Filosofia greca

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Testo

ORIENTE E OCCIDENTE
Gli orientalisti sostengono che prima della filosofia greca si siano sviluppati in Oriente grandi sistemi filosofico - religiosi.
1. In India si sviluppò l’induismo che è contenuto nei quattro Veda (1300 - 1200 a.C.) e nelle Upanishad (IX - VIII sec. A.C.).
2. Ancora in India Gautama Buddah nel VI sec. A.C. diede origine ad un’altra religione filosofica, il buddismo appunto.
3. In Persia nel VII sec. A.C. Zarathustra, profeta di una nuova visione in cui si scontrano un dio del bene e un dio del male.
4. In Cina nel VI sec. A.C. Lao - Tze che fu l’autore della dottrina del Tao.
5. In Cina Confucio nel 551 - 479 a.C. fu il fautore della tradizione dell’ordine sociale.
La speculazione orientale si concentra sui problemi esistenziali e religiosi; la conoscenza è in funzione della salvezza o della liberazione dell’uomo, che consiste nel passaggio dal piano del Samshara (realtà illusoria del ciclo della vita e della morte) al piano del Nirvana (ricongiungimento all’assoluto). La filosofia è concepita dunque come “via alla salvezza”. Anche nella scienza gli orientalisti sostengono il primato dell’Oriente in campo medico (gli Egizi), astronomico (i Caldei), matematico (gli Egizi e i Babilonesi). L’originalità del pensiero greco però emerge proprio in antitesi alla cultura orientale che è di tipo religioso e tradizionalistico; la sapienza greca infatti si presenta come una “ricerca razionale”, che nasce da un atto di libertà di fronte alla tradizione. così la scienza greca si differenzia per il suo carattere teorico dall’orientale, che aveva invece scopi pratici; i Greci si chiesero i perché e le cause, giungendo all’idea di “legge e formula”.

IL MITO
Il termine greco IIIII designa la “parola”; secondo la definizione di Platone tutti i racconti sugli dei, sugli esseri divini, sugli eroi, sulle discese al mondo degli Inferi sono miti.
Originariamente il termine non era contrapposto al termine OOOO (col significato di ragione) fino alla nascita della filosofia. Soltanto quando la filosofia assegnerà al termine le prerogative del discorso razionale ci sarà una contrapposizione tra i due termini e verrà relegato nella sfera del prerazionale o addirittura dell’irrazionale. Per cui il mito ha elemento comuni con la favola, la leggenda, la sagra popolare in cui il linguaggio è un sistema di segni che vuole rappresentare le ragioni nascoste delle cose; oppure il ricordo di una realtà vissuta o di una realtà antichissima che influisce ancora sulle vicende umane odierne. Il mito è un tentativo di conoscere e spiegare il mondo; la sua struttura è la narrazione. È la rappresentazione globale del mondo e muove nel senso di un progressivo aumento alle radici del reale con l’intento di svelare l’originario, la realtà primordiale.
La parola del mito assume un significato magico - religioso che coincide con la verità (iiiiiii); è una parola assertoria, nessuno la contesta, nessuno la dimostra. Colui che la dice è il poeta, che è maestro di verità in quanto parla a nome delle Muse che sono divinità che presiedono la memoria e sanno “ciò che E, ciò che sarà e ciò che fu”.
Il mito ha:
• una struttura narrativa: infatti è un racconto tra il visionario e lo speculativo;
• la parola propone un ordine che sovrasta l’umano e che l’uomo accetterà come fato e destino;
• fa esistere in modo oggettivo qualità e facoltà soggettive per cui ci si trova di fronte ad una compenetrazione teologico - antropologica.
Secondo Kereny “il mito è l’apparizione di un’immagine con la quale tutto il mondo diventa visibile, un mondo che prima di questa icofania (apparizione di un’immagine) rimaneva oscuro e solo vagamente percepibile. Il mito è dunque cosmogonia (origine del cosmo) che ha un suo tempo, una sua vicenda che a volte disgrega la sequenza lineare e organizza i fatti in un altro senso, in funzione di un’altra verità in cui i contrari possano coesistere”.

LA PERIODIZZAZIONE DELLA FILOSOFIA GRECA

1 FASE Tra il VI - V sec. A.C. fase cosmologica: i filosofi o naturalisti si dedicano a scoprire le leggi immanenti della natura
2 FASE V sec. A.C. fase antropologica: i sofisti e Socrate rivolgono la loro speculazione all’uomo e il loro impegno E morale
3 FASE IV sec. A.C. fase sistematica: Platone e Aristotele si occupano di problemi cosmici e umani, coordinano esigenze morali e fisiche, psicologiche e teologiche; propongono soluzioni metafisiche (del problema di anima, mondo e Dio, psicologico, cosmologico, teologico)
4 FASE Dal IV sec. A.C. al I d.C. fase etica: tre sono le scuole: Epicurei, Stoici, Scettici; in questo periodo si ha la fine della poli e l’apertura dell’Oriente (vedi ellenismo); si dibatte il problema della salvezza e della libertà interiore
5 FASE Dal I sec. a.C. al 529 d.C. fase religiosa (imperatore Giustiniano ordina la chiusura di tutte le scuole filosofiche pagane). Il cristianesimo si afferma aprendo l’orizzonte della fede; la ricerca si svolge sulle verità rivelate
LA SCUOLA DI MILETO
Tra il IX - VIII sec., cioè l’età di Omero, e la seconda metà del V sec. A.C., cioè l’età di Socrate, i primi filosofi indagano la natura (fffff da = genero, cresco); la natura è considerata la totalità di tutte le se costituita da diversi elementi, governati da delle leggi, da un ordine da un principio (natura deriva dalla radice latina “gna” che vuol dire “generazione”). Aristotele chiama questi pensatori fisici e filosofi e afferma che sono i primi che tentarono di individuare il principio, l’gggg, e sono interessati a spiegare e a conoscere.
TALETE
(626 - 548) A fondamento del tutto, quindi come ((((, c’è l’acqua, principio vitale, umidore senza di cui non ci sarebbe vita, esistenza, realtà. Secondo Aristotele, Talete ricavò ciò constatando che il nutrimento di tutto è umido. L’acqua è causa del tutto ed è considerata divina; secondo Platone, Talete affermava che “tutto è pieno di dei”. Per Talete la terra poggia sull’acqua (vedi pag. 81).
ANASSIMANDRO
(611 - 657) Anassimandro fu forse il primo ad usare la parola arch. Nessuno degli elementi materiali può essere l’(((( perché fra essi c’è apposizione e quindi non si può derivare l’uno dall’altro; inoltre le cose sono tutte finite. La realtà è costituita da un dualismo: da una parte le cose finite e dall’altra l’ che è l’ che è l’infinito, l’indefinito. Le cose finite sono finite nel tempo; opposto al tempo è l’eterno, cioè l’apeiron che è divino. La vita è possibile solo nell’opposizione dei contrari; da qui scaturisce la teoria della struttura ciclica del tempo: l’universo non è proteso verso uno stato limite ma compie dei cicli cosmici per cui si dissolve, si rinnova e si ripete: questa è la teoria “dell’eterno ritorno”. L’mmmmmmm è in movimento; adesso per separazione si costituiscono il freddo (terra, acqua, aria) e il caldo (sfera di fuoco); esistono infiniti mondi che vivono e poi si dissolvono nell’apeiron originario.
ANASSIMENE
(586 - 528 a.C.) Secondo lui l’apeiron di Anassimandro è troppo indefinito, egli ricerca un unico principio che sia concreto come quello di Talete ma infinito come quello di Anassimandro, che spieghi le trasformazioni qualitative e quantitative della materia. L’arch è l’aria, sostanza sempre nobile, infinitamente estesa e capace di espandersi. L’aria circonda il mondo ed è anche anima che ci sorregge. Analizza la trasformazione qualitativa della materia e la definisce in due processi:
1 condensazione: aria => acqua => terra => pietra;
2 rarefazione: aria => fuoco.
L’intero processo generativo ha un andamento ciclico: il mondo si ripete per infiniti cicli cosmici. L’universo è un grande organismo vivente che respira. Il soffio vitale è principio vivificatore che anima il mondo, è elemento fondamentale per la vita umana, segno della presenza in noi di un’anima.
LA SCUOLA PITAGORICA
PITAGORA
(575 Samo - 497 o 490 Mataponto) compì molti viaggi in Oriente. La sua figura fu leggendaria e venerata come quella di un dio; si dice che avesse virtù taumaturgiche, che sapesse cioè curare, fare miracoli e che fosse un profeta. Era un grande matematico, anche se si crede che il teorema suo omonimo fosse già noto. fondò una setta religiosa e scoprì la cosiddetta ottava musicale.
Secondo Pitagora l’arch è il numero non concepito come entità astratta, bensì concreta e che ha estensione, forma e una rappresentazione geometrica; l’unità è designata con un punto, i numeri successivi con figure geometriche di insieme di punti; i numeri sono dunque cose reali e da essi derivano tutte le cose; il numero rende intelligibile la realtà e ne rivela la struttura quantitativa geometrica. (L’interesse per i numeri forse fu sviluppato a partire dallo studio musicale). L’opposizione numerica fondamentale è quella tra pari e dispari; l’uno è parimpari. Nei numeri pari domina l’illimitato e pertanto sono imperfetti e sono numeri rettangolari; nei numeri dispari invece domina il limite, dunque sono perfetti e sono quadrati (vedi pag. 71).
L’uno è anche visto come ente assoluto (campo teologico), è il principio dei numeri (campo matematici) ed è il numero per comprendere la realtà (campo gnoseologico).
LA FASE ANTROPOLOGICA: I SOFISTI
La scuola sofista comincia nella seconda metà del V secolo a.C. quando convergono ad Atene Protagora, Gorgia, Ippia, Crizia. Il sofista è un’intellettuale, uno straniero che insegna a pagamento, fatto che diventerà oggetto di critiche da parte di Platone che addirittura parla di “prostituzione della cultura”. Il termine “sofista” indica “l’esercizio attivo” della sapienza, ma con l’affermarsi della scuola acquista una connotazione negativa in quanto designa anche colui che comunica la sapienza, non solo chi la insegna. Attualmente l’aggettivo “sofistico” designa infatti qualcosa di artificioso. Il termine “sofisma” originariamente indicava “abilità, trovata ingegnosa”, mentre poi ha assunto il significato di “artificio logico”: il sofisma infatti è un ragionamento errato ma costruito in modo da sembrare formalmente rigoroso e nasce dalla violazione di una regola logica o linguistica per cui occorre dimostrare non solo la falsità delle conclusioni a cui il ragionamento porta, ma anche individuare l’errore su cui si basa. Un sofisma può anche essere un ragionamento che parte da premesse verosimili, si svolge in modo corretto logicamente e porta però a conclusioni inaccettabili per il senso comune.
La sofistica è una filosofia della crisi che rispecchia la rapida trasformazione socio - culturale del mondo della poliL greca. La democrazia che si affermava in forma diretta nelle assemblee, nei tribunali ecc., richiedeva nuove forme di educazione, la capacità di persuadere, di creare alleanze e quindi occorrevano nuove capacità e competenze, per esempio la retorica, cioè l’arte dell’uso della parola, che fu inizialmente una prassi della vita della comunità, e non una teoria del discorso persuasivo come divenne poi.
Per i sofisti non esiste la verità assoluta; la cosa importante per avere potere è influenzare le opinioni altrui, monipolandole appunto con la retorica, l’arte della argomentazione convincente.
La reazione di Socrate e di Platone si baserà sul fatto che per loro devono esistere valori assoluti e universali. La polemica tra Socrate e i sofisti rivela una crisi morale e intellettuale: l’uomo greco, scoperta la libertà e la potenza della parola, è disorientato.
Protagora di Abdera (490 a.C.) rinnova il rapporto tra verità ed esperienza: la verità non può essere concepita come un sapere assoluto, ma propone una concezione relativistica della verità, che perde così il suo significato magico. Tutto l’essere è relativo. «L’uomo è misura di tutte le cose» (soggettivismo); l’uomo non può conoscere tutto ma solo i fenomeni; si spezza il legame con gli dei di cui, non avendone esperienza, nulla si può dire. Conoscere il mondo significa migliorarlo: vero diventa ciò che risulta utile ed efficace (concezione pragmatica della verità, non teorica). Nelle “Antologie” Protagora afferma che della medesima realtà si possono sostenere tesi contraddittorie senza poter decidere razionalmente della loro verità: eristica (vedi teso pag. 206). Protagora cerca di fondare anche il diritto sulla volontà degli uomini e non sugli dei: questo poteva avere conseguenze pericolose: se la giustizia è ancorata ai potenti e non a dei fondamenti oggettivi, maschera solo gli interessi dei potenti.
PLATONE
(427 - 347) Socrate aveva cercato l’essenza, la forma, l’eidos fissando le forme universali della virtù. Secondo il filosofo Alexandre Koyrè la vita di Platone fu condizionata da quell’avvenimento politico che fu la morte di Socrate; infatti Platone, disilluso dalla politica non se ne occupò più e si volse alla speculazione filosofica per conoscere qual è l’essenza della giustizia, cos’è la giustizia in sé, il to de to; per arrivare a questa conoscenza Platone formula la teoria delle Idee. Nella “Repubblica”, nel “Fedone”, nel “Simposio” cerca la forma perfetta della realtà, il loro “dover essere” che non si trova nella realtà materiale, ma trascende, cioè è al di là e ne costituisce il modello, il paradigma, l’esemplare ideale. Esiste dunque un mondo delle Idee, l’iperurano, cioè un mondo trascendente di essenze immobili, immutabili, eterne. Nasce così il concetto di trascendenza, ciò che è al di là delle forme che può assumere il sensibile, fuori dal tempo e dallo spazio, la realtà è intelligibile solo a condizione che rimandi, oltre alle apparenze fenomeniche, ad una realtà essenziale, autentica, immutabile, che è l’Idea. Platone accetta degli Eleati che l’essere è immutabile ma non ne accetta l’unità: molte sono le cose sensibili e perciò molte sono le Idee che le rendono intelligibili. Per ogni classe di oggetti esiste un’Idea, cioè un valore trascendente che lo rappresenta al suo stato di perfezione e sul quale essa si modella. Le Idee si vedono “con gli occhi della mente”. La realtà sensibile attinge al mondo delle Idee o per imitazione (mimesi) o per partecipazione (metessi).
LA POLITICA
La dottrina delle idee (ontologia), dell’anima (psicologia) e dell’uomo (antropologia), sono le premesse teoriche su cui Platone edifica la sua filosofia come filosofia politica. Il tema della “Repubblica” è la natura della giustizia intesa come virtù eminentemente politica; Platone infatti, fedele agli ideali della eeeee, ritiene che l’uomo si realizzi come cittadino e non come singolo. Nel I libro della “Repubblica”, Trasimaco, un sofista, sostiene che la giustizia è utile a chi detiene il potere e che detiene il potere ha la forza di imporre le leggi e quindi le emana a proprio vantaggio, per cui la giustizia è in funzione del potere. Secondo il Vegetti, il resto della “Repubblica” è stato scritto per rispondere e contestare questa tesi si Trasimaco. Il potere non può essere derivato dalla ricchezza né dalla maggioranza, quindi non va affidato né ai ricchi né ai più: può esercitare il potere solo chi possiede il sapere, cioè gli strumenti intellettuali di conoscenza utili per comprendere gli interessi generali. Questa è l’anima del progetto politico di Platone che lo pone sia contro le tendenze oligarchiche che democratiche. La città ideale non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza, così deve essere esistita in un tempo remoto e il resto della storia è storia di decadenza che si è incarnata in tipologie di città e regimi diversi. C’è stata una fase timocratica in cui la gente combatte per il potere; una fase oligarchica in cui si combatte per la ricchezza; una fase democratica in cui tutti i desideri hanno libero corso: questo è un regime gradevole, ma anarchico, che porta come reazione alla tirannide. Centrale resta l’idea di giustizia, che domina non solo l’individua, ma anche lo Stato, il cosmo e, oltre, il mondo delle idee; giustizia è il luogo preciso di ogni idea nel tutto. La giustizia è la retta distribuzione delle funzioni: l’uomo giusto al posto giusto.
Nella “Repubblica” aveva affermato che la vita degli stati potrà migliorare solo se i filosofi governeranno o se i governanti si convertiranno alla filosofia; nella ”Repubblica” aveva svolto solo il primo tema, cioè quello dei filosofi al governo; nella settima epistola c’è invece la descrizione del tentativo fatto da Platone di far diventare filosofi gli uomini di governo: infatti in Sicilia cercò di influenzare il giovane sovrano di Siracusa Dionigi il giovane che nel 367 succede al tiranno Dionigi il vecchio, a condurre lo Stato in modo giusto; ma dovrà alla fine riconoscere che tutte le città sono mal amministrate.

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