e questo rappresenta un evento di importanza storica.

LA FILOSOFIA COME CATARSI ESISTENZIALE ED INTELLETTUALE
Nel Trattato sull’emendazione dell’intelletto, che è stato considerato come una specie di discorso sul metodo spinoziano , Spinoza esprime una concezione della filosofia come via verso la salvezza.
Il suo pensiero nasce da una delusione di fondo nei confronti dei comuni valori della vita e va alla ricerca di un bene vero capace di dare un significato all’esistenza e di colmare la sete di felicità.
Dopo una rapida analisi dei beni universalmente desiderati dagli uomini – le ricchezze, gli onori, i piaceri dei sensi – Spinoza fa comprendere che essi sono “vani” in quanto no appagano veramente l’animo, sono passeggeri e provocano inquietudini e altri inconvenienti. Eppure essi hanno la capacità di ingannare la mente e ostacolare la ricerca di valori superiori.
Spinoza, però, non intende colpire i beni comuni in quanto tali ma in quanto essi sono considerati come bene sommo; essi devono essere considerati mezzi e non fini.
Il modello di bene a cui Spinoza tende deve essere tale da soddisfare pienamente l’animo, procurandogli serenità e letizia. Ma come aveva già insegnato S. Agostino, l’unico bene capace di procurare la felicità è l’Essere Supremo, la “cosa eterna e infinita”. Per S. Agostino, si identifica con Dio, per Spinoza con il cosmo e la gioia suprema consiste nell’identificazione della mente con la natura. Spinoza dichiara, inoltre, nell’introduzione della sua opera che la sua felicità consiste anche nel far in modo che gli altri comprendano le cose come le comprende lui.

LA METAFISICA: IL PANTEISMO
L’opera più importante di Spinoza, l’Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, è una specie di enciclopedia delle scienze filosofiche che tratta di vari problemi gnoseologico ( della conoscenza) antropologici ( dell’uomo) ma soprattutto morali. Il metodo seguito è di tipo geometrico, nel senso che si serve di un procedimento che va dalla definizione, alla proposizione del teorema alla dimostrazione.
Il concetto fondamentale da cui parte Spinoza è quello di sostanza; nella tradizione filosofica per sostanza si intendeva sia la forma, cioè l’essenza di una cosa, sia il sinolo, cioè l’individuo in cui la sostanza si è incarnata e si considerava il mondo come un insieme di sostanze ordinate.
Cartesio aveva riferito la sostanza a Dio; Spinoza si propone di andare oltre sviluppando il concetto di sostanza e intende per sostanza “ciò che in sé e per sé si concepisce”, cioè qualcosa che esiste autonomamente e non ha bisogno di altro per esistere. Inoltre, per Spinoza , la sostanza è qualcosa che per essere pensato non ha bisogno di altri concetti.

LE PROPRIETA’ DELLA SOSTANZA E L’IDENTIFICAZIONE DI DIO CON LA NATURA
Da questa definizione di sostanza, derivano le sue proprietà fondamentali:
1) la sostanza è increata, in quanto è causa di se stessa;
2) la sostanza è eterna;
3) la sostanza è infinita, perché se non lo fosse dipenderebbe da qualcos’altro;
4) la sostanza è unica, nel senso che non ci possono essere più sostanze con questi attributi.
Questa sostanza non può che essere Dio o l’Assoluto di cui hanno sempre parlato le diverse filosofie o religioni e fin qui Spinoza no si distacca molto dai pensatori precedenti. Se ne distacca nel momento in cui ritiene che Dio e il mondo non sono due entità separate ma la stessa entità perché Dio non è fuori dal mondo , ma nel mondo e costituisce un’unica realtà con la Natura.
In questo modo, Spinoza perviene ad una forma di panteismo che identifica Dio con la Natura, considerata come realtà incerata, eterna infinita ed unica, da cui derivano tutte le cose ed in cui sono tutte le cose.
ATTRIBUTI E MODI
Per chiarire i rapporti tra Dio e il mondo, Spinoza usa i concetti di attributo e modo: gli attributi sono le qualità essenziali della sostanza. Esse sono infinite ma noi ne conosciamo solo due: l’estensione e il pensiero cioè la materia e la coscienza o spirito.
I modi, invece, sono le manifestazioni degli attributi e si identificano con i singoli corpi o le singole idee. Spinoza ne distingue due tipi: quelli finiti e quelli infiniti. I modi infiniti sono proprietà di qualche attributo, mentre i modi finiti sono gli esseri particolari, questo corpo o questa idea .
Per fare un esempio, se la sostanza è l’oceano, gli attributi sono la sua estensione, i modi infiniti sono il movimento incessante del mare mentre modi finiti sono le varie onde.
In sintesi, la sostanza di Spinoza è la Natura, come realtà infinita ed eterna che si manifesta in una infinità di dimensioni ( gli attributi) e in un’infinità di modi di essere.Per cui quando Spinoza distingue tra Natura naturante ( Dio e gli attributi come causa) e Natura naturata ( l’insieme dei modi, cioè l’effetto) non fa che dire che la Natura à madre e figlia di se stessa.

I DUE PROBLEMI FONDAMENTALI DELLO SPINOZISMO
Gli interrogativi fondamentali che emergono dall’Etica, sono due: che cos’è la Sostanza di Spinoza? Che rapporti esistono tra la sostanza e i suoi modi?
Per rispondere alla prima domanda occorre dire che la Natura cui si riferisce Spinoza non è solo una forza che genera le cose, ma l’Ordine geometrico dell’Universo.
In ordine alla seconda domanda, dalla Sostanza le cose non vengono create per emanazione, secondo l’antica dottrina neoplatonica, né ne scaturiscono per sovrabbondanza di potenza, come sosteneva Giordano Bruno, ma scaturiscono per necessità, secondo Spinoza, in virtù del suo ordine geometrico.

CRITICA ALLA VISIONE FINALISTICA DEL MONDO E AL DIO BIBLICO
La concezione di Dio, come ordine geometrico dell’universo, si pone in contrasto con la concezione propria della filosofia greca e delle religioni ebraica e cristiana che considerano un Dio che crea liberamente il mondo per uno scopo finale.
Secondo Spinoza, credere nell’esistenza di scopi o fini è una deformazione dell’intelletto umano; gli uomini credono infatti di agire per un determinato scopo e poiché trovano i mezzi per raggiungere i loro scopi, sono portati a considerare le cose come un mezzo per raggiungere i loro fini. Nasce così l’opinione che Dio governi le cose per l’uso degli uomini. D’altronde, gli uomini osservano che la natura offre loro non solo vantaggi, ma anche svantaggi ( catastrofi naturali, malattie ecc..) e credono che questi svantaggi vengano dallo sdegno di Dio contro di loro.
Spinoza rifiuta ogni concezione che attribuisca a Dio, una dimensione umana, come una sensibilità che ama e odia, punisce e premia e vi sostituisce la propria idea di un Dio coincidente con il Tutto cosmico.
GIAMBATTISTA VICO
Nacque a Napoli nel 1668 da un modesto librario. Studiò filosofia e diritto. Ben presto entrò come precettore in una nobile famiglia ed, in quegli anni, approfondì lo studio del diritto, della filosofia, della teologia e della letteratura, in particolar modo dei classici italiani.
Dopo aver conquistato una certa fama come poeta, si dedicò alla carriera di avvocato che, ben presto abbandonò, ma che gli aprì la strada della carriera universitaria. Ottenne infatti la cattedra di retorica. Più tardi aspirò inutilmente ad una cattedra di giurisprudenza. Da quel momento, la sua vita fu dedicata alla stesura della sua opera principale i “Principi di una scienza nuova d’intorno alla natura delle nazioni, per i quali si ritrovano altri principi del diritto naturale” a cui lavorò fino alla morte apportandovi continuamente correzioni.
Espresse il suo pensiero nell’opera De antiquissima italorum sapientiae , che doveva consistere inizialmente in tre volumi dedicati rispettivamente alla metafisica, alla fisica e alla morale, ma completò solo il primo volume; in esso, Vico, facendo la storia di alcune parole latine, cerca di risalire alle dottrine dei primi popoli italici e presenta la sua opera come se fosse la metafisica di quelle antiche popolazioni.

IL VERO E IL FATTO:LA POLEMICA CONTRO CARTESIO
Secondo Vico a Dio appartiene l’intendere (intelligere), che è la conoscenza perfetta, all’uomo appartiene il pensare. La ragione che è l’organo dell’intendere appartiene veramente a Dio; l’uomo ne è soltanto partecipe. Dio e l’uomo possono conoscere ciò che fanno, ma mentre la conoscenza di Dio è creazione di un oggetto reale, la conoscenza dell’uomo è creazione di un oggetto fittizio perché l’uomo non possiede tutti gli elementi che costituiscono l’oggetto. Pertanto, l’uomo non può conoscere il mondo della natura che essendo stato creato da Dio, può essere oggetto soltanto della conoscenza divina. Può conoscere, invece, il mondo della matematica che è un mondo di astrazioni creato dall’uomo stesso, ma non può conoscere nemmeno il proprio essere, la propria realtà: nell’averlo creduto possibile sta il torto di Cartesio. Il cogito è la consapevolezza di esistere non la conoscenza della propria esistenza: Vico pensava che Cartesio avrebbe dovuto dire “penso dunque esisto” e non “penso dunque sono”.
Non per questo, però, si deve ignorare tutto ciò che è irrazionale, cioè non conoscibile con la ragione: la soluzione viene trovata da Vico nel principio del verum factum (è accertabile solo ciò che è stato fatto). Se a Dio soltanto appartiene, in quanto creatore, la conoscenza piena della natura, all’uomo appartiene la conoscenza di quello che ha concretamente realizzato. Compito della filosofia, allora, è quello di trovare strumenti razionali, quanto quelli utilizzati dal metodo matematico, ma adattati all’oggetto dello studio.

LA NUOVA SCIENZA
Proprio della conoscenza umana è il mondo della storia in quanto in esso l’uomo crea le proprie azioni, sicché questo mondo è il mondo umano per eccellenza.
Ma la storia non può essere un insieme slegato di avvenimenti; deve avere in sé un ordine fondamentale al quale tendono tutti gli avvenimenti. Con la Scienza nuova, Vico cerca di rintracciare le leggi e l’ordine del mondo della storia.
Nello stabilire i principi fondamentale di questa scienza, Vico afferma che essa deve fondarsi sia sulla filologia , intesa come studio della lingua, che sulla filosofia , intesa come studio delle cause e delle leggi che spiegano i fatti. Filologia e filosofia devono procedere insieme e completarsi a vicenda.
Nell’espressione del suo pensiero, Vico indica in Platone, Tacito, Bacone e Grozio gli autori a cui si è ispirato; rispetto a Bacone, egli vuole compiere rispetto al mondo della storia , ciò che Bacone aveva compiuto rispetto al mondo della natura e cioè individuare un metodo di conoscenza capace di raggiungere lo stesso grado di precisione del metodo matematico. Dimostra, inoltre, di condividere le idee del giusnaturalismo di Grotius, una dottrina che pervenne all’identificazione di principi giuridici comuni a tutta l’umanità perché basati su esigenze e bisogni essenziali dell’uomo.

LA STORIA IDEALE ETERNA
Il punto di partenza della storia è la situazione originaria dell’uomo di caduta e disperazione. Vico, quindi, assume come punto di partenza quello del pensiero religioso. Per uscire dallo stato di caduta, l’uomo tende verso Dio e fa uno sforzo per sollevarsi dagli impulsi primitivi. La filosofia deve aiutarlo in questo sforzo, mostrandogli la strada e come deve essere.
La scienza della storia appare a Vico come la dimostrazione di un ordine provvidenziale che si va attuando nella società umana, man mano che l’uomo si solleva dalla sua caduta e dalla sua miseria primitiva. Infatti, la storia tende verso un ordine universale ed eterno che Vico chiama “storia ideal eterna”, che rappresenta come dovrebbe essere la storia dell’uomo, anche se , poi, nella realtà, la storia reale si discosta da quella ideale.

LE TRE ETA’ DELLA STORIA
Vico ritiene che la storia ideale sia costituita dalla successione di tre età: : l’età degli dei, degli eroi e degli uomini, uno schema che ritiene inventato dagli egiziani, ma preso, in realtà, da un’opera di Platone. Mentre per gli antichi, la successione delle età aveva carattere negativo e di regresso, per Vico ha un significato progressivo. Inoltre, se la causa della storia è l’uomo, le leggi che regolano la storia saranno le stesse di quelle che regolano il funzionamento della mente umana. La prima età degli dei , in cui prevalgono i sensi e la fantasia, è dominata dal timore degli eventi naturali e dalle credenze religiose e produce un governo di tipo teocratico ( il sovrano è tale per volontà di Dio); la seconda degli eroi, animata dalla fantasia e dalle passioni, produce un’organizzazione sociale basata sull’uso della forza e governi di tipo guerriero ed aristocratico; la terza, infine, basata sull’intelligenza, propone un diritto basato sulla ragione umana: nacquero così le repubbliche popolari. In queste repubbliche nacque la filosofia prodotta dalla riflessione con il compito di conciliare gli interessi e trovare una giustizia comune. E sulla filosofia si fondò l’eloquenza destinata a suscitare nel popolo la passione per la giustizia.
Le tre età della storia corrispondono alle tre fasi della conoscenza, come si sono sviluppate nella storia (gli uomini prima sentono senza avvertire, poi avvertono con animo perturbato e commosso, infine riflettono) e alle tre età dell’essere umano ( la fanciullezza tutta sensi e immaginazione, l’adolescenza tutta fantasia e passioni, la maturità segnata dal prevalere dell’intelletto) .
Poiché la ricerca di Vico si spinge fino alle origini dell’umanità, diventano oggetto di studio tutte le credenze mitologiche, il patrimonio letterario e il folklore, da cui Vico fa dipendere il successivo sviluppo della storia del genere umano.
Contrariamente a quanto affermavano alcuni suoi contemporanei, Vico sostiene e dimostra che nessuna fase dello sviluppo dell’umanità è inferiore o superiore alle altre perché ciascuna è indispensabile alle altre.

LA SAPIENZA POETICA
Nella Scienza nuova, Vico approfondisce lo studio della sapienza poetica che è soprattutto poesia, poesia divina perché è creativa e fonte di grande emozioni. Elemento fondamentale di tale creazione è il linguaggio, nato dall’esigenza degli uomini di intendersi tra loro. Vico riconosce il valore autonomo della poesia e la sua indipendenza da ogni attività intellettuale . Nella grande poesia di Omero, Vico ha visto l’opera del popolo greco nell’età eroica, quando gli uomini si esprimevano con i miti e con i racconti favolosi. Man mano, però, che la riflessione prevale, secondo Vico, la poesia si spegne, giacché la fantasia è tanto più robusta quanto più debole è il raziocinio.

LA PROVVIDENZA
Il primo principio della Scienza Nuova è che gli uomini soltanto hanno creato il mondo della nazioni, anche se questo mondo deve concepirsi in rapporto all’ordine provvidenziale eterno.
Alcuni filosofi, però, come Epicuro e Machiavelli secondo i quali le azioni si svolgono a caso, oppure Spinoza che ammette il fato ,hanno reso impossibile intendere il mondo della storia. Il mondo delle nazioni è uscito da una mente provvidenziale , spesso contraria e sicuramente superiore ai fini particolari dei singoli uomini; in altre parole, la Provvidenza ha usato gli scopi anche meschini degli uomini per creare un ordine universale: così, ad esempio, dall’ambizione smodata dei capi sono nate le città.
La presenza di questo ordine provvidenziale non mette in forse la libertà degli uomini; infatti anche se la storia ideale eterna dirige la storia umana , non la costringe necessariamente verso un certo corso. Tanto è vero che le storie delle singole nazioni non seguono tutte il corso della storia ideale eterna o , comunque, lo stesso corso. Vi furono, infatti, nazioni che si fermarono all’età barbara, altre all’età eroica, senza raggiungere il loro sviluppo completo.
Ma per lo più la storia è soggetta al ciclo dei corsi e ricorsi ossia al periodico ritorno della storia sui suoi passi ; infatti quando le filosofie decadono , gli stati che si fondano su di loro si corrompono e si scatenano le guerre civili che provocano un enorme disordine. Per questo disordine vi sono tre grandi rimedi: il primo è lo stabilirsi di un re che trasformi la repubblica in monarchia assoluta; il secondo è l’assoggettamento da parte di una nazione migliore; il terzo è il ritorno degli uomini alla condizione primitiva. In questo caso, la storia ricomincia il suo ciclo.

UOMO E PROVVIDENZA
Vico afferma che la storia è fatta dagli uomini e, nello stesso tempo, che è guidata da un piano provvidenziale divino, mediante il quale la Provvidenza interviene per correggere e indirizzare le azioni degli uomini. Sorge a questo punto un interrogativo: chi è il soggetto della storia: l’uomo o la provvidenza divina. Vico da un lato combatte il fatalismo e, nello stesso tempo difende la presenza della Provvidenza nella storia. Ma allora, in che modo è presente la Provvidenza nella storia?

CARATTERI DELLA PROVVIDENZA E DELLA RELIGIONE DI VICO
In Vico l’azione della Provvidenza non è un intervento esterno; se così fosse l’unico vero soggetto della storia sarebbe Dio. Dall’altro lato, Vico esclude che la storia reale sia modellata su quella ideale. Se così fosse, nella storia di tutte le nazioni, vi sarebbe le tre età e, ancora una volta, la vera protagonista della storia sarebbe la Provvidenza divina.
La Provvidenza di Vico è, perciò, un disegno o un modello che, nello stesso tempo, è una sollecitazione all’ uomo ad agire in vista di certi valori.
La Provvidenza è presente nell’uomo prima sotto forma di sapienza poetica, cioè come un avvertimento non ben definito, e, poi, quando dall’età degli dei si passa alle altre età, nella forma della sapienza riflessa, cioè della sapienza ragionata e filosofica. In ogni caso , la sapienza è fondamentalmente religiosa, anche se dall’opera di Vico non emergono valori cristiani, ma piuttosto quelli di una religione naturale che si trova in tutte le genti fin dalle origini del mondo.

CARATTERI GENERALI DELL’ILLUMINISMO FRANCESE ED EUROPEO
Il programma illuministico e la nuova concezione dell’intellettuale
L’Illuminismo è quel movimento culturale che si sviluppa nel ‘700 nei maggiori paesi europei e rappresenta il movimento culturale più importante e significativo di quel secolo. L’Illuminismo innanzitutto consiste in un nuovo modo di rapportarsi alla ragione. Si dice spesso che la caratteristica dell’Illuminismo è l’esaltazione della ragione, e questo è senz’altro vero, ma è anche vero che l’Illuminismo è l’impegno ad usare la ragione in modo libero per un miglioramento della vita pubblica. Gli illuministi ritenevano, infatti, che nel passato l’uomo fosse vissuto in uno stato di “minorità” nei confronti dell’autorità, della superstizione, dei pregiudizi che avevano ostacolato il libero uso della ragione. Sapere aude! è il motto degli illuministi: abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza cioè assumi un atteggiamento critico nei confronti della realtà, analizzandola e conoscendola a fondo senza preconcetti e pregiudizi. Da qui la lotta contro la tradizione, il potere politico, l’autorità e anche la religione cioè contro tutto ciò che, secondo gli illuministi, aveva ostacolato la libera attività di conoscenza.
Questo concetto della ragione come “lume” che illumina le “tenebre” dell’ignoranza comporta un diverso modo di concepire la figura dell’intellettuale e del suo compito tra gli uomini: non più il sapiente isolato e lontano dalla realtà, ma un uomo in mezzo agli altri uomini che lotta per rendere il mondo più abitabile e cerca di rendersi utile agli altri uomini .Per questo gli illuministi si impegnarono a fondo nell’opera di divulgazione della cultura, nella richiesta di riforme sociali, nella critica del passato e nel presente.
L’Illuminismo come problema storiografico
La complessità dell’Illuminismo fa sì che molti studiosi preferiscano parlare di “Illuminismi” a seconda dei vari autori e delle varie nazioni europee. Esistono, infatti, un Illuminismo francese ed uno inglese, uno tedesco ed uno italiano, vi sono illuministi atei e illuministi religiosi, riformatori e rivoluzionari. Pur nella loro diversità, essi però hanno dei tratti comuni e, comunque, un ruolo primario ha l’Illuminismo francese , perché storicamente è il primo e in esso si trova una maggiore vivacità di idee.
PREMESSE SOCIALI E CULTURALI DELL’ILLUMINISMO
Illuminismo e borghesia
L’Illuminismo nasce nell’ambito di determinate circostanze storiche e sociali; innanzitutto l’Illuminismo manifesta un legame molto forte con la classe borghese cioè con quella classe che fin dal Cinquecento era in ascesa e manifestava la volontà di rompere con il passato e di portare il progresso.
Questo legame è confermato anche dal fatto che la maggior parte degli Illuministi è di estrazione borghese. Se la civiltà comunale aveva esaltato l’intellettuale laico in contrapposizione a quello ecclesiastico, L’Umanesimo aveva onorato il filosofo e il letterato amante dei classici, il Rinascimento aveva esaltato il cortigiano, l’Illuminismo valorizza le figure del “filosofo” e del “mercante”. Ciò non è contraddetto dal fatto che tra gli Illuministi vi siano molti aristocratici, perché si tratta di nobili dediti ad attività borghesi.
Illuminismo e Rinascimento
L’Illuminismo si configura, innanzitutto, come continuazione ideale del Rinascimento ; l’esaltazione dell’individuo e del suo desiderio di essere il padrone della terra, l’avversione per il Medioevo, l’interesse per le cose terrene sono i grandi temi rinascimentali che ritornano nell’Illuminismo. Rispetto al Rinascimento, l’Illuminismo ha una concezione dell’uomo più estrema e radicale in quanto elimina dalla vita dell’uomo ogni influenza divina e religiosa.. Dio viene relegato in una sfera che ha poco o nulla a che vedere con l’Uomo (deismo): l’uomo è l’unico artefice del proprio destino e della propria vita.
Illuminismo e rivoluzione scientifica
L’Illuminismo rappresenta il pensiero filosofico della Rivoluzione scientifica verificatasi nel ‘600. I filosofi di quel periodo, infatti, pur rendendosi contro dell’importanza della scienza, non seppero cogliere in pieno le conseguenze civili e culturali della rivoluzione scientifica. La battaglia i Galileo contro l’autorità e il passato, la sua fiducia nella ragione e nel metodo scientifico, la sua polemica contro i teologi esprimono posizioni sostanzialmente illuministiche.
Rifacendosi a Bacone, l’Illuminismo crede in una civiltà scientifica in grado di dominare la natura e adottando il motto di Bacone “sapere è potere” estende questo concetto dalla natura alla società, mediante la creazione di una scienza dell’uomo che conosca e domini , non solo i meccanismi della natura, ma anche quelli economici e politici.
Illuminismo, razionalismo ed empirismo
L’Illuminismo è anche l’erede delle due grandi scuole filosofiche dell’età moderna: il razionalismo e l’empirismo. Quando Cartesio, infatti, stabilisce che si debba accettare per vero solo ciò che appare alla mente in modo evidente, dà avvio al razionalismo ma ì, nello stesso tempo, pone le basi dell’Illuminismo. Nei confronti del razionalismo, però, l’Illuminismo rivendica il ruolo importantissimo dell’esperienza e, quindi, concilia il razionalismo con l’empirismo.
Per l’Illuminismo, però, la ragione non è qualcosa di assoluto o onnipotente; tutti gli intellettuali illuministi da Voltaire a Diderot hanno messo in luce il valore delle passioni, del bisogno dell’istinto nella vita dell’uomo.
L’Illuminismo e la critica alle costruzioni sistematiche della metafisica
Sul tema della metafisica, l’Illuminismo è stato poco organico e coerente, nel senso che accettando il modello scientifico del sapere ha criticato le grandi teorie metafisiche, senza peraltro arrivare ad una propria idea precisa. In particolare, molte questioni metafisiche tradizionali non sono state dibattute ed anzi sono state accantonate. L’Illuminismo si è orientato verso una metafisica deista, ritenendo che alla base di quell’orologio che è il mondo ci sia l’orologiaio che è Dio, il quale, tuttavia – almeno secondo Voltaire – è totalmente indifferente nei confronti degli uomini.
Illuminismo e religione
Le critiche degli illuministi alle religioni positive
L’Illuminismo ammetteva la possibilità della religione solo nella forma dei deismo e, quindi, era fortemente critico nei confronti delle religioni positive ed, in particolare, del cristianesimo, dell’ebraismo e dell’islamismo.
Tale ostilità nasceva da tra ragioni fondamentali teoriche e pratiche: in primo luogo derivava dalla mentalità razionalistica che fidandosi solo della ragione e dell’esperienza, considerava i dogmi religiosi come credenze non razionali.
In secondo luogo gli illuministi pensavano che le varie religioni della storia avessero contribuito a mantenere l’uomo in uno stato di ignoranza e di servitù, ostacolando il progresso scientifico ed economico.
In terzo luogo, gli illuministi pensavano che la religione, e in particolare quella cristiana, avesse intristito gli uomini con il senso del peccato, della morte e del castigo.
Il filone deista e quello ateo
Il deismo fu di gran lunga l’atteggiamento più diffuso tra gli illuministi; esso credeva in una religiosità naturale, fondata su alcune verità comuni a tutti gli uomini come l’esistenza di Dio e l’amore e il rispetto verso i nostri simili. La religione naturale è fondata sulla ragione mentre la religione positiva è fondata su una originaria rivelazione, a cui gli illuministi non credevano.
Illuminismo e mondo storico
Umanità e problematicità della storia
Con l’Illuminismo francese, e Voltaire in particolare, si fa strada la convinzione che l’unico soggetto della storia sia l’uomo, con i suoi sforzi, i suoi errori e i suoi successi. Il Dio degli illuministi cessa di essere l’autore del mondo e, per gli illuministi, ogni teoria che fonda la storia su Dio e la Provvidenza rappresenta una della cause secolari dell’ignoranza e dell’immobilismo del popolo, portato a sperare in una soluzione dall’alto ai suoi problemi.
Proprio perché la storia è un’avventura dell’uomo essa è esposta agli errori e agli insuccessi dello stesso uomo.

Irrazionalità e negatività della storia
Secondo gli illuministi, al storia, nel passato, è stata vissuta in condizioni negative, teatro di ignoranze, superstizioni, violenze e patimenti.
Di conseguenza , per certi versi, l’illuminismo rappresenta una forma di pessimismo storico perché vede nella storia il luogo del negativo . Da ciò alcuni illuministi hanno ricavato la distinzione tra l’uomo naturale, il buon selvaggio che è felice, e l’uomo artificiale: tale corrente ha preso il nome di primitivismo.
Più diffuso fu, però, l’antitradizionalismo: alla mentalità comune secondo cui il fatto che una credenza sia accettata da secoli costituisce prova del suo valore, gli illuministi oppongono la considerazione che la patente di antichità non è mai prova di verità.
Lo sforzo di razionalizzazione della storia: l’ottimismo storico degli illuministi
Più aggressiva è la critica verso il passato, tanto più forte nei vari autori illuministi è l’impegno verso il presente e il futuro per la speranza di poter edificare un mondo nuovo e a misura d’uomo.
Quest’atto di fiducia verso la storia , di cui l’Encyclopedie è una delle manifestazioni più significative, è il presupposto di fondo dell’attivismo illuministico e si concretizza, soprattutto secondo Voltaire, in una visione della storia come processo graduale di incivilimento che da uno stato primitivo e selvaggio giunge ad uno stato di civiltà effettiva e di progresso.
Illuminismo e politica
L’attenzione per i problemi politico – giuridici costituisce un’altra delle caratteristiche fondamentali dell’Illuminismo, soprattutto di quello francese.
Già prima, il fallimento delle ambizioni de Luigi XIV e la crescita di forze avverse all’assolutismo del re, incarnate nella borghesia, avevano cominciato a produrre un interesse generale verso la politica e la filosofia sociale. Con gli Illuministi, il dibattito esplose nella società.
La dottrina politica dell’Illuminismo non è assolutamente originale perché prende dal pensiero inglese alcuni temi di base, ma il suo merito sta nello svolgimento di tali idee e nella loro diffusione su larga scala.
La concezione della politica come strumento a servizio dell’uomo e della pubblica felicità
Negli Illuministi, lo sdegno verso il passato si traduce in un impegno riformatore verso il presente e il futuro: ad un’idea della politica come arte di offesa, difesa e dominio, loro oppongono l’idea di una politica al servizio dell’uomo e dei suoi diritti naturali.
Anche il concetto di “diritti naturali” non è originale perché già elaborato nella filosofia greca e in quella medievale, m a con gli illuministi cessano di essere un’idea astratta per divenire un’idea - forza capace di smuovere le energie sociali degli uomini.
Fra i diritti più difesi dagli illuministi vi è innanzitutto la “felicità”, intesa come quella situazione in cui gli uomini soddisfano, in pace tra loro, i loro bisogni materiali e spirituali. Gli illuministi, infatti, considerano le guerre come uno dei “mali” da cui l’umanità deve liberarsi e giudicano la pace la meta ultima della storia. Di conseguenza essi auspicano il superamento della barriere nazionali e vedono nella “fraternità” dei popoli la condizione propria di un’umanità che vive sotto la guida della ragione e della scienza.
Fa parte di tale nozione di “felicità”, anche il benessere e la lotta contro la miseria per cui gli illuministi incoraggiano i commerci e studiano le scienze economiche e sociali.
La battaglia per i diritti civili e l’idea dello Stato “laico” e “di diritto”
Fra gli altri diritti difesi dagli illuministi vi sono quelli che oggi chiamiamo diritti civili ossia l’eguaglianza, la libertà e la tolleranza.
La proclamazione della tolleranza rappresenta una delle idee più importanti dell’Illuminismo, che giudica gli individui uguali per natura in quanto accomunati dalla ragione. Tale eguaglianza si è espressa storicamente con la rivendicazione della parità di tutti i cittadini di fronte alla legge, contro i privilegi della nobiltà, ma , inizialmente, non si accompagnava né all’idea di uguaglianza democratica né a quella di uguaglianza sociale. Anzi nei grandi autori francesi vi è l’esplicita accettazione della struttura della società come portatrice di disuguaglianze di ricchezze e potere.
Un altro diritto difeso dagli illuministi è la libertà, intesa come libertà dall’invadenza del potere politico e da ogni forma di assolutismo. In Voltaire si è indirizzata soprattutto contro la monarchia e la Chiesa cattolica e si è concretizzata nella libertà di pensiero, parola e stampa.
Fa parte della salvaguardia della libertà, il rigetto del fanatismo e il riconoscimento della tolleranza come metodo universale di coesistenza.
L’esigenza del rispetto reciproco ha rappresentato uno dei fondamenti teorici del concetto di stato “laico”, di stato, cioè, che tollera tutte le religioni e di stato “di diritto”, in cui non governano gli uomini ma le leggi.
Un altro diritto verso cui gli illuministi si mostrano particolarmente sensibili è la proprietà.

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