Henri Bergson

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia

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Testo

Henri BERGSON
(1859-1941)
1. Prologo: gli anni dell'ottimismo positivista
Bergson, da giovane, fu un ammiratore di Spencer e della teoria dell'evoluzione di Darwin, fu un convinto sostenitore del positivismo e del suo ottimismo scientifico. Se la teoria dell'evoluzione di Darwin permetteva di illustrare la natura come un enorme meccanismo in perenne movimento, dove le forme di vita si evolvevano assumendo forme sempre più funzionali all'adattamento, il positivismo considerava la scienza e l'esperimento capaci di spiegare tutti gli aspetti della realtà attraverso i meccanismi univoci e deterministici della fisica e della matematica.
Tuttavia Bergson si accorse ben presto che la natura della coscienza degli uomini e la loro percezione del tempo bastava a mandare all'aria i presupposti del tempo rigidamente determinato in una successione precisa di secondi e millesimi di secondo proprio dell'atteggiamento positivista e che il darwinismo non poteva illustrare comunque la vita in tutta la sua pienezza. Il pensiero di Bergson si inserirà quindi in quel filone filosofico antagonista al positivismo che è lo spiritualismo (la corrente filosofica che ritiene il contenuto della coscienza, ovvero lo spirito, entità che si oppone ad ogni tentativo di riduzione e comprensione deterministica).
2. Tempo 'meccanico' e durata della coscienza
La filosofia di Bergson è tesa ad una comprensione radicale del divenire ben più profondamente rispetto a quella comprensione dei mutamenti in senso deterministico che vuole essere il positivismo. Bergson avverte che il divenire, ovvero la fluidità mutevole e irriducibile degli accadimenti del mondo, non può essere in alcun modo determinata in senso rigoroso dalle leggi fisiche e matematiche.
Si prenda, ad esempio, il concetto di tempo (fino a Bergson trattato in modo decisivo solamente da Agostino): il tempo proposto dalle scienze deterministiche è un susseguirsi ordinato e "meccanico" di eventi (ovvero il tempo è rigidamente determinato nei suoi passaggi temporali dal passato, al presente e al futuro). Il tempo, per la fisica, è un sussegursi di fotogrammi, analogamente alla pellicola cinematografica. Ma questo concetto di tempo risulta fatalmente solo una semplificazione di una realtà che giunge alla coscienza in modo più fluido.
(Si ricordi anche il paradosso di Zenone, seguace di Parmenide, il quale, constatando che la traiettoria di una freccia era come un insieme di istantanee ferme messe in fila una dopo l'altra, sosteneva che non esisteva movimento alcuno, poiché il movimento non può generarsi dall'immobile).
In realtà, afferma Bergson, la suddivisione dell'azione in istantanee è un processo a posteriori messo in atto dalla mente umana, che cerca così di mettere ordine in una realtà che altrimenti sembrerebbe inafferrabile e incomprensibile (se il tempo non fosse inteso come un susseguirsi ordinato di ricordi del passato e comprensione del presente, nulla sarebbe comprensibile). Il "moto di istantanee" che costituisce il tempo secondo le scienze deterministiche è quindi una convenzione semplificatoria, la realtà vissuta è molto più elusiva, non classificabile entro alcun sistema determinato.

Vi è allora il tempo della fisica e del positivismo, in cui tutti gli attimi sono uguali tra loro e si susseguono sempre con lo stesso intervallo: questo genere di tempo permette ai fisici di fare previsioni sul futuro dato un certo stato di cose presente. Il tempo meccanico della fisica è allora una rigida e convenzionale divisione in millesimi di secondo della realtà, suddivisione che sembra essere finita, malgrado nessuno possa dire quale è la durata precisa di un attimo.
Dall'altro vi è invece la realtà meno determinata e più fluida della coscienza umana: il tempo percepito dallo spirito non coincide con quello misurato dai fisici. La coscienza percepisce il tempo come durata, ovvero la coscienza vive il presente prolungandosi in parte nel passato e in parte nel futuro, vive il presente abbracciando l'immediato passato e l'immediato futuro, nell'impossibilità di congelare il presente in un unico momento definito (il presente è il ricordo dell'immediato passato e l'anticipazione dell'immediato futuro).
Inoltre la durata della coscienza non necessariamente vive il tempo dando ad ogni singolo attimo la stessa durata, per la coscienza vi sono attimi più intensi di altri e attimi più lunghi di altri. Per la coscienza un attimo può durare un'eternità, altri sembrano talmente veloci da non potersi nemmeno ricordare. La durata della coscienza è quindi il moto ondoso del presente che, tendendo sempre e comunque verso il futuro, trascina con sé qualche traccia del passato.

3. Il moto delle sensazioni
Per Bergson il presente è un moto della sensazione che si conclude nell'azione. In questo presente fluido e vorticoso, nascono in noi le idee delle azioni, ma per poterle attuare ci poniamo delle mete da raggiungere, obiettivi immobili che tentano di afferrare uno stato di fluidità impossibile da congelare. Per permetterci l'azione, noi concepiamo la realtà come un susseguirsi di mete immobili (veri e propri fotogrammi spirituali), trascurando così tutto il vorticoso fluire della coscienza tra una meta e l'altra (se infatti tutto fosse un vortice inafferrabile di significati, non potremmo agire, la coscienza, necessariamente, tenta di mettere ordine nella fluidità temporale degli eventi).

(Si pensi, ad esempio, a quante sensazioni si 'accendono' e si sovrappongono nella nostra mente in stato cosciente, e a quante di esse diamo un reale significato nel nostro tentativo quotidiano di raggiungere le mete che ci poniamo. Queste mete sono il nostro metro temporale, dei 'paletti spirituali' entro i quali ci è permesso di dare un senso al fluire degli avvenimenti).

Bergson considera allora il corpo umano come l'anello di congiunzione tra passato e futuro: il nostro corpo, essendo la sede delle sensazioni e quindi delle azioni che ne derivano, è la materia che permette la durata della coscienza, ovvero quel moto della coscienza in divenire che è il nostro presente.

4. La critica al darwinismo
Ne L'evoluzione creatrice Bergson critica aspramente l'idea darwiniana di una natura che tende al continuo progresso della specie economizzando al massimo le perdite. Lungi dall'essere economa e finalizzata esclusivamente al progresso e al miglioramento delle speci, la natura è invece sprecona e priva di qualsiasi fine intelligibile.

La natura non economizza le sue risorse, nella lenta e continua evoluzione delle speci essa, prima di arrivare ad un successo, disperde molte delle sue energie in tentativi evolutivi inutili e destinati all'insuccesso. La natura non è nemmeno intelligente, essa infatti non sceglie da sé il progetto migliore al primo tentativo, bensì esplora prima sempre ogni possibilità, con un evidente spreco di tempo. Perciò anche la specie umana non è il culmine di un percorso finalizzato, ma solamente uno dei tanti possibili esiti dell'evoluzione.
5. La vita è un'onda che travolge la materia
Per Bergson lo slancio evolutivo che ha portato, partendo dai semplici atomi, allo sviluppo di organismi viventi complessi, è come un'onda impetuosa che sommerge la materia. Ciò vuol dire che l'evoluzione, nel suo complesso, supera sempre e comunque ogni ostacolo che gli pone davanti la materia, come, ad esempio, l'ostacolo costituito dal lento adattamento alle condizioni ambientali delle diverse forme di vita.
Parte dell'onda si trasforma in vortice e risacca (i tentativi evolutivi abbandonati), un'altra parte supera l'ostacolo e si abbatte sulla riva: quest'ultima condizione è l'emblema della vita umana (ovvero il risultato ultimo di quell'impeto vitale incontrollato e inarrestabile che finalmente si determina). Lo slancio vitale che determina l'evoluzione è quindi l'impeto della vita che esplora le sue possibili combinazioni in ogni direzione, senza alcuna predeterminazione. Lo slancio vitale è un processo libero, caotico e assolutamente imprevedibile.

Nulla può resistere quindi alla vita e al suo slancio, se proprio non possiamo sottrarci alla volontà di dare un senso a tutto, possiamo dire che nella vita si avverte la volontà di passare oltre ogni ostacolo, un inarrestabile impulso alla perpetuazione dello slancio creatore.

6. Intelligenza e intuizione
Bergson distingue l'intelligenza dall'intuizione, assegnando a quest'ultima una posizione privilegiata rispetto alla prima.
L'intelligenza è quella qualità umana che è più strettamente connessa alla qualità della materia cerebrale. L'intelligenza è quindi responsabile dell'interpretazione meccanica della realtà. Essa è razionalità pura, intelletto, per questo l'intelligenza nega la durata della coscienza cercando di mettere ordine nella realtà fluida delle sensazioni.
Nonostante ciò, una parte dell'intelligenza rimane ancora libera dai vincoli della materia, questa parte è l'intuizione. L'intuizione è l'istinto dell'intelligenza, un'illuminazione dello spirito, repentina e istintiva, folgorante.

L'intelligenza, nella sua lotta millenaria contro la materia, ha in qualche modo esaurito la sua energia in questa lotta, cosicché, in epoca moderna, essa sembra l'unica via praticabile alla soluzione dei problemi (ovvero l'intelligenza è troppo connessa alla meccanica della materia per farsi interprete di un reale slancio vitale irrazionale e caotico).

L'importanza del''intuizione, secondo Bergson, è tutta da riscoprire: l'intuizione va posta al di sopra della ragione intelligente, in quanto, non risentendo della rigidità del pensiero razionale (la rigidità della materia), è la via più genuina e istintivamente umana alla soluzione di ogni problema (in quanto connessa alle qualità dello spirito).
Le risposte ai grandi quesiti esistenziali sono ancora principalmente intuitive, la ragione ci lascia ad un certo punto al buio sulle questioni che riguardano il senso profondo del nostro esistere. "Tuttavia, l'intuizione sussiste sempre, ancorché vaga e, soprattutto, discontinua, simile a una lampada quasi spenta, che si rianimi solo a tratti, per brevi istanti."

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