Filosofia post aristotelica

Materie:Riassunto
Categoria:Filosofia

Voto:

1.5 (2)
Download:265
Data:08.06.2005
Numero di pagine:7
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
filosofia-post-aristotelica_1.zip (Dimensione: 8.84 Kb)
trucheck.it_filosofia-post-aristotelica.doc     40.5 Kb
readme.txt     59 Bytes



Testo

La filosofia post – aristotelica

L’eredità di Aristotele, che passò dalla sua scuola al museo di Alessandria, fu soprattutto un’eredità scientifica. Qui vedremo che sviluppo subirono le sue concezioni filosofiche.

Dopo Aristotele c’è un importante mutamento politico: il definitivo tramonto di quei piccoli ma civili stati che erano le città greche, ricche di iniziative politiche, culturali, ed economiche.
Sappiamo che esse avevano costituito un terreno favorevole per il nascere e il diffondersi delle discussioni politiche e filosofiche. C’era la convinzione che agli uomini di cultura spettasse il dovere di far sentire la propria parola competente sulla direzione dello stato.
Ora i nuovi grandi stati(siamo nel periodo della trasformazione politica iniziata da Alessandro Magno) non hanno più bisogno dell’intervento politico dei cittadini e tanto meno dei consigli dei filosofi. C’è quindi una frattura tra individuo e collettività.
Il filosofo si rinchiude nel proprio io alla ricerca di un’intima perfezione morale e di un affinameto della propria personalità.

La filosofia acquista nuovi compiti: anzi tutto quello di sostituire le vecchie religioni popolari cadute in discredito tra le persone istruite.
La filosofia attirerà a sé schiere sempre più folte di individui desiderosi di trovare negli studi filosofici una guida per la vita.
Le scienze non hanno più bisogno della filosofia, e questa si disinteressa sempre di più dei loro progressi. Le sta a cuore solamente l’interiorità e non il mondo fenomenico.
Sorgono 3 indirizzi filosofici assai diversi tra di loro, ma tutti e 3 orientati a spostare gli interessi della filosofia dai problemi teoretici a quelli morali, essi sono:
1. Lo scetticismo
2. L’epicureismo
3. Lo stoicismo.

LO SCETTICISMO (deriva da Skèptomai “mi guardo intorno e indago”)

Lo scetticismo non rappresenta una vera e propria scuola filosofica, ma un indirizzo di pensiero che si affermo in ambienti molto vasti.
Gli scettici intendono basare la propria filosofia su una rigorosa indagine critica.
Alla fine del IV sec a.C. si era creato tra i vari strati di studiosi un profondo disagio causato dall’impossibilità di risolvere le gravi divergenze sui massimi problemi filosofici sorte tra scuola e scuola.
I tentativi di trovare nel mondo naturale la verità assoluta erano falliti e per tanto gli scettici spostano la loro indagine dall’oggetto, al soggetto per trovare nella struttura della conoscenza umana la ragione dei suoi limiti.
Iniziatore della scuola fu Pirrone che non lasciò nulla di scritto e il cui pensiero fu esposto dal discepolo Timone.
Pirrone: la sua critica si dirige sia contro i sensi, che contro la ragione.
Se noi consideriamo ciò che raccogliamo attraverso i sensi come una semplice apparenza non commettiamo un errore. Quando però pretendiamo di ricavare delle cose sensibili, dei rapporti con la realtà, non abbiamo alcuna certezza: LE APPARENZE SENSIBILI NON PORTANO AD ALCUNA CONOSCENZA DELLA REALTÁ.

I ragionamenti non possono dimostrare il loro punto di partenza, e quindi non raggiungono alcuna prova della verità.

È SOLO UNA CONVENZIONE CHE CI FA CONSIDERARE LE COSE VERE O FALSE, BELLE O BRUTTE, QUINDI SU TUTTO NON CI RESTA CHE SOSPENDERE IL GIUDIZIO (EPOCHÈ).

Secondo gli scettici questa epoche è estremamente feconda in campo morale, perché dissolve le nostre illusioni intorno al mondo, ci dimostra la loro vanità e quindi ci rende indifferenti di fronte a qualsiasi preoccupazione.
Possiamo così raggiungere l’imperturbabilità dell’animo (ATARASSIA) e attraverso questa la pace e la vera saggezza.

Per gli scettici il saggio, chiuso nella sua imperturbabilità, cioè atarassia, si asterrà persino dal parlare.

Epicureismo

L’epicureismo prende proprio il nome dal suo fondatore: Epicureo di Samo (342 a.C.)
La scuola epicurea ebbe lunga vita, fino a dopo il 4°sec d.C., ma non diede luogo ad effettivi progressi nella dottrina. Non occorre per tanto citare in nomi dei discepoli e continuatori di Epicureo, salvo quello del poeta latino Tito Lucrezio Caro.
Scopo dell’epicureismo è quello di avviare l’uomo alla serenità felice. Perché la raggiunga è necessario che conosca la realtà, dissolvendo con la ragione le inutili paure.
L’esercizio filosofico assume la funzione di terapia, di farmaco, per il recupero della felicità perduta attraverso la sofferenza e il dolore del corpo.
Bisogna convincere l’uomo che: (tetrafarmaco: in grco tetra è 4)
1. La divinità non deve far paura
2. La morte non è paurosa
3. È facile procurarsi il bene
4. È facile sopportare il dolore.

Come facciamo ad apprendere la vera realtà?
Attraverso la dottrina del canone della verità, che si può riassumere in 5 punti:
1. Unica fonte della conoscenza è la sensazione che rispecchia sempre una realtà
2. Le sensazioni si ripetono e nasce in noi l’anticipazione, che è vera in quanto confermata dall’esperienza
3. I concetti sono solo dei nomi o simboli che servono a consolidare le anticipazioni
4. La fonte dell’errore va cercata nel pensiero che può attribuire, senza fondamento, le qualità sensibili alla realtà e creare delle ipotesi che non hanno una conferma empirica (dall’esperienza)
5. Per correggere l’errore si può fare appello solo a nuove sensazioni.

La morale di Epicuro, tende a guidare il saggio al raggiungimento di una serenità pari a quella degli dèi, serenità basata sulla liberazione delle false paure e sul quieto godimento dei piaceri anche del corpo.
La virtù della prudenza è connessa allo scopo di raggiungere una serenità pari a quella degli dèi.
Per gli epicurei, i piaceri di un certo tipo sono subordinati ad altri. Tuttavia è sempre l’esperienza che ci insegna l’incompatibilità di certi piaceri e la necessità di rinunciare serenamente agli uni se vogliamo godere gli altri.
A tutti i piaceri va anteposto quello dell’amicizia.

Condizione felice dell’uomo risanato e liberato dalle false paure è il piacere.
Si potrebbe però obiettare che esiste la morte che incombe dolorosamente sulla vita umana, ma per Epicureo la morte è un problema che non ci si deve nemmeno porre, essendo la morte la fine di tutto, di ogni piacere, ma anche di ogni dolore.

Esistono le divinità?
Epicureo risponde di sì, perché lo testimonia la credenza comune, ma proprio perché dèi,essi vivono separati dall’uomo, inoltre, un Dio è un essere perfetto, e quindi la sua qualità è la felicità.
Se è felice, significa che non si interessa dell’uomo, perché interessarsi dell’uomo comporta simpatia e antipatia che sono contrari alla felicità.
Per tanto non bisogna aver paura degli dèi.

Stoicismo

Fondatore della scuola stoica fu Zenone, che aprì la sua scuola in un celebre portico, chiamato la Stoa, da cui il nome stoicismo (III sec a.C.)
In contrasto con l’indifferenza politica di Epicureo, Zenone si occupò attivamente della realtà politica ed incoraggiò i suoi scolari ad intervenire nell’amministrazione della cosa pubblica.
Zenone si suicidò coerentemente con quanto aveva insegnato sulla morte.
Scrisse varie opere di cui ci rimane ben poco.
Nella direzione della scuola gli successero Cleante e Crisippo, quest’ultimo considerato come il secondo fondatore della Stoa.
Più tardi fiorì, nella seconda metà del secondo secolo e nella prima metà del primo secolo, la media Stoa, infine, l’ultima Stoa è costituita dai grandi Stoici del periodo imperiale romano.
Anche per lo stoicismo, come per l’epicureismo, la conoscenza ha inizio dai sensi, il ripetersi delle sensazioni dà luogo alle anticipazioni, tuttavia gli stoici ammettono l’esistenza di nozioni comuni, appartenenti a tutti gli uomini, non già perché esse siano innate nella nostra mente, o perché sono prodotte in noi da una realtà soprasensoriale, ma in quanto tutti gli uomini sono in grado di formarsene allo stesso modo con la riflessione.
Alla loro formazione da un contributo decisivo il linguaggio, e il linguaggio è importante per gli stoici, essi lo vogliono porre in rapporto diretto con la ragione, dato che, occorre salvare o mantenere la ragione o la logica, è la scienza dei discorsi che deve fornirci i criteri della verità.
Per gli epicurei l’unico criterio di verità era la sensazione, per gli stoici la sensazione non basta, e occorre l’assenso.
Unico criterio di verità è l’evidenza; se la percezione della realtà trae origine da una rappresentazione così evidente da non poter essere negata, allora abbiamo la verità.

Per gli stoici il fuoco è la verità immanente (ciò che è interno, insito in qca che ha in sé il proprio principio e la propria fine. Contrario = trascendente.) nel mondo.
Il fuoco è lo spirito vitale del mondo, il vero dio del mondo, e siccome il mondo è l’esplicarsi di questo fuoco razionale, la vita dell’uomo sarà un sottomettersi e obbedire.
Questa divinità immanente, nel mondo è la sua razionalità, e costituisce il “FATO” .
Identificandosi con la razionalità, questo fato non può che compiere il bene, quindi il male non esiste.
Solo una conoscenza erronea e limitata ci fa credere che taluni fatti siano un male, non capiamo che sono la condizione per l’attuarsi del bene.

L’etica degli stoici

L’etica costituisce il vero scopo di tutta la logica e la fisica degli stoici. L’uomo non si può sottrarre alla necessità del fato e la saggezza consiste nell’accettare l’inevitabile.
Questa accettazione è l’espressione della più alta razionalità, accettare la ragione, seguirla, significa seguire la natura, cioè accettarla senza ribellione, comprendendone l’ordine perfetto.
La virtù consiste nel seguire la ragione, e costituisce per l’uomo la sola felicità. In pratica si esprime nel trionfo sulle passioni che fanno confondere il male con il bene APATIA. Raggiungo l’APATIA quando ho una piena consapevolezza della razionalità del mondo e con essa raggiungo la piena indipendenza di fronte a qualsiasi evento (Autarchia)

INFLUENZA DELLO STOICISMO SULLA CULTURA ROMANA

I romani, prevalentemente agricoltori e guerrieri non si occuparono affatto, nei primi secoli di problemi filosofici, il loro interesse si concentrò sui problemi giuridici. Nel 168 a.C. conquistata la Macedonia entrarono in contatto immediato con la Grecia. Gli ateniesi mandarono a Roma 3 filosofi in missione diplomatica, ed essi approfittarono di questo soggiorno per esporre al pubblico le loro dottrine ottenendo un enorme successo.
Nel giro di pochi decenni i giovani delle migliori famiglie romane accorsero in Grecia a completare i loro studi e i più celebri pensatori greci vennero inviati a Roma, dove diventarono amici di personalità politiche.
Anche nella filosofia però si fecero sentire le qualità più caratteristiche del temperamento romano: ripugnanza per le spiegazioni troppo astratte e tendenza alla praticità.
L’espressione più caratteristica dell’interesse eminentemente pratico dei romani nell’ambito delle ricerche filosofiche è l’ecleptismo, cioè un metodo filosofico che consiste nello scegliere nei diversi temi filosofici quelli più accettabili per strutturare una nuova dottrina.
L’ecleptismo fu tipico della filosofia romana a cui mancò una speculazione originale ed ebbe il suo massimo rappresentante in Cicerone.
Fra gli Stoici di epoca romana ricordiamo l’imperatore Marco Aurelio Antonino (vedi i racconti di Marco Aurelio).

Esempio