Filosofia

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Testo

L’IDEALISMO
Fichte, Shelling ed Hegel rappresentano tre aspetti successivi della stessa corrente filosofica, che prese forma dal criticismo Kantiano, soffermandosi sui suoi punti deboli e cercando di correggerli essi arrivarono a tre nuove visioni filosofiche distinte i cui orientamenti possono più o meno essere definiti nel Soggettivismo (realtà in funzione dell’uomo, proiezione del suo spirito) nel Naturalismo (natura come essere animato che possiede uno spirito) e nello Storicismo (interesse nel comprendere l’evoluzione della storia come evoluzione di un principio divino). Essi erano legati non solo dall’impegno comune, ma anche da una profonda amicizia. Vengono normalmente citati con il nome di triade idealista.
FICHTE (Idealismo etico) 1762-1814
Critica a Kant: la critica verso Kant si fonda principalmente su due punti: 1) equivoci insiti nel concetto di “cosa in sé” 2) mancanza di spiegazione sui rapporti tra ragion teoretica e pratica.
Principalmente:
Parlare di cosa in sé significa parlare di un concetto al di là della comprensione umana, questo significa per F. Cedere ad una interpretazione scettica della realtà (in quanto non raggiungibile dalla ragione). Per F., Che parte da un ottica morale, il pensiero è totalmente libero e quindi non può essere limitato né dalle cose in se né dagli oggetti esterni ad esso, ma solo da se stesso. A questo consegue un nuovo rapporto soggetto - oggetto in cui, il soggetto prende il sopravvento, e attira a se l’oggetto facendogli perdere consistenza (riduzione della materia al sogg.) Quindi il processo di conoscenza non avviene tra sogg. Ed ogg. Ma unicamente nell’io che pone se stesso (si contempla).
Tre principi fondamentali: 1 l’io che si contempla è per Fichte alla base di tutto esso è l’io assoluto, io=io, esso pone se stesso, è principalmente attività che per realizzarsi ha bisogno di un ostacolo così 2 l’io=io crea il non-io (tutto ciò che è opposto ad esso: natura) e così dalla limitazione nasce la coscienza.3 l’io=io e però illimitato e per confrontarsi con il non-io limitato necessita di dell’io empirico che per opposizione al non-io nasce limitato e divisibile e rappresenta l’individuo.
non si sa con esattezza cosa rappresenti l’io puro, principalmente dovrebbe incarnare lo spirito del popolo ma sono visibili anche alcune analogie con Spinoza in cui rappresentava la natura, sicuramente nell’ultimo periodo viene ad identificarsi con dio.
Perché l’io puro si crea dei problemi con il non-io? -> io=io è attività pratica quindi morale, per darsi morale però ha bisogno di un ostacolo che viene incarnato dal non-io l’azione morale sarà costituita dal superamento di questi limiti. In pratica l’io empirico tende all’infinito ma non lo potrà raggiungere se non all’infinito (per Hegel cattivo infinito).
Lo spirito è mosso da due impulsi: quello puro (dell’io assoluto -> assoluta libertà) e quello sensibile (del mondo naturale -> piacere). L’impulso morale non consiste infine nella distruzione degli impulsi sensibili ma nella loro subordinazione a quelli puri. Non è una morale formalista, ma contenutistica: bene -> attività verso l’io infinito, male -> inerzia ed accidia.
Dettagli
l’opposizione tra idealismo e dogmatismo(realismo= supporre una realtà al di là della realtà ) è netta, F. Giustifica la propria scelta con 2 prove: 1) conoscenza: dogmatico-> giustifica la conoscenza partendo dall’oggetto, ma allora anche il pensiero diventa una cosa; idealista-> il pensiero crea il proprio oggetto. 2) POSIZIONE MORALE Dogmatici-> vedono la realtà come cosa in se non spiegabile -> fatalisti; Idealisti-> credono alla propria autonomia -> liberi
Streben è lo forzo che cerca di sottomettere la natura allo spirito e di realizzarsi moralmente.
la presenza di individui distinti è dovuta alla necessità di collaborazione per arrivare allo scopo comune: io puro
Socialismo Fichtiano: F. Parte dalla convinzione che lo stato deve difendere la proprietà privata, ma cosa sarebbe questa difesa dove la proprietà non esistesse, lo stato quindi deve essere una istituzione forte capace di garantire a tutti il lavoro impedendo che esistano i poveri.
Popolo: visione organicistica, insieme di individui con un’anima sovraindividuale, identificati da una identità nazionale = spirito del popolo (religione, leggi, lingua tradizioni).
missione del popolo tedesco: creare un mondo a propria immagine e somiglianza.
Comunità dei dotti: dotto figura centrale dell’umanità (in antichità profeti e taumaturghi oggi artisti e scienziati) l’uomo comune non riesce ad interpretare la realtà che lo circonda ha così bisogno della presenza di un educatori che abbiano la funzione di ceto dirigente (Platone).

SHELLING
Friedrich Wilhelm Joseph Shelling nacque nel 1775 a Leomberg, studiò a Tubingen teologia e matematica, fu poi professore a Jena, dove conobbe Fichte ed Hegel. Morì nel 1854. Alcune delle sue opere principali sono: “Idee per una filosofia della natura”, “l’anima del mondo”, “il sistema dell’idealismo trascendentale” ..... . Come Fichte diede alla propria filosofia un’accezione soggettivistica, così l’idealismo di Shelling, molto vicino al romanticismo, ne ebbe una naturalistica.
E’ impossibile studiare la filosofia di Shelling senza fare riferimento alle analogie e alle differenze che la collegano al pensiero di Fichte. Questi si conobbero a Jena dove divennero amici, ma ben presto l’amicizia s’incrinò in quanto Shelling aveva abbandonato la filosofia dell’altro. E’ quindi importante soffermarsi sulle differenze e critiche che dividono i due pensieri . Sebbene Shelling mantenga l’interpretazione del rapporto tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto proposto da Fichte, in opposizione a Kant, e cioè che l’Io (empirico), si trova di fronte all’oggetto, perché si pone di fronte ad esso, il rapporto soggetto oggetto non è per Shelling di totale opposizione, ma anche di affinità, in quanto la totale estraneità dei due concetti ne renderebbe impossibile il rapporto stesso. Egli pensa dunque che soggetto e oggetto debbano avere una radice comune non riducibile all’io puro. Quest’affinità si riscontra facilmente nel processo di conoscenza, dove il rappresentabile e l’attività del rappresentare sono così vicini che risulta impossibile determinare quale venga prima e quale dopo. Il fondamento quindi della sua filosofia non potrà risiedere unicamente nell’oggetto o nel soggetto, ma nell’unione differenziata di soggetto oggetto.
La seconda critica fatta da Shelling si basa sul fatto che è impossibile basare lo studio dell’intera realtà su qualcosa che non è ma “deve essere” e quindi un’idealità come l’Io puro. La stessa deduzione dell’io empirico divisibile e finito e il non-Io altrettanto divisibile e finito dall’io puro rende artificiosa e fittizia l’esistenza di una realtà finita.
La tesi fondamentale su cui si basa l’intera critica riguarda però la natura, Per Fichte la natura non rappresenta altro che un limite all’io empirico prodotto dall’io puro, per Shelling, molto vicino a concezioni romantiche, questa teoria è estremamente riduttiva e tende a nullificare la natura che invece, per la sua coplessità e vastità non puo’ derivare dall’io, ma da qualcosa che lo trascenda e sia la di sopra di Io e non Io, e quindi dall’uione differenziata di soggetto e oggetto. Shelling così delinea un nuovo rapporto tra soggetto e oggetto: la natura antecede la riflessione dell’io ma essa stessa, sebbene inconscio, è spirito; mentre l’Io non deriva dalla natura ma è una produzione dell’assoluto parallela al non Io.
Per Shelling il compito della filosofia è quello di indagare l’assoluto sia nella sua accezione reale che ideale e quindi il suo pensiero può essere definito ideal-realismo. La sua filosofia quindi studierà l’assoluto sia dal punto do vista della natura (“filosofia della natura”) che da quelle dello spirito (“filosofia dello spirito”).
L’uomo si inserisce nell’unione differenziata di soggetto e oggetto non più con il compito (come per Fichte) di imporre la sua volontà sulla natura ma piuttosto di coglierne le analogie e sostanziale identità con lo spirito. Ciò comporta un ideale contemplativo, un lasciarsi vivere dall’assoluto.
La filosofia della natura
Il compito della filosofia della natura non è solamente lo studiare i suoi fenomeni ma comporta l comprensione dell’agire stesso insito in tali fenomeni. Shelling trasporta al mondo della natura il concetto fichtiano di “azione” a base dell’io. Giudica negativamente le scienze di Galileo e Newton colpevoli di cercare la spiegazione ai fenomeni naturali unicamente in formule meccaniche. Per Shelling le scoperte di Galvani mettevano in crisi il modello meccanicistico matematico così sentiva la necessità di creare una nuova fisica, “fisica speculativa” basata non su rapporti di atomi materiali ma di forze. Per Shelling ogni fenomeno è frutto di tendenze opposte: riscontrabili per esempio nei fenomeni elettrici dove esistono cariche positive e negative. Shelling suddivide le forze della natura in tre gradi fondamentali: nel primo sono classificate le elementari forze di attrazione e repulsione, nel secondo la luce il magnetismo e i processi chimici, nel terzo, infine, le forze organiche fino la vita cosciente.
La filosofia dello spirito
Anche la filosofia dello spirito si esplica in tre gradi che rappresentano le attività della vita cosciente: il conoscere, l’agire e l’arte.
L’attività del conoscere ricostruisce nel soggetto rappresentazione del mondo oggettivo, l’attività dell’azione trasporta nel mondo oggettivo le rappresentazioni del soggetto , l’attività artistica invece, la facoltà più importante dell’uomo, permette di cosgliere l’unità di spirito e natura all’interno dell’assoluto. Per Shelling l’artista è in grado di cogliere questa unità in quanto durante la produzione artistica si sente, tramite l’ispirazione, solo in parte cosciente della propria produzione poiché comandato da una forza superiore la sua volontà: la natura.
Per Shelling la storia, in rapporto con l’arte, è la rivelazione dell’assoluto, costruita da personaggi, che recitano la propria parte, a cui da svolgimento l’intervento del poeta, che in questo caso è rappresentato dall’assoluto. In questo modo tramite le azioni degli uomini si crea un’armonia, che essi non sono in grado di cogliere.
HEGEL (IDEALISMO LOGICO)
Hegel critica Fichte sulla concezione dell'io puro, che lui vede come un'infinita tendenza morale, un divenire che non trova mai appagamento.
Hegel critica Schelling sul modo di considerare l'assoluto come identità di natura e spirito, unità indifferenziata, come una "notte in cui tutte le vacche sono nere" e perciò tale da non poter spiegare la varietà del reale.
Hegel parte dal problema di trovare un punto di vista della realtà in cui l'ideale non sia sganciato dal reale. Nelle opere giovanili pensa che la risposta si trovi nella religione, così analizza le varie religioni, ma vede nel Cristianesimo la forma più alta in quanto Dio incarnatosi (ideale) si è fatto realtà (reale). Però neppure questa religione rispondeva perfettamente alla domanda perché Cristo separava il Regno dei Cieli dalla Terra. Hegel ritiene quindi che non sia nella religione che avviene questa conciliazione ma nella filosofia.
La Fenomenologia dello spirito costituisce la prima e maggiore opera in cui Hegel espone la propria concezione del mondo. L'obbiettivo che si propone l'autore è quello di delineare una ricostruzione razionale del percorso compiuto dalla coscienza ingenua (spirito che non ha coscienza di sé) per raggiungere la razionalità assoluta (piena coscienza di sé). Questo cammino della coscienza è un cammino dialettico, un procedimento che esige che nessun momento della realtà sia considerato separato dal resto. Hegel, infatti, afferma che " il vero è l'intero", cioè la storia, ovvero l'ultima fase dello sviluppo dello spirito. Le prime tre tappe della storia dialettica sono: coscienza, autocoscienza e ragione. 1) Il momento della coscienza è il momento in cui la coscienza umana si rapporta all'oggetto sentendolo esterno a sé. 2) Il momento dell'autocoscienza nega l'alterità, essendo sintesi di soggetto e oggetto. 3) Il momento della ragione è quello in cui la coscienza è consapevole di essere tutta la realtà. Per raggiungere la piena coscienza di sé, l'autocoscienza passa attraverso tre momenti o figure: -1 quella del servo padrone, che attraverso il lavoro si emancipa -2 lo stoicismo e lo scetticismo, cioè l'affermazione della libertà della coscienza e la successiva messa in crisi -3 la coscienza infelice, tipica del medioevo, consapevole della scissione tra uomo e Dio.
La Dialettica è il metodo del processo di sviluppo dello spirito. Ma siccome Essere e pensiero coincidono, la dialettica è il metodo del farsi della realtà e il metodo con cui il pensiero pensa. Questo metodo consiste in un movimento di tesi e antitesi e sintesi (in sé - tesi, per sé - antitesi, in sé per sé - sintesi). Mentre la vecchia logica aristotelica non riconosceva il legame tra realtà e idea in nome del principio di identità e non contraddizione, la nuova logica riesce a cogliere tale legame in nome del principio di contraddizione. Quindi i due concetti contraddittori non vengono più contrapposti, bensì mediati attraverso la "mediazione dialettica".
La Logica (da logos) è per Hegel lo studio delle leggi del pensiero e coincide con la storiografia. La triade fondamentale (tesi, antitesi e sintesi) lungo la quale si attua il ciclo dialettico dell'assoluto è così costituita: nel primo momento lo spirito si presenta come idea preesistente al sorgere della materia e dello spirito; nel secondo si presenta come natura e nel terzo come spirito. In corrispondenza a questi tre momenti, Hegel suddivide il proprio sistema in tre parti: logica, filosofia della natura e filosofia dello spirito. La logica o dottrina dell'essere è a sua volta suddivisa in logica dell'essere, dell'essenza e del concetto, nelle quali sono rispettivamente trattate le categorie dell'intuizione sensibile (qualità, quantità), dell'intelletto (forma e materia, causa ed effetto) e infine le varie specie di concetti, giudizi e sillogismi.
La filosofia dello spirito costituisce la terza parte del sistema di Hegel e concerne l'ultima fase dello sviluppo dell'assoluto. La rivelazione dell'assoluto o spirito avviene attraverso tre gradi: spirito soggettivo, oggettivo e assoluto, dei quali nei primi due esso si manifesta come finito, mentre nel terzo come infinito. Nello spirito soggettivo si ha il nascere della coscienza individuale e il suo elevarsi verso le forme più alte della volontà e del pensiero. Questa elevazione dà luogo ad una nuova triade dialettica e cioè alla formazione dell'anima, della coscienza e dello spirito, oggetti rispettivamente delle tre seguenti discipline: antropologia, fenomenologia dello spirito, psicologia. L'anima è per Hegel "il fondamento di ogni particolarizzazione e individuazione dello spirito" e si svolge attraverso tre stadi: anima naturale, anima senziente ed anima reale. Anche la coscienza si svolge attraverso tre stadi: coscienza, autocoscienza e ragione. Lo spirito è infine l'assoluto che si determina come verità dell'anima e della coscienza. Esso progredisce attraverso tre gradi: spirito teoretico, la cui esistenza è il sapere; spirito pratico e spirito libero, che sfocia nello spirito oggettivo. Anche lo spirito oggettivo dà luogo ad una triade dialettica: diritto, moralità ed eticità (moralità sociale). Nel primo lo spirito è persona di fronte alle altre persone e da questo rapporto nasce il diritto; nella seconda lo spirito si rivela come soggetto animato da una volontà particolare, che tende a diventare universale; nella terza lo spirito diventa "spirito di popolo", secondo il quale essere e dover essere risultano coincidenti e questa coincidenza si realizza nella famiglia e nello Stato.
Mentre per Rousseau il contratto nasceva dalla volontà di un singolo uomo di cooperare, per Hegel il potere dello Stato non può derivare dalla volontà popolare, ma ha in se stesso il proprio potere e la propria ragione d'essere. Secondo Hegel la funzione dello Stato non è quella dell'amministrazione e dell'ordine pubblico, proprie della società civile, ma rappresenta la "realtà etica e consapevole di un popolo". La funzione dello Stato è quella di fare la storia, considerata non come un succedersi di fatti senza nesso e significato ma come espressione e realizzazione dello spirito. La guerra è pertanto vista da Hegel come il movimento necessario allo svolgersi dello spirito.
Anche lo spirito assoluto si attua attraverso una triade dialettica: l'arte, la religione e la filosofia. L'arte è espressione dello spirito divino del mondo in forme sensibili. Hegel definisce il bello come armonia della forma con l'idea ed esistono due tipi di bello: in bello naturale e il bello dell'arte. Il bello naturale è a differenza di Kant il grado più basso di bellezza, perché è privo dei caratteri di libertà e idealità. Il bello dell'arte è invece superiore perché libero da ogni legame con il mondo esteriore grazie all'uso della fantasia. Per mezzo della fantasia l'artista coglie l'idea e ne è dominato (ispirazione), ma perché possa esprimerla è necessario che egli a sua volta la domini. Hegel distingue poi tre fasi nell'attività artistica dell'umanità: 1) l'arte simbolica in cui prevale il dato sensibile, che diviene simbolo di qualcosa di più generale 2) l'arte classica in cui prevale l'adeguazione del soggetto all'oggetto 3)l'arte romantica in cui lo spirito prevale sulla forma.
La religione è l'espressione dello spirito assoluto in forme rappresentative elaborate dalla fantasia, così la creazione è la rappresentazione dei rapporti tra Dio e il mondo e la provvidenza è la rappresentazione dei rapporti tra Dio e la storia. Hegel vede nella religione cristiana quella principale, infatti i dogmi fondamentali del cristianesimo esprimono le principali verità della filosofia: il dogma della trinità adombra il concetto della dialettica e il dogma dell'incarnazione adombra il concetto dell'unione tra finito e infinito.
La filosofia è per Hegel "l'unità dell'arte e della religione", è l'autocoscienza assoluta dello spirito, è il frutto più maturo dello sviluppo dello spirito nella storia. Hegel è convinto che la propria filosofia rappresenti lo spirito del tempo in cui è sorta e ritiene che con la propria filosofia il pensiero sia giunto ad un compimento. Infatti Hegel, ripercorrendo le fasi della filosofia, mostra come con la sua filosofia lo spirito sia giunto alla massima maturazione. Infine, essendo la filosofia il simbolo di un'epoca storica, Hegel ritiene che lo stato Prussiano costituisca l'incarnazione del dover essere e l'apice dello sviluppo di tutte le civiltà precedenti.
DESTRA E SINISTRA HEGELIANA
Già negli ultimi anni della vita di Hegel ci furono delle critiche del sistema hegeliano per opera di un gruppo di giovani che diede vita alla sinistra hegeliana. Le critiche di questi discepoli vennero poi approfondite ed ampliate da Marx ed Engels, che, partiti dalle posizioni della sinistra hegeliana, si spinsero assai oltre, tentando di scendere dal piano teorico a quello pratico politico. La destra interpretava in modo trascendente l'Assoluto del maestro e lo identificava col Dio della tradizione teologica. Essa pertanto tende a ridurre la dialettica hegeliana alla dogmatica ortodossa, tornando ai principi e ai valori tradizionali. Al contrario la sinistra hegeliana ritiene che ci sia una sostanziale incompatibilità tra il cristianesimo, che afferma la trascendenza di Dio, e il razionalismo immanentistico difeso da Hegel. Va infine sottolineato che la destra e la sinistra sono state entrambe polemiche verso il positivismo. La destra combatté il positivismo in quanto troppo immanentistico, la sinistra invece perché contraria a quanto vi era di poco razionalistico e soprattutto contraria ai molti compromessi con la trascendenza accettati dai positivisti. Infine il contrasto riguardava anche l'atteggiamento verso la società. Il positivismo inglese e francese cercava, sul piano politico, di perfezionare le strutture della società borghese, che era invece criticata dalla sinistra, mentre la destra vedeva nello stato prussiano il punto più alto raggiunto dallo sviluppo dello spirito e quindi imperfettibile. Gli esponenti più importanti della destra sono Rosenkranz, Goeshel e Fisher; al contrario quelli della sinistra sono Feuerbach, Strauss e Bauer. In particolare Strauss pubblicò la Vita di Gesù nella quale sostiene che gli elementi soprannaturali di tale vita non sono né autentici dati storici né una mera invenzione dei primi cristiani, ma mito, cioè trasfigurazione delle idee religiose più largamente diffuse ai tempi di Gesù. In altri termini il Vangelo ci esprime attraverso il mito il significato più profondo del cristianesimo, così il dogma dell'incarnazione non è altro che la raffigurazione mitica dell'idea dell'unità tra finito e infinito.
LUDWIG FEUERBACH fu allievo di Hegel. Feurbach nella Critica della filosofia hegeliana riconosce i meriti del maestro, ma ne individua anche alcuni limiti. In particolare Feuerbach ritiene che quando Hegel parla di spirito assoluto , parla di Dio, così pensa che la filosofia di Hegel sia una teologia mascherata, teologia ridotta a logica. Hegel ha commesso l'errore di aver ridotto a determinazioni, predicati dell'infinito, le determinazioni della realtà o del finito. Si tratta ora di rovesciare l'hegelismo e assumere il finito come momento iniziale della riflessione filosofica. Da ciò la rivendicazione di Feuerbach di una nuova filosofia che ponga al centro della propria riflessione l'uomo. Per questa rivendicazione della centralità dell'uomo come oggetto della riflessione filosofica, l'orientamento del filosofo tedesco è stato definito "umanesimo". Con la sinistra hegeliana era iniziato il progetto di demitizzazione della religione cristiana e si credeva che tutta la componente soprannaturale dei vangeli non fosse altro che una serie di miti e leggende. Feuerbach ritiene che il fenomeno della religiosità possa trovare nell'uomo stesso la sua più completa spiegazione. I principi religiosi non sono altro che costruzioni antropomorfiche nelle quali l'uomo proietta i propri pensieri e le propria esigenze più profonde. Quindi l'essenza del cristianesimo non è altro che l'essenza dei pensieri che albergano nel nostro cuore. E la coscienza che l'uomo ha di Dio coincide con la coscienza che l'uomo ha di se stesso. La religione ha avuto quindi il merito di essere la prima coscienza che l'uomo ha avuto di se, ma la sua illusorietà consiste nel trasformare i più intimi ideali dell'uomo in proprietà di un essere divino, distinto da lui. È quindi necessario negare l'esistenza di Dio e far sorgere nell'uomo una coscienza diretta di se stesso. Feuerbach attribuisce alla filosofia il compito di sviluppare questa coscienza. Per Feuerbach la filosofia deve essere antropologia e quindi da idealismo diventa materialismo. L'uomo si realizza compiutamente nel rapporto con gli altri, nella vita sociale ed è proprio dal rapporto tra uomo e uomo che si sviluppa la moralità. Dal vincolo della solidarietà sorge il sentimento del dovere, come rimorso di fronte all'azione che ha causato l'infelicità altrui; ancora dal vincolo della solidarietà sorge l'istinto politico che si realizza nella costruzione di istituti sopra-individuali.
SHOPENHAUER
Vita: Arthur Shopenhauer (1788-1860) subì nella sua formazione la profonda influenza di Goethe, studiò prima a Gottinga e poi a Jena nel 1819 scrisse la sua opera principale: “Il mondo come volontà e rappresentazione”, nel 1820 conseguì una libera docenza a Berlino, ove insegnò senza successo (per il predominio incontrastato di Hegel). Nel 1831 pubblicò un’opera sulle scienze naturali “La volontà nella natura” e nel 1841 una dedicata a problemi morali “I due problemi fondamentali dell’etica”. L’ultima opera “Parerga e paralipomena, scritta nel 1851 con un linguaggio molto semplice gli procurò successo e fama in patria e all’estero. Per comprendere realmente la filosofia di S. È necessario capire come le sue teorie siano state influenzate dalle religioni orientali, che in quel periodo venivano divulgate anche in Europa.
Illusorietà del mondo fenomenico: Per S. Lo studio della realtà doveva partire, a differenza di quanto affermavano Fichte ed Hegel, dall’esperienza intesa non soltanto come esperienza esterna ma anche interiore, da queste basi poi si potrà ricercare un principio unificatore (ricerca spesso soddisfatta dalle varie religioni) colto unicamente dal filosofo tramite l’intuizione. L’opera “Il mondo come volontà e percezione” sintetizza le basi della filosofia shopenhaueriana: in primo luogo infatti il mondo è rappresentazione (ovvero molteplicità di fenomeni) ma esiste anche la volontà (principio esplicativo). Le rappresentazioni non sono le sensazioni, ma la sintesi dei dati dell’esperienza e delle forme a priori, questo concetto rimanda esplicitamente al criticismo Kant anche se per S. Le forme a priori sono solo tre (spazio, tempo, e causalità) e provengono dall’intelletto non distinto dall’intuizione. Da questi presupposti intuitivi (ben costituiti) si muove la ragione, che crea i suoi concetti, questi sono rappresentazioni secondarie e non avrebbero senso se non si riferissero all’esperienza. Da questo deriva che i concetti sono sterili, non costituiscono per l’uomo qualcosa di nuovo, e l’unica reale fonte di conoscenza rimane il mondo fenomenico (in fin dei conti è il ragionamento kantiano della “Critica della ragion pura”). In aggiunta e opposizione a Kant però, la realtà fenomenica di S,. È illusoria, (è Maja il velo ingannatore.). Lo studio della materia quindi potrà spiegare le condizioni che regolano la produzione di sensazioni e rappresentazioni, ma non potrà mai svelare ciò che si nasconde sotto il velo di Maja. Dietro il mondo fenomenico si nasconde infatti la “cosa in sé”, per capire la quale è necessario per S. Fare riferimento ai profondi segreti che sono contenuti nell’interiorità umana. In primo luogo ciascuno scopre che l’uomo è scisso in organismo (essere intuito anche dagli altri nel mondo della rappresentazione) e volontà cieca (insieme di bisogni, sentimenti oscuri, e impulsi a conservare la vita, intuizioni che non possono essere comprese dagli altri). La volontà è influenzata dal tempo ma non in modo radicale, sfugge alle forme a priori, quindi è qualcosa di più profondo, non una verità scientifica, ma filosofica. Essa diventa la “cosa in se” di Kant che pur incomprensibile alla scienza è sentita interiormente da ogni uomo. Essendo poi indipendente dalle forme a priori, non è più individuale, ma è comune a tutti gli esseri viventi.
La natura: come Shelling S. Vede unità nel mondo naturale, che si articola in gradi diversi tramite l’oggettivazione della volontà (istinto di sopravvivenza). Il grado infimo è rappresentato dalla materia inorganica, mentre quello più alto dall’uomo, in cui la volontà, normalmente incosciente, diventa cosciente di sé. Quella di S. È una concezione della natura primo-romantica, concepita secondo un’ottica di tipo attivistico, secondo un evoluzionismo “volontaristico”.
Pessimismo: per S. Alla base del mondo fenomenico vi è la lotta continua che si consuma tra gli esseri viventi, in cui si manifesta la volontà (Hobbes → homo homini lupus). La volontà infatti, pur essendo il principio universale, si lacera nei particolarismi, questa sua limitazione si manifesta così con la mancanza, il dolore e il bisogno. Sotto questa ottica il piacere non rappresenta altro che uno stato negativo: il momentaneo appagamento del bisogno o la momentanea cessazione del dolore, se nella vita poi non si presenta né la felicità ne il dolore subentra la noia. La filosofia di S. In particolare polemizza contro l’ottimismo hegeliano a cui contrappone una visione del mondo in cui il dolore è una condizione universale, e in cui non esiste una forza che governi la storia, per S. Non esiste un fine per la storia dell’umanità, che non è guidata né dalla provvidenza né dalla ragione ,ma soltanto dal destino.
La liberazione dal dolore La liberazione dalla volontà cieca è per S. L’unica affermazione possibile di libertà: l’unico obiettivo quindi non può essere che trascendere l’esperienza liberandosi dalle illusioni, tramite tre vie: la moralità, l’arte e l’ascetismo.. La moralità è una conoscenza più profonda dell’intelletto e della ragione il suo principio fondamentale è la pietà grazie la quale l’uomo comprende intuitivamente l’unità di tutti gli esseri e libera il proprio animo dalla malvagità (l’azione negativa della pietà è la giustizia, quella positiva la carità). L’arte è la contemplazione delle cose nel loro carattere ideale ossia la contemplazione delle idee, termine platonico con cui S. Indica gli oggetti puri ed eterni sui quali si modellerebbero gli esseri individuali, esse non sono ricavate per astrazione dal mondo fenomenico (come i concetti) ma sono l’oggettivazione immediata della volontà (chi si eleva a questa contemplazione dimentica se stesso, non sa più chi è, sa solo che contempla). L’arte più elevata è per S. La musica (periodo romantico) di cui difende l’autonomia linguistica come linguaggio dell’irrazionale: così la musica si libera della parola e da sola spiega “l’in se del mondo”. L’ascetismo è il più alto grado raggiungibile, rappresenta la massima riduzione della volontà di vivere, consiste nella negazione di ogni aspetto della realtà fenomenica per tanto è in grado di liberare l’uomo non temporaneamente dalle illusioni del velo di Maja. La negazione ascetica non è il suicidio che al contrario rappresenta la suprema affermazione di sé, ma è la distruzione della volontà individuale, il superamento di una volontà lacerata in cui la stessa volontà si trasforma in “noluntas”. Questa ascesi molto simile al “nirvana” delle religioni orientali non corrisponde a quella cristiana, non è un “iter mentis in deum” ma l’annullamento della personalità
KIERKEGAARD
Polemica con l’hegelismo :il fulcro della critica di K. a ogni razionalismo e in particolare a quello di H. si basa sull’affermazione che il pensiero logico non è in grado di afferrare la realtà, né quella naturale né quella spirituale. Se nello sviluppo dell’assoluto hegeliano gli opposti possono conciliarsi questo è possibile solo perché la loro opposizione è una mera apparenza; nella realtà invece le opposizioni sono inconciliabili e si escludono a vicenda. Inoltre siccome il sistema hegeliano si presenta come una concezione dell’essere infinito, esso non perviene mai al singolo uomo ed è quindi una filosofia incapace di cogliere l’effettivo processo del reale. K. parte invece da una riflessione diretta sull’individuo nella sua interiorità e innanzitutto afferma che esistere, per il singolo, significa existere, cioè uscire fuori dall’infinità, trovarsi al confine fra l’essere e il non essere. La categoria fondamentale del singolo non potrà essere la necessità razionale che sceglie Hegel, ma la categoria della possibilità . Il singolo ha la caratteristica di trovarsi sempre nella situazione di dover scegliere fra illimitate possibilità. Egli è libero di decidere, ma la sua libertà si traduce in un profondo e invincibile sentimento di angoscia. Come Hegel, egli vede nella realtà un processo, un perenne divenire, ma la legge di questo divenire non è la dialettica hegeliana, ma tale processo si può ricostruire mediante una dialettica qualitativa che considera ogni momento distaccato dall’altro. L’esempio più significativo di questa considerazione ci è offerto dalla riflessione sull’esperienza religiosa :in un primo momento l’uomo è vissuto in uno stato di completa innocenza ,come Adamo nel paradiso terrestre, cioè ignorando se stesso, ma ciò che ha fatto portare l’uomo alla coscienza di sé è stato un atto di ribellione ,il peccato originale, che ha fatto scoprire ad Adamo la propria esistenza di individuo.
tre stadi :K. studiando la vita umana nella sua concretezza vi individua tre stadi alternativi.
Lo stadio estetico :è quello di chi considera il mondo come un grande spettacolo da cui trarre gioia e “si lascia vivere” senza dover compiere alcuna scelta né impegnarsi in alcuna cosa. La figura tipica dell’esteta è quella del “seduttore” che finisce , disperdendo la propria personalità, nella noia e nell’ansia di una vita diversa.
Lo stadio etico : E’ grazie all’ironia che l’individuo si solleva al di sopra del mondo delle cose in cui si trova immerso ed evita di restarne imprigionato. L’ironia ha un potere distruttivo, è la forza del contrasto e mediante essa l’uomo deve abbandonare la propria situazione di indifferenza a tutto ,rientrare in sé e decidere di assumere il compito assegnatoli dalla vita(es. uomo coniugato dedicato alla famiglia).
Lo stadio religioso :è lo stadio estremo ,in cui il singolo attraverso il pentimento ha rinunciato a qualsiasi scopo relativo e finito di cui riconosce la reale contingenza ed esso nasce da una paradossalità, che scopre l’interiorità nascosta dell’individuo. Egli scopre in tal modo la propria finitezza , sente la propria dipendenza da un essere fuor di misura ed entra in rapporto diretto e personale con Dio. L’organo di tale scoperta è la fede, non la ragione. Sviluppandosi nell’interiorità più profonda dell’individuo, essa lo porta ad abbandonarsi alla grazia divina, senza però liberarlo dall’angoscia della propria finitezza.
IL “SINGOLO” E LA “FOLLA”
Dio :Dio si rivela nell’interiorità nascosta del singolo uomo e lo fa come persona. Il vero cristiano però non si limita ad accettare tutte le contraddizioni che la ragione ha sempre rivelato in questa figura, ma deve fare qualcosa di più :non solo ammirare Cristo ,ma imitarlo. L’effetto della rivelazione di Cristo nell’interiorità si esaurisce in tale inter. o si manifesta nei rapporti con gli altri uomini ? il primo K. presentava la fede come rapporto diretto tra l’anima dell’uomo e Dio, che rivela al credente di essere peccatore , gli fornisce la coscienza della propria singolarità e quindi incide esclusivamente sulla sua coscienza interiore. Il 2° K. invece non dice più che il cristianesimo rimane estraneo alle vicende del mondo, ma che entra in conflitto con esso, vi porta la discordia e rende gli uomini infelici. Di qui il dovere del vero cristiano di non rinchiudersi in se stesso, ma opporsi a chi è pago di questo mondo e aiutarlo a salvarsi. Diventa facile capire il disprezzo per la massa o folla che segue la moralità generale passivamente e il ripudio della “mondanità tiranna che vuole tutti gli uomini uguali”. Inoltre la “folla” considera la vita quale bene supremo ,mentre il cristiano sa che l’unico bene supremo è il contatto diretto del singolo con Dio. Questo è un atteggiamento sinceramente e K. si pone fuori da ogni forma di razionalismo oltre che dalla corrente romantica perché la sua concezione di Dio come persona trascendente è infatti inconciliabile con le forme di panteismo romantico.
MARX (lavorò con Engels, le sue teorie sono frutto del lavoro comune)
Nasce a Treviri nel 1818. Si laurea con una tesi sulla Differenza fra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro. Importante perché viene a conoscenza della teoria del clinamen, questo unito alla visione degli dei fa nascere in lui la certezza della piena autonomia della coscienza umana dal trascendente. Morì nel 1883. Alcune delle opere principali sono: “Critica della filosofia Hegeliana del diritto pubblico” i manoscritti “il manifesto del partito comunista” e “il capitale”.
Marx ricava da Hegel la concezione dialettica dell’universo, secondo la quale la realtà procede attraverso contraddizioni, che sono il suo stesso motore. Però per Marx non è più possibile ricavare tali contraddizioni a priori dall’idea dell’essere, ma è necessario rivolgersi alla stessa materia studiata, come Feuerbach parte dal reale e dall’uomo ma a questo Marx aggiunge la concezione di un finito dialettico. Da F. Ricava anche il concetto di alienazione religiosa che riconduce però ad un aspetto di una più complessa alienazione economica, caratterizzata dall’avvilimento a dell’uomo , che è asservito al capitale. Il capitale, non è quindi un semplice strumento dell’uomo, ma riesce ad imporre le proprie regole sull’individuo stesso.
Uno dei punti fondamentali del pensiero di Marx è la critica al socialismo utopistico che si limitava a denunciare le ingiustizie nei confronti del proletario senza spiegarne le cause, che invece possono essere spiegate mediante il socialismo scientifico. Per passare quindi da un socialismo utopistico ad uno scientifico Marx si serve di un’impostazione filosofica vicina ai risultati del pensiero moderno, che si basa sul materialismo storico e sul materialismo dialettico.
Materialismo storico: per comprendere questo concetto è necessario partire da due punti fondamentali: per Marx l’attività produttiva, e quindi il lavoro, costituisce l’essenza dell’uomo (ricambio organico con la natura: necessario per la sopravvivenza, sociale perché grazie a questo l’uomo appaga i suoi bisogni nella società e storico perché varia nel tempo), e la prima azione storica dell’uomo e rivolta al soddisfacimento dei propri bisogni, tramite la produzione dei mezzi necessari. Chiarito questo Marx scopre che è il lavoro e non un vincolo di solidarietà (Feuerbach) che unisce gli individui nella società comune, il lavoro però oltre ad unire le persone le divide in “classi”, che sono i fattori reali della società. Il nucleo del materialismo storico consiste quindi nella scoperta che la storia umana è sostanzialmente la storia delle lotte tra una classe e l’altra per la produzione e la spartizione di ricchezze. Marx quindi individua nelle varie fasi storiche la lotta tra una classe dominante e una subalterna (società schiavistica, feudale borghese e capitalistica).
Quando gli uomini entrano in contatto, gli uni con gli altri con uno scopo produttivo, creano dei rapporti che dipendono dallo sviluppo delle forze produttive, che formano la base della società civile (strutture), solo in seguito poi si formano le sovrastrutture ideologiche, politiche e giuridiche. Mentre però le forze produttive si evolvono le sovrastrutture tendono a rimanere immutabili, e quindi si genera un conflitto che apre un epoca di rivoluzione sociale. Il fondamento della realtà diventa quindi la struttura economica, che talvolta tuttavia può essere influenzata dalle sovrastrutture ideologiche stesse. Se le concezioni metafisiche pensavano che fosse la storia a muovere gli uomini, per raggiungere scopi sovraindividuali, Marx ritiene che sia l’uomo con il suo lavoro che si serve della storia per i propri interessi. Infatti la conoscenza della storia non è fine a sé stessa ma sarà necessaria per intervenire direttamente su di essa.
Il capitale: quest’opera non solo fornisce gli strumenti teorici per comprendere la struttura della produzione capitalistica e i suoi effetti sulla vita dell’uomo, ma è anche una critica all’economia politica che riteneva il capitalismo una realtà economica eterna. Per Marx invece il capitalismo è un modello di produzione storicamente determinato, con il suo inizio e l’inevitabile fine. Se l’attività economica si realizza nello scambio organico tra uomo e natura, nel sistema capitalistico questo scambio avviene con la merce, essa possiede due peculiarità: l’essere utile (valore d’uso) e essere soggetta a scambio (valore di scambio), queste non sono uguali perché il valore d’uso non è quantificabile, cambiando nel tempo, mentre il valore di scambio lo è e usa come unità di misura comune il lavoro umano, il valore di scambio di una merce dipende quindi dal tempo necessario per produrla. Mentre prima del capitalismo la merce serviva per ottenere denaro e subito dopo nuova merce (M-D-M) oggi dal denaro si passa alla merce e poi a più denaro (D-M-D’), il denaro da semplice strumento di scambio diventa capitale. Come è possibile spiegare l’aumento di danaro (plusvalore)? Esso non può avvenire con la circolazione (serie di scambi equivalenti) ma bisogna ricondurlo al lavoro umano che è l’unica merce che consumandosi produce valore, in essa valore d’uso e valore di scambio non coincidono in quanto la forza-lavoro viene pagata come le altre merci, ma il valore d’uso immette nelle merci lavorate un valore superiore a quello originario. Con questo ragionamento cade il discorso sull’ingiustizia del salario, infatti la forza lavoro viene pagata al giusto prezzo di scambio, bisogna quindi spostare l’attenzione sul sistema capitalistico nel suo complesso, non basta alzare i salari, si deve cambiare il modo di produzione. Dal plusvalore si ottiene il profitto reale del capitalista, questi non sono la stessa cosa. Marx individua nella produzione il capitale costante (c), che non varia, il capitale variabile (v), che è il salario e il plusvalore (p); il capitale è dunque: C=c+v+p. Da qui si ricavano il saggio del profitto: P*1/(C+V) che indica il guadagno effettivo e il saggio del plusvalore P/V che rappresenta il grado di sfruttamento dell’operaio. Per aumentare il plusvalore il capitalista deve o allungare la giornata lavorativa o ridurre il tempo necessario per coprire la spesa del salario.
Questa è la logica del sistema di produzione capitalistico, ma esso è storicamente determinato, sussiste cioè solo per determinate condizioni, e per Marx esso contiene al suo interno numerose contraddizioni che lo porteranno al crollo. Per esempio il capitale costante è destinato ad aumentare, in proporzione, maggiormente del capitale variabile, questo comporterà una diminuzione della domanda di forza-lavoro ed uno sfruttamento maggiore dell’operaio, che non essendo più in grado di permettersi le merci del mercato innescherà una crisi di sovrapproduzione. Sono queste le contraddizioni interne al capitalismo che secondo Marx lo porteranno inevitabilmente, con l’intervento attivo della classe operaia, alla fine.
Materialismo dialettico: secondo Marx il materialismo storico va inserito nel divenire della realtà, ovvero nel materialismo dialettico. Questo materialismo è molto diverso da quello del 1700 e del positivismo che lo stesso Marx definiva piatti e volgari, queste teorie infatti si basavano su leggi matematiche e fisiche erroneamente caricate, in modo dogmatico di valenza metafisica. Il materialismo dialettico invece non pone le proprie basi su una scienza in particolare, ma sul rovesciamento della dialettica hegeliana (dialettica di classi). Questa dialettica consentiva inoltre a Marx di evitare i contrasti tra materia e spirito, con il risultato di dimostrare che la realtà che abbiamo sotto agli occhi è l’unica realtà esistente e non implica un collegamento ad un’altra realtà nascosta.
POSITIVISMO
Si diffuse in tutt’Europa con il diffondersi dell’industrializzazione e si sviluppò soprattutto intorno alla scuola della borghesia industriale francese l’Ecole Polytecnique. Tutti i grandi filosofi del passato avevano preso in considerazione il problema della scienza, ma i positivisti non cercano più nella filosofia il fondamento della scienza bensì fondano la filosofia sulla scienza. Tra le caratteristiche principali del positivismo ci sono la fiducia nella scienza, il rifiuto della metafisica e una visione ottimistica del futuro dell’umanità. Il limite, però, del positivismo è quello di proporre come soluzione un miglioramento delle condizioni del popolo, per mezzo dell’emancipazione culturale in particolare scientifica. Si tratta di tematiche già presenti nell’illuminismo, però mentre la scienza su cui conversero gli interessi degli illuministi era la meccanica razionale, la scienza presa in maggior considerazione dai positivisti è la biologia, con i suoi legami con la fisica, la chimica e la medicina. Di qui l’esaltazione positivistica del metodo sperimentale e lo sforzo di applicarlo anche alle nuove scienze emergenti, quali la psicologia, la sociologia e la criminologia. La contrapposizione tra positivismo e metafisica si trasforma nella contrapposizione tra materialismo e anti-materialismo. Il positivismo viene in tal modo a presentarsi come la bandiera dell’anticlericalismo, del laicismo e quindi viene combattuto dalle varie religioni positive. Mentre il materialismo dialettico si presenta come ideologia del proletariato, il positivismo costituisce invece l’ideologia della classe borghese. Proprio perchè è legato alla classe borghese, esso tenta talvolta di assumere una posizione di compromesso rispetto alle religioni tradizionali, cosa che lo distingue dall’illuminismo. In particolare la posizione del positivismo è quella di una netta separazione fra l’ambito della scienza e quello della religione.
COMTE
Comte è un discepolo di Saint Simon, ma mentre Saint Simon vuole introdurre una nuova razionalità sul piano dello Stato, Comte sul piano filosofico. Comte è animato da un sostanziale ottimismo e ritiene che le scienze e la tecnica sono ormai in grado di farci conoscere adeguatamente il mondo naturale e le leggi che lo governano. Quel “regnum hominis” di cui hanno parlato i filosofi del Rinascimento, a suo giudizio può essere realizzato nella civiltà industriale, diretta dalla borghesia. La filosofia non mira a costruire una concezione sistematica dell’essere in generale, né del mondo della natura, infatti lo studio del mondo è compito delle singole scienze e di esse sole. Compito della filosofia è quello di determinare lo sviluppo delle singole scienze e di coglierne la linea direttiva. Questo compito viene assolto dalla scoperta della legge dei tre stadi. Essa afferma che l’umanità si evolve passando per tre fasi: lo stadio teologico, quello metafisico e quello scientifico. Nel primo stadio gli uomini sono dominati dalla fantasia e tendono a spiegare i singoli fenomeni con l’appello a esseri fantastici. Pur nella sua inconsistenza questo stadio possiede un’innegabile positività, infatti ha avviato gli uomini a uscire dalla loro ignoranza, per tentare di cogliere i progetti degli dei e di realizzare l’ordine da essi prescritto. Nel secondo stadio si sostituisce alla fantasia la ragione riflessa; alla religione la metafisica. La funzione di questo stadio è essenzialmente critica, disgregatrice, infatti non porta gli uomini a nessuna conoscenza nuova. Nel terzo stadio l’umanità riesce finalmente a compiere il passo conclusivo della sua evoluzione. Comte fa coincidere il terzo stadio con la fase industriale della società in cui le forze produttrici prendono il sopravvento su tutte le altre. In particolare in questo stadio saranno risolti molti problemi sociali, tra cui il miglioramento delle classi inferiori. Infine egli ritiene che il terzo stadio non sia perfetto, ma che possa diventare tale. Comte si affida al metodo critico di Hume, secondo cui qualsiasi conoscenza per essere vera deve basarsi interamente sull’esperienza. Comte conclude che ogni disciplina se vorrà assumere un carattere scientifico dovrà limitarsi a cercare le leggi dei fenomeni, senza indagarne le cause e l’essenza. Il problema dell’unità del sapere ha un rilievo decisivo non solo nel campo delle scienze, ma anche in quello sociale infatti, poichè sono le idee che dirigono il mondo, una ricomposizione del sapere è la condizione per una riorganizzazione della società. Inoltre poiché l'unità della ricerca filosofico-scientifica non può più reggere di fronte all'avanzare delle scienze speciali, si deve ora procedere ad una classificazione delle scienze mantenendo però un legame storico e metodologico tra una scienza e l'altra. Comte ammette solo sei scienze fondamentali: matematica, astronomia, fisica, chimica, biologia e sociologia. Esclude quindi la logica, in quanto si basa su regole astratte e indimostrabili, e la psicologia, in quanto riconducibile alla biologia e sociologia. Il passaggio da una scienza all'altra è determinato da una maggiore difficoltà delle materie studiate e ciascuna scienza si avvale, nelle proprie indagini, dei risultati delle scienze precedenti e viceversa. Ognuna delle sei leggi è sottoposta, come tutta la storia dell'umanità, a un'evoluzione graduale dallo stadio teologico a quello scientifico, così l'astrologia, la magia e l'alchimia costituiscono i primi stadi dell'astronomia, fisica e chimica. Quanto più una scienza è semplice, con quanta più rapidità essa percorrerà i tre stadi. Nella società a lui contemporanea la sociologia non avrebbe ancora completato la propria evoluzione e una volta costituita in scienza, la sociologia sarà in grado non solo di determinare le leggi dei fenomeni sociali, ma anche la struttura di tutte le altre scienze. La sociologia viene suddivisa da Comte in due parti: statica sociale e dinamica sociale. La prima ha il compito di studiare con rigore i nessi che collegano in ogni singola epoca umana le idee, i costumi e le istituzioni dei vari popoli. La dinamica sociale ha invece il compito di studiare con la massima ricchezza di particolari l’evoluzione dell’umanità. La statica sociale è quindi fondata sul principio che in ogni società nulla può essere modificato senza imprevedibile ripercussioni sulla società, mentre la dinamica è una dottrina del progresso sociale. Riguardo al problema della conoscenza egli ritiene che essa sia inscindibilmente legata allo sviluppo dell’umanità. Lo studio dei processi conoscitivi praticati dagli uomini nelle varie fasi della storia dimostra che la conoscenza non costituisce un’attività completamente scissa dalla pratica. Quindi la contrapposizione tra teoria e pratica tanto discussa da certi filosofi è puramente insostenibile. Per Comte il compito della filosofia è di emancipare il popolo, integrandolo in questa società attraverso il soddisfacimento dei suoi fondamentali bisogni sociali, politici e culturali.
NIETZSCHE
L’avvicinamento di Nietzsche al positivismo non va inteso come accettazione dell’ideale di scientificità; ciò che egli riconosce è soltanto il valore della scienza come strumento per l’affermazione dell’uomo. Egli riconosce che l’arte si fonda sopra una dualità: spirito apollineo, ove è dominante l’armonia delle forme e spirito dionisiaco, ove invece è dominante l’esaltazione della vita, della passionalità, dei sentimenti. Pur riconoscendo il peso spettante allo spirito apollineo Nietzsche attribuisce comunque un’importanza assai superiore a quello dionisiaco: mentre il primo è la fonte delle impressioni del bello, il secondo ci pone in grado di trasfigurare nel sublime l’assurdo dell’esistenza umana. Il sublime ci eleva al di sopra del mondo come rappresentazione per farci entrare nel mondo come volontà. Nietzsche vede nella filosofia greca e in particolare nella filosofia presocratica un profondo pessimismo, che venne però cancellato da Socrate e Euripide. Secondo Nietzsche Socrate è legato allo spirito apollineo, perchè Socrate porta nella filosofia la ricerca del concetto, che agli occhi di Nietzsche rappresenta la morte della vita. Con Socrate si passa dall’esaltazione della vita (culto dionisiaco) alla razionalità, alla ricerca del concetto e quindi alla morte (culo apollineo). In altre parole egli ebbe il torto di contrapporre alla vita la riflessione sulla vita, aprendo così la strada a Platone, che giunse all’assurdità di voler negare valore alla vita corporea. Nietzsche ritiene che nella filosofia greca ci sia un pessimismo realistico dato dal confronto con la storia, che è eterno ritorno dell’uguale, in particolare il mondo occidentale si è illuso seguendo l’idea della linearità della storia. Per Nietzsche dopo Socrate (anticipatore di Cristo) portatore dell’ordine e della misura, venne Cristo, portatore dell’ordine e della misura, che provocò la sconfitta della vita con la sua volontà di suiciduio. Quindi il discorso della montagna non è altro che l’exemplum dell’aberrazione, perchè esalta gli umili, i poveri e le malattie. Per Nietzsche il suicidio è un gesto di debolezza da condannare, che implica la vittoria della morte sulla vita. Per Nietzsche si tratta di scoprire una figura di uomo che vada oltre l’aberrazione portata da Socrate e Cristo. Il superuomo è quindi colui che nega la negazione della vita, dando origine al nichilismo, cioè transvalutazione, ribaltamento dei valori, che sono quelli tipici della cultura greca. Il superuomo viene infatti concepito come il frutto più alto dell’evoluzione, formatosi attraverso la lotta per la resistenza secondo la teoria dell’evoluzione darwiniana. E’ quindi necessario affermare la morte di Dio, infatti cancellando Dio noi non abbiamo più uno scopo, una virtù da seguire, tranne la vita stessa. L’uomo è un nulla, prima perchè veniva schiacciato da Dio, ora perchè schiacciato dalla sua nullità e piccolezza. E il superuomo è colui che sa guardare in faccia alla sua condizione di nullità. Nietzsche ritorna ad una concezione della storia presocratica, cioè non aveva un termine ed era ciclica (eterno ritorno). Il superuomo comprende questa intima necessità del cosmo e non tenta di mascherarla con menzogne di nessun genere; ma neanche si lascia intimidire da essa e prosegue nella propria missione, che è quella di elevare il destino della nostra specie, di insegnarci a superare la natura umana. A questo scopo il superuomo abbatte senza pietà i vecchi dogmi della metafisica, della scienza e dell'etica. Egli è l'uomo veramente libero, il cui insegnamento aprirà al mondo una nuova era: la via alla vittoria di Dioniso su Socrate, dell'infinità della vita sull'autolimitazione della ragione. Poiché la natura non possiede alcun ordine, essa non è in grado di imporre alcun dovere. Al "tu devi" dell'etica tradizionale Nietzsche oppone "l'io voglio" del creatore. Infine il superuomo insegna la volontà di potenza non con le parole, ma con l'esempio.
FREUD
Sigmund Freud nasce in Moravia nel 1856 Muore nel 1939, Alcune delle opere principali sono : “l’interpretazione dei sogni”, “Psicopatologia della vita quotidiana”, “Tre saggi sulla teoria sessuale”.
La psicanalisi nata come metodo per curare alcune malattie mentali finì per assumere un ruolo filosofico generale influenzato enormemente l’intero panorama culturale europeo del secolo accostandosi alla filosofia di Nietzsche.
Se la psicologia positiva aveva studiato l’interiorità dell’uomo con un’indagine di tipo scientifico, cioè come il corpo così la psiche poteva essere osservata con lo stesso metodo sperimentale ( e qui è d’obbligo il rimando a Taine ed al romanzo sperimentale di Zola) la scoperta dell’inconscio di Freud sposta l’analisi all’interno dell’uomo sondandone le parti più riposte del suo io inconscio e quegli aspetti che la morale tradizionale aveva volontariamente rimosso. Perciò quello che si trova nel sottofondo dell’uomo viene riportato alla luce, e l’individuo risulta così composto da desideri e pulsioni differenti spesso in contrasto, che possono dare vita a comportamenti nevrotici. In un primo tempo F. Si servì dell’ipnosi (Metodo catartico) in collaborazione con Breuer, metodo che poi abbandonò per l’incostanza dei risultati. Questa tecnica comunque gli permise di capire che le cause delle psiconevrosi era da ricercarsi in conflitti tra forze psichiche inconsce, operanti cioè al di là della consapevolezza del soggetto, i cui sintomi risultano quindi psicogeni. Prima di F. Si riteneva che la psiche si identificasse con la coscienza egli invece scoperse che la maggior parte della vita mentale si svolge al di fuori della coscienza, e che la parte conscia non rappresenta altro che la punta di un iceberg molto più complesso che si sviluppa nell’inconscio. Nei suoi modelli teorici la psicanalisi si riduce a metapsicologia che elabora modelli concettuali dell’apparato psichico umano. F. Considera l’apparato psichico secondo tre aspetti: Topico, Dinamico e Economico. Il punto di vista Topico considera la psiche differenziata in sistemi a contatto tra loro in un certo ordine (topoi = luoghi). F. Individua due topiche una costituita dall’inconscio, il preconscio e la coscienza ( il preconscio determina quella parte di ricordi non direttamente raggiungibili ma ritrovabili tramite un piccolo sforzo del soggetto), l’altra da Es (è il nucleo dell’inconscio, matrice fondamentale dell’io, non conosce né bene né male né moralità, obbedisce solamente al principio del piacere, ed ignora l’esistenza della logica e del principio di contraddizione, tanto che due impulsi contraddittori possono liberamente esistere ), Super-Io (è l’insieme di proibizioni che sono state instillate nell’uomo dalla sua nascita) e Io (parte organizzata della personalità, che cerca di far convivere Es, Super-Io e mondo esterno, è la parte equilibratrice che cerca dei compromessi). Il punto di vista dinamico studia il comportamento umano come risultante dal conflitto e dalle spinte di determinate forze psichiche, mentre quello economico si fonda sull’idea che nei processi psichici circoli un’energia in qualche modo quantificabile.
In un individuo “normale” l’Io riesce abbastanza bene a gestire la situazione, dando certi piaceri all’es senza urtare troppo il Super-io. La malattia e quindi la nevrosi nascono se viene a mancare equilibrio, l’Es può prevaricare un Super-Io e portare ad atti proibiti, ma anche un Super-io troppo forte crea problemi, in quanto opera delle rimozioni, che sono causa di nevrosi. Per far riaffiorare ciò che è inconscio F. Usò in principio l’ipnosi, passò però poi ad altre tecniche come l’associazione libera, che consiste nel rilassare il paziente (iconografia del lettino) e metterlo in grado di far fluire liberi pensieri, che tramite catene associative sono guidati dall’inconscio stesso alle esperienze rimosse. F. Usò anche lo studio dei sogni. Egli pensava che i sogni fossero l’appagamento camuffato di un desiderio rimosso, all’interno di questi vi è sempre un contenuto manifesto (la scena onirica) ed uno latente (cause che generano il sogno). Il contenuto latente non è mai esplicito in quanto i desideri provati non sono accettabili dall’individuo che opera delle censure generando normalmente uno spostamento del contenuto latente che diventa nell’intreccio del sogno qualcosa di marginale. L’inconscio è in grado di manifestarsi anche senza l’intervento dell’analista, specialmente attraverso i lapsus linguistici e gli atti mancati.
Applicando la psicanalisi F. Si accorse di un fenomeno particolare detto Transfert attraverso il quale il paziente tende a riversare sull’analista stati d’animo ambivalenti (amore e odio) provati durante l’infanzia nei confronti del padre e della madre, nel suo aspetto negativo il transfert riversa sul medico sentimenti come l’odio, che possono incrinare un rapporto di fiducia, nei suoi aspetti positivi invece produce nel paziente il desiderio di piacere all’analista, sotto quest’impulso, la guarigione può essere più semplice, ma anche fittizia in quanto l’io si può fingere sano, unicamente per assecondare il medico.
Attraverso lo studio di moltissimi pazienti F. Si accorse di come le nevrosi fossero sempre risultato di impulsi rimossi di origine sessuale, sotto questa luce rivoluzionò l’opinione comune che tendeva a vedere nei bambini esempi di purezza, totalmente estranei alla sessualità. Tramite la sua teoria fu possibile spiegare la sessualità infantile, la sublimazione (trasferimento di una carica sessuale su oggetti non sessuali, come il lavoro) e le perversioni (termine senza accezioni valutative). In primo luogo F. Introdusse il concetto di libido, ovvero l’energia sessuale. Nel bambino F. Ritrovò non un “angioletto asessuato” ma un essere in grado di ricercare il piacere sessuale indipendentemente da scopi riproduttivi, in particolare individuò tre fasi: quella orale (legata alla suzione del latte materno e al dito che va da 0 a 1 anno e ½), quella anale (ano come zona erogena per ragioni escrementizie da 1 anno e ½ a 3 anni) e la fase genitale che si divide in due sottofasi: la scoperta del pene( contemporanea ad un processo di castrazione: possibile evirazione ed invidia del pene) e fase genitale in senso stretto che segue quella fallica dopo una latenza. Connessa alla sessualità infantile è il complesso edipico, che consiste in un attaccamento “libidico” verso il genitore di senso opposto e un atteggiamento ambivalente (generalmente ostilità) nei confronti del genitore dello stesso sesso. Tale complesso si sviluppa tra i 3 e i 5 anni e nella sua risoluzione o meno determina la futura strutturazione della personalità.

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