Feuerbach

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia

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Testo

Feuerbach
Dopo la morte di Hegel, la sua filosofia continuò ad esistere: avvenne però una scissione tra “Vecchi hegeliani” (principalmente gli editori delle opere del filosofo) e “Giovani hegeliani” (nati dopo il 1800), designati (ispirandosi alla convenzione del Parlamento francese) rispettivamente destra e sinistra hegeliana. Ciò è dovuto all’equivocità dei “superamenti” dialettici di Hegel, che possono essere interpretati sia in senso conservatore, sia in senso rivoluzionario. Altra ambiguità di Hegel è l’affermare che religione e filosofia esprimono uno stesso contenuto (la prima nella forma della rappresentazione, la seconda in quella del concetto). La destra insistette sull’identità di contenuto tra rappresentazione e concetto, concependo la filosofia come conservazione della religione (diventando una sorta di scolastica hegeliana: usarono cioè Hegel, come gli scolastici Aristotele, per dare giustificazione razionale alla religione). La sinistra, invece, insistette sulla diversità di forma tra rappresentazione e concetto, concependo la filosofia come distruzione (cioè come contestazione razionale) della religione. La spaccatura si riflette nella politica: la destra tende a giustificare l’esistente, la sinistra (meno legata alla lettera ai testi hegeliani), invece, parte dal processo dinamico e rivoluzionario con il quale il mondo si fa a poco a poco razionale (ammettendo quindi che non tutto ciò che esiste è razionale) per progettare un cambiamento radicale delle istituzioni politiche contemporanee.
Tra i tanti rappresentanti della sinistra hegeliana c’è Feuerbach (fondatore dell’ateismo filosofico ottocentesco), nato nel 1804 a Landshut nella Baviera e morto a Rechenberg nel 1872.
Egli volle invertire il rapporto tra soggetto e predicato instaurato dalla religione e dall’idealismo: non è vero che il reale deriva dall’Astratto, bensì è vero il contrario, quindi l’inizio della filosofia non è l’assoluto, è il finito.
Portando il discorso sulla religione, quindi, non è dio a creare l’uomo, bensì è l’uomo, che trasferisce ad un essere inesistente tutte le qualità che esso ha ma che non può esplicare (la ragione, la volontà, l’amore). La chiave della teologia è dunque l’antropologia: è questa la prima indiretta autocoscienza dell’uomo. La nascita dell’idea di dio (descritta in L’essenza del cristianesimo) è dovuta al fatto che l’uomo, al contrario dell’animale, è cosciente di sé ed anche della sua specie: come singolo si sente limitato ma come specie si sente onnipotente. (da ciò l’idea del dio che raggruppa le qualità della specie). In altri scritti (come Teogonia) Feuerbach vede la nascita dell’idea di dio nell’opposizione tra volere e poter, che porta l’uomo a pensare ad una divinità in cui tutti i suoi desideri sono esauditi. Altre volte (soprattutto nell’Essenza della religione) fa derivare questa nascita dal sentimento di dipendenza che l’uomo ha nei confronti della natura (tant’è vero che i popoli antichi adoravano le cose terrene senza le quali essi non potrebbero esistere).
Qualunque sia l’origine della religione, per Feuerbach essa costituisce in ogni caso una forma di alienazione (in Hegel era il momento nel quale lo spirito da infinito diventava reale), che porta l’uomo a “scindersi” creando un dio al quale umilmente si sottomette. L’ateismo, quindi, è un dovere morale del filosofo: è il momento che l’uomo recuperi in sé le qualità che ha proiettato fuori di sé (al contrario di Marx, infatti, Feuerbach dà un senso positivo alla religione: l’individuo si aliena inconsapevolmente, quindi, quando gli verrà spiegato che dio non esiste, diverrà consapevole delle proprie capacità).
In quest’ottica, il Feuerbach ormai maturo critica Hegel e l’hegelismo, considerandolo una sorta di teologia razionalizzata (come nella teologia la realtà parte dall’idea): l’idea di Hegel, come dio, non è altro che il frutto di un’astrazione alienante. Inoltre Feuerbach vede in Hegel il compimento della filosofia moderna: adesso è necessaria una filosofia nuova, incentrata sull’uomo.
Questa filosofia nuova è una sorta di umanismo naturalistico (perché l’uomo è il suo oggetto e perché fa derivare la realtà e l’uomo dalla natura), che considera l’uomo non in senso astratto ma come un essere reale, condizionato dal corpo e dalla sensibilità. Questa sensibilità non ha solo valore conoscitivo ma anche pratico e lo si vede soprattutto nell’amore, una passione che fa un tutt’uno con la vita (tanto più si ama, tanto più partecipa all’essere e viceversa) e che è la prova ontologica dell’esistenza di un oggetto al di fuori della nostra testa: la cosa amata essendo ci dà gioia, mancando ci dà dolore. Da ciò il “comunismo” filosofico di Feuerbach (diverso da quello di Marx): le idee scaturiscono dalla comunicazione tra gli uomini. I condizionamenti naturali danno vita in questo filosofo alla teoria degli alimenti: “l’uomo è ciò che mangia”, questa non è però una forma di materialismo volgare, Feuerbach, infatti, vuole semplicemente dire che l’uomo e il popolo intero affamato perde non solo vigore fisico ma anche mentale e quindi per migliorare il popolo bisogna prima di tutto sfamarlo. Anche da ciò si denota il filantropismo di Feuerbach: egli, come egli stesso dice nelle Lezioni sull’essenza della religione, con i suoi scritti vuole semplicemente trasformare gli uomini da teologi ad antropologi, da schiavi a padroni di sé stessi.
La sua filosofia servì da trampolino di lancio a Marx ed i suoi scritti suscitarono grandi entusiasmi e di grande importanza per i filosofi futuri furono anche il suo umanismo, il suo filantropismo e il suo ateismo.
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