Henri Bergson

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Testo

Lo spiritualismo, la filosofia dell’azione e Bergson
Positivismo e idealismo, le correnti principali del XIX secolo, avevano come base l’idea di una realtà unica ed infinita che si evolve necessariamente (spirito e ragione per gli idealisti, materia e forza per i positivisti). Quest’idea di fondo rimane anche nelle prime filosofie del Novecento, che però si scagliano contro il Positivismo, che aveva ridotto la filosofia a semplice indagatrice dei metodi della scienza, che esclude qualsiasi mondo spirituale (poiché l’unica realtà è il fatto naturale e l’unica conoscenza è quella scientifica) e che molto deluse (poiché la scienza non fu capace di giustificare i valori umani e di mantenere la promessa della creazione di un mondo perfetto). La delusione portò alle filosofie antipostivistiche, il cui problema principale fu definire il compito della filosofia, qual è la realtà di cui essa deve occuparsi e come entrare in contatto con essa.
Queste filosofie possono essere analizzate dal punto di vista dell’atteggiamento che assumono verso la scienza:
• Lo spiritualismo, negando la scienza come conoscenza autentica, afferma l’esistenza di una realtà assoluta (al di là dei fatti naturali), testimoniata direttamente dalla coscienza, mentre l’idealismo dà questa realtà assoluta come tappa finale di un processo razionale o dialettico che risolva la stessa coscienza umana in una Coscienza infinita.
• Il neocriticismo e le filosofie delle scienze accettano la scienza come unica vera conoscenza e riducono la filosofia ad una riflessione sulla scienza.
• La filosofia dell’azione e il pragmatismo accettano la scienza come unica vera conoscenza ma la subordinano alla vita o all’azione.
• La fenomenologia e l’esistenzialismo riconoscono nella scienza atteggiamenti o manifestazioni dell’uomo e affidano alla filosofia il compito di analizzare il modo d’essere dell’uomo, fondamento di queste manifestazioni.
Oppure possono essere analizzate secondo la definizione che danno di filosofia:
• Per lo spiritualismo il filosofare è ripiegamento interiore, analisi interiore di sé stessi. Quest’atto è la coscienza. Guide del filosofare sono le esigenze morali, religiose ed estetiche, testimoniate dalla coscienza.
• Per l’idealismo il filosofare è l’atto dello Spirito infinito che si riconosce come tale nelle sue manifestazioni finite.
• Per il neocriticismo il filosofare è l’analisi della scienza, analisi che non fa aumentare il sapere, ma solo riconosce le condizioni della sua validità. Queste condizioni sono categorie: determinazioni universali ed originarie della ragione umana. L’estensione di questo procedimento di ricerca dalle scienze naturali alle scienze dello spirito è la caratteristica di altre correnti contemporanee, come la filosofia dei valori e lo storicismo.
• Per il pragmatismo e la filosofia dell’azione, il filosofare è un atto orientativo dell’azione e della vita. Non instaura una conoscenza superiore ma mette in chiaro la subordinazione della scienza all’azione e alla vita.
• La critica della scienza, che tende a mostrare il carattere convenzionale delle costruzioni scientifiche, nel suo sviluppo più moderno (positivismo logico e metodologia delle scienze) riduce la filosofia ad analisi logico – linguistica della scienza.
• Per la fenomenologia la filosofia è l’analisi degli atteggiamenti fondamentali da cui si origina tutto il mondo della conoscenza e della vita dell'uomo
• Per l’esistenzialismo la filosofia è l’analisi dell’esistenza dell’uomo nel suo rapporto con il mondo e con sé stesso.
La filosofia dell’azione intende (come lo spiritualismo) la filosofia come ripiegamento sull’interiorità spirituale e (ancora come lo spiritualismo) la base della filosofia dell’azione è la coscienza, che per i filosofi dell’azione è principalmente attività pratica o creativa del mondo morale, religioso e sociale, piuttosto che facoltà contemplativa. Come lo spiritualismo tale filosofia ha principalmente un interesse religioso. Vi è poi il modernismo, fondato dall’abate francese Lucien Laberthonnière, che insisteva sul bisogno di storicizzare i dogmi. La Chiesa (che intende i dogmi come fatti inspiegabili, nel passato come nel futuro, li condannò come eretici.

Henri Bergson
Bergson nacque a Parigi nel 1859 e morì nel 1941. Rifacendosi a Sant’Agostino (che aveva detto che il tempo è dentro di noi) Bergson fece una distinzione fra il tempo della scienza ed il tempo della vita. Nel primo gli eventi sono distinti l’uno dall’altro, si differenziano tra loro solo quantitativamente e sono reversibili (gli esperimenti si possono ripetere indefinite volte). Nel secondo, invece, gli eventi, diversi tra loro anche qualitativamente, si compenetrano e si sommano tra loro e non si possono ricreare. In sintesi, il tempo della scienza è solo qualcosa di astratto, di esteriore e di spazializzato (come diceva lo stesso Sant’Agostino: lo spazio è un tutto continuo in cui sono collocati gli oggetti, che nei confronti dello spazio perdono valori qualitativi, mentre il tempo è un tutto continuo nel quale collochiamo gli eventi). Dunque, il tempo reale è una creazione continua (pur essendo il risultato di momenti precedenti, il presente è un momento assolutamente nuovo). La vita spirituale, quindi, è essenzialmente auto – creazione e libertà: coloro che ritengono che ogni azione spirituale sia necessariamente determinata da cause precedenti, si basano sul concetto erroneo di tempo scientifico (che è spazializzato solo per convenzione).
In Materia e memoria, Bergson studiò i rapporti tra spirito e corpo (che è quel tipo di materia che nell’uomo si oppone alla coscienza). Egli fece una distinzione tra memoria, ricordo e percezione: la memoria pura è la coscienza stessa, che registra tutto ciò che accade (a volte in modo a noi non consapevole: la memoria, cioè, è il nostro passato); il ricordo – immagine è la materializzazione operata dal cervello di un evento passato (cosa che non avviene sempre: viene trasformato in ricordo solo ciò che serve all’azione: paradossalmente la memoria è più oblio che ricordo); la percezione è un continuo filtro selettivo dei dati, in vista delle esigenze dell’azione.
Rimane, però, un dualismo tra coscienza e corpo, spirito e materia: ciò egli risolse nell’Evoluzione creatrice, che si rifà al concetto di durata reale. La vita, imprevedibilmente, crea e si evolve (come una fontana) in modo semplice e continuo, essendo nello stesso tempo conservazione integrale ed automatica dell’intero passato. Questa creazione via via si evolve dallo slancio vitale iniziale, creando tutta la natura in modo libero e imprevedibile, senza un progetto iniziale, senza un fine e senza necessità. La prima biforcazione fondamentale è quella che ha dato origine alla distinzione tra animale e pianta. Dunque l’essere è la vita e quindi il non essere (che nasce da un’interruzione dell’energia vitale) è la materia (studiata dalla scienza, che, secondo Bergson, che la disprezza, studia ciò che non è vitale).
Inizialmente l’uomo non era homo sapiens ma homo faber e, per sopperire alle proprie mancanze, usava l’intelligenza (che è la facoltà di fabbricare strumenti artificiali) e l’istinto (facoltà di utilizzare o costruire strumenti organizzati). L’intelligenza, dunque, si trova a suo agio con la materia inorganica e quindi non può comprendere il movimento, il divenire e la vita. Ma l’intelligenza non si separa mai completamente dall’istinto, per cui è possibile un ritorno consapevole dell’intelligenza all’istinto Tale ritorno è l’intuizione (che penetra, come l’istinto, vede, e si stacca, come l’intelligenza): essa è un istinto cosciente e disinteressato. Che un ritorno cosciente all’istinto è possibile ce lo dimostra l’intuizione estetica, che dà luogo all’arte. Essa però è diretta solo verso una realtà particolare e non verso la vita in generale: per ciò serve la metafisica. Questa teoria dell’intuizione è stata molto discussa: come la natura di Rosseau, non si capisce ancora bene se Bergson auspicasse ad un ritorno al selvaggio o ad una riscoperta di qualcosa nell’interiore (a volte l’intuizione sembra un ritorno ad un periodo prelogico, altre volte un ritorno cosciente all’incoscienza).
Anche nel mondo umano Bergson vide una distinzione tra immobilità e movimento, infatti l’uomo ha un proprio ruolo sociale e da ciò derivano due tipi di società: quelle chiuse, dove l’intelligenza tende a fornire all’uomo gli alibi per sottrarsi al proprio ruolo, per cui la vita usa la morale dell’obbligazione, cioè obbliga l’uomo con la morale; e quelle aperte, dove l’intelligenza non riesce e, per la morale assoluta, ogni uomo spontaneamente adempie al proprio compito (essendo Bergson ateo, la figura rappresentativa di tale società è l’eroe). Alla morale dell’obbligazione e a quella assoluta corrispondono due tipi di religione: c’è quella statica, nella quale la vita usa una speciale fantasia (la funzione fabulatrice), che ha inventato miti e superstizioni per rassicurare l’uomo dalla sua idea fissa della morte, che altrimenti lo porterebbe all’inoperosità; e religione dinamica (che Bergson identifica con il misticismo, cosa rara che presuppone un uomo privilegiato), per la quale ogni persona deve fare appello a tutte le proprie facoltà per inserirsi nello slancio vitale, nella stessa creazione divina, per continuarla per proprio conto (emblema di questa religione dinamica è il santo, simile al superuomo di Nietzsche che doveva inserirsi nell’Eterno Ritorno, assurgendo a dio).
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