Feuerbach e Marx

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Testo

FEUERBACH

Dice che la filosofia hegeliana è una sorta di teologia camuffata.
In Feuerbach vi è il rovesciamento del rapporto di predicazione.
L’idea rappresenta il predicato di un soggetto, mentre l’uomo è il soggetto. In Hegel, invece, l’uomo era il predicato, mentre l’idea era il soggetto che si manifesta anche nel predicato (ossia nell’uomo).
Feuerbach dice che non è Dio che crea l’uomo ma che è l’uomo a creare Dio, l’uomo ha proiettato un Dio al di fuori di sé. La teologia altro non è se non antropologia capovolta, ovvero Dio è solo una proiezione dell’uomo.
L’uomo oggettivizza la sua essenza diventando oggetto dell’essenza oggettiva, che nel frattempo si è trasformata in soggetto.
L’uomo proietta la sua essenza fuori di sé; l’uomo è caratterizzato da volontà e razionalità. L’uomo in Dio proietta i suoi desideri, la sua volontà.
L’incarnazione di Cristo, perciò, simboleggia la volontà dell’uomo di essere Dio. Cristo che risorge è la volontà dell’uomo di sconfiggere la morte.
Dio è proiezione dei nostri desideri, noi così diventiamo schiavi. Feuerbach dice che la religione pretende la subordinazione dell’uomo, vuole ubbidienza.
Feuerbach dichiara che l’ateismo è un dovere morale dell’uomo, perché dietro l’ateismo c’è la liberazione dell’uomo.

MARX

Studia a fondo la filosofia di Hegel. Nel 1845-46 scrive l’ideologia tedesca con Engels; il manifesto del partito comunista (1848); per la critica dell’economia politica; il Capitale (ma solo il primo volume, perché secondo e terzo saranno pubblicati postumi da Engels.

Marx ha compiuto analisi teoretiche con l’obiettivo di trasformarle in prassi, azione politica concreta. Non erano teorie da tramandare ai posteri, ma interpretazioni che richiedono una messa in atto immediata. Marx ha agito politicamente nella sua era.

LA CRITICA AL “MISTICISMO LOGICO” DI HEGEL.
Marx ed Hegel: bisogna dar loro differenti interpretazioni. Fino ai primi anni ’80 era il Marxismo il pensiero con il quale bisognava entrare in contatto. Ci sono interpretazioni molto varie, ad esempio Lukasci insiste sulla continuità di fondo tra Hegel e Marx.
Althusser, invece, afferma che vi è una rottura tra i due filosofi: Marx capovolge Hegel. Ciò è vero solo se si leggono i due filosofi in superficie, perché le critiche di Marx ad Hegel non annullano lo spirito del secondo nel primo.
Marx trova in Hegel un referente filosofico solido, forte, ineliminabile, che lo accompagnerà per tutta l’esistenza.
La critica principale è molto simile a quella di Feuerbach, solo che Marx la puntualizza dal punto di vista del materialismo storico: entrambi mettono la storia al centro della proiezione filosofica, ma mentre per Hegel la storia è manifestazione dell’idea, evento ideale, per Marx essa è caratterizzata da forze concrete e materiali, per cui Marx accusa Hegel di una sorta di “misticismo logico”, ovvero mistica della logica. Per esempio: Hegel nota che alcune condizioni storiche hanno prodotto la monarchia, la proprietà privata, ma invece di indagare le cause storiche concrete che hanno portato a questa realtà, le assolutezza, logicizza, dicendo che, siccome sono accadute, allora sono eterne, sono idee, quindi razionali e necessarie. Perciò, secondo Marx, la logica in Hegel è misticismo.
Prima si pensava che viene in un primo momento l’esperienza, poi il concetto, mentre Hegel dice che c’è prima il concetto poi l’esperienza. (ciò ci riporta a Platone e Aristotele perché: Hegel si rifà al primo, mentre Marx si rifà al secondo.)
Noi non abbiamo nessuna esperienza senza che questa sia già influenzata dal concetto, perciò non abbiamo nessuna esperienza pura.
In Marx ciò si chiama “misticismo logico” e si rifà al rapporto di predicazione di Feuerbach.
A questa critica, però, Marx aggiunge altre due critiche:
1. il conservatorismo politico: ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale. Secondo Marx questa formula giustifica l’esistenza, e anche il potere politico esistente, perciò si trasforma in un conservatorismo politico.
2. Marx critica anche la dialettica di Hegel, perché, pur ammirandola, egli afferma che in Hegel vi è una eccessiva conciliazione della realtà. In effetti, spiega Marx, gli opposti sono come due eserciti avversari in cui la vittoria di uno implica la sconfitta dell’altro.
Per cui:
TESI: nobiltà
SINTESI: scomparsa della nobiltà, vittoria borghese.
ANTITESI: borghesia

Allo stesso modo,

TESI: borghesia
SINTESI: scomparsa della borghesia, vittoria proletaria.
ANTITESI: proletariato

LA CRITICA DELLA SOCIETÀ MODERNA E DEL LIBERALISMO.
La critica allo Stato liberale di Marx risente di forti influssi Hegeliani, ma è allo stesso tempo anche una critica allo Stato hegeliano.
Marx, sulla scia di Hegel, coglie una scissione tra Individuo e Stato: per Marx, la borghesia ha di fatto miticizzato lo Stato, creando una realtà atomistica in terra, mentre lo Stato è ipostatizzato in cielo. Perciò, si ha una realtà conflittualistica: lo Stato (interesse comune) è una sorta di ipotesi metafisica, che non si realizza mai nella realtà.
La civiltà moderna rappresenta, al tempo stesso, la società dell’egoismo e delle particolarità “reali” e della fratellanza e delle universalità “illusorie”: l’idea di Stato come istituzione comune è una mistificazione della realtà, perché non accada che lo Stato elevi l’interesse particolare della società in interesse comune.
Ma lo Stato si subordina agli egoismi della Società Civile, perciò si ha un’immagine di un UNIVERSALISMO che si è abbassato alla SOCIETÀ CIVILE. Lo Stato è al servizio degli interessi della classe egemone, mentre l’uguaglianza borghese è puramente ideale.
Per Marx, dire che tutti siamo uguali di fronte alla legge è come ratificare una disuguaglianza di fatto. Ma se lo Stato ci dovesse trattare tutti allo stesso modo, allora non ci dovrebbero essere dei favoritismi, per cui ora ci troviamo di fronte ad una giustizia di classe: tenera con i ricchi, inflessibile con i poveri. Perciò, lo Stato diviene lo strumento della classe egemone.
Non bisogna dimenticare però, che qui Marx sta descrivendo lo Stato del suo tempo. Lo Stato è di classe, di parte, perciò diviene strumento. Oggi il discorso è più complesso, perciò bisogna storicizzare queste tesi.
La libertà individuale è espressione dell’individualismo borghese e presuppone un’asocialità ed una oppressione di fatto. Ciò ci riporta all’organicismo e all’individualismo.
Per Marx, come per Hegel, l’individuo è in funzione dello Stato, inteso come collettività. Questo perché la libertà individuale si esercita solo in ambito collettivo.
Dostoieschi fa una riflessione che ci fa capire ciò che Marx vuole dire.
In Francia, se hai 100 franchi, puoi fare quello che vuoi. Non hai 100 franchi? Allora ti fanno quello che vogliono. La società è fondata su valori competitivi. Questo è ciò che accade durante la rivoluzione industriale.
Platone stesso diceva che nella competizione ci sono i vincitori e i vinti. I vincitori sono i dominatori, i vinti sono i dominati.
Bisogna lasciare l’individuo libero ai conflitti sociali. Lo Stato è solo l’arbitro di una partita.
Nei valori competitivi ci sono sempre vincitori e vinti, i valori pubblici sono superiore agli interessi del singolo, perché il singolo è in funzione dello Stato.
Marx afferma che le libertà individuali sono asocialità è oppressioni, perché, come dice Platone, se esiste una società, allora esistono i vincitori e i vinti. I vincitori sono i dominatori, i vinti sono i dominati.
Si può passare da Platone a Hegel a Marx perché hanno la stessa base forte.
Marx dice che la democrazia formale del mondo borghese deve diventare Demo sostanziale, in cui ogni individuo è pienamente parte della società di cui fa parte e si identifica con essa.
Questo passaggio avviene eliminando la competizione tra gli individui, la disuguaglianza e quindi la fonte prima delle disuguaglianze: la proprietà privata. Eliminandola, si restituisce l’uomo a sé stesso, si umanizza l’uomo.

CRITICA DELL’ECONOMIA BORGHESE.
Per capire il funzionamento del sistema capitalistico – borghese, bisogna capire come funziona l’economia, perché lo Stato è in funzione della borghesia.
Le fonti sono di economia classica (Smith, Richardof), perché gli economisti sanno come funziona il capitalismo.
Costoro, però, se da una parte ci danno un profondo e attendibile quadro del sistema capitalistico, dall’altra mancano di dialettica, non riescono a storicizzare le problematiche affrontate. Mistificano la realtà.
Per esempio Smith e Richardof trattano la proprietà privata come se fosse un’entità metafisica a sé stante, e non il risultato di un processo storico determinato. Nostro compito è portare alla realtà questi aspetti storici, e capire il nesso tra proprietà privata, capitalismo e alienazione.
Quando Marx parla di proprietà privata, non intende di oggetti ma di mezzi di produzione. La borghesia fa sacri i mezzi di produzione.
La realtà economica nasce dai rapporti conflittuali che si creano tra una classe egemone ed una subalterna. E ciò porta all’alienazione. Che cos’è l’alienazione?
Per Hegel ciò è l’idea che esce fuori di sé e si aliena nella natura, ma ritorna poi in sé nello Spirito.
Per Feuerbach, l’alienazione è l’espropriazione che l’uomo fa di sé nella religione.
Marx riprende il concetto di espropriazione di Feuerbach, però sia Hegel che Feuerbach hanno considerato l’alienazione come un fatto puramente di coscienza, ma non concreto. In realtà, ciò avviene nei rapporti sociali e colpisce il proletario, alienato sotto tre punti di vista:
1. RISPETTO AL PRODOTTO: ciò che produce non gli appartiene. Viene estraniato dal rapporto del proprio lavoro, che viene preso dal capitale che lo opprime
2. Aristotele, quando si chiede cos’è l’uomo, risponde che è un animale (e ciò è qualcosa che lo unifica alla specie), ma razionale (che è la differenza specifica). L’uomo è felice quando realizza sé stesso con la ragiona.
Marx parte da lui, affermando che sta cercando di portare l’analisi da un piano logico-ideale ad un piano empirico-concreto.
Il lavoro è l’agire razionale dell’uomo; l’uomo si realizza nel lavoro.
Ora, l’uomo è alienato nella sua essenza. Nel lavoro però gli viene sottratta la sua essenza. Non è più nel lavoro quindi che si realizza l’uomo, ma il lavoro sopprime l’uomo. L’uomo è costretto ad un lavoro ripetitivo, tanto che si sente uomo nelle attività bestiali, e si sente bestia quando dovrebbe compiere un attività umana. Perciò l’operaio, il proletario si sente privato della sua umanità.
3. Terza forma di alienazione riguarda il sociale: l’uomo viene alienato dalla sua socievolezza, cioè l’altro è per lui o il suo concorrente o il suo oppressore (essendo competitivi, perchè la società capitalistica porta per forza ad esserlo).

IL DISTACCO DA FEUERBACH E L’INTERPRETAZIONE…
Feuerbach, come Hegel, influenza Marx, però Marx va oltre.
Nietzche afferma che è un pessimo maestro chi non riesce a farsi superare dagli allievi, ed è un pessimo allievo chi non supera il maestro.
Ma dov’è il merito di Feuerbach?
Per capire ciò bisogna andare a rivedere il “rovesciamento dei rapporti di predicazione” di Feuerbach: il suo merito è quello di aver concretizzato l’ateismo.
Il limite, invece, è quello di non aver storicizzato il problema. La realtà umana è statica per Feuerbach.
Marx corregge Hegel con Feuerbach, e intende quest’ultimo con il primo.
L’alienazione non è frutto di una condizione ontologica dell’uomo, ma è frutto di precise contingenze storiche (→ Hegel)
Marx è d’accordo con Feuerbach che la religione è una proiezione dell’uomo. Però, egli non è d’accordo sul ruolo centrale che essa ha nel processo di alienazione. Per Marx, essa non è la causa, ma l’effetto del processo di alienazione.
Per Marx la religione ha 3 significati. Essa è:
1. sospiro della creatura oppressa;
2. sentimento in un mondo senza cuore;
3. Spirito in una situazione in cui lo spirito è assente.
CONCLUSIONE: la Religione È l’occhio dei popoli.
L’uomo è costretto a proiettare in un aldilà illusorio quella pienezza di vita che non ha nell’unico mondo reale, che perciò viene definito un oppiaceo (cioè qualcosa che stordisce).
Ciò non significa che il marxismo è benevolo verso la religione per due motivi:
1. Secondo Marx, la religione impedisce il conflitto, l’azione concreta per migliorare le loro condizioni: se io sto male e l’unico sbocco è l’oppio, allora ciò sancisce una esistenza disegnata, senza poter fare nulla per modificarla;
2. Marx fa un’analisi: la religione è sempre uno strumento del potere. Lo stesso cristianesimo è una religione di schiavi, quando parla in favore dei poveri. Ma quando capisce che può scendere a patti con il potere diviene come le altre, dando vita ad una serie di contraddizioni: difendi i poveri (in teoria), ma quando c’è un movimento politico, sociale che cerca di cambiare le cose, di agire in nome dei poveri, il cristianesimo sta sempre dall’altra parte.
È una conseguenza della classe egemone.
Feuerbach cade nell’errore in cui cade tutta la sinistra hegeliana: voler cambiare il mondo cambiandone le idee che però partono da una situazione.
La sinistra ricade nell’errore nel processo di putrefazione dello spirito assoluto.
Ma se la religione è sintomo di una condizione umana e sociale alienata, l’unico modo per eliminarla non è la critica filosofica, ma la trasformazione rivoluzionaria della società. In altre parole, se la religione è il frutto malato di una società malata, l’unico modo per sradicarla è quello di distruggere le strutture sociali che la producono. La disalienazione religiosa ha perciò come presupposto la disalienazione economica, ovvero l’abbattimento della società di classe.
Inoltre, un secondo limite di Feuerbach sta, per Marx, nel fatto che il filosofo contempla e teorizza, senza mettere in pratica, trascurando completamente l’aspetto della praxis rivoluzionaria. Di conseguenza, al vecchio materialismo speculativo e contemplante, Marx oppone un nuovo materialismo, che considera l’uomo soprattutto come prassi ritenendo che la soluzione dei problemi non va ricercata nella speculazione, bensì nell’azione.

MANIFESTO
Il manifesto è stato scritto da Marx su commissione del movimento comunista, e all’interno si può trovare una sorta di summa del pensiero Marxista:
1. Funzione storica della borghesia;
2. Il concetto di storia come “lotta di classe”
3. La critica dei socialismi non scientifici.
Per quanto riguarda il primo punto, Marx parte da una esaltazione della classe, fino ad elogiarne i diritti. La borghesia ha prodotto l’unificazione dei mercati, ha quasi unito l’umanità, ha superato innumerevoli ostacoli per creare la globalizzazione, vista da Marx come qualcosa di molto positivo, perché ha unificato tutto.
Ma la borghesia ha anche dei limiti: non certo il fatto di aver annichilito le culture. Essa guarda con molto disprezzo le tradizioni locali, ed ha comunque il limite storico di creare la classe sociale che la sotterrerà: il proletariato. E ciò accade perché la borghesia non ha morale, o meglio la sua unica morale è il profitto.
C’è però un adattamento dell’eredità del passato ai propri usi, ma alla base c’è un imperativo economico individualista, in cui ogni morale viene accettata nella misura in cui si adatta, ma è spazzata via quando in particolari contesti storici entra in conflitto con l’imperativo individualistico.
“La borghesia non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nuovo interesse. Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota.”
La borghesia ha creato la classe che la annienterà: il proletariato.

IL CAPITALE
Il Capitale è l’opera più importante di Marx, ma il secondo e il terzo volume sono pubblicati postumi.
Se la struttura di una società è l’economia, allora il capitale è un’opera di economia politica, che scandaglia a fondo l’economia capitalistica. Però dire che questa sia solo un’opera che parla di economia è riduttivo, perché essa tocca problematiche di diverse varianti disciplinari: storia, filosofia, sociologia.
Un aspetto del Capitale sono le previsioni, cioè gli sviluppi visti dalla società capitalistica, e dovrebbero concludersi con la sua implosione.
Ma come bisogna leggere queste profezie? Per Marx, queste sono tendenze nel medio periodo, Marx non è Nostradamus, che prevede con certezza ciò che accadrà. Le sue sono ipotesi, però vengono lette come vere e proprie profezie (e proprio questo sarà uno dei grossi limiti del marxismo: teologizzare Marx). Ciò accede per i termini usati da Marx, in quanto lui a volte si stacca dal Marx filosofo stesso, per dare più spazio al Marx politico.
La produzione capitalistica è produzione di merci. Per capire la struttura di questa società bisogna delineare che cos’è la “merce”.
È un qualcosa che ha un valore d’uso, cioè per essere tale deve avere una sua utilità, deve soddisfare determinati bisogni (sia esterni che interni).
Oltre al valore d’uso, la merce ha anche il valore di scambio, cioè un valore di mercato generale. Valore d’uso e valore di scambio non sono coincidenti. Ma perché? Il valore di scambio viene fatto in base al lavoro che c’è dietro una certa merce, lavoro sociale inferiore o superiore.
Il lavoro può variare nel tempo, e quindi anche il valore di scambio varia nel tempo. Il valore di scambio non coincide con il prezzo, perché su prezzo incidono altri fattori, quali:
- scarsità o meno di quel bene;
- giochi di mercato;
- ecc…
le logiche del prezzo non coincidono con il valore di scambio, anche se in un medio periodo tendono ad avvicinarsi, perché il prezzo ha alla base sempre il valore di scambio, cioè il lavoro che c’è dietro.
Il valore di scambio di una merce e la base del prezzo della merce sono caratterizzate dal lavoro. Quindi la merce non vale per se, ma quello che vale è il lavoro che sta dietro.
Vi è una sorta di esaltazione delle merci, perché noi ragioniamo come se queste avessero un valore di per sé.
Il feticcio è una falsa divinità. Come nell’antichità non si guardava dietro all’apparenza, noi con le merci facciamo la stessa cosa.
Il capitalismo ha una sua caratteristica peculiare, che è un mistero. Le società precapitalistiche avevano una rete di produzione limpida, fondata sulla formula M. d. M. (Merce → Denaro → Merce).
Per esempio
- contadino produce10 kg di patate → MERCE
- la vende a qualcuno a 10 mila lire → DENARO
- con questo denaro si compra l’equivalente di un paio di scarpe → MERCE
Quindi il denaro ha una funzione puramente simbolica, intermediaria, serve per “superare” il baratto.
Il capitalismo invece ha un’altra forma alla sua base: D. M. D’ (Denaro → Merce → Denaro maggiorato).
Per esempio:
- io ho 10 milioni → DENARO
- posso comprare 4 mila paia di scarpe → MERCE
- le rivendo e mi fruttano misteriosamente non più 10 milioni ma 15 milioni → DENARO MAGGIORATO.
Da dove vengono questi 5 milioni in più?
Il mistero si può svelare se consideriamo la merce che il capitalista acquista con il suo denaro. È in particolare perché questa produce ricchezza, in quanto è forza lavoro. Nella società capitalista nasce il proletario, che vende la forza delle braccia, trasforma la forza lavoro in merce e costa secondo il prezzo di mercato, stabilito dai bisogni primari: mangiare, dormire e procreare (casa, cibo, famiglia)
Questa merce, però, produce anche un plusvalore (D’). Se per esempio un proletario prende 4 € al giorno, e lavora per 1 € all’ora, allora lui è pagato per 4 ore. Ma poiché lavora 10 ore, i 6 € di quelle 6 ore in più che lui lavora sono il plusvalore del proletario. Quindi il plusvalore è il plus-lavoro del proletario, che va direttamente al datore di lavoro.
Con questa teoria, Marx ha voluto dimostrare “scientificamente”, lo sfruttamento capitalista. E questa situazione si crea perché il datore di lavoro ha i mezzi per produrre, mentre il proletario ha soltanto la sua forza lavoro da vendere.
Dal plusvalore deriva il profitto, perché il plusvalore non è il guadagno del capitalista. Per comprendere meglio tale distinzione, Marx fa una distinzione all’interno del capitale: vi è un capitale variabile (che sarebbe il capitale mobile investito nei salari) e il capitale costante (che sarebbe il capitale investito in macchinari e in tutto ciò che una fabbrica necessita per poter funzionare bene). Poiché il plusvalore nasce solo in relazione ai salari, allora il saggio del plusvalore risiede nel rapporto, espresso in percentuale, tra plusvalore e capitale variabile.

Saggio del plusvalore = Plusvalore ccc
Capitale variabile
Per meglio intendere:
Se il Plusvalore, tenendo conto dell’esempio di prima, è 6 e il capitale variabile è 4, allora il saggio del plusvalore sarà 6/4, ovvero 372, che coincide con il 150 % (perché 3/2 * 100 = 150).
Ma il capitalista, per ben dirigere l’azienda, non deve investire solo in salari, ma anche in ciò che Marx chiama “capitale fisso” o costante, che va ad aggiungersi al capitale variabile, e seguendo la stessa formula di prima, possiamo avere il saggio del profitto:

saggio del profitto = plusvalore h
capitale fisso + variabile

quindi se il capitale costante è 3 e il capitale variabile è 4, allora il saggio del profitto sarà 6/7, ovvero 85,71 % (perché 6/7 + 100 = 85,71).
Tolte le spese, il profitto si basa sul plusvalore: tanto più è alto il plusvalore, tanto più i profitti aumentano.
Ma come fare ad aumentare il plusvalore, ovvero lo sfruttamento?
La prima idea è quella di aumentare le ore lavorative, però, dice Marx, questa soluzione chiamata “aumento del plusvalore assoluto” ha il fiato corto, perché non porta da nessuna parte in quanto gli uomini, essendo tali, più li fai lavorare, meno rendono: + ore = − rendimento che diviene più evidente man mano che passano le settimane.
E visto che il plusvalore assoluto ha diritti ben precisi, non conviene, anche perché crea conflittualità nel medio periodo, a fare ostruzione della produzione, allora dopo la rivoluzione industriale, si indirizza verso il plusvalore relativo, cioè produrre di più ogni ora.
Per aumentare la produzione si può abbassare il costo del lavoro (inserendo nelle fabbriche donne e bambini) → in questo periodo il 40% della forza lavoro in Inghilterra era data da donne e bambini.
Ma cosa permise l’ingresso dei bambini nelle fabbriche? I macchinari, perché in questo periodo le industrie si meccanizzano. La macchina può lavorare sempre, non si stanca, non sciopera, e rende il lavoro così elementare, che tutti possono farlo. Grazie all’invenzione della macchina, si abbassa il costo del lavoro per aumentare la produzione.
I luddisti se la sono presa con le macchine perché sono la causa della disoccupazione.
Ma Marx dice che la colpa non è delle macchine, ma dei capitalisti, perché questo fa sì che cresca la classe che il filosofo non ha mai preso in considerazione: la Classe media.
Una volta stabilito che l’obiettivo del capitalista è quello di aumentare il plusvalore, e visto che vi è anche la necessità di un continuo rinnovamento tecnologico Marx teorizza la caduta tendenziale del saggio di profitto. Ciò significa che questa ricerca affannosa dell’aumento del plusvalore porta a due conseguenze:
1. il saggio del profitto tende a crollare;
2. il processo di concentrazione industriale e conseguente proletarizzazione della società che porta all’implosione del capitalismo.
1. ciò è il grosso equivoco in cui incappa Marx: se il capitalismo deve aumentare il suo plusvalore relativo, allora deve investire in macchinari. Ma se

saggio del profitto = = plusvalore h
capitale fisso + variabile

Allora il profitto si assottiglia sempre di più. Ciò non è possibile. Il discorso non sta in piedi perché è vero che aumenta il capitale fisso, ma diminuisce quello variabile e il plusvalore aumenta.
Marx considera solo l’aumento del capitale fisso, trascinando con sé quello variabile.
2. Più seria è la seconda riflessione: se si investe in tecnologie, l’economia va in mano a pochi gruppi industriali. Investimenti in macchinari portano alla diminuzione del costo del lavoro, quindi prezzi più concorrenziali. Le grandi industrie soffocano le piccole industrie. Il mercato è in mano a sempre meno imprese. Questi imprenditori diventano anch’essi ___________________, ma aumenta sempre più la classe operaia. Così, si avrà una deficienza nel mercato interno. Allora accade la peggiore crisi del capitalismo: la sovrapproduzione.
Ma non potrebbero i capitalisti abbassare i costi delle merci aumentando il costo degli operai? No, perché è il sistema che lo obbliga. È il mercato che decide tutto. È il mercato che obbliga i capitalisti ad abbassare i salari.
Perciò il sistema implode! Non può autocorreggersi per via della politica dei bassi salari.

Esempio