Fenomelogia dello spirito - Hegel

Materie:Riassunto
Categoria:Filosofia
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Testo

Fenomenologia dello spirito

Discorso sull’apparire dell’Assoluto in quanto spirito. L’opera si muove lungo due coordinate:
- la coscienza è moto di autotrascendersi
- l’assoluto non è pensabile come sostanza, statico, ma come soggetto
La coscienza è per se il suo concetto: essa è insieme rapporto a qualcosa di cui è coscienza e autocoscienza. In quanto coscienza, essa è delimitata da altro, finita; in quanto autocoscienza è spinta a trascendersi, è moto verso un essere come libertà ed eguaglianza con se.

Per Hegel “la verità della coscienza è l’autocoscienza”: qualcosa non sarebbe presente a me se io, per cui il qualcosa è, mi ignorassi: la coscienza come rapporto a qualcosa è implicitamente autocoscienza. Tuttavia, cerca di mostrare come nella struttura dell’autocoscienza ci sia insieme rinvio ad un’altra coscienza. L’io è insieme coscienza e autocoscienza: rapporto a qualcosa e rapporto a sé: è perciò desiderio di ritrovare sé in ciò di cui si fa esperienza. Quando mi rapporto con un altro io, per lui sono oggetto, non vive la mia soggettività: per lui sono oggetto mentre invece io sono soggetto. Ho necessità di farmi riconoscere dall’altro come soggetto, di ritrovare conferma negli occhi dell’altro. Io devo quindi operare, mettermi in gioco per far si che l’altro io mi riconosca. Nel mettermi in gioco, arrivo fino a rischiare a mia vita: se l’autocoscienza arriva fino alla morte non ho ottenuto il riconoscimento che cercava → la morte non provoca nessuna verità per nessuna delle due autocoscienze.
Mentre mi metto in gioco, mentre rischio la vita, provo angoscia, paura: davanti alla possibilità di morire posso ritrarmi dalla lotta: nel ritrarmi, riconosco l’altra autocoscienza come essenziale (signore) e la mia come inessenziale (servo): tra i due, però, in realtà il più debole è il signore, perché io nel provar paura provo totalmente me stesso: io nel servira lavoro, da coscienza astratta ho una coscienza concreta; al contrario, il signore, che si limita a godere della vita, non ha una coscienza concreta di sé. L’autentico riconoscimento passa attraverso l’operare. E’ nel suo operare che l’io trascende.

Ogni autocoscienza è per sé in quanto insieme riconosciuta dall’altra. Questa esperienza dell’unità di sé nell’altro è lo Spirito. Le autocoscienze, pervenendo tramite il loro agire a trascendersi, possono ritrovarsi e rinviarsi nell’altro a sé → ogni io è moto con cui si scioglie dalla sua singolarità.

La nozione di spirito ha più aspetti:
a) l’essere dell’io per sé è già essere per l’altro, necessità di riconoscimento
b) dietro il riconoscimento delle due autocoscienze si esibisce come fondamento ultimo di esse l’assoluto

E’ nella riconciliazione che si concretizza la nozione di assoluto. E’ la dove le autocoscienze rinunciano alla durezza del loro essere per sé e si riconciliamo che si rende possibile il cogliere l’assoluto.
Hegel considera un’autocoscienza che agendo commette un peccato e un’autocoscienza che è pura certezza morale. Nel reciproco perdonarsi le autocoscienze si sciolgono dalla loro singolarità, si trascendono l’una nell’altra. Lo sciogliersi delle autocoscienze dalla loro opposizione è già l’esibirsi del non finito come verità che già si realizza.
L’atto con cui l’uomo si eleva, è già l’atto con cui Dio si realizza nel finito. La vita di Dio è assoluta proprio perché è l’eterno superare quel finito che essa deve porre per esibirsi come infinita.

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