Giambattista Vico

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia

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Testo

G.B. VICO, filosofo tanto grande quanto complesso e difficile, è uno dei più profondi che l’Italia abbia mai prodotto. La sua originalità consiste nell’aver portato al livello del probabile tutto ciò che Cartesio aveva proclamato come assolutamente certo, in una nuova concezione della storia, e nella rivalutazione dell’estetica fino ad allora tralasciata dai suoi colleghi.

La polemica anticartesiana.
Il cartesianesimo come cultura dà importanza esclusiva alle discipline fisico-matematiche perché perfettamente permeabili al criterio della ragione astratta. Nel rivendicare i diritti di una cultura umanistica e classica, Vico si rifà al suo platonismo e si riconnette all’esigenza più pura dell’umanesimo e del Rinascimento, che approfondisce additando nella ragione cartesiana un’interpretazione unilaterale e però mortificante della natura umana, la quale nella interezza dei suoi valori non è solo ragione ma anche sentimento, intuizione, fantasia e ingegno e, in quanto ragione, non è ragione astratta ma è ragione concreta che rende ragionevole un ambito assai più vasto di quello della geometria e della meccanica, cui la restringe il cartesianesimo. Il cartesianesimo come filosofia viene poi criticato nel suo principio, il cogito, e nel suo criterio, l’idea chiara e distinta. Dal criterio, che è del tutto soggettivo, null’altro si può ricavare se non “uno scetticismo inorpellato di verità”. Infatti non si ha scienza in senso pieno, come sempre intende il V. (e quindi neppure filosofia) se non come consapevolezza riflessa e pura constatazione. Esso “è segno indubitato del mio essere” ossia me ne dà certezza, ma “non mi induce alla scienza dell’essere”, ossia non me ne dà la verità. Dalla critica al criterio cartesiano il V. è portato a sviluppare il suo proprio criterio. In fondo il criterio cartesiano dell’idea è inadeguato perché concepisce il conoscere intellettivo sulla guisa del conoscere sensitivo.
Il vero criterio si deve invece cercare nel senso della spiegatività, che è il carattere riconosciuto sempre come tipico e differenziale dell’intelligenza. Se spiegare una cosa è conoscere la causa, spiegazione perfetta e, quindi, possesso critico si ha ove mi si riveli non solo la causa, ma il meccanismo stesso della causalità, il processo causale stesso sicché io sia in grado di produrlo o riprodurlo.
Si conosce davvero una cosa in quanto la si spiega, ma la si spiega davvero in quanto la si fa:verum ipsum factum. E’ questa la famosa formula vichiana nella quale, come risulta da quanto se ne è detto, la produttività o efficienza va intesa nella sfera conoscitiva e non in quella esistenziale. Nella formula vichiana, la rivendicazione del suo valore critico non importa la negazione del suo valore informativo, né della trascendenza, della norma che lo fa tale. Il “verum factum” è dunque il principio gnoseologico che V. contrappone al criterio cartesiano: su di esso egli si appresta a ricostruire il sistema della scienza.

Rivalutazione della storia.
La posizione di Vico sullo storicismo è questa: fin qui, egli dice, i filosofi si sono dedicati alla scoperta delle leggi che regolano la vita naturale, e ne hanno tratto ben poco costrutto perché solo Dio, che le ha dettate, è in grado di conoscerle. Il campo della conoscenza umana è ben altro, è la Storia, perché questa sono gli uomini che l’hanno fatta. Di essa si può fare una vera scienza, ricostruendone le costanti che si ripetono in tutte le fasi del suo sviluppo. Queste costanti vengono chiamate da Vico ricorsi. A differenza della concezione giusnaturalistica di Machiavelli, che riconduceva tutto all’azione individuale del “Principe”, Vico pone a protagoniste della storia le “Nazioni” non nel loro moderno significato, ma in quello di popoli o di classi, cioè di gruppi. E per ricostruirne la vicenda, comincia subito col distinguere la storia profana da quella sacra. Di quest’ultima l’uomo non può capire nulla perché a farla non fu lui ma Dio, che quindi ne possiede in esclusiva le chiavi.
Ma è anche possibile che sia stata la prudenza a consigliargli quella distinzione, o almeno a influirvi. In materia di fede, il suo conformismo era assoluto. Messo dunque da parte tutto ciò che alla fede attiene, egli ritenesse la vicenda della civiltà dividendola in tre fasi: l’età degli Dei, l’età degli eroi, l’età degli uomini, e per primo scopre il significato storico del mito in cui non vede più un’arbitraria e fantastica divagazione poetica, ma la traduzione in simboli di fatti e situazioni reali. Cioè Vico trova il legame tra la filologia, che è l’indagine letteraria del mito, e la filosofia che la strumentalizza per ricostruire attraverso di essa una fase della civiltà.
Le favole, egli dice, non esistono. Dentro ognuna di esse c’è un brano di storia, cioè un momento della vicenda umana: basta sapercelo trovare con una giusta interpretazione. La storia, secondo Vico, non fa che ripetersi continuamente. Nelle sue esperienze politiche, economiche e sociali, la civiltà medievale ricalca quella dell’antica Grecia e dell’antica Roma. La civiltà matura; passando dall’età della poesia a quella della ragione e nell’illusione di progredire si corrompe fino a cadere in pezzi e dare avvio ad una nuova barbarie. Perché, dice Vico, l’uomo crede di fare e in realtà fa. Ma solo nell’ambito del ricorso in cui gli tocca di vivere e di operare. A regolare i ricorsi non è lui, ma la “provvidenza”, la regina delle faccende degli uomini, che in definitiva dispone di tutto e sovente al di fuori dei loro propositi contro di essi. Vico non arriva alla concezione di Hegel, che nel secolo successivo concepirà la storia come uno strumento dell’idea di cui gli uomini non sarebbero che inconsapevoli “robots”. Ma in un certo senso l’anticipa. E ad ogni modo è il primo a ricercare nella storia qualcosa che va al di là degli avvenimenti, a cogliere l’importanza dei fattori economici, e soprattutto a sentirne la tragica grandiosità.

Rivalutazione dell’estetica.
Il vero fondatore dell’estetica moderna, colui che genialmente seppe inquadrare la sua intuizione centrale in un compiuto e grandioso sistema filosofico fondato su una gnoseologia a carattere empiristico fortemente venata di scetticismo e su una metafisica di tipo agostiniano sboccante in una “storia a priori”, e nel quale le dottrine estetiche si innestano nella funzione dei gradi inferiori della conoscenza, è G.B. Vico.
I capisaldi della sua dottrina possono così elencarsi:
1) la conoscenza sensibile del particolare, come costituisce il primo grado del conoscere umano nel singolo, così costituisce la prima fase nel conoscere della specie.
2) L’attività della fantasia, consiste nel collegare insieme le conoscenze singolari, sviluppando la facoltà inventiva e combinatrice, cioè di cose percepite con il senso nella loro individualità, e creando così i fantasmi poetici. Tale attività il Vico chiama “logica poetica” o “topica sensibile”, presente sia negli uomini primitivi che nei fanciulli.
3) Oltre che la fantasia l’uomo è anche sentimento: ogni immagine sensibile è espressione di uno stato d’animo che negli uomini primitivi suol nascere da due fonti principali, la meraviglia da un lato, il timore o terrore dall’altro.
Dal che seguono numerosi importanti corollari:
- I veri poeti sono tali per natura o nascita, non mai per arte o esercizio.
- La robustezza dei sensi e la vivezza della fantasia vanno di pari passo nella creazione del fantasma poetico.
- La fantasia, per compiere il suo lavoro di rilievo, ha bisogno della memoria; la fantasia stessa, in quanto lavora intorno alle cose ricordate, la contorna e pone in acconciezza e assestamento, prende il nome di “ingegno”.
- Memoria, fantasia e ingegno, pur essendo facoltà della mente, affondano le loro radici nel corpo e da esso prendono vigore.
- Nel combinare le immagini per la creazione del genere fantastico o universale fantastico, la fantasia nel suo aspetto di ingegno è sostenuta dall’impeto della passione, che per la sua veemenza ha una funzione essenziale al raggiungimento dello scopo.
La teoria degli universali fantastici sbocca nella teoria del mito. Nonostante la loro distinzione gerarchica, non c’è infatti, secondo Vico, un muro tra il senso e la fantasia da una parte, e l’intelletto dall’altra.
Gli uomini primitivi per mezzo delle facoltà della mente, non riuscendo a concepire i concetti astratti come la forza, l’astuzia etc. hanno fatto appello a personificazioni, assumendo vari eroi per intendere le loro astrazioni. Per questo motivo essi sono stati naturalmente poeti, e la poesia può dirsi un momento eterno dello spirito, in quanto fase necessaria del suo sviluppo.
L’arte è per Vico sempre imitazione della natura. Esiste quindi un bello oggettivo, la cui definizione risiede nei caratteri aristotelici dell’unità e della proporzione. La materia propria dell’arte è, come per Aristotele, l’impossibile credibile, cioè il progressivo avvicinarsi del prodotto artistico ai tipi ideali.
Il tipo ideale si concreta nel mito, e di conseguenza l’estetica sbocca necessariamente nella mitologia quale disciplina filosofica. Il mito non è quindi un’allegoria di concetti astratti, né una narrazione di fatti accaduti ingranditi dall’immaginazione; esso nasce dall’intuizione della fantasia, assumendo come la poesia un significato storico. In base a queste considerazioni comprendiamo tutti gli aspetti dell’estetica vichiana che va quindi esattamente definita come un semi-romanticismo, essendo molto lontano dal concetto creazionistico dell’estetica romantica.
Sono evidenti i difetti della pur geniale estetica del Vico. Per quel che concerne la natura oggettiva del bello, egli rimane aderente alla concezione aristotelica del bello come simmetria e unità; per quel che concerne la bellezza artistica, che la teoria dell’universale fantastico rispecchia un innegabile elemento di verità; ma si dimostra inadeguato per due motivi: anzitutto essa varrebbe sol per determinate arti, come la poesia e il romanzo, ma non varrebbe per altre, dove sono in gioco degli stati d’animo o dei sentimenti fondamentali e dove l’universale fantastico non trova posto. In secondo luogo, risalire al tipo può rendere bella una creazione artistica in quanto la rivela come una bella imitazione, ma non ci dice né quale sia, né perché mai il tipo sia bello e cosa lo rende tale.

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