Gadamer

Materie:Appunti
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Testo

GADAMER

T89-L’ASPETTO UNIVERSALE DELL’ERMENEUTICA (da Verità e Metodo)

Tratto da “Verità e Metodo”, capolavoro del 1960. Analizziamo il titolo:
• l’Ermeneutica, che deriva dal dio greco Hermes (=parola, interpretazione), si occupa della verità che non può essere ridotta (con richiamo a Heidegger) al metodo scientifico, è verità ermeneutica, aperta, che si rivela, l’alètheia greca (Parmenide);
• il Metodo è quello della scienza positiva che ha la pretesa di chiudere qualsiasi orizzonte conoscitivo e di dire che ha il monopolio su qualsiasi ricerca e verità (che è senso, per Heidegger e per gli Ermeneuti non è corrispondenza tra linguaggio e l’oggetto, questo è l’errore di tutta la metafisica da cui nasce la scienza moderna e la tecnica. È quell’orizzonte di senso sempre aperto e rinnovabile che si coglie nel linguaggio).
Differenza tra Heidegger e Gadamer: Heidegger sostiene che il linguaggio è la casa dell’essere, non solo un’identità, Gadamer in questo testo (che è il manifesto dell’Ermeneutica) dice espressamente che l’essere E’ il linguaggio, c’è quindi identità. La posizione è diversa pur essendo Gademer debitore di Heidegger per quanto riguarda gran parte del suo filosofare.
Il contenuto di questo brano è appunto dimostrare che essere è linguaggio, o meglio che tutto ciò che noi possiamo comprendere dell’essere è linguaggio.
Per Gadamer questa verità ermeneutica coincide col linguaggio perché:
• il rapporto tra l’Io e il mondo è mediato dal linguaggio, non c’è alcuna relazione umana che non sia mediata dal linguaggio attraverso il quale noi esprimiamo il mondo. Il linguaggio è ciò che permette di stabilire una coappartenenza del mondo e dell’io (solo attraverso il linguaggio il mondo appartiene all’io e viceversa).
• Questo significa che il linguaggio ha carattere speculativo, non è il linguaggio che intendono gli scienziati (preciso, denotativo, parola→cosa, come per Wittgenstein, ad una proposizione corrisponde uno stato di cose) ma comprende l’essere e lo fa attraverso tre forme: il dialogo, la poesia e l’interpretazione (sono le tre strutture fondamentali del linguaggio attraverso cui avviane l’interpretazione dell’essere). Il dialogo perché c’è ripresa dell’interpretazione dialogica platonica, poesia perché (come per Heidegger) non ha carattere denotativo, non serve a nulla, non comunica alcun oggetto, non è presenza ma assenza, permette di cogliere il senso. In questo modo poesia e dialogo sono strutture ermeneutiche, devono quindi essere interpretate: non esiste parola che non debba essere interpretata, noi siamo dei decodificatori che devono decodificare i vari linguaggi.
Quindi le due caratteristiche fondamentali sono che nel linguaggio si esprime l'ontologia ed ha carattere speculativo, per cui l’interpretazione ci permette di avere senso come totalità, le cose non hanno senso se non perché noi ne abbiamo colto la loro proprietà più nascosta (ovvero il loro senso di essere e modo di esistere). Il linguaggio è una struttura profondamente ontologica e speculativa. Solo l’essere che può venire compreso è il linguaggio, tutto ciò che noi possiamo comprendere è esclusivamente a carattere linguistico e interpretativo, ma non è solo interpretazione di un testo, ma dell’essere. Dice Gadamer: “Il modo in cui qualcosa si presenta appartiene invece al suo essere proprio” non è che col linguaggio si esprime un contenuto comunicativo, ma si esprime il modo di essere della cosa stessa. La parola non è quindi semplicemente parola, ma esprime, in quanto può cogliere questa totalità di senso, non esprime solo il contenuto di un oggetto, ma la sua realtà d’essere. Le conseguenze sono ovviamente legate alle scienze umane: solo la filosofia può cogliere la verità, perché tutte le volte che si applica il metodo positivistico o della scienza noi perdiamo la dimensione del senso. Le scienze umane devono cogliere la circolarità ermeneutica: non si può mai separare l’interprete dall’interpretato, ovvero il soggetto dall’oggetto (che si implicano in una serie di rimandi di significati e di senso, uno non può essere interprete se non alla luce della propria dimensione storica e del proprio esistere). Stabilito questo lo si applica al campo dell’arte e della storia:
• La POESIA non è semplicemente un’interpretazione del testo (è una banalizzazione): in realtà interpretando il testo noi interpretiamo anche noi stessi, la nostra dimensione esistenziale e storica. Quindi bisogna fare la storia del testo, bisogna interpretare l’interpretazione, non ci si può direttamente rapportare al testo, è assolutamente insensato per un ermeneuta credere che un uomo del 2000 possa interpretare senza una mediazione storica i geroglifici, non possiamo direttamente collocarci di fronte a nessun tipo di linguaggio delle tradizioni passate, noi interpretiamo delle interpretazioni, facciamo la storia delle interpretazioni, e così avviciniamo il testo. È una pratica molto diversa dall’interpretare semplicemente un testo.
• Per quanto riguarda la STORIA è assolutamente futile credere di poter cogliere in maniera filologica (come invece facevano i positivisti) un determinato linguaggio, una determinata epoca, un determinato personaggio storico, perché noi nel momento in cui interpretiamo, interpretiamo il passato alla luce del nostro presente (come diceva anche Croce, non esiste la storia, ma esiste sempre la storia del presente: ogni storico non può fare a meno di interpretare la storia alla luce del problema attuale), è assolutamente impossibile avvicinarsi ad un’epoca storica senza questo PREGIUDIZIO, termine fondamentale che è il centro della riflessione filosofica di Gadamer: noi muoviamo sempre da pregiudizi, ma la novità è che hanno carattere positivo, non esiste uomo che non abbia un pregiudizio sulla realtà, è impossibile avvicinarci alla realtà come se fossimo una tabula rasa, siamo eredi della tradizione, ne siamo sempre immersi e mai possiamo uscirne. Se ci accorgiamo che il pregiudizio è sbagliato si cambia, ma non posso evitarlo. È impossibile uscire fuori da questo orizzonte, e questo lo dice anche Wittgenstein: noi siamo all’interno del linguaggio, e il linguaggio è fatto di pregiudizi. Sia la poesia sia la storia non possono assolutamente evitare questo orizzonte che da senso alle cose.
Stabilito che l’arte è una relazione tra l’interprete e l’interpretato, non è semplicemente che noi interpretiamo un testo, ma il testo trasforma noi, la verità è una rivelazione, non si rivela il contenuto di un’opera ma si rivela l’essere. L’ermeneutica ha una pretesa ontologica e speculativa che non ha un critico d’arte.
La conclusione è che se l’arte è un evento, allora è chiaro che anche la storia va costruita in questo senso: noi non possiamo evitare il linguaggio, qualsiasi relazione tra me e le cose è un atto linguistico, tutti sono decodificatori di linguaggio, l’unica realtà veramente universale non è la scienza ma il linguaggio, che siccome ha dimensione speculativa e ontologica, la filosofia ha questa dimensione linguistica universale. Questo porta ad impostare diversamente le scienze umane: diritto, storia, filosofia, cultura in generale.

TEORIA
Ha avuto una vita lunghissima (1902, morto a 101 anni), scandita da amicizia con Heidegger, le opere sono tutte datate dopo la II Guerra Mondiale (Heidegger è stato il principe filosofico del primo dopoguerra, Gadamer del secondo). Noi viviamo in un’epoca profondamente ermeneutica, con tutti i limiti e le cose positive.

L’ermeneutica dice che tutta la nostra realtà è una realtà di linguaggio, noi non possiamo mai avvicinarci ad un oggetto senza mediazione linguistica, diventa fondamentale il dibattito. Ognuno ha la possibilità di diventare ermeneuta/interprete e quindi di dare un senso a quello che sta facendo (nella scuola degli anni ’50 si studiava a memoria, dopo l’ermeneutica non può essere più così, una persona deve presupporre che ci sono diverse interpretazioni e che non esiste una verità unica). Non siamo più di fronte ad un dogmatismo, non fa più parte della nostra cultura. L’aspetto negativo è questo: “C’è un problema? Parliamone!” non si risolve più il problema, semplicemente se ne parla. Centrando tutta la questione sul linguaggio, ormai le cose non si affrontano, si affronta il dialogo (uno ha assassinato 25 persone? Colpa della famiglia che non ha parlato con lui!). Nella nostra epoca ci sono cose buone ma anche negative, non esiste più una verità e quindi uno si nasconde dietro un velo (se non esiste la verità posso fare quel che mi pare).

La riflessione di Heidegger sull’ermeneutica.
Egli è il primo ermeneuta. Ha voluto collegarsi con la tradizione idealistica e storicistica, nonostante l’esistenzialismo, dietro questo è facile capire che si trova tutta la tradizione idealistica tedesca (nonostante Heidegger sia anti-idealista). Il liceo classico è la tradizione umanistica, rinascimentale, idealistica e storicistica, in contrapposizione netta con le scienze: il presupposto di tutti questi ermeneuti è di salvare la dimensione umanistica di fronte allo strapotere delle scienze, che hanno ridotto l’uomo ad un oggetto. Heidegger riprende Dilthey, che è colui che ha parlato del circolo ermeneutico con maggior forza dopo Scheiermacher, dicendo che la comprensione di qualsiasi prospettiva passa attraverso questa dimensione interpretativa e attraverso il radicamento della storia: non è possibile comprendere nulla se non attraverso la nostra tradizione (dal punto di vista politico era quindi un conservatore, sottolineava l’importanza della tradizione). Tutto questo si riflette in questo tipo di impostazione antipositivistica, l’approccio ermeneutico vuole essere non riducibile alla dimensione scientifica. Il linguaggio è la dimensione di segni che io ho pre-compreso, perché non posso partire dal nulla (il linguaggio è sempre dentro una dimensione storica, si impara) e ha due prospettive:
• la PRASSI, l’uso del linguaggio (struttura esistenziale tipicamente marxista) come oggetto utile (un martello serve a fissare un chiodo);
• c’è la dimensione di senso che non si può cogliere in questa pratica di riduzione della parola a significato comunicativo, l’essere diventa la dimensione ontologica e speculativa non riconducibile alla prassi, e in questo modo si sono liberati del marxismo.

Heidegger prosegue nell’indagine sottolineando come questa dimensione linguistica sia concepita come destino. Egli diceva che per fare filosofia bisognava sapere il tedesco e il greco, perché i tedeschi sono i greci dell’epoca moderna: dietro questo c’è un destino che assegna ad ogni popolo una sua dimensione linguistica in cui si colloca il destino di quel popolo, non è solo una dimensione di parola. Non si tratta nemmeno dello spirito assoluto hegeliano, perché l’essere di Heidegger si rivela e si nasconde, non è del tutto trasparente, non si colloca nemmeno totalmente nella dimensione storica, non è da concepire come spirito assoluto. La filosofia ermeneutica è quindi:
• recupero della tradizione contro la scienza;
• ammettere la crisi della finitezza dell’uomo, cioè della dimensione esistenziale.

Linguaggio, essere e verità in Gadamer
Gadamer si riallaccia alla concezione linguistica di Heidegger per dire che la scienza non può cogliere, perché usa un metodo, la dimensione della verità, perché la verità è sempre linguaggio in senso ontologico e speculativo, non è mai la definizione di una cosa o di una sostanza, ma è l’interpretazione della tradizione. La nostra vita è quindi interpretazione dei linguaggi che la tradizione ci ha tramandato. Il linguaggio è quindi il nostro vero ambiente, il nostro vero orizzonte dal quale non possiamo scappare. La circolarità non è solo nel senso che si interpretano i messaggi del passato, ma attraverso questa interpretazione si costruisce se stessi, si rende comprensibile ciò che appare irrimediabilmente perduto (un linguaggio è morto solo nel momento in cui non si parla).

La nozione di verità come fusione di orizzonti
Stabilito che non esiste una verità e che quindi questa verità è apertura, alètheia, svelamento dell’essere, chiaramente Gadamer si oppone a qualsiasi dimensione soggettivistica e relativistica della tradizione: Cartesio, Kant e tutti i filosofi che hanno accettato questa dimensione soggettiva sono da superare, noi dobbiamo recuperare una dimensione dell’essere (che non è oggettiva, ma di senso, l’oggettività è l’errore simmetrico alla soggettività) per comprendere che noi siamo il risultato di una fusione di orizzonti linguistici molto diversi tra loro: se arrivano degli stranieri, l’ermeneutica dice che bisogna fondere i nostri orizzonti linguistici e le nostre tradizioni e si costruisce una nuova tradizione, altrimenti c’è lo scontro, l’unica soluzione con chi è diverso è fondere gli orizzonti e metterli insieme. Le dimensioni linguistiche si accavallano (le canzoni di Battiato ne sono un esempio: i linguaggi vengono mescolati, è un linguaggio cosmopolita). Mettiamo alla prova i nostri pregiudizi e vediamo se reggono o no: noi possiamo accettare nella tradizione solo ciò che ci sembra giusto, non è più necessario accettare la tradizione in toto, come dicevano i Romantici, l’ermeneutica non è romanticismo né relativismo, né storicismo idealistico, possiamo accettare nella tradizione quel tanto che sembra che possa servirci, ma nello stesso tempo dobbiamo essere consapevoli che ci muoviamo in un’altra tradizione, non si sta facendo un’altra tradizione ma si plasma in modo diverso la tradizione occidentale, umanistica, della storia dell’occidente. I nostri pregiudizi vengono messi all’opera, provati, sperimentati: possiamo rifiutarli per accettarne di nuovi, e fonderli con quelli precedenti, ma non si esce mai dall’orizzonte occidentale, storico in cui viviamo.

La tradizione metafisica e l’esperienza storica della verità
Occorre comprendere come la metafisica può essere recuperata, ed è un’altra differenza tra Heidegger e Gadamer: non è l’oblio dell’essere che secondo Heidegger è il grande errore della civiltà occidentale e quindi della metafisica, qui il problema è recuperare la dimensione metafisica attraverso il dialogo storico con la metafisica: la metafisica occidentale non è superata, ma va rinvigorita e rivitalizzata, e il dialogo è l’unica dimensione in grado di farlo. L’ermeneutica insegna quindi il dialogo, o c’è il dialogo o la guerra. Con la metafisica bisogna fare i conti, non se ne può uscire come fa Heidegger, occorre dialogare con essa e accettare persino la dimensione dialettica, ovvero recuperare ciò che la metafisica ci ha comunicato. Hegel, liquidato con Heidegger, ritorna quindi in campo perché si tratta di storicizzare il trascendentale, ovvero di dire che la metafisica (il trascendentale) è nella storia: Gadamer “urbanizza Heidegger”, lo denazifica, toglie tutto ciò che c’era di pericoloso e lo trasforma in un filosofo urbano. Riprendere la metafisica occidentale significa aprire una dimensione di dialogo storico e quindi dialettico, la verità è un processo, un qualcosa che si deve raggiungere.

Il confronto con Platone e Aristotele
Persino Platone e Aristotele possono essere recuperati:
• Platone ci ha insegnatoli dialogo (i dialoghi di Platone sono un capolavoro non solo della filosofia ma anche della letteratura occidentale di tutti i tempi), e si tratta di riprendere questa dimensione di dialogo, questa dimensione ermeneutica: nel dialogo di Platone non c’è la verità, le posizioni sono dialettiche, sono posizioni che si confrontano e che acquistano una qualche prospettiva attraverso il dialogo;
• Aristotele perché riprende la dimensione pratica, la dimensione della saggezza della filosofia.
Si può dire quindi che sono due le componenti del messaggio di Gadamer, il dialogo e la saggezza: la filosofia deve essere apertura del dialogo con qualsiasi prospettiva e qualsiasi pregiudizio, ma anche saggezza pratica, perché la filosofia deve guidarci in un mondo difficile e che quindi non possiamo evitarla. La scienza non può fare queste due cose: non può indicare la dimensione del dialogo, è dogmatica (la reazione chimica avviene in un certo modo, non resta che studiarla. Non si può parlarne, non c’è dialogo). Per la filosofia è diverso perché nessuno ha raggiunto una verità ma insegna alla saggezza, che è una dimensione non riconducibile ad un discorso scientifico, e che quindi rimane nel campo della verità e non del metodo.

Cos’è accaduto dopo Gadamer? Oggi quasi tutti i filosofi si richiamano all’ermeneutica, il filosofo che forse meglio rappresenta l’epoca che ci lasciamo alle spalle è Gianni Vattimo, che ha insegnato la dimensione ermeneutica: non c’è la verità, esiste solo il dialogo. Egli sostiene che la filosofia serve a limitare la violenza, il dialogo ha questo scopo e non è possibile andare oltre questa. Se uno chiede dove ci conduce l’ermeneutica l’unica risposta è da nessuna parte: non vuole condurre da nessuna parte, non c’è un punto d’arrivo perché non c’è nessuna verità. È un mondo fatto di linguaggio, se poi questo mondo in cui tutti parlano, tutti dialogano, tutti sembrano aver molto da dire in realtà non ha senso sono fatti nostri… Oggi si interessa più di politica, ma l’ermeneutica non può essere politica, non conduce a nessuna conclusione, al massimo può insegnarci un atteggiamento diverso ma non può stare né nel soggetto né nell’oggetto e non può cambiarli, altrimenti non c’è dialogo. La scelta sta a noi: o vogliamo il dialogo, e si rischia di non concludere nulla, oppure si scelgono altri percorsi che però non accettano il dialogo.

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