Dalla Scolastica a Galileo

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Categoria:Filosofia

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Testo

DIALETTICI E ANTIDIALETTICI
Nel corso del secolo XI si sviluppò anche un notevole dibattito intorno ai dogmi cristiani.
Prendono il nome di dialettici gli studiosi che, indagando, sui dogmi e sui termini stessi del linguaggio filosofico-teologico, portarono in questa loro indagine una rara spregiudicatezza e uno spiccato riconoscimento del valore della ragione, come unica via per raggiungere ogni verità.
Ad essi si opposero tenacemente, temendo per l’ortodossia della fede, i più severi tradizionalisti, cui diamo il nome di antidialettici.
IL PROBLEMA DEGLI UNIVERSALI
Il problema degli universali si colloca nel nuovo fervore culturale del secolo XI. Il problema era d’estrema importanza, sia nel campo gnoseologico che in quello metafisico. Se la realtà è costituita dai concetti universali si salva il valore della ragione, di cui i concetti sono l’oggetto. Se invece la realtà è costituita dai singoli individui che cadono sotto i vari concetti, la conoscenza sensibile viene ovviamente anteposta alla ragione.
Le soluzioni proposte, nel corso di questo periodo, sono tre:
1. Nominalismo: gli universali sono solo puri nomi; ad essi non corrisponde nessuna realtà universale. Perciò non hanno nessun valore, anzi non esistono. Unica realtà è quella costituita dagli individui.
2. Realismo: gli universali sono reali; i singoli individui sono realizzazioni della medesima sostanza, perciò fra essi non vi è differenza essenziale, ma “una varietà procurata dalla molteplicità degli accidenti”. Uno dei maggiori rappresentanti della tesi realistica fu S. Anselmo d’Aosta.
3. Concettualismo o nominalismo moderato: gli universali esistono, contenuti nella mente umana, come immagini concettuali e logiche, derivate per astrazione dai caratteri comuni alle cose.
Gli universali servono alla conoscenza delle cose reali, ma l’unica e vera realtà è sempre individuale. Pertanto la natura degli universali è soltanto linguistico-grammaticale: la logica è perciò scientia sermocinatis.
S. ANSELMO D’AOSTA
Le opere più importanti di S. Anselmo d’Aosta furono il Monologion e il Proslogion, dedicati al problema di Dio.
Fede e ragione. S. Anselmo, riprendendo la tesi agostiniana, sostiene la necessità della fede come punto di partenza per ogni vera conoscenza, ma afferma che questa fede deve essere confermata e dimostrata dalla ragione. Nel problema degli universali S. Anselmo sostiene, come si è appena visto, la tesi realistica, ed entra per questo in polemica con Roscellino.
L’esistenza di Dio. S. Anselmo afferma che l’esistenza di Dio è una verità di ragione e giunge a dimostrarla per due vie successive:
1. Prova cosmologica, espressa nel Monologion, che viene trattata con vari argomenti. Poiché esistono cose dotate di maggiore o minore perfezione, ma non perfette in assoluto, cioè “poiché non si può negare che alcune nature sono migliori di altre, la ragione ci persuade che una supera le altre, tanto da non averne nessuna superiore a se”. Questo bene assoluto è Dio, che costituisce la misura delle cose e dà loro il grado di bontà che possiedono.
2. Prova ontologica, espressa nel Proslogion, che S. Anselmo ricerca perché ritiene insoddisfacente la prima. Se uno nega l’esistenza di Dio, afferma S. Anselmo, vuol dire che sa che cosa è Dio, e che perciò ha nel suo intelletto la nozione di Dio, cioè dell’ente “di cui non si può pensare nulla di maggiore”. Questa nozione implica di per se stessa che Dio esiste realmente: infatti, se esistesse soltanto come pensiero, sarebbe meno grande di un altro essere che potrebbe essere pensato non solo nell’intelletto ma anche nella realtà.
S. TOMMASO D’AQUINO
La filosofia di Tommaso d’Aquino pose per la prima volta il pensiero cristiano di fronte alla razionalità scientifica aristotelica.
Ragione e fede. Alla base del pensiero di S. Tommaso troviamo una precisa chiarificazione e una rigorosa separazione tra la ragione e la fede. S. Tommaso afferma, infatti, che tra il campo della ragione e quello della fede, cioè tra la filosofia e la teologia, vi è una netta separazione: la ragione porta ad un insieme di conclusioni dimostrate rigorosamente; la fede si rifà all’autorità di Dio e della Chiesa e porta un’adesione per la quale la volontà agisce sull’intelletto. Non c’è nessun motivo perché la ragione non sia autonoma rispetto alla fede: i loro campi di azione sono separati e seguono ciascuno i propri criteri.
L’incontro tra ragione e fede. Ragione e fede, agendo in campi diversi e con metodi autonomi, devono però incontrarsi, perché concorrono a formare la verità, che è unica. Infatti, se la ragione porta a verità dimostrate filosoficamente, anche i dogmi della fede son veri, pur non essendo filosoficamente dimostrabili, perché hanno “una così evidente conferma divina”. Quando la fede e la ragione sembrano in contrasto tra loro, l’errore è sempre della ragione, che qualche volta può anche sbagliare, mentre la fede non può errare mai. Perciò la fede è la regola della ragione. La teologia aiuta la filosofia ad analizzare razionalmente il dogma, per quanto è possibile.
La filosofia, dal canto suo, deve “dimostrare i preamboli della fede che sono necessari alla conoscenza per fede; chiarire, mediante similitudini, cose che sono di pertinenza della fede; confutare le obiezioni che si muovono alla fede”. S. Tommaso afferma così tutta l’importanza dell’indagine razionale, pur riconoscendo che la fede è irriducibile ai valori della ragione.
LE PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO
Il problema fondamentale della filosofia di S. Tommaso è quello di Dio e del suo rapporto con il mondo, perché tale problema riguarda sia la fede che la ragione. S. Tommaso, seguendo Aristotele, afferma che non essendo l’esistenza di Dio immediatamente presente alla coscienza umana, è necessaria una sua dimostrazione.
Il rifiuto della prova ontologica. Tommaso rifiuta l’argomento ontologico (a priori) di S. Anselmo, sia perché esso presuppone l’esistenza della fede, senza la quale non si possiede la nozione chiara di Dio, sia perché la dimostrazione può partire soltanto dagli effetti, che ci sono noti, e non dalla causa, in coerenza con il principio che ogni conoscenza ha inizio dai sensi. Egli ricorre ad argomenti prettamente filosofici, che hanno un chiaro carattere aristotelico e, per dimostrare l’esistenza di Dio, partono dall’esistenza del mondo, senza implicare la fede.
Le “cinque vie”. Egli trova così che “per cinque vie si può dimostrare che Dio esiste”.
1. La prima via si desume dal movimento inteso come passaggio dalla potenza all’atto. Ogni potenza è a sua volta atto di un’altra potenza, e ciò non può procedere all’infinito, ma deve esistere un atto primo, cioè un motore immobile, Dio.
La seconda via si desume dalla considerazione della causa efficiente. Ogni fenomeno è causa di un altro, e contemporaneamente è effetto di una causa precedente. Poiché non può ammettersi il processo all’infinito delle cause efficienti, è necessaria una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio”.
2. La terza via si desume dalla considerazione del possibile e del necessario. Ogni cosa è contingente, possibile e non necessaria, ed esiste in forza di cose anch’esse contingenti. Ma se tutte le cose fossero soltanto possibili, non esisterebbe nulla. Quindi vi deve essere qualcosa di necessario nel reale. Ma poiché non si può procedere all’infinito nella ricerca della causa necessaria, deve esistere un essere necessario, non contingente (Dio).
3. La quarta via si desume dai gradi che troviamo nelle cose. Poiché gli esseri finiti possiedono un maggiore o minore di grado di perfezione, deve esistere un essere perfettissimo, che è la causa dell’esistenza, della bontà e di qualsiasi perfezione di tutti gli altri esseri (Dio).
4. La quinta via si ricava dal governo del mondo. L’universo opera secondo un fine, e ciò non può avvenire per caso. Dunque vi è un essere intelligente che ordina tutte le cose naturali al loro fine (Dio).
RUGGERO BACONE
Ruggero Bacone fu uno dei più importanti rappresentanti del gruppo di Oxford della scuola francescana. Le sue opere più importanti furono, l’Opus minus e l’Opus tertium.
Lo sperimentalismo scientifico- Ruggero Bacone si può considerare il maggior rappresentante medioevale dello sperimentalismo scientifico. Egli ritiene che solo l’esperienza, intesa nel doppio significato di esperienza esterna ed esperienza interna, possa essere la fonte di ogni sapere.
L’esperienza esterna porta alla conoscenza della natura. La ragione ha in ciò soltanto un compito strumentale.
Nella conoscenza del mondo sensibile, Bacone sostiene il metodo sperimentale: infatti, la scienza sperimentale “è l’unica scienza capace di conoscere perfettamente, con la prova dei fatti, cioè che può accadere per natura e ciò che si può fare artificialmente”.
Nei suoi molti tentativi di indagini sperimentali, bacone non raggiunge nessun risultato di rilievo. Essi son però importanti per lo spirito moderno che li anima. E’ opportuno inoltre ricordare che Bacone ha posto la matematica a fondamento della ricerca scientifica.
L’esperienza interna, che è illuminazione interiore di Dio sulla scorta del pensiero agostiniano, porta alla conoscenza intuitiva di Dio, che si raggiunge misticamente, mediante l’estasi dell’anima.
Però, non solo a proposito delle verità che riguardano Dio, ma anche “per molti segreti della natura e dell’arte, l’uomo ha bisogno di ricevere l’intelligenza da Dio per mezzo dell’illuminazione interiore”. Perciò lo sperimentalismo di Bacone si risolve in misticismo.
GUGLIELMO DI OCCAM
Guglielmo di Occam, entrò in Inghilterra, entrò giovane nell’ordine francescano. Le sue opere più importanti sono il Commento alle sentenze di Pietro Lombardo, il Quodlibeta, la Summa totius logica e il Dialogus de imperatorum et pontificum protestate.
Fede e ragione- Occam, assertore di un deciso empirismo, separa nettamente la ragione dalla fede.
Egli sostiene che non si può dare nessuna dimostrazione razionale dei problemi della trascendenza, perché questi superano i limiti dell’esperienza umana. Pertanto la fede non può trovare nessun sostegno nella ragione.
La fede, regolata soltanto dal dogma, ha piena libertà nel campo soprannaturale; la ragione, regolata soltanto dalle intuizioni sensibili, ha piena libertà nel campo dell’esperienza. Con questa separazione assoluta, con questa impossibilità di compromesso tra fede e ragione, Occam, segna il dissolvimento di tutto il pensiero scolastico, per il quale era fondamentale giungere al mondo della fede attraverso la speculazione filosofica.
La logica- Alla base della logica e di tutto il pensiero di Occam vi è un’affermazione metodologica fondamentale, che sarà poi chiamata rasoio di Occam: non bisogna moltiplicare gli enti oltre la stretta necessità.
Perciò Occam rifiuta la pluralità delle forme e afferma che “ogni sostanza è numericamente una e singolare, perché ogni cosa è una cosa sola e non più cose”.
Esiste solo l’individuale. Gli universali non hanno nessuna realtà soggettiva: “Nell’individuo non c’è nessuna natura universale realmente distinta da ciò che è proprio di un individuo”, e “nessuna cosa fuori di noi è universale”.
Gli universali sono soltanto dei nomi o termini, sotto i quali il nostro intelletto raccoglie più entità individuali, che presentano affinità tra loro, quando si serve di un concetto confuso, che non permette di identificare alcun preciso individuo (nominalismo o terminiamo).
In questo modo Occam elimina le essenze dal mondo della realtà.
La conoscenza- Riprendendo il pensiero di Duns, Occam afferma che esistono due forme di conoscenza: la conoscenza intuitiva e la conoscenza astrattiva.
La conoscenza intuitiva, data dall’intuizione sensibile che pone in diretto contatto con la realtà individuale, è quella che permette di sapere se una cosa esiste o non esiste, e quali sono le sue caratteristiche e qualità.
Su questa conoscenza, che è evidentemente sperimentale, trova il suo fondamento la scienza, che però non può essere universale e necessaria (empirismo).
La conoscenza astrattiva, che è pura elaborazione concettuale di segni e nomi, prescinde dall’esistenza o meno delle cose.
Essa presuppone la conoscenza intuitiva, perché soltanto dopo aver conosciuto una cosa nella sua realtà è possibile conoscerne lo schema astratto.
Tra l’atto conoscitivo e l’anima che lo compie vi è completa unità, senza alcuna separazione averroistica dell’intelletto agente.
La teologia - La soluzione data al problema della conoscenza porta coerentemente Occam ad affermare che non è possibile dimostrare rigorosamente l’esistenza di Dio, così come non è possibile alcuna conoscenza degli attributi di Dio e del mondo al di sopra dei sensi, perché non ne abbiamo esperienza diretta. Durante la vita dobbiamo aver fede: conosceremo Dio solo dopo la morte.
Anche dell’anima non è evidentemente possibile dimostrare non solo l’immortalità, ma nemmeno l’esistenza.
Libero da ogni vincolo della speculazione filosofica, Occam afferma che Dio è assoluta onnipotenza e infinita libertà, che crea direttamente le cose individuali, senza attuare alcuna idea o essenza universale, ma mosso soltanto dall’amore.
La fisica – Occam, affermando la reciproca autonomia della fede e della scienza, apre la via alla libertà dell’indagine naturalistica.
Le sue ricerche scientifiche, specialmente nel campo della fisica, lo portano ad abbandonare e in molti punti a superare le teorie aristoteliche.
LA FILOSOFIA DEL RINASCIMENTO
DALLA TRASCENDENZA ALL’UOMO E ALLA NATURA
Prende il nome di Rinascimento quel nuovo e profondo movimento culturale che segna il passaggio dalla civiltà del Medioevo a quella dell'età moderna.
Esso si sviluppa nei secoli XV e XVI, e ha origine in Italia, da dove si diffonde poi in tutti i paesi d'Europa.
Il Rinascimento rappresenta essenzialmente una reazione al pensiero medioevale. Nel Medioevo la vita spirituale è totalmente tesa verso il trascendente; la filosofia è considerata «ancella» della teologia; la natura. viene studiata solo in quanto in essa si riflette la realtà, divina: da ciò l'impronta ecclesiastica della cultura medioevale.
Nel Rinascimento, invece, il mondo della cultura afferma la propria autonomia nei confronti di ogni fine trascendente. Dichiara il valore incondizionato della persona umana, il ruolo e la forza creativa dell'uomo sulla Terra. Sostiene l'autonomia della natura e il predominio assoluto della ragione nella ricerca della verità. Ne deriva come conseguenza una laicizzazione della cultura.
La nuova concezione rinascimentale ha avuto le sue origini e i suoi precursori negli ultimi secoli del Medioevo. A essa hanno contribuito, ad esempio, il sorgere e l'affermarsi della borghesia comunale e il rafforzamento delle strutture statali, che ha posto in crisi l'ideale della supremazia della Chiesa sul potere laico.
Duns Scoto, Ruggiero Bacone, Guglielmo di Occam e Marsilio da Padova precorrono, con la loro speculazione filosofica, i tempi nuovi, mentre Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccia affermano nella loro opera poetica il valore dell'uomo e la nuova concezione della vita.
IL RITORNO ALL’ANTICHITÀ
Il ritorno all'antichità classica in tutti i campi del sapere (filosofia, scienza, letteratura, arte) costituisce l'aspetto più immediato e vistoso del Rinascimento.
Si scoprono nelle biblioteche e negli archivi i codici antichi, si trascrivono i manoscritti, si studia l'autenticità dei testi, si torna infine a studiare il greco, anche per !'influsso dei dotti bizantini giunti in Italia.
La cultura greco-latina, così tornata alla luce, appare tutta rivolta ai valori terreni della vita. Appare evidente perciò che tra il mondo antico e quello medioevale non vi è stata alcuna vera continuità.
Allora lo studio del mondo antico, degli antichi autori, diventa il punto di partenza per una nuova concezione della vita, puramente terrena, in polemica con lo spirito medioevale. Nasce così l'educazione umanistica, nella quale le bumanae litterae prendono il posto delle divinae litterae.
IL VALORE ASSOLUTO DELL’UOMO
Secondo il pensiero medioevale l'uomo non può raggiungere la verità e la felicità senza l'aiuto di Dio, perché grava su di lui il peccato originale.
Il Rinascimento afferma invece che l'uomo può ricercare e trovare da solo la verità e costruire da solo la propria felicità e il proprio destino, perché lo spirito umano è attività libera e incondizionata.
Il Rinascimento esalta perciò il valore dell'individuo (individualismo) e pertanto attribuisce grande importanza alla volontà (volontarismo) intesa nel senso del tutto terreno, come impulso ad operare nel mondo dell'esperienza, mentre nel Medioevo era vista in relazione all'intelletto, cioè nel quadro dei rapporti tra fede e ragione.
LA RIVALUTAZIONE DELLA NATURA
Nel Medioevo la natura è considerata una manifestazione della realtà divina, che ha in Dio la sua origine e il suo fine.
Il Rinascimento invece concepisce la natura come dotata di un suo valore autonomo, cosicché essa trova in se stessa, cioè nei princìpi e nelle cause naturali, la propria spiegazione. La natura è l'ambiente dell'uomo e, secondo alcuni studiosi, è dotata di una propria vita e di una propria anima, o è addirittura sede stessa di Dio.
I vincoli che legano l'uomo alla natura permettono di studiare e di dominare le forze misteriose che in essa si celano. Acquistano perciò importanza l'astrologia, la magia e l'alchimia.
La nuova concezione della natura porta, nello studio dei fenomeni naturali, alla ricerca di quelle che nel Medioevo erano chiamate le «cause prossime o seconde», senza alcun riferimento a princìpi trascendenti.
Grande importanza assumono quindi la sperimentazione e la spiegazione matematica dei fenomeni.
Si afferma una mentalità tecnico-operativa e, anche in seguito alle impellenti esigenze pratiche della nuova società, viene superata l'antica frattura tra scienza e tecnica, tra teoria e pratica.
LE DUE FASI DEL RINASCIMENTO
Nei due secoli nel corso dei quali si sviluppò il pensiero del Rinascimento, la speculazione filosofica si rivolse sostanzialmente a due gruppi principali di problematiche, sulla base delle quali si possono identificare due fasi fondamentali.
a) La prima fase, che corrisponde pressappoco al XV secolo, vede soprattutto lo sviluppo degli studi sul mondo classico e l'elaborazione di un nuovo ideale di formazione dell'uomo, ed è perciò comunemente detta Rinascimento umanistico. In essa si ha una ripresa del platonismo e dell'aristotelismo.
b) La seconda fase, che corrisponde pressappoco al XVI secolo, è caratterizzata dal grande valore che acquista l'osservazione diretta dei fenomeni naturali, ed è perciò comunemente chiamata Rinascimento naturalistico.
NICOLA CUSANO
Nikolaus Krebs, detto Cusano, fu il più vivo rinnovatore del platonismo nel Quattrocento.
Scrisse numerose opere, tra cui ricordiamo: il De docta ignorantia, che è la maggiore; il De concordantia cattolica; il De coniecturis.
Dio è infinito e ineffabile – Secondo Cusano, Dio è infinito; è insieme il massimo e il minimo; è tutto, perché è causa perfetta di ogni realtà, ed è escluso da tutto, perché è infinitamente semplice.
Dio è ineffabile; di lui possiamo dire che non è, non quello che è: infatti “ciò trascende ogni possibilità del nostro intelletto, che non sa mettere insieme nel proprio principio i contradditori in modo razionale”.
Dio supera ogni opposizione e limitazione, trascende ogni affermazione e negazione, perché è unità di tutte le cose (coincidenza degli opposti).
Dio ha “complicata” in sé, cioè unita, tutta l’infinità delle cose (complicatio), e la sua infinità si esplica, ossia si dispiega, nella molteplicità delle cose (explicatio).
L’universo è infinito – l’universo costituisce una caduta infinita rispetto a Dio, da cui dipende, ma gli si avvicina il più possibile.
L’universo è tale che “tutte le cose sono in tutte, e ognuna in qualunque altra”, ossia che ogni realtà individua, pur essendo unica, è collegata con tutte le altre.
Perciò l’universo è infinto e non possiede un centro. Dunque la Terra, non essendo centro dell’universo, non è immobile, ma si muove di moto circolare come tutti gli altri astri.
La dotta ignoranza – La conoscenza è un ininterrotto e progressivo tentativo di unificazione, dalla “explicatio” della realtà fenomenica alla “complicatio” di Dio.
La ragione, analizzando i dati portati ai sensi, giunge ad un giudizio e ci dà la scienza. Nella sfera della ragione “i termini sono opposti e distinti”, cioè vi è “disgiunzione necessaria tra gli estremi”. Inoltre la conoscenza è possibile solo quando vi è una proporzione tra ciò che si sa e ciò che si vuol sapere.
Ma quando ciò che si vuol conoscere è lontanissimo da ciò che si conosce, cioè non proporzionato, allora “la perfetta congruenza del noto all’ignoto supera i limiti della ragione umana”.
Però l’intelletto intuisce la coincidenza degli opposti e conduce a un’ignoranza consapevole (docta ignorantia). Questa intuizione mistica è la somma verità.
Dio può dunque essere raggiunto solo per via intuitiva, e non per via razionale, proprio perché in Lui si attua la coincidenza degli opposti, cioè l’unità di tutte le cose.
Solo la matematica può rappresentare il divino “per via simbolica” e avvicinare alle verità teologiche, perché certi suoi procedimenti conducono a casi di coincidenza degli opposti. Ad esempio, “l’infinita curvità è infinita rettilineità”. Le rappresentazioni umane non possono elevarsi alla coincidenza degli opposti, che è solo in Dio, e pertanto sono tutte relative. In particolare vi è una relatività nelle rappresentazioni di luogo e di moto.
MARSILIO FICINO
Marsilio Ficino si dedicò soprattutto alle lettere e diresse per più di venti anni l’Accademia platonica fiorentina. Portò a maturità il platonismo del Quattrocento.
Scrisse varie opere, tra cui la Teologia platonica de immortalitate animorum e il De Christiana religione. Tradusse inoltre tutti i Dialoghi di Platone, le Enneadi di Plotino e passi d’opere di altri filosofi platonici.
La “docta religio” – Ficino sostiene che tutte le religioni in sostanza coincidono, perché nascono dalla religiosità che è insita nell’anima umana.
La consapevolezza della religiosità esistente per natura nell’uomo costituisce una “docta religio”, che s’identifica con la filosofia e che è in grado di appagare le esigenze del pensiero degli uomini dotti.
La dottrina di Dio è nel Ficino di netta ispirazione neoplatonica e deriva da Plotino e da Dionigi Pseudo-Areopagita. Dio è ineffabile e comprende nella propria unità e semplicità la molteplicità degli esemplari eterni delle cose.
Dio è presente all’interno di tutte le cose: “In nessuna parte può mancare Dio, se da nessuna parte può essere assente quello stesso che è chiamato dappertutto”.
Da Dio alla natura – Il processo di emanazione, per il quale Dio trabocca da sé e si espande in altro, comprende quattro gradi: Dio, la mente, l’anima, la natura.
Dio è però essere infinito personale, che attua la creazione ed è unito alle sue creature dall’amore. L’amore, che ricongiunge Dio all’uomo e l’uomo a Dio, è un momento essenziale del pensiero del Ficino.
L’anima umana è capace di cogliere direttamente se stessa, prescindendo dalla realtà sensibile che le è intorno. Essa è la “copula dell’universo”, che sale verso le cose superiori e scende verso quelle inferiori, senza mai abbandonare né le une né le altre, proprio perché “è quasi un legame tra quelle cose che sono solamente eterne e le altre che scorrono solo nel tempo”.
L’uomo è pertanto strettamente unito alla natura, in una concezione animistica dell’universo: “Tutto il corpo del mondo è vivo, considerato che i corpi degli animali vivono, che sono parti del mondo. L’anima dell’universo deve essere una, così come è una la materia”.
Proprio per la sua concezione animistica dell’universo, il Ficino crede nell’astrologia e nella magia.
- MICROCOSMO/MACROCOSMO-
I concetti di microcosmo e di macrocosmo sottolineano la corrispondenza e l’analogia esistenti tra l’individuo e l’universo, tra la parte e il tutto. L’universo, inteso come macrocosmo, viene interpretto come un essere vivente, mentre l’individuo, il microcosmo, è considerato in termini cosmici in quanto riassume in se e nelle sue parti la perfezione e l’articolazione del tutto. Ne emerge in tal modo una concezione secondo la quale sussiste un’identità strutturale dell’uomo e del mondo, una loro armoniosa integrazione che esclude ogni rigida contrapposizione.
Nel pensiero cristiano medievale i due concetti furono utilizzati per indicare la stretta relazione tra l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, e l’universo, anch’esso creatura divina: una relazione, pertanto, che aveva il suo fondamento in Dio stesso.
ERASMO DA ROTTERDAM
Desiderio Erasmo da Rotterdam, spirito veramente cosmopolitico, fu il più grande fra gli umanisti non italiani. Fu autore di molte opere, tra cui ricordiamo, oltre al famosissimo Elogio della pazzia: l’Istituzione del principe cristiano, il De libero arbitrio, i Colloqui, le Lettere.
La libertà dell’uomo – Tutto il pensiero di Erasmo è rivolto all’esaltazione della libertà dell’uomo, che opera e crea nell’immediatezza stessa della vita.
Perciò gli strali della sua famosa e finissima ironia s’indirizzano contro l’esagerato razionalismo e l’erudizione fine a se stessa.
Erasmo ironizza contro la pseudo-cultura dei filosofi, “rispettabili per la loro barba e per il loro mantello”, e dei teologi, sempre “pronti ad accendersi come la polvere, …dicitori di nulla”.
Egli insiste inoltre sulla necessità che lo studio dei classici greci e latini serva ad arricchire la propria anima. Pertanto esso non va disgiunto dalla conoscenza dei problemi del tempo.
La critica alla Chiesa – Erasmo critica duramente le falsità, l’intolleranza, l’immortalità della Chiesa del suo tempo.
Tuttavia, proprio l’importanza attribuita alla libertà, e quindi alla volontà e alle opere dell’uomo (tipica concezione umanistica), conduce Erasmo a rifiutare la propria adesione alla Riforma protestante, perché alla base del pensiero luterano vi sono la dipendenza dell’anima umana da Dio e la conseguente giustificazione per fede.
Erasmo, tutto chiuso nel suo pensiero e nella sua cultura, non riesce però a vedere il ruolo che i motivi politici ed economici giocano nella Riforma.
La filosofia umanistica non sa ormai più collegare il piano strettamente culturale con quello politico. Tuttavia, la fede nell’intelligenza umana, l’educazione morale e il senso di tolleranza fanno d’Erasmo un precursore dello spirito moderno.
I FILOSOFI DELLA NATURA: GIORDANO BRUNO
LA VITA
Giordano Bruno nacque a Nola nel 1548 e all’età di quindici anni entrò a Napoli nell’ordine domenicano.
LA RELIGIONE DELLA NATURA
La formazione culturale di Bruno risente soprattutto degli influssi della teoria copernicana, del pensiero neoplatonico di Cusano e del pensiero neopitagorico.
Nel quadro delle concezioni rinascimentali, Bruno elabora una dottrina naturalistica che va ben oltre quella di Telesio, e che può quasi dirsi una religione dell’infinito e della natura.
Nella sua indagine non trova alcun posto la religione positiva, perché egli ritiene che la dottrina di un Dio trascendente non riguardi la ragione, ma sia un’affermazione di fede. Il filosofo può raggiungere e riconoscere Dio solo in quanto è presente nella natura.
L’UNITÀ DELLA NATURA
Dio è l’intelletto universale, prima e principale facoltà dell’anima del mondo, che è forma universale. E’ “artefice interno”, causa e principio di tutte le cose, di cui costituisce l’essere, pur rimanendone distinto. Dio è la natura stessa, il tutto: “Empie tutte le cose, abita in tutte le parti dell’universo, è centro di ciò che ha l’essere, uno in tutto e per cui uno è tutto. Il quale, essendo tutte le cose e comprendendo tutto l’essere in sé, viene a far che ogni cosa sia in ogni cosa” (panteismo).
Poiché la forma è principio di animazione del mondo, tutte le cose sono animate.
Per l’esistenza dei fenomeni materiali non basta la forma ma occorre anche la materia. Materia e forma non possono stare separate: non sono che due aspetti dell’unità della natura, cioè di Dio, sostanza unica e immobile.
Perciò “tutte le cose cono nell’universo e l’universo è in ogni cosa; noi in quello, quello in noi: e così tutto concorre ad una perfetta unità”.
La molteplicità e il mutamento delle cose sono dovuti al fatto che ogni cosa comprende tutto l’essere ma non tutti i modi di essere: tutto è in tutto, ma non totalmente e in tutti in modi in ciascuna cosa.
Nell’unità della natura, che è una delle idee cardine del sistema filosofico di Bruno, si ha la coincidenza degli opposti. Essa per Cusano avveniva solo in Dio, mentre per Bruno, ha luogo nella natura stessa, nella quale il massimo e il minimo coincidono.
L’INFINITÀ DELLA NATURA
L’unità della natura è concepita da Bruno nel più vasto quadro dell’infinità della natura, perché ad una causa infinita corrisponde un effetto infinito.
Alla sua cosmologia contribuiscono anche le nuove scoperte scientifiche e in particolare gli studi di Copernico, che avevano spostato l’interesse dell’uomo dalla terra al sole.
Tuttavia egli supera l’ipotesi copernicana. Infatti, mette per Copernico l’universo era finito, Brino afferma l’infinità dell’universo: “Uno è l’universo infinto, come un continuo e composto di eteree regioni e mondi, e infinto sono i mondi”. Tutto il pensiero di Bruno p come intriso dal senso profondo dell’infinito, che ritorna insistentemente nelle sue opere.
E ancora, mentre per Copernico il sole era al centro dell’universo, secondo Bruno “nell’universo non è mezzo né circonferenza, ma in tutto è mezzo ed in ogni punto si può prendere parte di qualche circonferenza a rispetto di qualche altro mezzo o centro”.
L’ANIMA
Nel problema dell’anima il pensiero di Bruno appare arretrato rispetto al resto del suo sistema filosofico.
Egli sostiene che tutti i corpi sono animati, però fa una distinzione tra corpo e anima. Non può esservi un rapporto diretto tra corpo e corpo, come era nel pensiero di Telesio: il rapporto corre tra le rispettive anime.
Ne consegue che egli attribuisce grande importanza all’astrologia e alla magia.
LA CONOSCENZA
Il problema della conoscenza vede Bruno ancora molto legato al platonismo. Egli, infatti, sostiene che le sensazioni danno inizio in piccola parte alla conoscenza e permettono di cogliere solo il particolare, mentre soltanto l’intelletto è in grado di portare alla vera conoscenza, cioè di cogliere l’unità del tutto.
Perciò l’uomo raggiunge il maggior grado della conoscenza quando entra in intima connessione con l’infinità della natura nella sua unità.
“GLI EROICI FURORI”
Questa piena conoscenza della natura è anche il fine ultimo dell’uomo.
Perciò il fondamento dell’erica di Bruo è costituito dagli “eroici furori”, che sono la vera e massima religiosità umana, la forza che sospinge l’uomo nel suo anelito verso l’unità e l’infinità.
L’eroico furore porta alla bellezza divina: “Questo fuoco è l’ardente desio de le cose divine, questa saetta è l’impression del raggio della beltade della superna luce, questi lacci sono le specie del vero che uniscono la nostra mente alla prima verità, e le specie del bene che ne fanno uniti e gionti al primo e sommo bene”.
La vita sociale e individuale deve essere improntata ad alcuni valori fondamentali, che Bruno indica in ordine di importanza: la verità, “che è sopra tutte le cose”; la provvidenza, che “si trova nei principi superiori” e che “si chiama prudenza in quanto è effettuata in noi”; la sofia, che è la ricerca della partecipazione alla verità; la legge, con la quale “i regni e le repubbliche si mantengono”.
VERSO LA SCIENZA MODERNA
COPERNICO
Niccolò Copernico, nome italianizzato di Nikolaj Kopernik, fu il più grande astronomo del XVI secolo.
Il suo sistema eliocentrico, che subentrava a quello geocentrico ed eliminava la separazione aristotelica tra la regione celeste e quelle terrena, coinvolse direttamente i più importanti problemi filosofici.
Pubblicò nel 1543, proprio in punto di morte, la sua grande opera De revolutionibus orbium caelestium libri VI.
Influssi platonici e pitagorici – Copernico aveva subito in Italia l’influsso del pensiero platonico – matematizzante di Pico della Mirandola, e con esso non gli erano rimasti estranei molti elementi dell’antico pensiero pitagorico.
Divenute sempre più evidenti le difficoltà del sistema tolemaico, anche in seguito agli studi matematici dei suoi maestri dell’università di Bologna e suoi, Copernico trasse proprio dall’astronomia pitagorica lo spunto per l’ipotesi della mobilità della terra e del sistema eliocentrico, che del resto era già stata sostenuta nell’antichità da Aristarco di Samo.
I presupposti del sistema eliocentrico – Copernico dà un fondamento preciso alla polemica demolitrice del sistema tolemaico, già iniziata dal Cusano e da altri. Egli parte da questi fondamentali presupposti:
a) La semplicità della natura, già affermata da Aristotele, per la quale rifiuta il complicato sistema tolemaico, che tra l’altro fa ruotare tutto l’universo intorno alla piccola Terra. La terra è “come una grandezza finita rispetto ad una grandezza infinita. Non segue dunque che la Terra stia ferma nel mezzo dell’universo”;
b) La relatività della conoscenza, per la quale rifiuta ciò che i sensi mostrano a proposito del moto del sole, che è soltanto apparente;
c) Una nuova concezione della gravità, per la quale il moto rettilineo e quello circolare sono entrambi propri sia dei corpi sublunari che di quelli celesti. In particolare, il moto circolare è proprio di tutti i corpi sferici e quindi anche della Terra.
Il sistema eliocentrico – Copernico afferma che al centro dell’universo, vi è il sole, intorno al quale ruotano, in orbite circolari, la Terra e gli altri pianeti.
La Terra è dotata di tre movimenti: uno giornaliero di rotazione intorno al proprio asse, uno annuale di rivoluzione intorno al sole, un terzo, pure annuale, dell’asse terrestre rispetto al piano dell’ellittica.
Però Copernico non trae tutte le logiche conseguenze implicite nella sua concezione del moto circolare proprio di tutti i corpi sferici. Egli, infatti, considera ancora l’universo come qualcosa di limitato che ha come confine il cielo delle stelle fisse. Queste sono immobili, come immobile è il sole.
L’uomo non è più al centro dell’universo – L’ipotesi copernicana non poteva non suscitare molte perplessità alla luce della scienza dell’epoca, alla quale erano sconosciute le leggi della meccanica moderna, in particolare quelle della dinamica, poi scoperte da Galileo.
Lo stesso Copernico, non riusciva a spiegare in modo convincente certi punti della sua teoria, o non riusciva a far di meglio che ricorrere a motivazioni teologiche. Così l’opposizione all’astronomo polacco, da parte sia dei cattolici che dei protestanti, rimase piuttosto blanda.
Tale ipotesi era veramente rivoluzionaria, perché con essa l’uomo cessava di essere in posizione privilegiata al centro dell’universo. Ben presto i filosofi della natura non avrebbero mancato di porne in luce le conseguenze, mostrando quanto essa fosse esplosiva.
- COSMO/UNIVERSO –
Tra i due termini, che nel linguaggio comune vengono spesso usati indistintamente , esiste nel lessico filosofico una differenza di significato che risulta già dall’etimologia.
Cosmo indica il mondo in quanto totalità ordinata contrapposta al caos, ossia allo stato di disordine anteriore alla formazione del mondo e dal quale il cosmo stesso è emerso. Universo indica la totalità delle cose esistenti.
FRANCESCO BACONE
LA VITA
Francesco Bacone, nome italianizzato di Francis Bacon, nacque a Londra nel 1561.
IL VALORE DELLA SCIENZA
Bacone venne profondamente influenzato dalla filosofia del Rinascimento, dalla quale derivò il suo antiaristotelismo e il suo interesse per l’esperienza che lo condussero all’elaborazione di una filosofia originale.
Egli sostenne con entusiasmo il valore della nuova scienza e comprese l’importanza rivoluzionaria che i suoi sviluppi, anche in campo tecnologico, avrebbero avuto nella vita stessa della società.
Infatti, secondo Bacone, le scienze naturali, devono avere un carattere operativo, perché il loro scopo è quello di “dar luogo ad opere grandi e solide”, di creare una tecnica che consenta “il dominio dell’uomo sull’universo”.
LA POLEMICA ANTIARISTOTELICA
Bacone si batte con energia e intransigenza contro la filosofia aristotelica e in particolare contro la logica del filosofo greco, colpevole di “aver costruito sulla storia dei fatti particolari certe ragnatele che egli presenta come cause, mentre sono prive di ogni consistenza e valore”.
Il sillogismo è “impari ed incompetente davanti alla sottigliezza ed all’oscurità delle cose naturali”. Tale metodo, infatti, pretende di dedurre i singoli casi delle premesse generali del sillogismo, ma non dice come sia possibile ottenere queste premesse.
Aristotele fa ricorso anche al processo induttivo, ma in maniera errata, perché nell’induzione aristotelica avviene un passaggio immediato e ingiustificato da uno scarso numero di dati particolari a principi universali.
“Nella sua fisica e nella sua metafisica si odono più spesso le voci della dialettica che quelle della natura”; la sua logica è più adatta a vincere in schermaglie verbali gli avversari che non a dominare la natura.
L’INDUZIONE BACONIANA
Perché l’uomo possa conoscere e dominare la natura, occorre un nuovo metodo d’indagine, che permetta di penetrare e di agire veramente nella natura stessa e di interpretarne i fenomeni.
Il metodo razionale non è che un ragionamento astratto, lontano dalla realtà; il metodo empirico è una pura e semplice raccolta di dati, un’induzione che si limita ad enumerare una serie di casi particolari: il nuovo metodo deve essere invece una raccolta di dati e una loro razionale interpretazione.
Esso si fonda su una nuova teoria dell’induzione, che parte da “una grande quantità di fatti particolari” e sale “insensibilmente e per gradi in modo da giungere solo in ultimo ai principi più generali”.
Solo in questo modo si può raggiungere il vero scopo della scienza: “Inventare non argomenti ma arti (tecniche); non cose conformi ai principi, ma i principi stessi, non ragioni probabili, ma progetti di opere”.
LA LIBERAZIONE DAGLI “IDOLI”
Però, per poter interpretare la natura, occorre preventivamente liberare la mente dell’uomo dai pregiudizi naturali e da quelli acquisiti, da quegli “idoli e false nozioni che sono penetrati nell’intelletto umano fissandosi in profondità e che assediano la mente in modo da rendere difficile l’accesso alla verità”.
Secondo Bacone, quattro sono i generi di idoli che assediano la mente umana:
a) Idoli della tribù, che “sono fondati sulla stessa natura umana e sulla stessa tribù o razza umana”. A causa di questi idoli “si asserisce falsamente che il senso è la misura delle cose, mentre invece tutte le percezioni, sia del senso che della mente, derivano dall’analogia con l’uomo, non dall’analogia con l’universo”.
b) Idoli della spelonca, che “sono idoli dell’uomo in quanto individuo. Ciascuno, infatti, ha una specie di propria spelonca che rifrange e deforma la luce della natura: a causa della natura propria di ciascuno, o dell’educazione e della conversazione con gli altri, o della lettura di libri e dell’autorità di coloro che vengono onorati e ammirati”.
c) Idoli del foro, che “derivano quasi da un contratto e dalle reciproche relazioni del genere umano”, dall’uso dei nomi e delle parole, e che sono così chiamati “a causa dei rapporti e del consorzio degli uomini”.
d) Idoli del teatro, che “sono penetrati nell’animo degli uomini dai vari sistemi filosofici e dalle errate leggi delle dimostrazioni”, e che vengono così chiamati perché tutti i sistemi filosofici e molti principi scientifici non sono che “favole presentate sulla scena e recitate, che hanno creato mondi fittizi da palcoscenico”.
LE TRE “TAVOLE”
Sgombrato il campo dagli “idoli”, Bacone mette a punto il proprio metodo induttivo, che procede per esclusione, cioè con una scelta e un’eliminazione dagli elementi in modo tale da poter individuare quelli essenziali.
A questo scopo bisogna compilare delle “tavole”, degli elenchi riguardanti il manifestarsi di un dato fenomeno.
Queste tavole sono tre:
1) Tavola dell’essenza e della presenza, in cui si registrano tutti i casi positivi, in cui si verifica il fenomeno;
2) Tavola della deviazione o dell’assenza in prossimità, in cui si registrano tutti i casi negativi, nei quali non si verifica il fenomeno, mentre si avevano motivi per supporre il contrario;
3) Tavola dei gradi o di comparazione, in cui si registra il crescere o il diminuire del fenomeno.
Con una precisa compilazione delle tavole e con un loro attento esame si perviene a formulare una prima ipotesi provvisoria, che viene poi verificata sperimentalmente. Se in seguito alla verifica essa viene respinta come non vera, si passerà alla formulazione di altre ipotesi.
LA “FORMA ” DEI FENOMENI
Bacone, mediante il suo procedimento di induzione, ritiene di poter cogliere la forma delle cose, cioè la loro realtà profonda, l’essenza della natura.
I corpi, infatti, secondo Bacone, portano insita una composizione latente (“schematismo latente”), che ha alla propria base un intimo processo (“processo latente”). Da ciò scaturisce la loro “forma”, che è la “natura naturante”, l’essenza, la “fonte d’emanazione” o causa dei corpi medesimi: scopo della scienza è appunto la ricerca di queste forme.
Tale teoria è ancora legata a vecchie posizioni di tipo aristotelico e medioevale, e costituisce un ritorno alle concezioni prescientifiche. Infatti, le forme dei fisici aristotelici e quelle baconiane presentano un’indubbia analogia, tanto che queste ultime non possono essere identificate con le “leggi naturali” della scienza moderna.
Bacone, benché contemporaneo di Keplero e Galileo, non sa vedere il carattere matematico delle leggi fisiche, come dimostra il suo scarso interesse nei confronti della matematica e delle grandi polemiche astronomiche del suo tempo.
TRE GRADI DI CONOSCENZA
Bacone distingue tre gradi di conoscenza, sulla base di quali progetta la composizione della sua Instauratio magna:
a) Conoscenza storica, mera raccolta di materiale di indagine, fondata sulla memoria, che è “una delle sezioni, sedi e funzioni dell’animo umano”;
b) Conoscenza poetica, costruzione di sogni senza contatti con i dati della realtà, fondata sulla fantasia, “che non è legata alle leggi della natura”;
c) Conoscenza filosofica, elaborazione razionale dei dati raccolti, fondata sulla ragione.
GALILEO GALILEI
L’INIZIO DELLA SCIENZA MODERNA
Galileo pone i fondamenti definitivi della scienza moderna con il suo nuovo metodo scientifico della ricerca naturale.
Questo metodo, che in parte sviluppa idee e intuizioni dei grandi scienziati del Rinascimento, come Leonardo e Copernico, è stato poi sostanzialmente alla base delle ricerche scientifiche, e presenta ancora oggi degli aspetti pienamente accettati.
Galileo acquisisce definitivamente alla cultura moderna la certezza dell’assoluta autonomia del sapere scientifico. Perciò il suo pensiero filosofico, che non è privo di spunti importanti ma non forma un sistema generale, è la premessa al sorgere dei sistemi della filosofia moderna.
“La scoperta e l’uso del ragionamento scientifico ad opera di Galileo – disse Einstein – fu uno dei più importanti avvenimenti nella storia del pensiero umano”.
RELIGIONE E SCIENZA
Galileo non accetta né la teoria averroistica della doppia verità né quella platonico–ficiniana dell’identificazione tra religione e filosofia, superando così il pensiero rinascimentale.
Egli vede chiaramente che la religione è qualcosa di ben preciso, con “la Sacra Scrittura che non può mai mentire”; d’altra parte, anche la scienza è altrettanto definita, con le sue “conclusioni naturali che o dalle sensate esperienze o dalle necessarie dimostrazioni ci vengono esposte innanzi agli occhi e all’intelletto”.
La verità è unica, perciò le due vie per raggiungerla (religione e scienza) devono condurre necessariamente a risultati coincidenti, “essendo che due verità non possono contrariarsi”. Se si verifica tra le verità religiose e quelle scientifiche un apparente contrasto, bisogna accettare i risultati della scienza, e vedere se i testi sacri non siano stati, su questo particolare argomento, male interpretati.
Infatti, sia la natura che la Bibbia derivano da Dio. Ma la natura è “osservantissima esecutrice degli ordini di Dio”, ed essendo inesorabile e immutabile “non trasgredisce mai i termini delle leggi imposteli”. Invece nella Bibbia Dio ha dovuto adattare a sua parola alle possibilità di comprensione degli uomini ai quali era rivolta.
È pertanto possibile che taluni passi della Bibbia siano stati male interpretati, così da apparire in contrasto con le verità scientifiche.
Con ciò Galileo afferma la più assoluta autonomia della scienza di fronte alla religione.
RICERCA SCIENTIFICA E TRADIZIONE
Galileo esprime un’analoga assoluta autonomia della ricerca scientifica nei confronti della cultura tradizionale. Egli apprezza moltissimo i grandi pensatori antichi e li legge accuratamente e con senso critico, ricevendone un prezioso aiuto per le sue ricerche, per le quali però tiene conto anche di molti altri fattori, come, ad esempio, della necessaria connessione tra scienza e tecnica, tra indagine scientifica e applicazione pratica.
Egli disprezza invece i filosofi aristotelici e platonici, che senza alcun esame critico accettano gli antichi come i depositari di una verità definitiva e immutabile, senza osservare in modo diretto la natura.
ESPERIENZA E MATEMATICA
In Galileo non esiste contrapposizione tra sensi e intelletto, tra esperienza e ragione.
Per conoscere la natura, cioè per avere “una sicura e dimostrata scienza, una indubitata certezza”, occorre procedere “con esperienze, con lunghe osservazioni e con necessarie dimostrazioni”.
La diretta osservazione sperimentale dei fenomeni, che non inganna mai, e l’istanza razionale sono ambedue necessarie e si integrano a vicenda, in un unico processo.
La dimostrazione razionale è ragionamento matematico, perché l’ordine della natura è un ordine matematico.
L’universo, dice Galileo, è come un “grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, ma non si può intendere se prima non s’impara a intendere la lingua, e conoscere i caratteri, nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri sono triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile ad intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro lanternino”.
Di qui anche l’esigenza di un linguaggio scientifico estremamente preciso.
IL MECCANICISMO DELLA NATURA
L’affermazione che il “libro dell’universo” è scritto in linguaggio matematico conduce Galileo a una concezione meccanicistica della natura. Tutte le cose hanno soltanto caratteri quantitativi: numero, estensione, movimento.
Sono queste le qualità primarie delle cose, le uniche dotate di realtà oggettiva, spaziali e meccaniche, mentre le qualità secondarie (odore, calore, sapore, ecc.) sono soltanto soggettive, “non altro che puri nomi”, cosicché, tolto il soggetto percipiente, “sieno levate ed annichilate tutte queste qualità”.
Tutto è legato al rapporto causa-effetto: solo se vi è il fenomeno-causa vi è anche il fenomeno-effetto.
Scompare così per sempre ogni concezione finalistica della natura, e pertanto ogni ricerca sul significato di un singolo fenomeno nel grande quadro dell’universo.
Scompare anche ogni ricerca sull’essenza delle cose, che Galileo considera un concetto impreciso e sfuggevole, sostituita dalla ricerca sulle leggi dei fenomeni, cioè delle proporzioni matematiche esistenti tra loro.
IL METODO SPERIMENTALE GALILEIANO
Nella sua indagine Galileo mette a punto il suo metodo sperimentale, che parte induttivamente dall’analisi dei fenomeni, alla quale applica poi il ragionamento matematico.
L’indagine procede, infatti, attraverso tre momenti successivi:
1. La misura dei fenomeni, attraverso la quale si ottiene il collegamento tra l’esperienza e la matematica;
2. La formulazione dell’ipotesi, che deve essere la più semplice possibile e avere carattere matematico, e dalla quale si possono dedurre determinate conseguenze nella realtà empirica;
3. La verifica dell’ipotesi nelle sue conseguenze nella realtà. Il procedimento scientifico è valido e conduce ad un risultato solo se è possibile, con esito positivo o negativo, questa verifica, che Galileo chiama “cimento”.
Se la natura non fornisce spontaneamente il mezzo per la verifica, lo si costruisce, progettandone e fabbricando un modello. Si ritrova perciò in Galileo quell’unione operativa tra scienza e tecnica che fa di lui un continuatore di Leonardo.
L’ADESIONE AL SISTEMA COPERNICANO
L’adesione di Galileo al sistema copernicano, che tanto drammaticamente incide sulla sua vita, ha alla propria base la sua concezione matematica e meccanicistica dell’universo e la constatazione che certi fenomeni celesti, prima spiegati in maniera complicata e poco soddisfacente, trovano proprio nel quadro della visione eliocentrica la loro spiegazione più semplice e ovvia.
Galileo fornisce poi alla teoria copernicana il sostegno delle sue nuove scoperte astronomiche, compiute servendosi del cannocchiale.
LE SCOPERTE SCIENTIFICHE
Le scoperte e le invenzioni di Galileo nel campo astronomico sono già state ricordate.
Esse fanno cadere definitivamente la teoria geocentrica e quella dell’incorruttibilità dei cieli.
Nel campo della fisica, Galileo formula il principio d’inerzia, già intuito da Leonardo, e soprattutto apporta un grande contributo alla meccanica moderna con la scoperta del secondo principio d’inerzia, secondo cui una forza applicata ad un corpo gli imprime un’accelerazione, che è direttamente proporzionale alla forza che l’ha causata. Tale principio viene applicato da Galileo alla forza di gravità.

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