Gli esponenti dell'illuminismo

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Testo

L’Età DEI LUMI

La rivoluzione intellettuale che nel Settecento inaugurò l’età moderna, affonda le sue radici nel rinnovamento radicale del sapere del secolo precedente.
I grandi progressi compiuti dalla fisica e dalla matematica costituirono la componente fondamentale di questa rivoluzione culturale.
Alcuni dei maggiori protagonisti della cultura seicentesca, quali Cartesio, Spinoza, Leibnitz, avevano tentato di unire un rinnovamento scientifico a uno filosofico, fornendo risposte audaci sull’uomo e sulla natura.
L’indagine si era poi estesa alle complesse motivazioni che reggono la società e lo Stato.
Proiettato verso un rinnovamento esteso a tutti i campi della vita umana, il Settecento fu un secolo culturalmente vario, spesso contraddittorio, ma dominato dalla volontà di progresso.
L’età dei Lumi fu l’epoca delle riflessioni sulla ragione e sulla conoscenza dell’uomo, ma anche sulla vita pratica, sulla condizione civile e sulla capacità umana di trasformare il mondo sociale.
Nel corso del Settecento, si sviluppò in tutta Europa un vasto e variegato movimento intellettuale, caratterizzato dalla fede nel progresso e nell’emancipazione dell’uomo sotto la guida della ragione. Dall’Inghilterra e dalla Francia, esso si diffuse rapidamente in Spagna, in Italia, nei Paesi Bassi, in Russia e in Germania, assumendo nei vari stati il nome di Enlightenment, di Lumières, di Auklärung, di Illuminismo, tutti termini che, in ogni lingua, sono accomunati dalla metafora della luce .
Sino dalla fine del secolo precedente, si era diffusa la convinzione che la società stava ormai avviandosi verso una nuova era, in confronto alla quale, scriveva il filosofo francese Pierre Bayle (1647-1706), “tutti i secolo precedenti non saranno che tenebre”. L’opposizione tra luce e ombra fa capire la volontà di questi uomini ‘nuovi’, o philosophes come essi stessi amavano definirsi, di liberarsi dall’eredità del passato, segnato dalle tenebre dell’ignoranza, per avviarsi su un cammino illuminato dalla logica e dalla razionalità.
Profondamente razionalistica e antimetafisica, la nuova filosofia riprese il principio formulato da Cartesio secondo il quale la coscienza deve realizzarsi sotto forma di scienza, secondo cioè un rigoroso sistema concettuale costruito con idee chiare formulate attraverso procedure deduttive molto prossime alla logica matematica.
La fiducia illimitata nella ragione guida questi pensatori, nella convinzione che essa soltanto può liberare l’uomo dall’ignoranza in cui vive.
Tra i principali fautori di questo nuovo movimento di pensiero, che si estese dal campo filosofico alla scienza, all’economia, alla politica e all’arte, si annoverano i filosofi Locke, Leibnitz, Hume, Kant, Vico; e ancora Rousseau, l’autore del Contratto sociale (1762), secondo cui l’uomo è un cittadino che partecipa alla vita pubblica, e alla creazione delle norme che la regolano.
Personaggi tra loro assolutamente diversi, con differenti modi di pensare che, tuttavia, si uniscono sotto un unico denominatore comune: la possibilità per l’uomo di costruire migliori forme di vita e di convivenza.

L’Illuminismo fu un movimento assai ricco e vario, non privo di contraddizioni, ma con un elemento comune. la volontà di affermare un modo di pensare libero da condizionamenti. Consapevoli della loro responsabilità sociale e dei loro doveri verso l’umanità, gli illuministi riposero una cieca fiducia nell’intelletto umano, quale strumento di liberazione dall’errore, dal pregiudizio e da ogni forma di superstizione. Nemici di tutte le ortodossie religiose e difensori della tolleranza e dei diritti della coscienza individuale, gli illuministi riunirono persone delle più disparate tendenze in campo etico, libere di esprimersi all’interno del nuovo pensiero. Vi erano tra loro atei, agnostici, deisti, fautori dell’assolutismo illuminato, della monarchia costituzionale, del governo democratico, tutti accomunati dalla loro ricerca di una morale che non fosse soltanto religiosa, ma piuttosto sociale. L’orizzonte illuminista fu, infatti, mondano e terreno, non più metafisico; l’uomo divenne la sede di ogni valore. Non meno importante della visione sociale, fu il punto di vista politico, in cui l’Illuminismo portò ad una negazione sempre più decisa di ogni forma di assolutismo. Il potere doveva essere fondato sulla centralità del parlamento, espressione degli interessi e delle volontà degli elettori. Accanto al parlamentarismo si affermò il costituzionalismo, una delle caratteristiche più specifiche del pensiero politico illuminista: la costituzione, ossia un codice di leggi chiare, doveva regolare i poteri pubblici e i rapporti tra sudditi e sovrano, ponendo le basi di quello che sarà lo “Stato di diritto”, in cui la legge soltanto è il fondamentale e inviolabile punto di riferimento di ogni azione. Nella convinzione che solo liberati dal giogo del dispotismo, gli individui possono aspirare ad un loro miglioramento, con impegno spassionato, molti filosofi si gettarono in politica, rivestendo incarichi di rilievo presso i monarchi più ‘illuminati’: Caterina II di Russia e Federico Guglielmo II di Prussia.
Il futuro dimostrerà però che il “dispotismo illuminato” dei sovrani rivelava piuttosto le loro intenzioni di modernizzare lo stato per renderne più efficiente la macchina burocratica, senza certo sconvolgerne le strutture sociali, né sovvertire le basi fondamentali del potere monarchico.
L’Illuminismo si configurò sino dall’inizio come una crescita intellettuale per l’uomo, impegnato nell’usare la ragione in ogni settore della vita. Basato sulla tradizione filosofica antica, soprattutto platonica, che sul principio della luce aveva fondato l’idea dello sviluppo e del progresso umano, l’Illuminismo formulò la propria concezione sulla potenza della coscienza e della ragione umana. Esso, tuttavia, non fu soltanto una mera riflessione sulle possibilità offerte all’individuo dalla ragione, bensì anche una messa in discussione sulle condizioni di vita e di progresso dell’uomo e della società.
L’illuminista avvertì l’ingiustizia e l’irrazionalità della realtà che lo circondava, e si mobilitò in prima persona per rinnovare costumi e istituzioni. Due furono i suoi obiettivi principali: sviluppare un nuovo sapere e diffonderlo a più livelli sociali possibili. L’ignoranza fu, infatti, ritenuto il male peggiore tra quelli che affliggevano il mondo e, pertanto, l’educazione divenne il fine principale della formazione dell’uomo. Il nuovo sapere non rimase confinato nei consessi accademici e nei circoli culturali di élite, ma, pur nei limiti dell’epoca, riuscì a filtrare in strati sempre più ampi della società, anche per la diminuzione dell’analfabetismo e per l’abolizione della censura sulla stampa, che consentì la diffusione di riviste e quotidiani.
A Londra e, soprattutto, a Parigi, ma anche a Milano e a Napoli, si formò una generazione di intellettuali brillanti e vivaci, animati da un acceso spirito critico nei confronti delle istituzioni e della cultura della loro epoca.

CARTESIO

René Descartes (1596-1650), detto latinamente Cartesio, è considerato il padre della filosofia moderna. Studioso di matematica e di geometria prima che filosofo, egli identificò nel metodo matematico la via più rigorosa per giungere alla verità, secondo i criteri “della chiarezza e della distinzione”. Nel suo capolavoro, il Discorso sul metodo, pubblicato nel 1637, egli espose tutti i principi che stanno alla base della sua filosofia. Deciso a dedicarsi a quella che egli chiama “scienza mirabile”, “volta allo studio di se stesso”, Cartesio promosse l’estensione del sistema matematico alla filosofia, per trovare un procedimento sempre più semplice, chiaro e rigoroso.
Alla ricerca di una verità inattaccabile da ogni scetticismo, egli ritenne di poterla trovare nel pensiero che, con la sua stessa esistenza, garantisce la realtà del soggetto stesso. “Cogito, ergo sum”, “Penso, quindi sono”, è la prima certezza che il dubbio non può scalfire. Possiamo, infatti, dubitare dei sensi, che a volte ci ingannano, perfino della matematica, che potrebbe essere un inganno di un genio malefico. Solo l’ “io pensante” può cogliere l’evidenza della sua esistenza e può aspirare a divenire il motore di ricerca della validità di tutto quanto lo circonda.
Esaminando i contenuti del pensiero, cioè le idee, che il filosofo distingue in “innate”, “avventizie”, cioè venute dal di fuori di noi stessi, e “fattizie”, ovvero inventate da noi, l’uomo può aspirare a comprendere la realtà. Noi abbiamo dunque la certezza del nostro pensiero e dell’esistenza di noi come essere pensanti ma, se siamo alla ricerca della verità, se cerchiamo una perfezione che non possediamo, da chi abbiamo avuto questa idea di perfezione? Essa non può essere stata prodotta che da Dio, essere perfettissimo e buono che, in quanto tale, non può ingannarci, mostrandoci un mondo assolutamente inesistente. E’ lui che ha messo in moto tutto l’universo, compresa la Terra.
La notizia della condanna inflitta dalla Chiesa a Galileo Galilei per questi stessi assunti, impedì a Cartesio la pubblicazione de Il Mondo, l’ultima parte dei Discorsi dedicata alla fisica e alla teoria copernicana del movimento della Terra attorno al Sole, che vide la luce solo dopo la sua morte. Prudentissimo, nel Trattato delle Passioni (1649), Cartesio affermerà: “Quando la partita è troppo ineguale, è meglio ritirarsi onorevolmente o prendere tempo, che esporsi brutalmente a morte sicura”.

DAFOE

Robinson Crusoe è uno dei libri più famosi di tutte le letterature, quello che forse, dopo la Bibbia, ha avuto il maggior numero di edizioni. Basandosi su una storia realmente accaduta nel 1705, il romanzo di Daniel Dafoe, pubblicato nel 1719, narra le “strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe di York, marinaio”, naufragato su un’isola deserta dell’America, dove visse per ventotto anni. In completa solitudine, fino all’arrivo del servizievole selvaggio Venerdì, Robinson riesce a organizzarsi un’esistenza grazie alla propria energia, destrezza e ingegnosità.
Robinson, emblematica rappresentazione dell’uomo autosufficiente che si crea la propria nicchia, sorretto unicamente dalla fede nella provvidenza di Dio, piacque a una società come quella inglese, in cui la lettura della Bibbia volentieri si alternava alla lettura del libro dei conti. Affascinò, soprattutto in Francia, la ricostruzione delle prime forme di cultura umana in un’isola deserta e l’idea di un individuo che potesse vivere senza la società. Egli divenne l’esempio dell’uomo perfetto, che domina la natura grazie alla ragione.

MONTESQUIEU

Fin dalle Lettere persiane, satira della frivola società del tempo, Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, cercò di definire le leggi che regolano la vita sociale, che troveranno una definitiva trattazione ne Lo spirito delle leggi (1748), uno dei testi fondamentali del pensiero politico del Settecento francese.
Edite nel 1721, le Lettere persiane narrano in forma di romanzo epistolare il soggiorno in Europa del persiano Usbek. La presenza di un protagonista orientale, appartenente ad una civiltà così diversa da quelle europee, permise all’autore una grande libertà di opinione. Il paragone tra Oriente e Occidente gli consentì di osservare con spregiudicatezza ciò che vi era di arbitrario e di convenzionale nei costumi occidentali, giungendo a toccare temi, sino ad allora considerati perfetti e indiscutibili. Una pagina molto interessante è, ad esempio, quella riservata al matrimonio, un sacramento ritenuto indissolubile. Il divorzio, scrive Montesquieu, era permesso nelle religioni pagane e fu vietato ai cristiani. “Non solo si tolse dolcezza al matrimonio, ma anche si pregiudicò il suo fine; volendo restringere i nodi, li si allentò; invece di unire i cuori, come si pretendeva fare, li si divise per sempre. In un atto così libero, dove il cuore deve avere tanta parte, si introdusse la necessità e la fatalità del destino stesso. Non si tenne conto dei disgusti, dei capricci e dell'incompatibilità dei caratteri; si pretese di fissare il cuore, ovvero quel che c’è di più variabile, di più incostante nella natura; si legarono senza ritorno e senza speranze persone oppresse l’una dall’altra e quasi sempre male assortite; si agì come quei tiranni che facevano legare uomini vivi a cadaveri”. Con queste immagini forti, ma non prive di verità se si pensa a come i matrimoni venissero all’epoca concordati dalle famiglie, spesso fin dall’infanzia degli interessati, Montesquieu denunciava i danni derivanti all’amore coniugale dall’assenza dell’istituto del divorzio. Egli proponeva a proposito la sua opinione: al luogo dell’indissolubilità imposta dalla legge, andrebbe difesa la tradizione dell’antichità romana, secondo cui la società dovrebbe limitarsi a legittimare le scelte compiute successivamente dai coniugi.

KANT

Immanuel Kant fu uno dei massimi esponenti del pensiero filosofico illuminista. Nel 1784, tentando una risposta alla domanda “che cos’è l’Illuminismo?”, egli scriveva: “L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e di coraggio di far uso del proprio intelletto, senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! E’ questo il motto dell’Illuminismo!”.
La Critica della ragion pura, pubblicata nel 1781, già esaltava la possibilità della ragione di esplorare il mondo dello scibile, non trascurando, tuttavia, i dati dell’esperienza. La scienza forniva ormai la possibilità di andare oltre la semplice raccolta di dati, per elaborare un nuovo pensiero su principi fondati e rigorosi. Fondamentalmente costruttivo e positivo, il pensiero di Kant rappresenta uno dei maggiori sforzi di sintesi mai compiuti dalla mente umana, e quasi tutto il pensiero europeo dalla fine del Settecento all’inizio del Novecento è in qualche modo connesso con la sua filosofia. Essa pone come condizioni della conoscenza la necessità e l’universalità, che possono essere soddisfatte dai “giudizi sintetici a priori”, la cui possibilità risiede nella ragione. L’atto conoscitivo è perciò la sintesi di un contenuto dato dall’esperienza, e dalle forme pure che trascendono, a priori, l’attività sintetica del pensiero, le cosiddette categorie dell’intelletto. La Critica della ragion pratica, edita nel 1788, pone come condizione della moralità l’ “imperativo categorico”, secondo cui ogni uomo deve agire in modo che la massima delle sue azioni possa essere considerata legge per tutti gli esseri ragionevoli e liberi. La moralità, fondamento della libertà, postula come esigenze necessarie l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima.
Uomo metodico, tanto che gli abitanti di Königsberg, nella cui università egli insegnava, potevano rimettere gli orologi basandosi sull’ora della sua passeggiata quotidiana, Kant apprese con emozione profonda i primi successi della rivoluzione francese. Di lì a poco, la salute non gli permise più di insegnare, né di scrivere.

DIDEROT E D’ALEMBERT

“Un notevolissimo mutamento nelle nostre idee sta avvenendo, un mutamento di tale rapidità che sembra promettere un mutamento ancora maggiore in seguito. Sarà il futuro a decidere il fine, la natura e i limiti di questa rivoluzione, il costo e la perdita che la posterità sarà in grado di giudicare meglio di quanto non possiamo fare noi”. Così scriveva nel 1759 il filosofo francese d’Alembert, fondatore, assieme a Diderot, della celebre Encyclopédie.
La volontà di cambiamento, propria del suo pensiero, rispecchiava un profondo mutamento in atto nella società contemporanea.
L’Illuminismo, ramificandosi in tutta Europa, scalzava superstizioni e vecchi dogmi con l’ottimistica fede nella possibilità di creare un mondo migliore, in cui i “lumi della ragione” avrebbero trionfato sulle “tenebre” dell’ignoranza.
La nuova generazione di intellettuali, con il suo spirito critico verso le istituzioni politiche, religiose e culturali dell’epoca, fu capace di parlare ad un pubblico vasto ed estraneo ai circoli accademici, suscitando l’affermazione di una vera e propria identità collettiva.
Differenti ideali e opinioni discordanti in seno al “partito dei filosofi” non impedirono quella svolta radicale nella politica, nella cultura e nella società che si verificò in Europa nel Settecento.
Denis Diderot, il fondatore assieme a d’Alembert dell’Encyclopédie, incarna tutte le caratteristiche di un filosofo dell’Illuminismo. Poeta, matematico, romanziere e critico d’arte, fu tra i più convinti sostenitori delle capacità della ragione di divenire per l’uomo una guida in tutti i campi della vita. Riunendo attorno a sé una libera società di letterati e pensatori, egli concepì il progetto di un’enciclopedia che diffondesse la conoscenza ad un pubblico più ampio possibile, non più limitato soltanto agli eruditi.
Questo gruppo di uomini scelti, che porterà a compimento la rivoluzione avviata oltre un secolo prima da Galileo Galilei, sostenendo che solamente la ragione può guidare il mondo nell’interesse dell’intero genere, riuscì a creare una summa di tutta la cultura illuminista, in un quadro sistematico che comprendeva sia le tradizionali discipline filosofiche - la teologia, la metafisica, l’etica - sia le scienze sperimentali che le tecnologie e le arti. Più che una raccolta di singole voci o un’artificiosa sistemazione delle conoscenze contemporanee, l’Encycopédie è un’opera interdisciplinare, concepita in modo da correlare tra loro i vari argomenti. Il lettore è invitato ad un dibattito continuo tra diverse forme di intelligenza, le quali, esse soltanto, possono permettere il vicendevole arricchimento.
“Se questi rinvii di conferma e di confutazione saranno previsti di lontano e preparati abilmente - scriveva Diderot - essi daranno a un’enciclopedia il carattere che deve essere proprio di un buon dizionario: la capacità di cambiare il modo di pensare comune”.
“Attribuire le cause, quando si conoscono”, “indicare gli effetti quando sono certi”, “ distinguere il vero dal falso, il vero dal verosimile, il verosimile dal meraviglioso e dall’incredibile”. Questi sono, secondo Diderot, i principali assunti degli enciclopedisti. Soltanto dopo avere spazzato via tutte le superstizioni, le credenze popolari e i cattivi costumi nella società così come nella politica e nella religione, l’uomo potrà aspirare ad un progresso sociale e morale illimitato.
L’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers nacque per iniziativa dell’editore Le Breton, al quale si associarono altri tre stampatori parigini, Briassons, Durand e David.
Concepita nel 1745 come una traduzione ampliata della Cyclopaedia dell’inglese Ephraim Chambers (1728), grazie all’entusiasmo e all’attiva partecipazione di Diderot e d’Alembert, divenne ben presto un qualcosa di assolutamente nuovo. Essa costituì la prima vera enciclopedia nel senso che noi diamo a questo termine, quello cioè di un’opera che espone i principi e i risultati di tutte le scienze umane.
Il primo volume fu pubblicato a Parigi nel luglio 1751, il secondo nel gennaio 1752. Nel 1772, erano apparsi diciassette tomi e undici volumi di tavole, ai quali si aggiunsero nel 1777 cinque tomi di supplemento. Durante questi anni, l’opera ebbe una vita molto travagliata. Condannata dal Parlamento di Parigi, dal pontefice e dal Consiglio del re, essa proseguì clandestinamente le sue pubblicazioni, grazie anche alla protezione di influenti personaggi della corte reale e di Madame de Pompadour. Lo sforzo imprenditoriale dei quattro editori e la difficoltà di dirigere la schiera di collaboratori che realizzarono le singole voci una dopo l’altra, furono gratificati dall’entusiasmo dei lettori, interessati a quegli articoli che spaziavano dalla politica alla religione, dalla matematica alla medicina, dalla fisica all’artigianato, in una continua serie di rimandi da una voce all’altra.

CESARE BECCARIA

La pubblicazione, nel 1764, del volumetto Dei delitti e delle pene, da parte del nobile milanese Cesare Beccaria, segnò un decisivo passo in avanti nei processi di riforma penale avviati nel XVIII secolo.
L’opera, uscita anonima a Livorno, denunciava i difetti del sistema giudiziario allora in atto, e si scagliava contro la tortura e la pena di morte, che doveva essere limitata a casi particolarmente gravi. Il sistema stesso della procedura giudiziaria, secondo l’autore, era tale da non offrire a un imputato innocente la possibilità di contestare il reato ascrittogli.
Tradotto subito in francese e commentato da Voltaire e da Diderot, il testo suscitò accesi dibattiti e fu condannato, nel 1766, dal papa Clemente XIII, il quale aveva già cercato di bloccare la pubblicazione dell’Encyclopédie. Esso, tuttavia, circolò in Europa e in America assurgendo a esempio per ogni progetto di riforma giudiziaria.

VOLTAIRE

Voltaire, pseudonimo con il quale è noto François-Marie Arouet, nacque a Parigi nel 1694.
Destinato dal padre alla carriera giuridica, fu uno studente svogliato, più attratto dalla vita mondana che dai libri di legge. Affermatosi come scrittore alla moda e caustico libellista, nel 1718 fu incarcerato alla Bastiglia per la licenziosità e l’irriverenza dei suoi scritti. Un nuovo arresto seguì nel 1726, questa volta per avere sfidato in duello il cavaliere di Rohan. Condannato all’esilio, si recò in Inghilterra, dove frequentò le maggiori personalità della politica e della cultura. Da questa esperienza, nacquero le Lettere filosofiche (1733), uno dei più forti atti di accusa contro l’assolutismo.
Il periodo che seguì fu intensissimo da un punto di vista intellettuale. Durante il suo soggiorno a Cirey, ospite della sua amante marchesa di Châtelet, pubblicò poemi, saggi storici, tragedie. Divenuto celebre in tutta Europa per le sue pubblicazioni, rientrò a Parigi nel 1744, protetto da Madame de Pompadour. Pochi anni dopo, tuttavia, si trasferì a Berlino, alla corte di Federico Guglielmo II, dove soggiornò fino al 1755. Stabilitosi nuovamente in Francia nel ’55, si ritirò nella cittadina di Ferney, a ridosso del confine ginevrino, dove allestì una piccola corte personale, riverito dai potenti di tutta Europa e omaggiato dagli ammiratori. Con grande energia, continuò a scrivere opere teatrali, filosofiche, satire e libelli rivolti soprattutto contro il fanatismo, la superstizione e l’intolleranza. Rientrò a Parigi quasi trionfalmente soltanto pochi mesi prima della morte, avvenuta nel 1778. Le sue spoglie furono traslate dopo la rivoluzione francese al Pantheon di Parigi.
Filosofo, letterato e opinionista, Voltaire fu tra i protagonisti assoluti dell’Illuminismo. Profondamente attratto dal mondo sociale e spinto dalla volontà di modificare una realtà avvertita come ingiusta, egli lottò sempre per il rinnovamento dei costumi e per sconfiggere l’ignoranza, sorgente primaria di tutti i mali del mondo. Ispirato dalla filosofia razionalista seicentesca e, soprattutto, dal filosofo Cartesio, il quale aveva sostenuto che la conoscenza doveva basarsi su idee chiare e precise per costruire un rigido edificio concettuale, Voltaire fu anch’egli un convinto sostenitore del rigoroso metodo analitico, per lo studio dei fenomeni naturali e umani.
Deista in religione, moderato in politica, ammiratore del governo costituzionale inglese ed essenzialmente diffidente verso l’uomo ed il mondo, egli riassume in sé tutti gli sviluppi e i mutamenti culturale del suo tempo.

Il romanzo, pubblicato anonimo nel 1759, si colloca tra l’apologo, la fiaba e il racconto d’avventura.
Voltaire vi narra la storia del giovane Candido, iniziato dal filosofo Pangloss alle teorie degli Ottimisti.
Cacciato per amore della bella Cunegonda dal castello in cui è stato allevato, Candido va incontro a una serie ininterrotta di terribili traversie, disgrazie, supplizi e massacri, che gli dimostrano come tutto nel mondo vada a catafascio. Carcerato, naufrago, terremotato, profugo e altro ancora, il giovane trova l’Eldorado ma perde ogni ricchezza, per giungere, infine, alla conclusione che la vita è sopportabile solo lavorando senza pensare.
Se la Provvidenza si disinteressa degli uomini, il ritiro li mette al riparo dalle cattiverie, e il lavoro, fonte di accrescimento materiale e morale, li rende più felici.
Voltaire è senza dubbio un pessimista, ma di un pessimismo virile, temperato dall’idea della civiltà e del progresso, che assicureranno il benessere dell’umanità.
La tesi, che sta alla base del racconto, è sapientemente mascherata e vivacizzata dal tono ironico e spesso burlesco dell’esposizione, mentre lo stile chiaro, elegante e vivace della prosa, semplice, ma difficilmente imitabile, fanno di Voltaire uno dei più grandi scrittori francesi di ogni tempo.
“Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoscemolgia. Dimostrava in modo mirabile che non c’è effetto senza causa, e che in questo, che è il migliore dei mondi possibili, il castello di monsignore era il più bello dei castelli e la signora la migliore delle baronesse possibili.
“E’ dimostrato - diceva - che le cose non possono essere in altro modo: perché, siccome tutto è creato per un fine, tutto è necessariamente per il migliore dei fini. Notate che i nasi sono stati fatti per portare gli occhiali, infatti, ci sono gli occhiali. Le gambe sono evidentemente istituite per essere calzate, ed ecco che ci sono i calzoni. Le pietre sono state formate per essere squadrate, e per farne castelli, infatti, monsignore ha un bellissimo castello; il massimo barone della provincia deve essere il meglio alloggiato; e siccome i maiali sono fatti per essere mangiati, mangiamo maiale tutto l’anno; quelli che hanno affermato che tutto va bene, hanno quindi affermato una sciocchezza: bisognava dire che tutto va nel migliore dei modi”.
Candide ascoltava attentamente e innocentemente credeva; perché trovava bellissima madamigella Cunegonda, anche se non si pigliava mai la licenza di dirglielo. Concludeva che, dopo la felicità di esser nato barone di Thunder-ten-tronchk, il secondo grado di felicità era di essere madamigella Cunegonda; il terzo, di vederla ogni giorno; e il quarto, di ascoltare maestro Pangloss, il massimo filosofo della provincia, quindi della terra intera.” (da Voltaire, Candido).

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