Filosofia Greca

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INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA GRECA - Quadro storico
Per comprendere la situazione politica e sociale della Grecia del VI sec. a.C., occorre analizzare le tappe attraverso le quali si è formata questa civiltà.
Prima dell'arrivo delle popolazioni indoeuropee, che la colonizzeranno a partire dal 2000 a.C., la Grecia è divisa in una zona continentale, più arretrata, e in una zona costiera e di isole, relativamente più progredi-ta. I primi nomadi che vi giunsero si divisero presto in due gruppi: uno si insediò nel nord e si dedicò alla pastorizia, mentre l'altro si stabilì al sud e sviluppò l'agricoltura. Proprio questo secondo gruppo diede luogo, fondendosi con gli Egei e assorbendo influssi cretesi, alla civiltà micenea, la prima testimonianza storica di una grande civiltà in Grecia.
La struttura politica dei Micenei era basata sull'appartenenza al clan e non al territorio, caratteristica questa che permarrà a lungo nella culura greca e che si riscontrerà anche nella polis.
Ben presto i Micenei divennero abili imprenditori e mercanti il cui successo era legato alla grande produzione di bronzo (avevano monopoliz-zato il controllo del rame di Cipro e dello stagno del Caucaso).
Con la crisi generale legata al decadere dell'impiego del bronzo, ai Micenei subentrarono i Dori, i quali padroneggiavano le armi di ferro e si insediarono nel nord ellenico.
I Micenei, a differenza degli imperi orientali antichi, avevano creato un modello civile che dava più spazio e importanza al singolo individuo, anche perchè i problemi organizzativi che dovettero affrontare erano più semplici di quelli incontrati dai paesi orientali molto più densamente popolati dei primi. Essi diffusero la struttura detta mègaron (casa con tetto a due spioventi) che anticipa la struttura del tempio greco classico.
I Dori, di carattere tenace e votato ad una rigida disciplina, costrinsero le popolazioni ioniche, dalla mentalità più libera e attenta alle esigenze del singolo, ad emigrare verso le coste dell'Asia Minore, portando con loro la cultura micenea e le sue tradizioni. Qui essi fonderanno numerose città che si arricchiranno grazie ai commerci con i vicini paesi orientali.
Durante questo periodo, definito medioevo ellenico, viene adottato dai greci l'alfabeto dei Fenici, fatto di sole consonanti, al quale essi aggiungono le vocali. L'organizzazione sociale è basata sui clan e, successivamente, su tribù più ampie rette da capi molto potenti: a favorire un'organizzazione sociale così frammentaria contribuì molto l'eccessivo frazionamento del territorio. L'attività più diffusa era quella agricola, mentre si registra un abbandono dell'artigianato e del commercio.
Nell'VIII sec. a.C. si affermano le repubbliche aristocratiche, guidate da grandi famiglie nobili che si erano arricchite grazie ai possedimenti fondiari e alle guerre: queste si riunirono ben presto a formare una casta chiusa che si impadronì del potere per esercitarlo ai danni delle classi più povere, costrette a subire gravi ingiustizie soiali.
In questo contesto nasce la polis (prima nelle colonie dell'Asia Minore poi nella penisola): con questo termine si intende la città-stato, ovvero una piccola comunità statale che abbraccia città e contado e il cui elemento essenziale non è il territorio, ma la comunità dei cittadini. Si ritiene che vi sia stata una certa continuità tra la polis e la precedente struttura tribale.
Tra il 750 e il 550 a.C. assistiamo ad una seconda migrazione, dovuta questa volta essenzialmente a motivi economici: il territorio greco si rivelò infatti povero di materie prime e di nutrimenti, per cui era facile il sovrappopolamento e quindi si rendeva necessario emigrare e fondare colonie in zone più fertili.
A questi motivi va aggiunta l'incapacità politica dello Stato gentilizio di trovare soluzione ai conflitti sociali fra ricchi e poveri. I governi erano estranei ai primi viaggi di colonizzazione, per cui questi risultarono spesso male organizzati. Da parte di chi partiva, una volta giunti sul luogo in cui sarebbe nata la nuova polis, cessavano tutte le distinzioni basate sulla vecchia nobiltà e si costruiva una società in cui l'unico criterio di distinzione era il valore personale. Visto il successo di queste spedizioni, in un secondo tempo anche i governi presero parte all'organizzazione dei viaggi. Molte delle nuove colonie da agricole si trasformarono presto in centri di traffico, basti pensare a Mileto che divenne un punto di partenza per le migrazioni verso il Mar Nero. Verso la fine del VI sec. questa espansione fu bloccata a occidente dagli etruschi e a oriente dai persiani.

IL PANELLENISMO E LA RELIGIONE GRECA
Come abbiamo già avuto occasione di notare, nel popolo greco non si era formata un'unità politica, ma solo la coscienza di appartenere ad un unico gruppo etnico e linguistico. A differenza degli orientali, dei quali pure hanno subito l'influsso, i greci hanno un carattere particolarista che favorisce l'inventiva personale e non ama l'accentramento del potere nelle mani di pochi. Altro elemento unificante è la religione, di cui il mito costituisce il filo conduttore; bisogna inoltre notare che manca una casta sacerdotale che detiene il potere attraverso l'elaborazione di dogmi di fede, per cui l'autorità del mito viene affidata ai poeti.
Per i greci il mito era religione, poesia e filosofia, ovvero un modo di pensare i problemi dell'esistenza attraverso immagini simboliche: è questo un elemento che va tenuto presente per capire la nascita della riflessione filosofica in questo contesto.
A costituire una coscienza religiosa comune contribuì la partecipa-zione ai giochi sacri panellenici.
Il tipo di religione diffuso fra gli aristocratici non soddisfava però le esigenze del popolo, per cui presto ci fu un'apertura agli influssi religiosi orientali: si diffusero così le pratiche misteriche che prospettavano la sopravvivenza dell'anima nell'aldilà e una sua redenzione (problema questo poco sentito dalla religione olimpica, protesa all'esaltazione del corpo e dei valori terreni e che quindi era lontana dai problemi dei poveri). Molto successo ebbe allora il culto di Dioniso, al quale si opponeva la versione spirituale dell'orfismo: è in quest'ultima che troviamo, per la prima volta in Grecia, il concetto di caduta e una serie di dogmi. Sarà l'orfismo a sopravvivere al crollo delle tirannidi, proprio perchè più aperto alle esigenze di diverse classi sociali, dal momento che non distingueva fra ricchi e poveri.
La religione in Grecia conosce diverse fasi di sviluppo, ma è difficile stabilire esattamente le sue radici storiche in quanto non si hanno molti elementi a disposizione: non è possibile, per esempio, sapere quanto abbiano influito culti di origine indoeuropea e quanto la cultura cretese-micenea.
Solo a partire dal X sec. a.C. sino alla vittoria del cristianesimo (IV) sec. disponiamo di documenti esaurienti. Emergono nei primi secoli presenze di totemismo, culti attinenti alle arti e ai mestieri e forme di magia malefica e curativa. Vi erano poi rituali per soli uomini o per sole donne (forse ai giochi olimpici le donne non erano ammesse).
Tranne una breve parentesi, la sepoltura dei morti (inumazione) è sempre stata praticata, anzi il destino delle anime dei morti era legato più alla corretta esecuzione della sepoltura che alla condotta in vita da parte del defunto (come testimoniano i poemi di Omero).
Tutti questi elementi sono tipici della fase tribale, mentre con la formazione e l'ascesa al potere delle famiglie aristocratiche, si diffuse il culto degli eroi (evoluzione della più antica forma della venerazione degli antenati, per cui ora anzichè adorare ciascuno il proprio eroe, alcuni eroi popolari, spesso guerrieri, vengono imposti alla massa). Oltre a questi continuavano a essere diffusi culti locali agrari, specialmente tra le masse popolari.
La fase successiva vede la diffusione del culto degli dei protettori della polis ; si tratta di un culto ufficiale statale e obbligatorio per tutti i cittadini, i quali sotto questo aspetto erano quindi privati di ogni libertà, basti pensare al caso di Socrate che fu condannato perchè si rifiutava di adorare questi dei (dei protettori che possiamo considerare a ragione gli antenati dei nostri santi protettori). Accanto agli dei locali vi erano anche quelli panellenici, venerati in tutta la Grecia e facenti parte del pantheon (in genere si ricorreva alla protezione dei primi nelle guerre fra polis e ai secondi quando si combatteva contro altre nazioni).
Il culto degli dei locali era il riflesso delle vecchie divisioni politiche all'interno della Grecia, mentre la tendenza all'unificazione fra gli dei appartenenti al pantheon e i culti locali rispecchia l'accentramento economico e culturale dell'epoca delle polis.
E' interessante notare l'uso politico che venne fatto, in diverse circostanze, di questi culti: valga per tutti l'esempio dei tiranni che appoggiarono il culto agrario di Dioniso, caro alle masse popolari, nella lotta contro l'aristocrazia che tentava invece di imporre il culto degli eroi.
Occorre accennare anche all'esistenza di alcuni dei che incarnavano singoli concetti astratti (Plutone = abbondanza). Per quanto riguarda poi la credenza nel destino non si tratta di una credenza popolare, ma di una speculazione filosofico-mitologica dell'aristocrazia nella fase di disgregazione delle antiche usanze dell'ordinamento tribale.

MITOLOGIA
Accanto ai miti che sono personificazioni di elementi naturali, fenomeni della natura, troviamo le cosmogonie (Esiodo), dalle quali è però assente il motivo della creazione divina, mentre vi si trova invece una concezione ciclica del tempo. Così pure non troviamo nemmeno un mito sull'origine dell'uomo. Altri miti conosciuti sono quelli culturali, personificazioni del genio umano, di fondatori di città o legislatori: in questo modo, essendo sempre questi personaggi degli aristocratici, l'aristocrazia circondava di un'aureola di sacralità i propri privilegi.
Altri miti su eroi culturali furono quelli che elevarono artisti e poeti (Omero), leggende che esaltavano una professione e la volevano legare ad una famiglia in particolare. Occorre notare che la mitologia greca aveva dei caratteri particolari che la distinguevano dalle altre allora diffuse: gli dei greci infatti non erano altro se non l'idealizzazione della figura umana a cui veniva aggiunta l'immortalità. Facevano eccezione i miti importati dall'oriente.
I miti di Esiodo si rivolgevano alle classi povere per offrire loro una consolazione alle miserie in cui erano costrette a vivere, mentre quelli omerici si rivolgevano ad un pubblico aristocratico: i motivi di questa diversità vanno ricercati nella diversa estrazione sociale dei due poeti.
Il clero in Grecia non si è mai costituito come casta o ceto chiuso e questo fatto ha reso più facile la nascita di una riflessione laica sulla natura; inoltre non vi era nemmeno l'oppressione religiosa diffusa in oriente La carica di sacerdote poteva essere elettiva o ereditaria; veniva richiesta la castità, fatto questo che spingeva molti giovani sacerdoti a lasciare l'incarico appena raggiunta la maturità. Siccome i templi avevano una loro economia e possedevano terreni, i sacerdoti amministravano grosse somme di denaro, spesso prestandolo in cambio di interesse, per cui il tempio fungeva da banca e il sacerdote diveniva un usuraio.
Il culto era comunque molto frammentario, se si eccettuano alcuni culti di carattere panellenico. Risulta comunque chiaro che questi venivano utilizzati quali strumenti politici per guidare il popolo a fare certe scelte (basti pensare al potere degli oracoli, manovrati da sacerdoti molto abili in politica e in grado quindi di suggerire mosse politiche finalizzate al conseguimento di fini personali).

LA NASCITA DELLA FILOSOFIA
Nel contesto della cultura greca il significato del termine filosofia oscilla tra due poli estremi: da un lato esso indica la cultura in generale e l'educazione; dall'altro indica una determinta disciplina scientifica che ha per oggetto i princìpi primi, le strutture generali dell'essere e dio.
Una tesi molto diffusa vuole che l'origine della filosofia in Grecia sia dovuta ad un preponderante influsso orientale. Contro questa spiegazione si schiera Zeller, il quale mostra come, alla luce dei documenti in nostro possesso, tale tesi non sia sostenibile. Troppe sono infatti le differenze fra il pensiero orientale e quello greco, per cui risulta abbastanza chiaro che la filosofia in Grecia è da considerarsi un fenomeno indigeno.
Presso gli orientali non troviamo per esempio nessuna spiegazione naturalistica delle cose, ma solo miti e cosmogonie; inoltre, mentre presso gli orientali il sapere era monopolio della casta sacerdotale, in Grecia esso è libero perchè, come abbiamo detto sopra, non esiste nulla di simile ad una gerarchia sacerdotale ( i cristiani dovranno infatti prendere l'impero romano come modello della loro struttura gerarchica). Se influsso vi è stato quindi, questo non può dirsi determinante.
Detto questo, Zeller individua i fattori che possono aver stimolato la nascita della filosofia in una serie di elementi tipici della società greca di quell'epoca: la posizione geografica di ponte fra Europa e Asia; lo spirito amante del bello e del sapere; una religione che non pone ostacoli allo sviluppo della riflessione, ma anzi la favorisce; una struttura politica che garantisce un certo margine di libertà ai cittadini; un commercio in costante sviluppo e che richiedeva lo sviluppo di una riflessione che potesse essergli utile; un primo tentativo di spiegare i fenomeni secondo una visione naturalistica presente nei miti di Omero e di Esiodo.
Nel VI sec. a.C. la contrapposizione fra mito e logos, dove il primo è suffragato dalla tradizione mentre il secondo da operazioni logiche della mente, costringerà il primo ai soli ambiti della religione e della poesia.
La riflessione filosofica non coinvolse il pensiero di larghe masse di uomini, ma ebbe la sua base sociale in una minoranza progressista appartenente alla classe dominante. Furono questi intellettuali a togliere l'alone sacrale che ricopriva le cose per scoprire l'oggettività dei fenomeni.
La nuova cultura, che i primi filosofi creano, deve rispondere ad una serie di problemi nuovi, nati nelle città ioniche del VI sec. a.C.: occorre cioè ricostruire il contesto naturale e storico a misura della città. E' chiaro infatti che questi problemi difficilmente sarebbero potuti sorgere in una società agricola, quale era quella greca precedente, dove la natura consisteva nell'insieme dei fenomeni che non dipendono dall'uomo,e tutto si risolveva nel culto della divinità e nel rituale. E' proprio la città a compiere quella rottura che toglie l'uomo dal contatto con la natura e lo porta ad inventare nuovi mestieri e un modo diverso di vivere e di strutturarsi socialmente. Il filosofo allora prenderà il posto che nell'antica società tribale era occupato dal sacerdote, e cioè quello di depositario del sapere.

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