Gli europei alla conquista del Nuovo Mondo

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Categoria:Filosofia

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Relazione di filosofia : gli europei alla conquista del Nuovo Mondo
Traccia presa dal libro di testo: la conoscenza storica manuale: fonti e storiografia

Tra il XV e il XVI secolo gli europei (in particolare gli spagnoli e i portoghesi), dopo tanti tentativi di tanti viaggi di esplorazione attraverso gli oceani Indiano e Atlantico, hanno scoperto e conquistato nuove terre in Asia, Africa e nelle Americhe.
Le scoperte e le conquiste più significative sono state compiute da:
- i portoghesi, che hanno sviluppato per lo più un impero marittimo, le cui colonie erano ottime basi commerciali per il traffico di schiavi e oro (l’impero portoghese comprendeva importanti basi commerciali tra cui Ceuta, Madera, le Azzorre, Capo Verde, il Brasile, Malacca, il Giappone…).
Nel 1488 Diaz doppiò il capo di Buona Speranza permettendo ai portoghesi di arrivare alle ricchezze dell’India e di togliere a Venezia il monopolio delle spezie.
Essi ebbero un debole impatto sulle civiltà indigene delle colonie.
- Gli spagnoli hanno sviluppato invece un impero per lo più terrestre che comprendeva le Bahamas, le Antille e Trinidad (raggiunte da Colombo), Panama (base commerciale sul Pacifico), l’impero azteco in Messico, l’area Maya dello Yucatan, l’impero Inca in Ecuador e in Perù (invasi dai conquistadores) ecc.
Le popolazioni delle colonie amerinde furono duramente sfruttate e in alcuni casi sterminate dagli spagnoli che hanno imposto su di esse il loro controllo amministrativo e politico, costringendo gli indios al lavoro forzato e importando malattie europee.
Nel1520, Magellano varcò il passaggio a sud-ovest del continente americano e compì la circumnavigazione del globo terrestre.
Queste scoperte hanno portato gli europei alla conoscenza di nuovi popoli con nuove culture.

Uno dei principali strumenti utilizzati per comprendere la realtà del Nuovo Mondo fu la religione cristiana. Questo lo si può vedere dal pensiero di due uomini di chiesa: Las Casas e Sepùlveda.
Las Casas fu un monaco francescano che andò a vivere in mezzo agli indios e li descrisse sottolineandone le qualità.
Il suo obiettivo era quello di dimostrare agli spagnoli che gli indios erano buoni, che avevano lo stesso carattere dei cristiani, (lo erano già ma no lo sapevano) e che quindi era facile convertirli.
Egli rilevò come avevano ottime facoltà immaginative e di memoria, che sono le qualità più importanti per l’uomo, riteneva che fossero puri, che non commettessero reati e li descriveva come belli fisicamente, aggraziati, non sudici, non intemperanti, che non conoscono il male.
Las Casas aveva un pregiudizio etnocentrico che gli impedì di avere un’opinione obiettiva su questo popolo.
Sepùlveda fu un umanista spagnolo che nei suoi scritti si pose l’obiettivo di giustificare la conquista delle Americhe con il fatto che essa avrebbe conferito la civiltà a popolazioni che ne erano prive.
Egli pensava che esistesse un solo modo di vivere (che poi è il suo)e tutto dovesse essere valutato in base alla lontananza e vicinanza a questo.
Secondo lui esisteva una cultura assoluta che consisteva nel credere in Dio, essere civile, vestirsi, avere delle leggi civili e uno stato.
Questo è il concetto di civiltà spagnola-europea, un modello perfetto che corrispondeva col suo mondo, il mondo civilizzato.
Anche Sepùlveda, come Las Casas, nelle sue descrizioni aveva un atteggiamento etnocentrico ed eurocentrico.

Un altro metodo di valutazione fu la contrapposizione barbarie/civiltà.
D’Anghiera fu uno storico, geografo e diplomatico di origine italiana che descrisse gli indios basandosi sugli scritti di Cristoforo Colombo.
Nei suoi discorsi si scorge un’ammirazione verso gli indigeni che vivevano in uno stato di natura.
Essi vivevano nell’età dell’oro, in un paradiso terrestre, con la natura che dava tutto e senza uccidere per l’oro. Vivevano felici anche nell’ignoranza, anche senza libri, in una natura che per loro era tutto.
Sepùlveda, invece, giudicava gli indios non uomini ma omuncoli. Da questa riduzione a meno che uomini se ne ricavava che erano servi per natura e non perché gli spagnoli li avevano ridotti così. Li paragonava a delle bestie perché erano rozzi, barbari e si cibavano dei nemici. Inoltre gli indios erano politeisti e offrivano ai loro Dei cuori umani.
Tutte queste critiche sono dovute al suo pregiudizio etnocentrico, egli pensava che esistesse un solo modo di vivere (il suo) e che esistesse un modello perfetto di mondo civilizzato che corrispondeva con il suo.
Las Casas visse a lungo tra gli indios e ne descrisse le qualità: essi non erano primitivi perché avevano l’immaginazione e la memoria, le due qualità più importanti per l’uomo (questo è stato detto da due importanti filosofi vissuti prima di Las Casas); erano puri, non commettevano reati almeno che non li avessero imparati dagli spagnoli, erano belli fisicamente, aggraziati, non suduci, non intemperanti, non conoscevano il male.
Egli si pose l’obiettivo di far capire al papa e al re di Spagna il modo crudele in cui essi venivano trattati dagli spagnoli.
Gli spagnoli erano troppo corrotti mentre gli indios erano una civiltà buona, naturale.
Las Casas trovò del positivo per tutto quello trovato di negativo da Sepùlveda, ad esempio disse che gli indios affrontavano le guerre non da bestie ma da uomini coraggiosi, che non si ritiravano mai e che combattevano fino alla morte. Nelle sue lettere non scrisse niente a riguardo del cannibalismo.
Montagne fu un filosofo francese che tentò di avvicinarsi alle culture amerinde per comprenderle liberandosi dei pregiudizi. Egli criticò l’etnocentrismo di Sepùlveda, si sforzò di mettersi nella testa degli indios per capire come loro potevano giudicare noi. (Quello di Montagne è un relativismo culturale).
Montagne scrisse che gli indios erano barbari esattamente come noi potevamo sembrare dei barbari a loro, fece riferimenti alla perfezione del loro stato di natura con critiche verso gli spagnoli e osservò il cannibalismo con un atteggiamento oggettivo, da scienziato, si sforzò di vedere gli altri come erano e no come li vedeva lui.
Gli indios erano cannibali no perché fossero cattivi ma perché credevano che assimilare parti dei nemici volesse dire assimilarne il coraggio, la forza e la bravura. Anche gli spagnoli erano crudeli: bruciavano vivi i non credenti.

I pregiudizi della mentalità europea erano talmente radicati in chi raggiungeva per la prima volta il Nuovo Mondo da trasfigurare la descrizione stessa dei paesaggi e degli uomini.
Cortès era uno dei conquistadores che hanno invaso e saccheggiato l’impero azteco, che fu descritto con l’ammirazione della sua estrema semplicità.
Per facilitare la spiegazione di quello che non conosceva e per identificarlo Cortès lo paragonava a qualcos’altro, oppure lo nominava e descriveva con le sue categorie mentali e con le sue conoscenze.
Ad esempio chiamò moschee i templi aztechi, che erano sì chiese non cristiane ma , ma non erano moschee (egli conosceva solo le moschee oltre alle chiese cristiane).
Inoltre, per descrivere Tenochtitlan, la paragonò a famose città spagnole, in modo che tutti gli spagnoli potessero comprenderne le dimensioni: “ è grande come Siviglia o Cordoba, … la piazza più grande è due volte quella della città di Salamanca..”.
Elliott fu uno storico inglese che analizzò le testimonianze di diversi conquistadores raccolte da Betanzos per dimostrare le difficoltà di comprendere le diversità.
Le testimonianze più inverosimili sono : quella di Alonso de Zuazo, che: “riesce a trasformare la Hispaniola in un’isola incantata dove sgorgano fontane, i fiumi scorrono in alvei d’oro e la natura produce i suoi frutti con straordinaria abbondanza”, quella di Verazzano: “ma il loro volto era davvero nobile e aristocratico come quello delle sculture classiche” e quella di Léry: “immaginate un uomo nudo, ben formato e ben proporzionato, il corpo privo di peli… le labbra e le guance trapassate da ossa o pietre acuminate, pendenti alle orecchie forate, il corpo dipinto… le cosce e le gambe tinte di scuro…I loro gesti e i loro comportamenti sono così diversi dai nostri, che confesso la difficoltà da me incontrata nel rappresentarli a parole e anche nel disegnarli. Così, per godere il vero piacere della loro vista, dovrete andare a visitarli nel loro paese”.
Elliott dopo aver accennato a molti testi scritti da conquistadores osservò che nessuno di questi ebbe mai un contatto diretto con gli indios, e ciò non li aiutò certo a comprenderli.

Questa riflessione sul rapporto tra spagnoli e indios si può ricollegare ai giorni nostri.
Ormai viviamo in un mondo multietnico, dove il contatto con culture e popolazioni diverse dalle nostre è inevitabile.
Purtroppo, anche oggi c’è una difficoltà nel comprendere e accettare il diverso, soprattutto per quanto riguarda gli europei verso le altre popolazioni.
Molte persone giudicano male gli immigrati perché hanno pregiudizi ma non li conoscono veramente. Non sanno le loro credenze o perché fanno quelle determinate cose. Per poter giudicare bisogna almeno conoscere.
Il modo più obiettivo per entrare in contatto con queste persone è inanzitutto allontanare i pregiudizi.
Non bisogna paragonarle a noi se non per constatarne le differenze.
Il fatto che ci siano differenze non vuol dire che la nostra cultura sia più o meno civilizzata delle altre, è semplicemente diversa.
Poi si possono esprimere pareri sull’accordo o disaccordo con determinate usanze o regole che si danno ma non si può dire che siano primitivi o incivili, perché loro potrebbero dire lo stesso di noi. L’errore più grande che hanno commesso gli spagnoli è stato quello di aver avuto pregiudizi nei confronti degli indios, questo li ha portati a non avere opinioni obiettive degli indigeni e, anzi, a distruggerli.

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